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PSICOLOGIA E PARAPSICOLOGIA

ISTRUZIONI PER VIVERE MEGLIO

Molte volte è difficile vivere in questo mondo, soprattutto perché sono gli altri che ci rendono questo mondo così complicato. Spetta a noi vivere nel miglior dei modi, superando ogni difficoltà e ostacolo. Molte volte mi è capitato di aiutare persone a superare certi momenti difficili o certi problemi di carattere emotivo e psicologico. Proprio per questo ho deciso di mettere qui per iscritto certi rimedi, utili a persone con problemi simili perché potrebbe non sembrar così, ma sono davvero tante. Sono tante le persone che vivono male, soffrono, rischiano la pazzia, e non hanno la volontà, il tempo, il coraggio di chiedere aiuto. Anche perché molte volte non si sa a chi rivolgersi. Spero che questi scritti possano aiutare altre persone, come già è successo in passato.   SE GLI ALTRI TI ASSILLANO Se gli altri ti assillano con mille discorsi diversi, ascoltali e prendi da loro solo ciò che vuoi. Non tutto il male viene per nuocere ed i consigli delle persone, così come le critiche, devono essere sempre ben accetti. Non puoi comandare loro di azzittirsi, perché è libertà di ognuno di noi poter dire quello che vuole, solamente la loro parola non deve poterti condizionare. Tu sei una persona a te stante ed hai una tua testa, delle tue idee che devi rispettare. Le persone attorno a te possono proporti diverse vie, ma sarai tu a scegliere quella che ti sembra più adatta alla situazione. Anzi, i consigli sono la prova che ci sono persone che ti hanno a cuore e che vorrebbero aiutarti. È la dimostrazione che sei amato/a da loro. Per cui, non sentirti assillato/a solo perché c’è qualcuno che dice cosa devi fare. Come ho già detto, la loro voce è da prendere come un consiglio, non come un comando. Decidi tu per te stesso/a. Cerca di trarre un utile anche dall’inutile. Se sei costretto/a ad ascoltare discorsi inutili, fai finta di sentire, annuisci, di solo “sì” e lascia perdere, ma non dare pareri su ciò che ti hanno detto. Dì solo “non so…”, “può darsi”. Saprai tu che non sei d’accordo. Invece, se t’interessa controbattere, magari per difendere una persona, non avere mai paura di farlo. Insomma, mettiti in gioco solo quando ne vale davvero la pena, perché è inutile assecondare discorsi futili o senza una logica. Ricorda che hai sempre cose più importanti da fare. Se ti trovi in mezzo ad una discussione particolarmente noiosa, dì che hai fretta di andartene, che hai una cosa urgente da fare, come andare in casa per spegnere il gas o perché aspetti una telefonata importante, etc. Purtroppo, è una cattiva abitudine della gente quella di farsi gli affari degli altri e dover per forza interferire, come se volessero sempre mostrarsi come gentili, disponibili, perfetti. In realtà, nella maggior parte dei casi è solo ipocrisia. È un loro modo di sentirsi utili alla società, o di redimere i loro peccati (in una società dove il cristianesimo fa sentire tutti peccatori). Pensano magari, in buona fede, di fare del bene, ma non capiscono che possono spesso ottenere l’effetto opposto. Tale ipocrisia non serve. A volte, le persone si mostrano disponibili solo perché è usanza delle persone civili “rendersi disponibili”, per non sembrare sgarbati, ma una cosa è da ricordare sempre. Ciò che dicono è da prendere così, come dicevo prima, solo come consiglio, possibilità. Nessuno potrà mai veramente sapere quello che tu hai dentro, per cui, l’unica persona che dovrai veramente ascoltare è solo una: te stessa.   “Nosce te ipsum” (CONOSCI TE STESSO) Prima di conoscere gli altri, bisogna conoscere se stessi. Molte volte ci si dimentica di questo particolare e si pretende di poter vivere bene, ma non è così. Chi non conosce se stesso, è incompleto e vive di conseguenza una vita incompleta. Come si fa a conoscere se stessi? È molto semplice. Prima di tutto, è importante guardarsi spesso allo specchio. Può sembrare una sciocchezza o un eccesso di vanità, ma non è così. Abbiamo un volto che è unico e dobbiamo conoscerlo perfettamente per poterlo utilizzare. Spesso, per mancanza di personalità, ci dimentichiamo qual è il nostro volto e agiamo nella vita sentendoci qualcun’altro, magari un attore cinematografico (questa cosa capita molto spesso nei minuti successivi la visione di un film). Ma ciò è sbagliato. Perché voler essere qualcun altro quando siamo già qualcuno? Forse perché vogliamo esserlo, vogliamo essere qualcuno di diverso, che non possiamo (inevitabilmente) essere, qualcuno migliore (a nostro avviso). Ma non c’è persona migliore di noi stessi ed il nostro volto non ha nulla che non va, perché è il nostro ed è unico. Dobbiamo accettarlo ed amarlo. Possiamo migliorarlo se vogliamo, ma non cambiarlo. E quando ci sentiamo qualcun altro, assumiamo le espressioni facciali della persona che vorremmo essere o meglio, pensiamo sia così, ma non lo sarà mai, perché ogni volto ha le sue espressioni caratteristiche e mettere le espressioni di un altro viso sul nostro è uguale a metterci le scarpe di qualcun altro. Non sono le nostre e ci possono andare bene, ma spesso ci vanno larghe o strette. Accade questo quando ci sentiamo un’altra persona: risultiamo strani, perché le espressioni degli altri, sono loro caratteristiche e può essere che non si adattino al nostro viso. Invece, dobbiamo concentrarci su ciò che vediamo nello specchio e studiare il nostro volto, lavorarci sopra. Siamo un entità completa, che non deve invidiare niente a nessuno. Abbiamo tutto quello che hanno gli altri e ci deve bastare. Non deve sussistere nessuna invidia. Non importa se gli altri sono più alti, più magri, più belli (secondo una nostra opinione, perché la bellezza non esiste, è una caratteristica soggettiva). Dobbiamo imparare ad accettare ed amare il nostro corpo, anche perché se ci consideriamo brutti o non come vorremmo essere, rischiamo di diventarlo davvero. Il nostro corpo è lo specchio di ciò che abbiamo dentro. Se ci deprimiamo e ci trascuriamo, il nostro corpo ne risente e può divenire proprio come non vorremmo che diventasse. Invece, una persona che si accetta e si piace, per forza di cose, è una bella persona e piacerà anche agli altri. Una persona felice trasmette felicità, una persona che si sente bella irradia bellezza, così come una persona depressa deprime chi le sta intorno. Impariamo a vivere bene, a volerci bene ed accettare la nostra identità, il nostro corpo ed il nostro essere una persona completa. Il nostro corpo ha sempre bisogno di sentirsi amato. Quanto tempo gli dedichiamo invece? Pensateci un attimo e rispondetevi da soli, ma senza guardarvi: che mani avete? Sono di palmo quadrato o rettangolare? Non sapete rispondere? Forse perché le avete sempre viste e mai osservate. C’è differenza tra i due termini. E quanti nei avete sul petto? Ne avete? Chissà! Sembrano sciocchezze, ma magari conoscete meglio il corpo di un’altra persona che il vostro. Vi sembra normale? Di certo non lo è. E qui, ritorniamo all’inizio: conosci te stesso prima di conoscere gli altri. Dovete prendervi del tempo per stare soli con voi stessi, osservarvi, capirvi, per sentire il vostro respiro. Vi è mai capitato di sentire il vostro respiro? E la vostra voce? Che voce avete? Avete mai provato a parlare a voi stessi davanti ad uno specchio? Non è una cosa da pazzi, se non l’avete mai fatto è ora di provare. Prendetevi dei momenti che siano solo vostri. È ora di imparare a convivere con voi stessi, è ora di ritornare ad essere una persona.   RISPETTA TE STESSO Sei a tavola e stai per cenare con tutta la famiglia. Magari, capita anche di rado. Squilla il telefono, ti alzi, rispondi: è un tuo amico che vuole parlarti. Inizi a dialogare con lui. Finita la telefonata ritorni a tavola e scopri che gli altri non ti hanno aspettato e hanno già finito. D’altronde sei rimasto al telefono un quarto d’ora, venti minuti e non potevi pretendere che il loro piatto si raffreddasse. La festa che ti eri tanto immaginato/a è finita. Rimani così solo davanti al tuo piatto. Qual è la soluzione? Semplice. Devi rispettarti. Ci sono certi momenti della giornata che devono divenire per te sacri. Ad esempio il pranzo e la cena. Devi fare sempre quello che ti fa felice. Se ti andava di parlare col tuo amico più che stare a tavola con la tua famiglia, allora va bene. Ma è una tua scelta. Calcola che con l’amico ci puoi parlare sempre, la famiglia a tavola invece non c’è sempre, almeno nella maggior parte dei casi. Questo è solo un esempio. L’importante è fare le scelte giuste, quelle che ti fanno felice. Può capitare anche il contrario: sei a tavola, squilla il telefono, tuo padre o tua madre si alza da tavola, va a rispondere e rimane lì tanto tempo. La festa è rovinata lo stesso. Ma non deve essere così. I momenti sacri devono essere rispettati, ma l’importante è che siate sempre coscienti che gli altri possono fare ciò che vogliono, ma ciò non dovrà interessarvi; l’importante è che voi troviate la vostra felicità solo dentro voi stessi, affidandovi solo a voi stessi. Perché, nel mondo, incontrerete spesso persone che si comporteranno in un modo che potrà disturbarvi, ma anche persone che agiranno in linea col vostro essere. Il mondo è grande. Non dobbiamo aspettarci che tutti debbano per forza pensarla come noi. L’agire degli altri, non deve scalfirci.   ABBATTERE GLI STEREOTIPI Premetto che, molto spesso, la gente viene sopraffatta da problemi che, in realtà, non esistono. Problemi legati, in questo caso, al proprio aspetto fisico. Dobbiamo imparare a capire una cosa fondamentale: un conto è il corpo, corruttibile, passeggero, e un conto è l’anima, immortale, eterna, rappresentante il nostro vero “io”. Pur sapendo ciò, molto spesso si soffre lo stesso a causa di problemi “materiali”, o meglio, per ciò che sembrano tali. La società odierna impone certi canoni sbagliati. Ogni giorno si vedono in televisione belle ragazze (all’apparenza perfette) che ti dicono: “butta via il grasso di troppo, diventa come me”, “via alla cellulite!”, “diventa come me…”; ma tutto ciò è sbagliato. Perché noi non dovremmo mai seguire la moda, divenendo uguali a tutti gli altri. Se si andrà avanti così, un giorno si avrà un mondo di persone tutte simili. E il nostro “io”? Dove lo mettiamo? Come si suol dire, il mondo è bello proprio perché è vario. Non dobbiamo cercare di essere uguali ad un’altra persona, perché noi stessi siamo perfetti così come siamo, e per questo dobbiamo imparare ad apprezzarci e conoscerci meglio. Accettarci. D’altronde, nessuno può giudicare il suo corpo in modo obiettivo, perché ognuno lo vede deformato, e se uno ha un difetto, anche se lavora per farselo passare, spendendo ore ed ore di tempo, e milioni di Euro, questo difetto lo vedrà sempre, perché esso sta nella propria testa e solo qui. Da qui, ad esempio, certe malattie più che altro psicologiche, come l’anoressia, in cui ad esempio, anche se una persona si vede grassa e dimagrisce fino ai limiti umani, si vedrà sempre grassa. Ci sono persone che, pur pesando 40 kg, si vedono grasse ed invidiano altre persone magre, anche se, in realtà, sono più grasse di loro. Un anoressico infatti guarisce solo quando si convince di voler guarire, quando si rende conto da sé che effettivamente è troppo magro, che qualcosa non va bene. Ecco perché, di solito, la guarigione inizia quando si è toccato il limite massimo raggiungibile, quando cioè si incomincia a svenire e ad avere conseguenze a livello fisico (perdita capelli, perdita del mestruo, o quando si incomincia a vedere nascere intorno a sé l’angoscia, nei propri cari… etc.). Ma perché si deve arrivare a tanto? Cos’è che ci porta a questi livelli? Proprio i canoni di bellezza che ci impongono i mass media e la società. Canoni, come dicevo prima, sbagliati, in quanto la bellezza è soggettiva. Se si cominciasse a vedere una persona bella per come è, e non perché è magra, si abbatterebbe lo stereotipo della magrezza. È inutile desiderare di essere un’altra persona oContinue reading

FANTASMI, PARANORMALE, SOPRANNATURALE

VITA, MORTE E REINCARNAZIONE

COSA C’È DOPO LA MORTE? Fin dall’antichità l’uomo si è posto la domanda di cosa ci sia dopo la morte. C’è il nulla, come sostenevano gli Epicurei? Marx esalta Epicureo come «il più grande illuminista greco», sottolineando il suo tentativo di liberare l’uomo dalla servitù degli dei. Epicureo riprende il materialismo atomista di Democrito. Tutto è composto di elementi indivisibili (gli atomi), eterni. Secondo lui, la vera conoscenza ci libera dalle nostre paure, in special modo da quella della morte: “finché ci siamo noi essa non è, quando è lei noi non ci siamo più”. Per cui, secondo gli Epicurei, la morte non deve preoccupare l’uomo, perché quando si muore non si è più nulla, quindi non si hanno più né paure, né preoccupazioni di alcun tipo. Tuttavia, altri hanno sentito il bisogno di credere in qualcosa dopo la morte. Questa ci spaventa, proprio perché ci è oscura. E immaginarsi cosa ci potrebbe essere dopo ci aiuta, in un certo senso, anche ad affrontarla più sereni. Per questo, ma anche per volontà di conoscenza, si sono scritti centinaia di libri su cosa ci può essere dopo la morte. Esistono anche varie testimonianze di quei pochi che sono “ritornati indietro”. Infatti, in certi casi, è capitato che persone morissero per qualche attimo e poi venissero riportate in vita dai medici, oppure abbiamo casi di persone che si risvegliano da un coma e raccontano storie molto suggestive. Queste, nella maggior parte dei casi, ci hanno raccontato di una sorta di “vita oltre la morte”, di un mondo parallelo al nostro, dove è possibile rincontrare i nostri cari defunti e vivere senza problemi in mezzo a loro. Ogni popolo e cultura ha il suo “paradiso” (e il suo “inferno”). Nell’antico Egitto, ogni persona si pensava fosse composta da cinque elementi diversi: l’ombra, l’ankh, il ba, il ka e nome. * L’ombra non altri che l’involucro materiale dell’ “anima” del defunto e veniva identificata con il cadavere; * l’ankh è la “chiave della vita”, cioè la chiave che metaforicamente consente al defunto l’accesso nell’aldilà; * il ba è la personalità del defunto, l’essenza posseduta in vita e a cui è permesso visitare la terra. Infatti è raffigurato come un falco dalla testa umana; * poi, c’era il ka. Gli Egizi pensavano che il ka fosse creato contemporaneamente al corpo di cui era un doppione; * il nome permetteva, se rievocato, al defunto di sopravvivere in eterno (nei ricordi delle persone). Senza il nome l’essere non può esistere. Per questo, in certi casi, quando qualcuno subiva la “damnatio memorie” di quei tempi, si usava cancellarne il nome dai vari monumenti che lo ricordavano. Il rito funebre è composto da varie fasi che vengono eseguite dai sacerdoti che seguono le indicazioni scritte nel Libro dei Morti. Una sorta di cartina per potersi orientare nell’aldilà egizio. Il corpo del defunto seguiva una via, l’anima un’altra: il corpo veniva mummificato dai sacerdoti, in tal modo si otteneva il mantenimento della forma fisica del morto, così come l’aveva avuta in vita. Si iniziava con l’asportare il cervello con dei ferri attraverso le narici, poi si procedeva con lo “svuotare” l’addome e i quattro organi più importanti (fegato, polmoni, stomaco e intestino) venivano deposti nei vasi canopi. Poi, il corpo veniva trattato con il nitron, e veniva riempito di aromi e sostanze che ne garantivano la conservazione. L’anima del defunto invece doveva essere giudicata da un tribunale divino. Ritroviamo tale scena (detta psicostasìa) numerose volte sui papiri egizi. Essa si ritrovava di fronte ad una bilancia, su cui piatti venivano posti, una piuma (simbolo di Maat, la dea della verità) e il cuore del defunto, che se era puro, pesava quanto la piuma. In caso contrario, il defunto non poteva accedere all’aldilà e non gli era concesso di congiungersi con Ra, così veniva dannato e divorato dalla “Divoratrice”, un essere metà coccodrillo, metà ippopotamo. Invece, nei miti scandinavi, troviamo il Walhalla, una stanza fantastica dell’Asgard, dalle pareti d’oro e bronzo, attraverso cui si giungeva passando cinquecentoquaranta porte dorate. Era il luogo in cui si ritrovavano gli eroi morti in battaglia, portati lì dalle Valkirie, dopo essere stati giudicati dal dio Wotan (Odino). Gli eroi defunti, detti anche Einherii, passano il tempo banchettando e allenandosi in visione della battaglia finale, che avverrà nel giorno del Crepuscolo degli dei. Sia i Greci che i Romani credevano fermamente che l’anima del defunto sopravvivesse e che vegliasse su di loro aiutandoli nei momenti di bisogno. In questo modo veneravano i loro defunti considerandoli come divinità protettrici delle loro case. Essi potevano essere consultati da chiunque, attraverso la divinazione, ovvero l’interpretazione dei “segni” che di volta in volta potevano manifestarsi. I romani avevano ripreso buona parte della mitologia greca, così come la tradizione che dovesse esistere un paradiso ed un inferno. Il regno degli inferi veniva collocato a seconda, nelle terre dei Cimmeri, in Campania presso il lago di Averno, in Sicilia, o in Arcadia. Di esso facevano parte i Campi Elisi (di cui parlò Virgilio), dimora ultraterrena degli eletti. Agli empi invece era riservato il Tartaro quale luogo di pena. L’Elisio viene localizzato da Omero all’estremità del mondo, e da Esiodo, col nome di Isole dei Beati (Avalon? Atlantide?), presso le correnti dell’oceano. Gli induisti invece credono nella reincarnazione, ovvero nella trasmigrazione dell’anima da un corpo ad un altro nel momento della morte (o da lì a poco). Un uomo può reincarnarsi in un altro uomo, in una donna, ma anche in un qualche animale. Nelle sue vite precedenti Buddha era stato ad esempio una tartaruga, una scimmia, un elefante e una lepre. A queste bestie, perciò, viene portato rispetto, ma anche a tutte le altre che pure, per successive reincarnazioni, possono raggiungere il “Nirvana”. Il Nirvana è il “paradiso” degli induisti. Rappresenta la pace dei sensi, la pace assoluta che l’anima del defunto può trovare alla fine del suo ciclo di reincarnazioni. La chiave di tutto è il Karma. Ognuno di noi ha il suo Karma, cioè lo scopo finale che si dovrà raggiungere passando attraverso diverse reincarnazioni, diverse vite in cui la persona troverà sempre più la perfezione e la pace, avvicinandosi sempre più alla sua meta. Il Karma è una legge di causa-effetto, ad ogni azione corrisponde una reazione. Per cui è un percorso soggettivo e non è fatto solo di conquiste, ma anche di retrocessioni (in seguito ad errori commessi durante la propria vita). Così, la vita attuale di ognuno di noi è il risultato delle esperienze e delle azioni accumulate in tutte le vite precedenti, e ciò che faremo in questa vita, ci servirà nella prossima. I Musulmani, così come gli Ebrei e i Cristiani, credono che la vita presente sia solo “una prova” in attesa della vita dopo la morte, che sarà “la vera vita”. La vita terrena è una sorta di preparazione e di processo in visione della vera vita ultraterrena. I punti fondamentali della fede comprendono: il Giorno del Giudizio, la Resurrezione, il Paradiso e l’Inferno. Quando un Musulmano muore, viene lavato, di solito da un familiare, avvolto in un lenzuolo candido e sepolto con una semplice preghiera, di preferenza lo stesso giorno del decesso. Durante tale cerimonia la brevità della vita del defunto viene ricordata e celebrata. Secondo il Profeta sono tre le cose che aiutano il defunto anche dopo la morte: la carità che ha svolto durante il suo “passaggio” sulla terra, la conoscenza che ha trasmesso e le preghiere a lui rivolte da parte di un figlio giusto. Giorgio Pastore   REINCARNAZIONE Chi eravamo nelle nostre vite passate? Gli induisti, ma non soltanto loro, credono nella reincarnazione, ovvero nella trasmigrazione dell’anima da un corpo ad un altro nel momento della morte (o da lì a poco). Un uomo può reincarnarsi in un altro uomo, in una donna, ma anche in un qualche animale. Nelle sue vite precedenti Buddha era stato ad esempio una tartaruga, una scimmia, un elefante e una lepre. A queste bestie, perciò, viene portato rispetto, ma anche a tutte le altre che pure, per successive reincarnazioni, possono raggiungere il “Nirvana”. Il Nirvana è il “paradiso” degli induisti. Rappresenta la pace dei sensi, la pace assoluta che l’anima del defunto può trovare alla fine del suo ciclo di reincarnazioni. La chiave di tutto è il Karma. Ognuno di noi ha il suo Karma, cioè lo scopo finale che si dovrà raggiungere passando attraverso diverse reincarnazioni, diverse vite in cui la persona troverà sempre più la perfezione e la pace, avvicinandosi sempre più alla sua meta. Il Karma è una legge di causa-effetto, ad ogni azione corrisponde una reazione. Per cui è un percorso soggettivo e non è fatto solo di conquiste, ma anche di retrocessioni (in seguito ad errori commessi durante la propria vita). Così, la vita attuale di ognuno di noi è il risultato delle esperienze e delle azioni accumulate in tutte le vite precedenti, e ciò che faremo in questa vita, ci servirà nella prossima. Anche i primi cristiani credevano in una sorta di reincarnazione. Il cristianesimo nacque in un periodo storico in cui una parte del mondo greco-romano aveva accettato, sulla scia dell’orfismo, del pitagorismo e soprattutto del platonismo, una dottrina secondo cui le anime sono soggette a successive reincarnazioni (metempsicosi = passaggio delle anime). Col tempo, la Chiesa ha definito meglio il dogma secondo cui i cristiani, in base alle azioni che compiono in vita, devono raggiungere il Paradiso oppure l’Inferno. Nel Purgatorio invece sostano coloro di cui il giudizio è incerto, in attesa del verdetto finale. “La reincarnazione non è un fenomeno a sé stante, non avviene da solo, indipendentemente. Utilizzando una metafora, forse riuscirò a spiegare meglio il concetto. Provate ad immaginare che la reincarnazione sia simile a uno specchio: ecco, può avvenire soltanto se c’è qualcosa che si riflette nello specchio stesso. Lo specchio da solo non ha nessuna utilità. L’immagine che vediamo nello specchio è certamente il riflesso di qualcosa che si trova altrove (…) A questo punto, proviamo a sostituire lo specchio con qualcos’altro. Al posto dello specchio, poniamo le persone che desiderano e che hanno bisogno di questa reincarnazione. La reincarnazione è la conseguenza diretta dei desideri, del karma e del contesto sociale delle persone fra le quali la reincarnazione si manifesta. Per semplificare, possiamo tranquillamente dire che il karma e la reincarnazione sono strettamente collegati fra loro. Non possono manifestarsi da soli (…) Il Dalai Lama non è importante soltanto perché è una reincarnazione di una serie di precedenti Dalai Lama. Prima di lui, ce ne sono stati altri tredici, alcuni dei quali anche molto famosi e popolari in Tibet. Il Dalai Lama ha sue proprie eccelse qualità. Egli è un esempio incomparabile d’intelligenza e di compassione (…) [Ven. Gedun Tharchin, Geshe Lharampa]. Esistono casi evidenti di reincarnazione. Ad esempio, celebre è il caso di quel bambino di cinque anni che portato dai genitori tra le vie di una città a lui straniera e che vedeva per la prima volta, ad un certo punto, iniziò a “ricordare” di essere già stato lì precedentemente, corse via, i genitori lo inseguirono, finché il bambino non si fermò di fronte alla porta di una casa dicendo: “io abito qui”. Naturalmente non era così, tuttavia, visto l’insistenza del bambino, che non voleva più andarsene via da quel posto, i genitori furono costretti a bussare alla porta. I proprietari della casa si dimostrarono ospitali e lasciarono che il bambino andasse per la casa in giro per le stanze. Il fatto strano fu che sembrava proprio averla già vista quella casa, sapeva bene dov’era la camera da letto, il bagno, la cucina e… quando entrò in un’altra buia stanza disse: “questa è la mia stanza”, “questi sono i miei giocattoli”. Le persone che vivevano lì confermarono di aver avuto un bambino, che era morto guarda caso poco più di cinque anni prima. Allora chiesero al bambino come si chiamasse, e lui rispose con un nome che non era il suo. Era il nome del bambino defunto, che un tempo aveva davvero abitato lì. E lui non avrebbe dovuto saperlo.Continue reading