
Tra le tecniche utilizzate nelle moderne indagini sul paranormale, il Metodo Estes è probabilmente una delle più interessanti. Non perché possa dimostrare, da solo, l’esistenza degli spiriti, ma perché tenta di affrontare uno dei principali problemi legati all’utilizzo della Spirit Box: l’influenza dell’investigatore nell’interpretazione delle presunte risposte.
Il principio è semplice. Una persona ascolta la Spirit Box, ma non può vedere né sentire ciò che accade intorno a lei. Un’altra persona pone le domande. Chi ascolta non sa quindi cosa sia stato chiesto e si limita a pronunciare ad alta voce ciò che ritiene di udire attraverso l’apparecchio.
Quando tra domanda e risposta emerge una correlazione particolarmente precisa, l’esperimento diventa inevitabilmente interessante.
Ma procediamo con ordine.
Che cos’è il Metodo Estes?
Il Metodo Estes è una particolare modalità di utilizzo della Spirit Box, apparecchio che effettua rapidamente la scansione delle frequenze radio producendo rumore, frammenti vocali e brevi porzioni di trasmissioni.
Nell’utilizzo tradizionale della Spirit Box, tutti i presenti possono ascoltare contemporaneamente il dispositivo. Questo crea un problema evidente: chi ascolta conosce la domanda appena formulata e potrebbe, anche inconsapevolmente, interpretare un suono ambiguo come una risposta coerente.
È il classico problema della pareidolia uditiva e, più in generale, del bias di conferma: il cervello umano è straordinariamente abile nel cercare parole e significati anche all’interno di segnali confusi.
Il Metodo Estes cerca di ridurre proprio questa interferenza.
Il soggetto che ascolta la Spirit Box, chiamato generalmente receiver, viene isolato dall’ambiente. Indossa cuffie ad alto isolamento acustico e viene bendato, in modo da non poter udire le domande, leggere le labbra degli altri partecipanti o interpretarne le reazioni.
Il receiver deve soltanto ascoltare.
E riferire immediatamente ciò che sente.
Dove nasce il Metodo Estes?
Il metodo nasce negli Stati Uniti, allo Stanley Hotel di Estes Park, in Colorado, uno dei luoghi più celebri della storia contemporanea della ricerca paranormale.
La prima sperimentazione viene generalmente fatta risalire al 21 gennaio 2016 e agli investigatori Karl Pfeiffer, Connor Randall e Michelle Tate, allora impegnati nelle attività di ricerca paranormale dello Stanley Hotel. Il nome “Estes” deriva quindi da Estes Park, la località nella quale si trova l’albergo.
Secondo la ricostruzione degli stessi protagonisti, l’idea derivava dall’insoddisfazione verso il normale utilizzo della Spirit Box: chi ascoltava l’apparecchio poteva facilmente essere influenzato dalle domande poste poco prima.
Si decise quindi di separare le due funzioni.
Una persona avrebbe ascoltato esclusivamente la Spirit Box. Un’altra avrebbe posto le domande.
Connor Randall ha successivamente spiegato che l’obiettivo era proprio evitare che il soggetto potesse “sentire ciò che voleva sentire”, trasformandolo essenzialmente in una sorta di altoparlante umano incaricato di ripetere ciò che percepiva nel flusso sonoro.
Come si svolge una sessione Estes?
Per eseguire correttamente il Metodo Estes servono almeno due persone: un receiver, cioè colui che ascolterà la Spirit Box, e un operatore, che condurrà la sessione e porrà le domande.
La procedura essenziale è questa:
- Il receiver viene bendato e indossa cuffie con un isolamento acustico sufficiente a impedirgli di sentire le persone presenti nella stanza.
- Le cuffie vengono collegate direttamente alla Spirit Box.
- Il volume deve essere sufficientemente alto da coprire le voci provenienti dall’esterno, senza naturalmente raggiungere livelli dannosi per l’udito.
- L’operatore pone domande ad alta voce, lasciando intervalli adeguati tra una domanda e l’altra.
- Il receiver pronuncia immediatamente qualsiasi parola, nome, frase o suono intelligibile che ritiene di percepire.
- Tutta la sessione dovrebbe essere registrata in audio e video, possibilmente documentando separatamente sia le domande sia ciò che viene effettivamente ricevuto.
Nelle descrizioni storiche del protocollo originale viene sottolineata soprattutto l’importanza di cuffie realmente isolanti, proprio perché il receiver non deve poter ascoltare accidentalmente le domande.
La benda svolge una funzione altrettanto importante: impedisce di osservare il volto, i movimenti o le reazioni degli altri investigatori.
Il receiver, quindi, idealmente non sa quando viene formulata una domanda, quale sia la domanda e quale tipo di risposta gli altri stiano aspettando.
Ed è proprio questa separazione a rendere il Metodo Estes diverso da una normale sessione con Spirit Box.
Qual è l’utilità del Metodo Estes?
Il suo maggiore interesse consiste nell’introduzione di una forma, seppure semplice, di cecità sperimentale.
Immaginiamo una normale sessione.
L’investigatore domanda:
“Come ti chiami?”
Subito dopo, dalla Spirit Box arriva un frammento fonetico ambiguo. Sapendo che è stato chiesto un nome, il cervello sarà naturalmente portato a cercare un nome all’interno di quel suono.
Nel Metodo Estes questo non dovrebbe accadere.
Il receiver potrebbe non sapere nemmeno che è stata appena posta una domanda.
Se quindi pronunciasse improvvisamente un nome e questo risultasse pertinente alla domanda, la coincidenza assumerebbe un interesse maggiore rispetto a quello che avrebbe avuto durante una normale sessione.
Questo non significa automaticamente avere dimostrato una comunicazione con l’aldilà.
Rimangono infatti numerose variabili: frammenti provenienti dalle normali trasmissioni radio, interpretazione soggettiva dei suoni, coincidenze casuali, selezione a posteriori delle corrispondenze più suggestive e tendenza a ricordare maggiormente le risposte riuscite rispetto a quelle prive di relazione.
Anche per questo sarebbe scorretto affermare che il Metodo Estes elimini completamente i bias. Ne elimina o riduce alcuni, soprattutto quelli derivanti dalla conoscenza della domanda da parte del receiver, ma non tutti.
È però proprio questa caratteristica a renderlo, a nostro giudizio, uno degli esperimenti più interessanti da affiancare alle altre tecniche d’indagine.
Una risposta isolata non basta
Durante una sessione possono essere pronunciate decine di parole.
Statisticamente, prima o poi qualcuna potrebbe sembrare adatta alla domanda appena posta.
Per questo motivo, nelle nostre indagini non consideriamo particolarmente significativa una singola coincidenza.
Ci interessa molto di più osservare una sequenza coerente.
Per esempio: una risposta pertinente seguita da una seconda risposta collegata alla domanda successiva, oppure una serie di parole che sembrino mantenere lo stesso argomento nel corso della conversazione.
Più aumenta la continuità semantica dello scambio, più il fenomeno merita attenzione.
Merita attenzione, però, non significa automaticamente poter parlare di prova.
Questa distinzione per noi è fondamentale.
Cosa abbiamo osservato nelle nostre indagini
CROPONLINE utilizza da tempo il Metodo Estes nel corso delle proprie indagini, spesso affiancandolo ad altre apparecchiature e ad altre forme di sperimentazione.
Nel corso delle sessioni abbiamo registrato risultati estremamente diversi.
Ci sono esperimenti nei quali le parole ricevute sembrano completamente casuali, sessioni caratterizzate da pochissime risposte e altre nelle quali, invece, si sviluppano sequenze che sembrano sorprendentemente correlate alle domande formulate dall’investigatore.
Ma esiste un elemento che nel tempo ha attirato particolarmente la nostra attenzione.
Molto spesso i messaggi sembrano ricondurci ai concetti di pace e di amore.
Non accade sempre e non vogliamo trasformare questa osservazione in una regola universale. Ogni sessione è differente e, ammesso per ipotesi che dietro alcune di queste comunicazioni possa realmente esserci un’intelligenza, il contenuto dipenderebbe inevitabilmente anche da chi sta tentando di comunicare.
Cambiano i luoghi.
Cambiano le circostanze.
Cambiano le persone coinvolte.
E cambiano anche le presunte interlocuzioni.
Eppure, attraverso indagini condotte in momenti e luoghi differenti, abbiamo incontrato più volte concetti riconducibili all’amore, alla pace, alla vicinanza e alla volontà di comunicare.
È una ricorrenza che non consideriamo una prova, ma che riteniamo sufficientemente interessante da continuare a documentare.
Stiamo davvero parlando con qualcuno?
È la domanda inevitabile.
E la risposta più corretta, almeno oggi, è: non lo sappiamo.
Una Spirit Box utilizza frequenze radio reali. Di conseguenza, parte dei suoni ascoltati può avere una spiegazione perfettamente ordinaria. A questo si aggiunge la nostra naturale predisposizione a riconoscere parole all’interno di segnali incompleti.
Il Metodo Estes non cancella questi problemi.
Introduce però una condizione interessante: chi pronuncia la presunta risposta non conosce la domanda.
È questa correlazione indipendente tra domanda e risposta che osserviamo durante l’esperimento.
Una parola generica ha necessariamente poco valore.
Una risposta precisa è più interessante.
Una successione di risposte precise e contestualmente collegate diventa ancora più difficile da ignorare e merita di essere studiata e documentata.
Non necessariamente creduta.
Studiata.
Perché continuiamo a utilizzarlo
Il nostro obiettivo non è dimostrare a tutti i costi che ogni parola proveniente da una Spirit Box sia la voce di uno spirito.
Sarebbe un errore.
Ci interessa invece creare condizioni nelle quali un eventuale fenomeno anomalo possa emergere riducendo, per quanto possibile, alcune delle interferenze introdotte dagli stessi investigatori.
Il Metodo Estes rappresenta un tentativo in questa direzione.
Non è uno strumento infallibile.
Non è una prova scientificamente riconosciuta della sopravvivenza della coscienza.
E non trasforma automaticamente una coincidenza in una comunicazione.
Ma quando una persona completamente isolata pronuncia una risposta apparentemente pertinente a una domanda che non ha potuto ascoltare, riteniamo che la cosa meriti almeno di essere annotata.
E quando questo accade più volte durante la stessa sessione, la domanda diventa ancora più interessante.
Coincidenza? Interpretazione? Un meccanismo che ancora non comprendiamo? Oppure qualcuno sta realmente tentando di comunicare?
È proprio per cercare una risposta a domande come questa che continuiamo le nostre indagini.
Perché nel paranormale il risultato più importante non è credere.
È continuare a cercare.
Giorgio Pastore
