MISTERI DELLA LOMBARDIA

MISTERI DI MILANO

Milano. Anch’essa nasconde molti segreti. Segreti antichi, di cui si è persa memoria. Storie di fantasmi, mostri e diavoli. Misteri entrati ormai nella dimensione del leggendario, del mito, ma che nascondono un fondo di realtà storica.

Una verità cancellata dai ricordi delle persone, ma che rimane presente, come un ombra… di cui si teme la presenza. Questo perché da sempre, l’umanità teme ciò che non conosce, mentre invece, solo facendo luce questi misteri potrà sconfiggere questa arcana paura. Questo è il nostro scopo, la ricerca della verità, della conoscenza.

I MISTERI DELLA SUA FONDAZIONE

Augusta Flavia Mediolanum, ovvero Milano. La città del Duomo, della Madonnina, crocevia di un mercato internazionale molto attivo, metropoli multietnica e culla di molti misteri. Misteri molto antichi, avvolti nelle nebbie del passato, legati a leggende, luoghi e tradizioni locali. Ad esempio, secondo una leggenda tramandataci da Tito Livio, la fondazione di Milano verrebbe attribuita al re gallico Ambigato, che, seguendo insieme ai suoi figli il volo di uno stormo d’uccelli, raggiunse la Pianura Padana e vi costruì una città, Mediolanium. Tale nome fu scelto perché nello stesso luogo venne ritrovata una scrofa col manto per metà ricoperto di lana intenta ad allattare i suoi cuccioli.

Da qui, il nome Mediulanum, cioè, Medio-lanae: mezza-lana. Una raffigurazione della scrofa si trova su una facciata del Palazzo della Loggia in Piazza Mercanti, a pochi passi dal Duomo (a destra). Ma vi è un’altra leggenda, riguardante l’origine della città. Questa, vede come fondatori, nel 600 avanti Cristo, i Celti di Belloveso, i quali diedero al loro nuovo insediamento il nome di Mediolanum, “luogo di mezzo”, per via della sua centralità.

Infatti, Milano, in tempi antichi, era un centro di passaggio dal quale si poteva accedere all’Italia così come all’Europa d’oltralpe o alle terre d’oriente. Città dal tragico destino, Milano subì sempre le angherie di invasori che ne volevano la sottomissione e le innumerevoli ricchezze. Il Barbarossa (a destra) la rase al suolo nel 1066.

Da allora, fu ricostruita, assediata e ridistrutta diverse volte, specialmente da chi era fedele al Sacro Romano Impero. Questi vedevano nella potenza del Comune, una minaccia per l’impero, così come, era una minaccia il continuo accrescersi del potere del popolo, che nel XII secolo poté finalmente identificarsi nel Comune, simbolo d’indipendenza, contrapposto al potere dell’imperatore.

Giorgio Pastore

L’ENIGMATICA SCACCHIERA DI SANT’AMBROGIO

Ma accanto alla storia narrata nei libri, vi è una storia di Milano più velata, di cui a volte si è cercato di dimenticare l’esistenza; come ad esempio la storia dei misteri della Basilica di Sant’Ambrogio.

Fondata nel 386, la basilica è l’edificio sacro più rilevante della Milano medievale. Al piano superiore su una facciata delimitata da due archi, vi è incastonata una scacchiera di sette caselle per sette, posta in diagonale. Sotto di essa compare una triplice sottolineatura.

Qual è il suo significato? E’ solo un adornamento, oppure tale disegno nasconde un qualche significato simbolico esoterico a noi sconosciuto? Sta di fatto che la scacchiera ricalca la pianta radiocentrica della città che ha per centro il Duomo circondato da tre evidenti anelli di vie principali, traccia delle grandi cerchie di mura che un tempo delimitavano la città. Cosa voleva comunicarci il costruttore? Quale messaggio nasconde la scacchiera di Sant’Ambrogio?

“La predilezione di Ambrogio per questa basilica che lui stesso fece costruire presso l’area cimiteriale cristiana dove desiderò essere sepolto è ampiamente intuibile da un passo della lettera che indirizzò alla sorella Marcellina dove afferma che era sua abitudine recarsi quotidianamente al cimitero dei martiri passando accanto al Palazzo Imperiale.

Il cimitero si trovava fuori le mura della città, vicino all’attuale via san Vittore. Nei primi secoli questo cimitero era di uso pagano, ma dal IV secolo, dopo l’editto di Costantino , la situazione mutò e fu possibile anche ai cristiani seppellire i loro morti con riti pubblici. Era un luogo frequentato abitualmente tanto che ben presto si arricchì di edicole e di piccoli edifici. Ambrogio aveva fatto seppellire nel 378 il fratello Satiro. Questo edificio un secolo dopo sarà abbellito con mosaici così splendidi e ammirevoli da venir chiamato San Vittore in Ciel d’Oro (più tardi sarà incorporato nella basilica, dedicata a tutti i martiri).” [Sofia M.]

Giorgio Pastore

LA COLONNA DEL DIAVOLO

Su una colonna romana eretta nella piazza della Basilica di Sant’Ambrogio è possibile notare due fori circolari. Essi emanano perennemente un forte odore di zolfo. Secondo la leggenda, in tempi antichi, la piazza fu luogo di scontro tra Sant’Ambrogio e il demonio. Il santo scagliò il diavolo sulla colonna e questi vi rimase incastrato con le corna, producendo così tali fori. Solo a fatica riuscì a svincolarsi ed a fuggire via.

Secondo la tradizione, infilando le dita nei fori si attira la fortuna e si scaccia il malocchio, ma accostandovi l’orecchio è anche possibile sentire rumori provenienti direttamente dall’inferno.

Su un’altra colonna all’interno della chiesa, possiamo notare il serpente di bronzo, il quale, si dice, risale addirittura all’epoca di Mosè. Lo portò qui, dall’Oriente, l’arcivescovo Arnolfo al tempo di Ottone III, intorno all’anno mille.

Le donne attribuiscono alla statua virtù miracolose contro alcuni mali. Da allora il serpente divenne il simbolo della città e cominciò ad apparire sui suoi stendardi.

Giorgio Pastore

LA TOMBA SENZA NOME E L’INQUISIZIONE

La prossima tappa del nostro itinerario e la chiesa di Sant’Eustorgio in corso di Porta Ticinese. Costruita nell’XI secolo, sede dell’inquisizione a Milano nel medioevo, la chiesa è ricca di misteri. Al suo interno, lungo il muro di sinistra, c’è un’antica pietra tombale, ma nessuno potrà mai sapere chi vi riposa all’interno: mani impetuose la scalpellarono cancellandone così completamente l’epitaffio.

Perfino la figura scolpita non è distinguibile. Probabilmente, l’uomo di cui si volle dimenticare l’esistenza subì la “Damnatio Memoriae”, una delle più terribili condanne in cui ci si poteva imbattere negli anni bui del medioevo. Una condanna post-mortem che subivano coloro che, essendo morti, non potevano più essere toccati dalla giustizia terrena. Questi erano ritenuti colpevoli di delitti e peccati imperdonabili e venivano maledetti pubblicamente; i loro resti bruciati e le ceneri sparse al vento.

Inoltre, veniva cancellata ogni traccia della loro esistenza: il nome veniva cancellato dagli archivi, la pietra tombale distrutta o resa indecifrabile. In tal modo si impediva che qualcuno potesse pregare per loro. Ma qualche anima pia, ogni tanto, sosta ugualmente davanti alla tomba di Sant’Eustorgio e mormora una preghiera.

Chi riposa veramente dietro quella pietra? Cosa fece per subire tale condanna? È risaputo che, nel medioevo, la chiesa era molto cauta nell’attribuire la santità alle persone che il popolo identificava come “santi”. Molto spesso era il popolo stesso a dichiarare santa una persona, ma spettava alla chiesa l’ultima parola, così che in molti casi, i miracoli del presunto santo potevano essere visti sotto un’altra ottica, più come espedienti demoniaci che opere divine.

Questi, così, dopo una serie di lacunose indagini, potevano essere dichiarati dalla chiesa sudditi del demonio, maghi e stregoni ed essere dannati anche dopo la morte. Sulla forca, con l’accusa di stregoneria, potevano salire anche elementi scomodi alla chiesa, predicatori pericolosi, politici o anche semplici innocenti.

Giorgio Pastore

IL MISTERO DEI RE MAGI

Sempre all’interno della chiesa di Sant’Eustorgio, troviamo ripetutamente incisa sulle pareti la stella a otto punte, simbolo con il quale viene identificata la misteriosa stella che guidò i re Magi, sapienti venuti dall’oriente, fino alla capanna di Gesù.

I vangeli non precisano il numero dei Magi, ma considerando il fatto che portavano tre doni, la tradizione volle che anche loro fossero tre. Sant’Eustorgio è direttamente collegata a questa tradizione e, addirittura, custodirebbe parte dei resti dei tre sapienti. Questi resti sarebbero rimasti per 700 anni a Costantinopoli. Nel 325 Eustorgio, vescovo di Milano, li ricevette in dono dall’imperatore Costantino. Dal IV al XII secolo rimasero nella chiesa di Sant’Eustorgio.

Nel 1165, Federico Barbarossa, imperatore del Sacro Romano Impero, li trafugò e li portò a Colonia. Soltanto nel 1904 i Milanesi ebbero la restituzione di alcuni frammenti ossei. I “tre” re Magi, coi loro “tre” doni sono parte del simbolismo mistico-esoterico che avvolge la città e spesso sono stati identificati come allegoria del Trimundio, cioè i tre regni o mondi aristotelici: fisico, parafisico e metafisico. Ma chi erano in realtà questi Magi sapienti provenienti dall’oriente? Quali conoscenze portavano? Che relazione avevano con il Cristo? Furono loro ad istruire in oriente il giovane Gesù?

In effetti nel racconto della vita del Messia tramandataci dai vangeli, troviamo un vuoto di diversi anni relativo alla sua infanzia. Nessun vangelo ci riporta l’adolescenza di Gesù. Lo ritroviamo già adulto e preparato nella predicazione. Dove sparì realmente in quest’arco di tempo? Perché questa parte della sua vita non ci fu tramandata? Cosa si voleva nascondere ai posteri? Studi recenti, ci portano a pensare che i magi fossero una sorta di profeti, stregoni venuti dall’oriente.

Questi, dediti all’astrologia ed alle scienze più occulte, dovettero seguire il passaggio di una cometa, forse quella di Halley, fino a Betlemme. Lì trovarono una capanna ed un bambino appena nato e, probabilmente, in base a degli scritti profetici, lo scelsero per divenire il messia. Ad una certa età lo condussero in Oriente, si pensa fino in Tibet. Lì, Gesù avrebbe appreso i rudimenti della loro scienza, una nuova arte di curare i mali, l’arte di compiere i cosiddetti miracoli e di praticare la magia. Sempre per chi crede che Gesù sia realmente esistito.

Giorgio Pastore

CACCIA ALLE STREGHE

Piazza Sant’Eustorgio. Qui, nel medioevo bruciavano le streghe. Nel 1390 vi arsero vive Sibilla Zanni e Pierina Bugatis, accusate di aver partecipato a dei sabba, assemblee di streghe e demoni che si tenevano nella zona milanese di Porta Romana.

La tradizione vuole che in via Laghetto, al numero 2, abitasse una fattucchiera che comandava le altre streghe del Verziere.

Lacrime e sangue hanno macchiato piazza Vetra, così come San Lorenzo, altra piazza milanese davanti all’omonima Basilica (a destra), luogo dei delitti dell’inquisizione. Luoghi maledetti dove, si dice, di notte gironzoli il diavolo in persona.

Piazza Vetra: qui normalmente si bruciavano le streghe. Qui, fu arsa sul rogo Caterina de’ Medici, accusata di stregoneria nel 1617. In realtà non era una strega, ma la vittima di un complotto organizzato dal capitano Vaccallo, indispettito contro la donna, che un tempo aveva rifiutato le sue lusinghe.

Questi sono solo alcuni dei molti luoghi di Milano connessi coi misfatti dell’Inquisizione. Milano naturalmente non è l’unico caso. In Italia, per quanto riguarda i processi per stregoneria, è doveroso ricordare Triora (a 30 km da Sanremo), la città delle streghe, e Benevento, dove tra l’altro, ancora nel medioevo, sopravvivevano culti pagani, di derivazione longobarda.

Giorgio Pastore

IL DUOMO E LO ZODIACO

Costruito a partire dal 1386 sotto Gian Galeazzo Visconti sul luogo dove sorgeva il battistero di San Giovanni, dove Sant’Ambrogio aveva battezzato Sant’Agostino. Si tratta di una tarda espressione dell’arte gotica, una simmetria di ispirazione germanica comune anche alle altre cattedrali europee. Infatti, particolari numeri e figure geometriche come il triangolo e il quadrato fanno parte del segreto dei costruttori di questa grande opera architettonica. Maestoso e imponente, vero rompicapo anche per gli architetti contemporanei, il Duomo ha una lunghezza esterna di 157 m e un’area interna di 11.700 metri quadri. La guglia, con la statua dorata della “Madonnina”, è alta 109 metri.

“Si dice che sotto il Duomo ci sia un laghetto, il quale era adorato dai Celti; infatti, il popolo Celta credeva nella Dea Belisama, che viene ricordata dalla Madonnina sulla punta del Duomo (questa Dea aveva una duplice funzionalita`,quella lunare, che ricordava la femminilita`, la madre col bambino, e quella solare, che ricordava il territorio, un tempo ricco di boschi) la quale era considerata Dea dell’acqua, cioè Dea della vita (infatti l’acqua era sinonimo di ricchezza vitale). Questa Dea, tra l’altro, a Milano veniva raffigurata (e chiamata con un nome specifico) come una scrofa pelosa (la scrofa semi lanuta di via Mercanti). Da qui cominciò tutto, i Celti edificarono un tempio o “cromlech”, cioè grandi cerchi formati dai menhir (pietre erette verticalmente) e dai dolmen (camere megalitiche); dopo questi tempi Pagani, arrivarono altri templi costruiti dai Romani e, successivamente, diverse chiese Cristiane che, una sull’altra, diedero vita (dopo molti anni) al duomo di Milano.” [Sofia M.]

Entriamo all’interno. La luce che penetra dalle vetrate gotiche produce un’atmosfera di mistica solennità. Parallela alla facciata rivolta a Ovest, notiamo sul pavimento una sottile linea d’ottone estesa per tutta la larghezza dell’edificio.

A nord, la linea sale lungo la parete, in verticale, e termina con un riquadro nel quale è raffigurato il segno zodiacale del Capricorno. Altri riquadri minori seguono la linea sul pavimento e nell’ultimo, a sud, è raffigurato il segno del Cancro. Ogni giorno, a mezzogiorno, un raggio di luce penetra dal soffitto e va a colpire la linea meridiana, indicando il periodo dell’anno in cui ci si trova. Il maggior risalto dato al segno zodiacale sulla parete a nord è attribuibile alla sua sovrapposizione con il Natale Cristiano. Ma non possiamo dimenticare che il Capricorno è anche l’animale col quale viene raffigurato il diavolo. I costruttori del Duomo volevano comunicarci qualcosa? Quali segreti nasconde questa simbologia?

In ogni cattedrale gotica sono presenti elementi architettonici e simboli d’origine templare ed orientale, ed è risaputo che l’idolo adorato dai templari era il Bafometto, una sorta di demone cornuto. C’è una similitudine tra il Bafometto ed il capricorno del Duomo? Qual è il significato di tale simbolismo? Sulla facciata del secondo portale d’ingresso di sinistra, spicca una formella tra le tante, raffigurante un albero, precisamente una quercia, che i Druidi veneravano essendo tutt’oggi simbolo di forza, coraggio, vigore e rinascita. La quercia incarnava il Dio Celtico Dagda (per i romani impersonava Giove).

La quercia è presente anche nel portone principale, infatti in mezzo all’apertura del portone vi è un albero che si dirama dando origine a formelle raffiguranti sull’ala destra del portone la nascita di Gesù e, sull’ala sinistra, la sua morte (con tutta la Passione). Si notano benissimo sul fondo del portone le radici dell’albero, questa presunta quercia allunga i suoi rami fin tutta l’altezza del portone sorreggendo la Madonna, Gesù, la Trinità e tutta una schiera d’angeli. Tale albero potrebbe essere anche la simbologia dell’albero della vita (il famoso albero proibito dal quale mangiarono Adamo ed Eva).

All’interno del Duomo, oltretutto, si ha l’impressione di essere di fronte ad un’antica foresta di querce (le colonne gotiche); infatti, i Maestri Comancini che contribuirono alla realizzazione del progetto, ben conoscevano il valore che la tradizione Celtica attribuiva a tali piante. Sempre sulla facciata del Duomo, possiamo notare varie figure di draghi e serpenti, presenti in Italia soltanto su questa cattedrale (queste figure emblematiche rappresentano simbolicamente l’energia che ci trasmette la terra sulla quale viviamo ed il potere di trasformazione).

Giorgio Pastore

IL CENACOLO DI LEONARDO DA VINCI

Una simbologia simile la ritroviamo nell’opera di Leonardo da Vinci, il “Cenacolo”, custodito nella chiesa di Santa Maria delle Grazie. L’opera, dipinta tra il 1496 e il 1498, è famosa in tutto il mondo. È di grandi dimensioni, misura 4,2 per 9,1 metri, e rappresenta il drammatico momento in cui Cristo annuncia agli apostoli che verrà tradito. Il dipinto ruota attorno alla figura di Gesù, nel centro, racchiuso in un immaginario triangolo.

L’occhio destro è al centro dell’opera e tutte le linee prospettiche convergono in esso. Particolare significato simbolico rivestono anche gli apostoli, immagine dell’unione tra il divino e l’umano. Dodici, ma divisi in quattro gruppi, come gli elementi, l’acqua, l’aria, la terra e il fuoco. Cristo è il sole, grande e radioso, mentre ogni apostolo rappresenta un segno zodiacale. Ricorre quindi la simbologia astrologica, come l’abbiamo vista riprodotta all’interno del Duomo.

Una curiosità? Taddeo, il penultimo apostolo a destra, è un autoritratto dello stesso Leonardo. A Taddeo corrisponde il segno zodiacale del Toro, lo stesso sotto cui era nato il pittore. Ma l’opera racchiude in sé ancora molti segreti. In essa, ogni linea ed ogni punto concorre a formare l’immagine dell’universo. Forse, quando riusciremo a comprendere completamente il messaggio impresso nella tela, saremo veramente in grado di cogliere il significato della vita e dell’ordine che Dio volle imporre al creato.

Giorgio Pastore

IL TESORO DEI TEMPLARI

Ma ritorniamo in piazza Duomo. Un problema che ha assillato gli archeologi e gli storici per molti anni è stato quello di capire dove i cittadini della Milano medievale abbiano preso i soldi sufficienti per la costruzione di questa imponente opera architettonica. Per un simile progetto, e questo vale per ogni cattedrale europea, ci sarebbe voluto molto più denaro di quanto effettivamente ne possedeva il comune. Eppure, eccolo qui, davanti a noi, con tutte e 135 le sue guglie e le sue 2245 statue. Per niente un opera del caso, ma di una profonda meditazione filosofica e scientifica. Forse, il segreto delle cattedrali si cela dietro l’immagine di un famoso ordine di cavalieri già ricordato prima, i Templari.

Costituiti nel 1118 per difendere il santo sepolcro, la “Militia Christi”, ovvero i cavalieri di Cristo, potrebbero aver appreso, nell’Oriente delle crociate, segreti, nozioni tecniche/architettoniche e formule alchemiche, prima sconosciute agli occidentali.

Non dobbiamo infatti dimenticare che l’Oriente dell’epoca delle crociate era molto più evoluto dell’Occidente. Già da secoli, ad esempio, in Cina si conosceva la polvere da sparo e, in Arabia, la matematica e le scienze filosofiche e fisiche avevano già compiuto passi da gigante.

Ma c’è di più. I Templari potrebbero aver trovato molto più di quanto andavano cercando. Cosa scoprirono nei sotterranei della moschea di Omar, a Gerusalemme? Con che cosa arricchirono il patrimonio di San Pietro al loro ritorno in Italia? E per cosa Filippo il Bello, re di Francia, li processò, li privò dei loro averi e li condannò tutti a morte, dal primo all’ultimo? E ancora, quale fu la vera causa di questo eccidio? Le cattedrali furono erette grazie al mitico tesoro dei templari? E perché furono erette?

Giorgio Pastore

LA MISTERIOSA GRATA DI PALAZZO CASTANI

Forse proprio con le tecniche importate da questo ordine cavalleresco fu possibile realizzare anche la misteriosa grata del Palazzo Castani, per una strana coincidenza, in piazza del Santo Sepolcro, dove sorge l’omonima chiesa. Il Palazzo, situato proprio di fronte al santuario, fu costruito nel Quattordicesimo secolo sui resti di un edificio pagano. Attualmente è sede del comando della Polizia di Stato. A destra del portale, di stile Bramantesco, notiamo una vecchia grata. Essa è un vero mistero: non presenta traccia di saldature ed è simile a una impenetrabile maglia di ferro. Come venne ideata?

Milano, probabilmente, ci riserva ancora molte sorprese. Tanti misteri rimangono irrisolti, e con l’avvento dell’epoca moderna molto si è perso di tutte le antiche conoscenze, oscurate anche da chi, per interesse o per paura, ha preferito nasconderle, riducendole a semplici leggende.

Giorgio Pastore

OSSARIO DI S.BERNARDINO

La chiesa di San Bernardino ha una storia centenaria, e sul sito ci sono informazioni più dettagliate sulla storia di questa Chiesa ossario, la chiesa è interamente Ricoperta!! di ossa e teschi umani, creando motivi anche piuttosto complessi come croci alle pareti e lettere “M” (che simboleggiano il nome di Maria, chiesa alla quale è dedicata). Lo spettacolo e piuttosto macabro e ancor più misteriosa è la leggenda che si narra sull’altare della chiesa, anche l’altare come il resto è decorato con ossa umane appartenenti ai malati di peste.

Una leggenda narra che sulla sinistra dell’altare, dove ci sono altre ossa, ci sia lo scheletro di una bambina, e che durante la notte della commemorazione dei defunti la fanciulla esca dalla sua tomba e porti con sé tutti gli altri scheletri della chiesa che si sono ricomposti. Così, insieme iniziano una danza in mezzo alla cappella. Si dice che il suono delle ossa degli scheletri danzanti siano udibili anche al fuori dalla cappella.

Gabriele

I MISTERI DI BERGAMO

IL PORTONE DEL DIAVOLO

Lungo la strada che da Bergamo porta a Seriate si trova il cosiddetto Portone del Diavolo. Si tratta di un arco di marmo che un tempo appartenne ad una grande villa, ormai scomparsa e si dice che fu costruito in una sola notte dal Diavolo in persona, senza farsi accorgere da nessuno. In effetti, lasciò solo un indizio della sua presenza: un forte odore di zolfo, che ancora oggi si può sentire poco prima di un temporale.

Giorgio Pastore

LA MADONNA DI GHIAIE BONATE (BG)

Nel tardo pomeriggio del 13 maggio 1944, a Ghiaie di Bonate, la Madonna apparve ad una bambina di 7 anni, Adelaide Roncalli.

La bambina stava raccogliendo fiori con la sorella e alcune amichette quando, mentre contemplava un sambuco troppo lontano perché potesse raccoglierlo, vide una pioggerella dorata e subito dopo le apparve la Sacra Famiglia e la Madonna le disse, in bergamasco, che doveva essere buona, che sarebbe andata con lei in paradiso e che doveva tornare in quel posto alla stessa ora, le 18.00, per 13 giorni.

Era l’unica a poterla vedere e sentire, era in estasi, e non sentì i richiami della sorella che, preoccupata corse a casa gridando che “L’Adelaide l’è morta in pè”, Adelaide è morta in piedi. Durante le prime apparizioni erano presenti solo, oltre alla piccola Adelaide, alcune amichette mentre nelle seguenti, con lo spargersi della voce anche oltre i confini di Ghiaie, si raggiunsero le 350.000 persone.

C’erano fedeli e molti malati che chiedevano la grazia e alcuni testimoni sostengono che alcuni sono veramente guariti, abbandonando di colpo le stampelle, senza le quali prima non potevano nemmeno reggersi in piedi, e cominciando a camminare. Oltre ad essi erano presenti anche studiosi e professori che volevano verificare se Adelaide fosse veramente in estasi. Per questo la chiamarono per nome, la scossero, la punsero con degli spilloni sulle guance e negli occhi, accesero un fiammifero e lo fecero bruciare sotto al suo naso; ma tutto questo non servì a niente, Adelaide rimase sempre impassibile.

La gente però voleva delle prove e chiese ad Adelaide di far fare dei miracoli alla Madonna. Fu così che dopo il primo ciclo di apparizioni (nove) si verificarono dei prodigi cosmici. Il prodigio cosmico di Ghiaie di Bonate fu più grandioso di quello di Fatima perché si ripeté sei volte e perché fu osservato a maggiori distanze da centinaia di migliaia di persone, persino in Piemonte e Liguria.

Il grande fenomeno solare si manifestò sabato 20 maggio 1944, domenica 21 maggio, domenica 28 maggio, mercoledì 31 maggio e il giorno tredici dei due mesi successivi. I testimoni dicono di aver visto, durante l’apparizione del 20 maggio, il sole uscire dalle nubi, in una giornata che minacciava pioggia, e girare su se stesso.

Al tramonto poi il disco solare era di un colore argenteo e ruotò di nuovo su se stesso a grande velocità. Altri fenomeni sono stati dei raggi di vari colori provenienti dal sole e una pioggia di stelline dorate, provenienti da uno squarcio fra le nubi a forma di croce, che si posarono sulla testa di Adelaide.

Nemo 85

IL CASO DI ADELAIDE RONCALLI

Così come altri luoghi Sacri, così come Lourdes, Fatima e Medjugorje ad esempio, anche Ghiaie di Bonate, in provincia di Bergamo, ha il suo caso di visione mistica.

Era il 13 maggio dell’anno 1944, anniversario dell’apparizione di Fatima (avvenuta il 13 maggio del 1917). L’Italia era ancora stretta nella morsa della guerra e la disperazione era tanta. Ma, nonostante tutto, la famiglia Roncalli riusciva a mantenersi serena ed a vivere giorno dopo giorno, grazie anche alla spensieratezza della gioventù che costituiva quella famiglia, soprattutto dei più piccini. Adelaide, Caterina, Vitoria, Maria, Luigi, Palmina Nunziatina, Romanina, fratelli e sorelle, facevano anch’essi parte di questa famiglia.

Quel sabato, loro cugina Nunziata chiese ad Adelaide di andarle a raccogliere dei fiori da porre sul piccolo altare dedicato alla Madonna, sito sul pianerottolo delle scale che portavano al primo piano della loro abitazione. Alla piccola, si unirono altre bimbe e bimbi, tra fratelli e cugini. Dopo un certo pezzo di strada, giunsero vicino ad una siepe dove crescevano sempre bellissimi fiori. Iniziarono a raccoglierli, dividendosi nei dintorni.

La piccola Adelaide, di soli sette anni, voleva raggiungere un fiore di Sambuco posto troppo in alto sulla siepe, non riusciva a raggiungerlo. Rimase a guardarlo sconfortata, quando, oltre quel fiore, nel cielo sopra di lei, vide qualcosa di veramente grandioso. Una luce dorata scese verso di lei e, più s’avvicinava, più riusciva a distinguere meglio di cosa si trattasse. Vide tre ovali dai contorni dorati fermarsi a mezzaria, in direzione del Sambuco, sopra di lei. In questi tre ovali vide la Madonna, Gesù e Giuseppe. Almeno, questa fu poi la sua interpretazione.

Indietreggiò di un passo, presa dalla paura, ma la voce della Madonna, in bergamasco (lingua attraverso cui tutti comunicavano abitualmente in famiglia) la rassicurò, dicendole “Non scappare che sono la Madonna!”. Le disse di essere ubbidiente e rispettosa verso il prossimo e di ritornare in quello stesso posto, a quella stessa ora (le 18.00 circa) per altre 9 sere consecutive. Poi, le disse anche: “Soffrirai molto, ma non piangere perché dopo verrai con me in paradiso (…); in questa valle di veri dolori sarai una piccola martire…”

Di fatto, fino al 31 maggio vi furono 13 apparizioni, di cui le ultime accompagnate anche da fenomeni celesti miracolosi (il Sole, in certi casi, fu visto dalla folla accorsa roteare su se stesso, inoltre, non era accecante come sempre, ma tutti potevano sopportarne la vista senza socchiudere gli occhi). Gli altri bambini e bambine che le stavano attorno, vedendola così imbambolata a fissare il vuoto, si spaventarono. Sua sorella corse a casa a dire alla cugina Nunziata che “l’Adelaide l’era morta in pé!”, ma questa non prese troppo sul serio la cosa, pensando che i bambini stessero giocando. Quando Adelaide raccontò ciò che aveva visto, le vollero credere, accompagnandola nei giorni seguenti.

Presto, la voce si sparse e la situazione precipitò. In tre mesi, giunsero a Ghiaie Bonate circa 3 milioni di fedeli. La gente camminava in modo disordinato, col rischio di schiacciare gli infermi che si erano portati lì, ed ora giacevano per terra, col solo desiderio di ricevere un miracolo dalla Madonna. La piccola Adelaide venne sottoposta ad un grande stress psico-fisico, la stessa Madonna la definì una “martire”. Nei giorni seguenti, venne seguita anche da scettici , religiosi e ricercatori che vollero osservarla da vicino. In un’occasione, le vennero infilati anche degli spilli nelle guance e negli occhi, ma ella non si mosse.

Le accesero un fiammifero sotto il naso, ma ancora niente. La sua trance era reale, almeno così sembrava. La folla continuava ad accalcarsi pericolosamente, di giorno in giorno. Cosicché, il Vescovo ordinò a don Cortesi, parroco della città, di dire alla bambina di riferire a sua volta alla Madonna di “non farsi più vedere”. L’ultimo giorno, la bambina venne accompagnata dalle autorità nel luogo dell’apparizione come accadeva da alcuni giorni (le era oramai diventato impossibile farsi strada da sola in mezzo a quella gente) e si attese l’ultima apparizione della Madonna.

Questa tardò a venire, inoltre, Adelaide venne colta anche da un male che la piegò in due, probabilmente una colica. La gente fremeva, non capiva, intimò la bimba di dar sfogo ai suoi bisogni fisiologici prima che fosse arrivata la Madonna, lì, davanti a tutti. Naturalmente, la bambina non ci riuscì. Capendo che qualcosa, quella volta, stava andando storto, la gente iniziò a borbottare. Si udì qualcuno che diceva “questa volta il Vaticano ha fatto fiasco”, altri invece, vedendo la bambina soffrire pensarono che stesse patendo tutti i mali delle persone presenti, per poi comunicarli alla Madonna.

Sta di fatto che, dopo più di un’ora di attesa, alle 19.50, la bambina saltò improvvisamente in piedi e cadde nuovamente in trance. Poi, dopo quindici minuti seguì qualcosa di invisibile nel cielo sopra di lei, si piegò sulla schiena all’indietro, tanto che sembrava volesse cadere, alcuni fecero per prenderla, ma lei rimase in piedi, si ridestò e a quel punto sembrò le ritornasse tutto il male di poco prima, scoppiò a piangere e s’accasciò per terra

Il commissario di polizia, che l’aveva accompagnata per la sua incolumità, la prese e la alzò mostrandola alla folla. A quel punto, la bambina si fece coraggio e, con ancora gli occhi rossi per il pianto, alzò il rosario e lo mosse a semicerchio sulla gente. Scoppiò un applauso ed iniziò la ritirata. Il commissario di polizia teneva ancora Adelaide in braccio e don Cortesi aiutava facendo scudo col suo corpo. In seguito, la bambina raccontò che in quell’occasione la folla sembrava come impazzita, nella speranza di ricevere un miracolo, allungava le mani verso la piccola, tant’è che nella confusione mani ignote le sfilarono le calze e le graffiarono le piccole gambe. Adelaide ricevette dei messaggi che ancora oggi sono avvolti nel più stretto segreto. Vennero rivelati solo a don Cortesi e, a suo dire, si tratterebbe di profezie. Alcune di esse si sono già avverate, altre ancora no. Chissà poi cosa ci sarà di vero.

Il Vaticano è sempre stato molto cauto in questo genere di cose “soprannaturali”, come si è potuto capire anche dall’atteggiamento del Vescovo, preoccupato più dei disordini civili e politici, piuttosto che del contenuto del messaggio e dell’evento miracoloso. La stessa Chiesa, è molto restia a parlare di “miracolo”. Tuttavia, per via della corrispondenza tra l’apparizione di Ghiaie Bonate e quella di Fatima, avvenute entrambe il 13 maggio, ma a 27 anni di distanza, l’esperienza della piccola Adelaide venne definita l’“epilogo di Fatima”.

Adelaide Roncalli subì, durante tutta la vicenda, qualcosa di molto simile ad un antico processo inquisitorio. Nei giorni delle apparizioni, come abbiamo visto, venne sottoposta a maltrattamenti sia da parte degli scettici, sia da parte della folla accorsa per essere miracolata. Ma le sue avventure non terminarono il 31 maggio. Nei giorni successivi fu tenuta segregata a Bergamo per volere di don Cortesi, il quale, proprio come un moderno inquisitore, sottopose la bambina a dure prove, con l’intento di farla ritrattare. Vi riuscì facendole scrivere sul suo diario con l’inganno: “Non è vero che ho visto la Madonna. Ho detto una bugia, perché non ho visto niente. Non ho avuto il coraggio di dire la verità, ma poi ho detto tutto a don Cortesi. Adesso però sono pentita di tante bugie. Adelaide Roncalli. Bergamo-15 settembre 1945”.

Il don cercò di mettere in testa alla piccola che era peccato l’aver detto al mondo di aver visto la Madonna. Adelaide, sottoposta a forti pressioni, dovette scrivere con la forza quel biglietto. Ma il Vescovo, venuto a conoscenza dei fatti, vietò a don Cortesi di vedere ancora la bambina. Così che, alla fine, fu libera di riconfermare i fatti così com’erano in origine.

Oggi, Adelaide Roncalli ha più di sessant’anni ed ha due figli. Di recente, il 20 febbraio 1989, decise di riconfermare ufficialmente e davanti al notaio la veridicità della sua storia:

“Io sottoscritta Roncalli Adelaide nata a Ghiaie di Bonate Sopra (Bg) il 23 aprile 1937, nel quarantacinquesimo anniversario torno a dichiarare, come già più volte ho fatto in occasioni precedenti, che sono assolutamente convinta di aver avuto le Apparizioni della Madonna a Ghiaie di Bonate dal 13 al 31 Maggio 1944 quando avevo sette anni. Le vicende da me dolorosamente vissute da allora, le offro a Dio ed alla legittima Autorità della Chiesa, alla quale sola appartiene di riconoscere o no quanto in tranquilla coscienza e in sicuro possesso delle mie facoltà mentali ritengo essere verità. In fede Adelaide Roncalli. 20 febbraio 1989.”

GIORGIO PASTORE

Per saperne di più: http://www.madonnadelleghiaie.it

I MISTERI DI CREMONA

SONCINO SOTTERRANEA

Si trova nell’alto cremonese, sul fiume Oglio, a 89 metri sul livello del mare ed a 38 Km da Brescia. Frequentato fin dalla preistoria (età celtica), il centro ha visto la sua maggior fioritura in età medievale e rinascimentale.

Interessante è il patrimonio sotterraneo della città, salvaguardato dal 1995 dall’Associazione Castrum Soncini. Delle molte strutture sotterranee, alcune molto antiche, solo due di età basso medievale sono accessibili ai turisti. La città conserva l’impianto del borgo medievale fortificato. La cerchia delle mura è pressocché intera, ben conservati i sei grandi torrioni. Del 1473 è la Rocca Sforzesca. La cinta di mura è più antica di 13 anni; questa racchiude il centro storico della città.

Da Soncino passarono personaggi eminenti, come il terribile Ezzelino da Romano (ivi morto e sepolto), Leonardo da Vinci e perfino la manzoniana Monaca di Monza. Soncino, così come molte altre città storiche, nasconde molti segreti. Soprattutto, i suoi sotterranei. Qui, infatti, si spiegherebbero chilometri di gallerie, alcune molto antiche. Oltre alle gallerie di Soncino, sono da ricordare quelle di Cagliari, Amelia, Ginosa, Napoli, Narni, Orvieto, etc.

Molte gallerie preistoriche vennero riutilizzate nel medioevo e nel rinascimento come vie di fuga, per nascondersi durante gli assedi e per l’impianto cittadino idrico-fognario.

Giorgio Pastore

I MISTERI DI CREMA

IL PALAZZO DEL DECAPITATO

Difficile immaginare che proprio nel cuore, solitamente rilassato e tranquillo, di una città “a misura d’uomo” come quella di Crema (CR), ci si possa imbattere in un luogo dall’aspetto tanto solenne e signorile, ma così poco rassicurante, come il settecentesco Palazzo Terni-Bondenti, che è situato nella centralissima Via Dante, proprio di fronte all’ex convento di Sant’Agostino.

Intendiamoci bene, si tratta di un palazzo molto bello e di notevole importanza artistica per tutto il territorio cremasco, e per parecchio tempo è stato anche sede di un’ interessante esposizione di arazzi antichi.
Tuttavia, forse perché soffocato da una piazzetta decisamente angusta (e sempre colma di auto in sosta) o forse per via di quelle sue caratteristiche decorazioni barocche (che risultano tanto piacevoli nelle belle giornate di sole quanto lugubri e opprimenti ai pallori invernali o alla fioca luce della sera), fatto sta che, a guardarlo bene, non si sfugge a quella sensazione indefinibile, misto di inquietudine e di tristezza, che le numerose finestre scure tendono a rafforzare.

Sembra, del resto, che questo luogo custodisca, con dignità e discrezione, un mistero secolare, (probabilmente legato a un tragico fatto famigliare dei suoi costruttori o forse a qualche oscuro episodio di storia cremasca) e che proprio ciò ne abbia, da allora e per sempre, segnato il destino e condizionato la nostra percezione.

Secondo la tradizione locale, infatti, sembra che, durante la sua edificazione, un giovane rampollo della nobile famiglia Terni-Bondenti, avventuratosi imprudentemente nell’ala in costruzione, abbia messo un piede in fallo e sia precipitato al suolo morendo sul colpo.

Ciò convinse il padre Niccolò Bondenti, pazzo per il dolore, ad interrompere per sempre i lavori in corso, lasciando così palesemente incompiuta un’intera ala del palazzo. E ciò spiegherebbe il perchè, in effetti, una parte dell’edificio sia incompleta e da sempre visibilmente in rovina.

Ma forse le cose non sono andate esattamente così e la spiegazione per quei muri corrosi dalle intemperie e per quei finestroni vuoti, che si schiudono ai capricci del tempo, è molto più semplice e, in un certo qual modo, “prosaica”: può darsi infatti che l’architetto piacentino Giuseppe Cozzi, in accordo col committente, volesse edificare qualcosa di particolarmente originale e a suo modo “bizzarro” e avesse volutamente messo in atto questa trovata, ispirandosi del resto a ciò che aveva fatto il Bernini per Palazzo Barberini in Roma.

Certo è che l’effetto che ogni volta il Palazzo Terni di Crema (con tutta la sua pregevolezza e magnificenza) trasmette a chi lo osserva, mantiene quel “nonsoché” di malinconico e di lugubre che, da sempre, ne ha contraddistinto il destino e che, certamente, la particolare iconostasi del giardino, con quei grandi oculi vuoti prospicienti alla strada e le statue nivee che svettano verso il cielo, contribuisce a rafforzare.

Logico, quindi, che attorno a questo luogo siano nate leggende e dicerie che col passare del tempo si sono andate consolidando e trasformando in vera e propria credenza popolare, fino a spingersi ad ardite supposizioni, come quella sulla natura alchemica di alcune bizzarre soluzioni architettoniche.

Sta di fatto che, comunque, alberga tra quelle mura qualcosa di strano e di soprannaturale (ed è ulteriormente amplificato da tutti quei grandi arazzi che, insieme ai grandi dipinti sulle pareti, sono una sicura fonte d’inquietudine notturna sia per i nostri sensi che per le nostre percezioni) e in tal senso ci sono numerose testimonianze.

Oltre a tutto il classico repertorio spiritico -strani rumori, gemiti ed urla, sagome e luci misteriose alle finestre-, c’è da segnalare, infatti, l’apparizione spaventosa e ricorrente dello spettro di un uomo senza testa (o meglio con la testa sottobraccio…) che cammina sugli spalti dell’ala incompiuta e si affaccia dalle occhiaie dei finestroni vuoti, terrorizzando i rari passanti notturni.

Il fantasma del “decapitato” è segnalato ormai da secoli ed è entrato di fatto nella tradizione locale cremasca, anche se nessuno riesce a capire se si possa o meno collegare al tragico incidente occorso al figlio del nobile Niccolò Bondenti (va ricordato che secondo altre versioni, il giovane non cadde accidentalmente ma si sarebbe suicidato…) e ciò non spiega comunque il perché di un’apparizione con la testa mozzata.

Dato che la ricorrenza più probabile per poter vedere lo spettro coincide con la mezzanotte di una sera di plenilunio (meglio se nel pieno di una tempesta o di un forte temporale), non è neppure facile osservare se “l’uomo senza testa” indossi abiti settecenteschi o magari più antichi, dettaglio che ci aiuterebbe a capire se l’apparizione sia riconducibile a qualche dimenticato fatto di sangue, magari antecedente all’edificazione del palazzo stesso.

Fino ad oggi non si conoscono danni o ripercussioni nefaste conseguenti al manifestarsi del fantasma, se ne desume quindi che non ci troviamo di fronte ad uno spettro senza testa, sanguinario e vendicativo, come nella leggenda di Sleepy Hollow, ragion per cui, se qualche intraprendente “cacciatore di fantasmi” avesse intenzione di assistere ad una delle sue “soprannaturali” passeggiate notturne, consigliamo prima di armarsi di tanta pazienza e poi di tenersi aggiornati con lunari e bollettini meteorologici…

Giampaolo Saccomano

Fonte:
Dario Spada, Guida ai fantasmi d’Italia, Armenia editore.

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