IL TARANTISMO

        A San Paolo patrono di Galatina (una cittadina salentina), è legata una tradizione molto particolare ed unica nel suo genere: il fenomeno del Tarantismo; “malattia" causata dal morso della Taranta o Tarantola; che è un ragno velenoso dal cui morso è tratto il termine "pizzica", che è la nostra musica per eccellenza. La leggenda del culto di Paolo a Galatina, tappa di uno dei suoi lunghi viaggi di evangelizzazione, è legata al miracolo dell’acqua e della puntura velenosa delle Tarantole. Si racconta infatti che, giunto a Galatina, fu ospitato da un pio galatinese nella propria casa, poi chiamata “Casa di San Paolo”. L’apostolo, riconoscente per l’ospitalità ricevuta, dette all’uomo ed ai suoi discendenti la facoltà di guarire coloro i quali fossero stati morsicati da animali velenosi: sarebbe stato sufficiente tracciare il segno della croce sulla ferita e far bere l’acqua del pozzo che si trovava nella casa. Inoltre, concesse agli abitanti di Galatina l’immunità dal veleno dei serpenti e di ogni altro animale dal morso nocivo.

I ragni che possono produrre effetti tossici sugli uomini, quaggiù da noi, sono due: la lycosa tarentula; rapida e aggressiva, il cui veleno agisce localmente e procura reazioni molto appariscenti; e il latrodectus tridecim guttatus; più lento e statico, che vive nascosto e attende che la preda si impigli nella tela: il suo morso può causare effetti generali molto gravi e dolorosi, fino ad un irrigidimento del corpo, della durata di alcuni giorni.

Le "tarantate", (erano quasi esclusivamente le donne ad essere interessate da questo fenomeno)  poco tempo dopo esser state morse da uno di questi ragni, cadevano in uno stato di depressione e inerzia, dal cui torpore si destavano solo al suono di una musica segnata dal ritmo del tamburello leccese (che viene  suonato con una tecnica particolare, dando il ritmo di base, con la percussione, e un caos ordinato, con i sonagli), che le costringeva ad eseguire una danza frenetica ed ossessiva al centro della "Ronda" (un cerchio di musicisti, al quale veniva attribuito il magico potere di far guarire da qualsiasi male coloro i quali ballavano al suo interno). Per liberarsi dal veleno e guarire dal morso, occorreva mimare la danza della taranta secondo un ciclo coreutico - musicale ben definito, identificarsi con essa e costringerla a danzare fino a stancarla e a farla morire. Si eseguiva quindi quello che è considerato un esorcismo in piena regola; esistevano proprio dei gruppi di musicisti, detti “orchestrine terapeutiche”, il cui compito era di suonare la “pizzica tarantata” musica mediante la quale le tarantate si destavano dal loro torpore. Provvisti di tamburelli, violini e flauti, i musicanti giravano per le masserie a guarire le vittime dalla possessione del ragno. Queste, sotto l’effetto venefico del morso della taranta, facevano cose a dir poco sconcertanti: si infilavano tra i pioli delle scale, passavano da sotto le sedie, si arrampicavano sui muri, si contorcevano in posizioni incredibili, persino la loro voce cambiava. I musicisti iniziavano allora a praticare l’esorcismo: cominciavano a dar voce agli strumenti, ed al suono cadenzato del tamburo, la tarantata iniziava a muoversi ed a ballare freneticamente. È opinione comune che la tarantata assuma il carattere dell’animale che l’ha morsa: “Vi sono così tarante ballerine e canterine, sensibili alla musica, al canto e alla danza; e vi sono anche tarante tristi e mute che richiedono nenie funebri ed altri canti melanconici; vi sono poi tarante tempestose che inducono le loro vittime a fare sterminio, o libertine che stimolano a mimare comportamenti lascivi; ed infine tarante dormienti, resistenti a qualunque trattamento musicale. Il simbolo della taranta presta figura all’informe, ritmo e melodia al silenzio minaccioso, colore all’incolore, in una assidua ricerca di passioni articolate e distinte, lì dove si alternano l’agitazione senza orizzonte e la depressione che isola e chiude” (Cfr. E. De Martino, La terra del rimorso, 1959). Spettava ai musicisti comprendere quale trattamento richiedeva la tarantata in questione. Essi si trovavano spesso a dover fronteggiare possessioni quasi demoniache, (le cui vittime erano aggressive e isteriche) e dovevano faticare non poco per portare a termine il rituale: l’esorcismo poteva durare diverse ore! Non a caso, uno dei segnali distintivi di un suonatore terapeutico di tamburo erano le macchie di sangue sul suo strumento musicale: suonando freneticamente ed ininterrottamente per ore, si procuravano grandi ferite sulle mani; queste macchie erano considerate l’orgoglio dei tamburellisti, perché stavano a significare che erano riusciti, tramite la loro musica e la loro arte, a liberare una donna dalla malefica possessione del ragno.  La pizzicata, quindi, si identificava col ragno stesso, e ballava fino a quando non stramazzava al suolo, sfinita. Ed inoltre, le tarantate erano molto sensibili anche ai colori: talvolta aggredivano persone che indossavano un capo della tinta che le eccitava, che poi è il medesimo colore del ragno che le aveva morse. Riuscire ad identificare il colore odiato dalla tarantata era un modo per aiutarla a guarire, per questo motivo nel rito venivano usate delle strisce di stoffa colorate, dette nzacareddhre, agitate intorno alla tarantata dai suoi parenti; una volta scoperto il colore non sopportato, il nastro corrispondente era stracciato e gettato via, e si credeva così di uccidere il ragno. Le altre stoffe colorate erano legate ai tamburelli suonati durante il rituale. In questo modo la vittima, esorcizzata dalla musica, si liberava per un po’ della malattia, ma sintomi quali follia, irrigidimento del corpo e isterismo si rimanifestavano immancabilmente all’inizio della primavera. La vera guarigione poteva avvenire solo durante la messa – esorcismo del 29 giugno a Galatina, presso la chiesetta di San Paolo: decine di tamburelli ornati di nzacareddhre (strisce di stoffa colorata) scandivano il rito; al suono di essi le tarantate ballavano convulsamente, rotolandosi e contorcendosi per terra. Secondo la tradizione, agli ammalati si doveva far bere l’acqua miracolosa (la fonte è stata murata nel 1959 per ragioni igieniche) fino a quando non vomitavano nel pozzo; sul fondo comparivano allora dei serpenti che tentavano di ghermire il tarantato; se gli riusciva di chiudere il coperchio del pozzo poteva considerarsi, finalmente, guarito del tutto. I parenti nel frattempo pregavano recitando le formule di rito, come ad esempio: “Oremus ut fideliter qui Galatinae sumpserit tuam aquam sit innoxius morsi phalangi et viperae” (Preghiamo perché chi con fede a Galatina beve la tua acqua non riceva danno dal morso della tarantola e della vipera). La Chiesa di San Paolo, edificata nei pressi del pozzo miracoloso, divenne così meta di pellegrinaggi da parte di tutti coloro, soprattutto donne, che venivano morsi durante il lavoro nei campi da ragni e serpenti velenosi.

Certo, non è affatto verosimile che dei serpenti compaiano sul fondo di un pozzo per ghermire l’ammalato, ma ci sono tantissimi racconti di tarantate che descrivono visioni a dir poco sconcertanti. Alcune giurano di aver visto San Paolo durante la loro trance, e di essere guarite solo per merito di una grazia concessa loro direttamente dal santo.

Il rito del tarantsimo è un rito antichissimo, che da secoli attira la curiosità di medici, antropologi e psicologi. Troviamo un accenno nel Sertum di Guglielmo Marra da Padova del 1362, che riporta la tradizione popolare per a quale la tarantola mordendo le sue vittime produce un canto. E il tarantato tare indiscusso giovamento dall’ascoltare una melodia concorde con quella della tarantola. Poco dopo, a metà del ‘400, Johannes Tinctoris, uno dei maggiori teorici della musica, interessandosi alle possibili funzioni della musica individua, fra le tante, quella di “risanare gli ammalati” . Anche l’alchimista e filosofo tedesco H. Cornelius Agrippa nel De Occulta Philosophia (1533) al capitolo XXXIV in cui tratta “Dell’armonia musicale, delle sue forze e del suo potere” dimostra di conoscere il fenomeno del Tarantismo: “Si trova anche scritto che coloro i quali siano stati morsicati dalla tarantola in Puglia cadano in sopore, dal quale vengono tratti mercé determinati suoni che li spingono a ballare in cadenza”. “Genuit hic natura arachenum animal nocentissimum…”  " La natura ha generato (nel Salento) un animale dannosissimo, un ragno, il cui veleno viene espulso al suono di flauti e tamburi”; così scrive nel 1513 il medico umanista Antonio De Ferrariis in una sua epistola.

Scientificamente parlando, il veleno scaturito dal morso di questo ragno, entrato in circolazione, provoca stati di forte agitazione psico-motoria seguiti da violente emicranie e rigidità muscolare che dà vita ad attacchi epilettici.

Questo rito è stato molto studiato; il migliore e più dettagliato studio rimane quello compiuto da E. De Martino nel 1959. Con uno psicologo, un etnomusicologo, uno psichiatra ed un sociologo, egli analizzò il fenomeno del tarantismo da un punto di vista storico, culturale e religioso. In quest’opera (una lettura che vi consiglio vivamente) De Martino definì il tarantismo un “male culturale”, cogliendo nei momenti della terapia il ricorso ad uno schema tramandato nelle comunità, escludendo reali fenomeni di aracnidismo, peraltro rarissimi. Secondo lo studioso, il tarantismo è (forse) una specie di isteria, un “male sociale”, legata alle precarie condizioni socio – economiche di vita dei contadini del passato; il morso del ragno altro non è se non il simbolo di tutto ciò che costituisce trauma o frustrazione psichica, economica, sociale o sessuale.  Non a caso ad essere "pizzicate" erano per lo più le donne, emarginate tra gli emarginati, che durante l'estasi o il tormento del veleno, si potevano permettere di tutto, anche di mimare amplessi in pubblico. Per una donna, la taranta era spesso l’unica via d’uscita da uno stato nevrotico e sociale o da forme di depressione individuale e l’unico modo per essere integrate nella comunità. Secondo De Martino, quindi, la "tarantata" non è stata morsa da nessun animale.

Ma in realtà, né la scienza né studi di questo tipo hanno mai saputo fornire una risposta concreta al problema, non riuscendo a spiegare né le cause né le origini del Trantismo; ed inoltre esistono tantissime  testimonianze delle "tarantate" che lasciano letteralmente senza parole chi le ascolta. Ci sono poi degli altri aspetti da considerare: pur riconoscendo una certa validità nell’ipotesi formulata da De Martino, bisogna ricordare che essa non prende più di tanto in esame alcuni incredibili comportamenti delle tarantate. Come facevano a passare tra i pioli delle scale, sotto le sedie, arrampicarsi sui muri, se il loro era solo un male mentale? Tutt’altro, le tarantate presentavano alcuni dei sintomi che presentano quelli che vengono detti comunemente “indemoniati” o “posseduti”. Possibile che questa ed una serie di altre cose possano essere spiegate come conseguenze di una malattia mentale? Non credo proprio…ma purtroppo, il fenomeno non esiste più al giorno d’oggi, perciò la spiegazione "scientifica" è quella universalmente accettata, anche se molti salentini (me compreso) credono che il tarantismo sia un male che andava ben oltre le cause naturali. Per chi non è nato quaggiù da noi, è difficile sentire e capire questo mistero, perché ogni salentino già dalla nascita sente dentro di sé  una serie di cose, sente di appartenere alla sua terra con tutto il mistero e il mito che la circonda. Pensate che se si prova a suonare il tamburello vicino ad un bambino di pochi mesi, lo si vede muovere le mani e i piedi al ritmo delle percussioni!

Questo culto del tarantismo, era legato all'icona del ragno poiché esso è il simbolo della Madre Terra che riaffiora con i suoi istinti primordiali  implacabili, con la forza di riti pagani antichissimi che il Cristianesimo ha cercato di  mitigare riportandoli alla ragione, nel grembo di Santa Madre Chiesa (da qui la connessione con San Paolo). All'origine ci sono quindi la terra e la taranta, il tamburello e la sua musica primordiale e un repertorio di ricordi ancestrali che ognuno di noi si porta dentro e che riaffiorano periodicamente.

È un argomento piuttosto vasto e complicato che, per una adeguata trattazione, richiede competenze musicali, etnografiche e mediche che vanno ben oltre le mie competenze. Tuttavia, anche se probabilmente non si potrà mai fare luce su questo mistero, è utile studiarlo e approfondirlo per quanto possibile; perché fa parte della cultura in quanto tradizione. Dal punto di vista puramente storico – cronologico, il tarantismo pugliese nacque nel medioevo e si mantenne con intensità di partecipazione popolare e varietà di forme mitico rituali sino alla fine del '700 iniziando la sua decadenza nel secolo successivo. Oggi è un fenomeno che è scomparso del tutto (per fortuna vivo nei nostri più reconditi ricordi), gli ultimi casi certi risalgono attorno alla fine degli anni '50 del XX secolo.

Probabilmente sarà difficile scrivere un giorno la parola fine su questo mistero, ma la sfida è aperta.

Emiliano “Phoenix” Rizzo