TERAPIA GENETICA
UNA SOLUZIONE POSSIBILE?

Vivere di più è possibile? Cosa determina la nostra vita e la nostra morte? Nel libro del dottor Barbetta dal titolo “Rennes le Chateau – la porta dei misteri” viene fatta una prima e importante affermazione per rispondere a queste due fondamentali domande: “la scienza moderna ha scoperto soltanto da pochi anni il meccanismo alla base dell’invecchiamento del DNA delle cellule nucleari. Si tratterebbe di una riduzione nell’attività di un enzima chiamato Telomerasi, che non riesce più a riparare le parti terminali dei telomeri dei cromosomi, che cosi iniziano a “sfilacciarsi” alle estremità e, perciò, ad invecchiare. Soltanto in un lontano futuro si può pensare di riuscire a reintegrare questa specifica attività enzimatica”.

Oltre a tale informazione anche Alan F. Alfrord nel suo libro “Il Mistero della Genesi delle Antiche Civiltà” ci svela un altro dettaglio importante. Egli accenna a come gli scienziati della Gerom Corporation, convinti che i telomeri siano gli orologi che determinano la vita nelle cellule, ipotizzino di poter influire sulla “lunghezza del telomero”. In questo modo si potrebbero evitare errori di copiatura genetica e restituire la giovinezza a cellule già senescenti. Come sarebbe possibile tutto ciò? La soluzione risiede in una nuova tecnologia: la terapia genica.

Prima di approfondire la questione ecco una breve introduzione a questa terapia innovativa:

“La terapia genica è una scienza giovane: il primo tentativo fu effettuato negli Stati Uniti da Michael Blaese nel 1990 su una bambina affetta da SCID, una grave immunodeficienza ereditaria. Da allora, nonostante gli indubbi progressi raggiunti, sono ancora pochissimi i tentativi di terapia genica per i quali si possa parlare di un successo dal punto di vista clinico. Il successo della terapia genica rimane una prospettiva per il prossimo futuro. Ad oggi, le numerose ricerche condotte in tutto il mondo hanno soprattutto lo scopo di migliorare le conoscenze biologiche di base e le metodiche di terapia genica perché possa finalmente diventare uno strumento efficace nelle mani dei medici. Nel 1989 è stata approvata la prima sperimentazione sull’uomo di un protocollo di terapia genica. Da allora, di più di mille protocolli sono stati approvati in tutto il mondo; di questi alcuni si sono conclusi, altri sono in corso”.

Per terapia genica (a cui ci si riferisce comunemente anche con il termine inglese di Gene Therapy) si intende l'inserzione di materiale genetico (DNA) all'interno delle cellule al fine di poter curare delle patologie. Questa procedura di inserzione è nota come transfezione. La sua concezione si sviluppò a seguito del grande progresso delle metodiche di biologia molecolare sviluppatesi dagli anni '80. Tali tecniche consentirono il clonaggio ed il sequenziamento di vari geni. Ciò comportò la precisa identificazione di molte alterazioni geniche in diverse patologie e la capacità, grazie alle tecniche del DNA ricombinante, di modificare microorganismi (come batteri o funghi) per poter far loro esprimere delle molecole d'interesse. Il passo successivo consistette nella valutazione della possibilità di trasfettare le cellule somatiche di un individuo avente una malattia genetica con un segmento di DNA contenente l'allele sano. Questo approccio si è successivamente esteso anche alle patologie non mendeliane come tumori, infezione da HIV ed altre patologie in cui non si va a sostituire un gene difettoso ma se ne aggiunge uno che possa mettere in moto un fenomeno terapeuticamente utile.

Nonostante la grande scoperta ci sono molti dettagli da chiarire in quanto vi sono numerosi problemi irrisolti con i quali si trovano a combattere gli scienziati. Essi riguardano:

La sicurezza della procedura: Questo è un problema particolarmente evidente per i vettori virali. Alcuni di questi derivano infatti da virus pericolosi, come l’HIV. È quindi necessario che prima dell’utilizzo questi vettori siano privati della virulenza originaria del virus e mantengano invece inalterata la capacità di infettare le cellule bersaglio. L’efficienza di trasferimento: Negli studi sulla terapia genica, la maggior parte degli sforzi si concentra oggi sulla ricerca di vettori in grado di trasferire il DNA in modo efficiente e di inserirlo stabilmente nelle cellule.

La selettività del bersaglio: In questi ultimi anni sono stati messi a punto una varietà di vettori, alcuni dei quali in grado di fare esprimere il gene estraneo in uno specifico tipo cellulare (come i globuli bianchi, le cellule del muscolo, delle vie respiratorie ecc…).

La durata dell’espressione del gene trasferito: La terapia genica risulta praticamente inutile se l’espressione del gene "estraneo" non viene mantenuta per un tempo sufficiente. Le ricerche mirano a sviluppare sistemi che permettono un espressione duratura, in modo da sottoporre il paziente ad un unico trattamento, o al limite a trattamenti ripetuti a distanza di qualche anno.

La reazione immunitaria: Come ogni altra sostanza estranea, il prodotto del gene nuovo, il gene stesso e soprattutto il vettore possono scatenare una risposta immunitaria da parte dell’organismo ospite. Questa può portare all’eliminazione delle cellule modificate geneticamente, o all’inattivazione della proteina prodotta dal nuovo gene, annullando quindi tutti gli effetti della terapia. Nello sviluppo delle nuove strategie di terapia genica si cerca di evitare per quanto possibile che il vettore o il gene estraneo producano una reazione immunitaria.

Al di là di questi problemi che dovranno essere risolti per garantire un corretto funzionamento della terapia sull’uomo vi sono stati dei progressi nel regno animale.

A Roma grazie alla terapia genica due scimmie-scoiattolo, Dalton e Sam, sono tornate a vedere i colori A curare il daltonismo genetico dei due animali sono stati scienziati dell'University of Washington e dell'University of Florida. Illustrando su Nature i risultati ottenuti sugli animali, i ricercatori sottolineano che questo studio apre la strada alla terapia genica dei disordini della vista che coinvolgono i coni, cellule della retina responsabili della visione a colori.

Per quanto riguarda l’uomo: «Abbiamo aggiunto la sensibilità al rosso alle cellule cono di due animali nati con una malattia che è esattamente uguale alla cecità ai colori nell'uomo», spiega William Hauswirth, uno degli autori dello studio. Benchè il daltonismo alteri la vita solo moderatamente a chi ne soffre, «abbiamo mostrato - prosegue lo scienziato dell'ateneo della Florida - che possiamo curare una malattia dei coni in un primate, e possiamo farlo in modo molto sicuro. Questo è estremamente incoraggiante per lo sviluppo di terapie per le numerose malattie dei coni nell'uomo», che compromettono la vista di milioni di persone. Anche perchè, da solo, il daltonismo accomuna 3,5 milioni di americani, oltre 12 milioni di indiani e 16 milioni di cinesi. Persone che non distinguono rosso e verde, e rischiano di incappare in notevoli problemi quando sono alle prese con il traffico e i semafori. Il risultato arriva 10 anni dopo che Jay Neitz e sua moglie Maureen, due oftalmologi dell'University of Washington, hanno iniziato ad addestrare le due scimmie scoiattolo (una delle quali chiamata Dalton onore di John Dalton, il chimico inglese che nel 1798 pubblicò il primo studio scientifico sulla particolare condizione clinica), sottoponendole a test per perfezionare un sistema attraverso il quale gli animali potessero comunicare i colori che vedevano, test simili a quelli che fanno i bimbi in tutto il mondo per permettere ai medici di capire se hanno problemi di vista, sensibilità ai colori o daltonismo, anche se per le scimmie questi esami erano stati facilitati attraverso l'uso di pc e golose ricompense. Parallelamente, in Florida il team di Hauswirth cercava di mettere a punto una tecnica di trasferimento genico, impiegando virus adeno-associati innocui, per inserire il gene sano in un soggetto e consentire la produzione della proteina desiderata. I due team si sono incontrati e la sperimentazione è partita. I ricercatori volevano produrre una particolare forma di opsina nella retina delle scimmie, una proteina senza colore che produce pigmenti sensibili a rosso e verde. «Abbiamo usato Dna umano», così si ridurranno i tempi necessari per avviare i trial sull'uomo, spiegano i ricercatori. Dopo cinque settimane dalla cura, le scimmiette hanno iniziato ad acquisire la visione dei colori. «Ma in realtà nelle prime 20 settimane non è accaduto nulla, anche se vedevano che il sistema iniziava a funzionare. Poi - dice Neitz - gli animali hanno risposto, senza incertezze, alla vista di colori che prima risultavano loro invisibili».

È servito più di un anno e mezzo per testare l'abilità di Dalton e Sam, rivelatisi in grado di distinguere tra 16 gradazioni. «Abbiamo avuto con noi le scimmiette per 10 anni, sono come i nostri bambini - confessa Neitz - Questa è una specie docile e amichevole, e penso sia utile continuare a seguire i loro progressi». Ormai gli animali distinguono i colori da due anni. Il trattamento potrebbe essere utile anche alle persone con acromatopsia, un raro difetto ereditario della vista, presente fin dalla nascita e non degenerativo, che si manifesta con cecità totale ai colori, estrema sensibilità alla luce e bassissima acuità visiva. «Potrebbero essere obiettivo di un trattamento quasi uguale» a quello che ha permesso a Dalton e Sam di vedere il mondo a colori, conclude Hauswirth.

Come potete quindi vedere sin dagli anni novanta la scienza tenta di dare vita ad uno dei progetti più importanti nella storia dell’umanità e se ci saranno sviluppi potremmo veramente porre fine all’esistenza di malattie ritenute fino ad oggi incurabili.

David Lombardi

Fonti:
Rennes le Chateau Porta dei misteri – Massimo Barbetta
Il Mistero della Genesi delle Antiche Civiltà – Alan F. Alford
http://it.wikipedia.org/wiki/Terapia_genica
http://www.parcogeneticasalute.it/risorse/glossario/terapia-genica.jsp
http://www.corriere.it/scienze_e_tecnologie/09_settembre_16/terapia_genica_daltonismo_animali_1d1af0ba-a2e0-11de-a7b6-00144f02aabc.shtml

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