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CRIPTOZOOLOGIA, ESOTERISMO E MAGIA, FANTASMI, PARANORMALE, SOPRANNATURALE

MISTERI DEL PIEMONTE

MISTERI DI TORINO Torino è considerata la città misteriosa per eccellenza. Punto di incrocio di linee energetiche negative e positive, secondo una leggenda, sarebbe stata fondata nel 1500 a.C. addirittura dagli Egizi. I rapporti della città con l’Egitto sono molto intensi, non per niente Torino ospita il museo egizio più importante d’Europa, secondo soltanto a quello del Cairo. Torino, nell’antichità, ospito tra l’altro, importanti personaggi, come Nostradamus, Cagliostro, Saint-Germain, Fulcanelli e Paracelso. Fin dal ‘500 fu il luogo d’incontro di tutti gli alchimisti d’Europa, a causa della presunta presenza sotto il Palazzo Reale delle Grotte Alchemiche, luogo propizio naturale per gli esperimenti alchemici. Ho detto “presunta” perché la loro realtà non è stata ancora accertata. Tempo fa, durante i lavori della metropolitana, ci furono dei problemi e i progettisti, per ragioni a noi ignote, dovettero cambiare i loro piani e far deviare la linea della metro di novanta gradi dalla loro traiettoria originale. Non si sa perché. Probabilmente, ostacolati dalla presenza di questo luogo mistico. Ma allora, c’è ancora qualcuno che vi lavora all’interno? Qualcuno di potente, capace di far cambiare agli ingegneri i loro progetti? Ci sarebbe da indagarci sopra. Fantasmi di Torino Presso Palazzo Reale è possibile imbattersi nei fantasmi dei Savoia. Torino, come molte altre città della penisola, ha anch’essa i suoi fantasmi. Se ne trovano a Palazzo Reale, Palazzo Barolo, Palazzo Madama e in altri luoghi della città (tra cui il Castello Medievale sul fiume Po). Stiamo tutt’ora svolgendo delle indagini più approfondite. La Sacra Sindone Al Duomo di Torino è conservata una delle più importanti reliquie che l’umanità possegga, se non la più importante. Si tratta della Sacra Sindone, cioè del lenzuolo che avvolse il corpo di Cristo dopo la sua agonia sulla Croce, quando venne posto da Maria e Maddalena nel suo sepolcro. Il lenzuolo riporterebbe l’immagine di Gesù per intero, visto frontalmente e posteriormente. Il condizionale è d’obbligo, visto che non si ha la certezza che effettivamente l’uomo di cui rimane l’immagine sia proprio Cristo. Tempo fa il sacro lenzuolo è stato sottoposto ad alcune analisi che avevano suggerito l’idea che esso potesse essere appartenuto ad uno degli ultimi maestri templari, se non proprio a Giacomo di Moley, ultimo maestro del Tempio. Tuttavia, ulteriori studi recenti hanno rivalutato l’idea originaria che il lenzuolo avesse davvero avvolto il corpo di Cristo. Soprattutto, a prova di tale ipotesi, contribuiscono diverse prove, tra le quali la scoperta della presenza di due monete poste sugli occhi del defunto secondo un’antica usanza (dovevano servire al defunto per pagare Caronte, il traghettatore che li avrebbe condotti attraverso il Lethe negli inferi) appartenenti all’età storica di Ponzio Pilato, governatore romano di quel periodo (prima metà del I secolo d.C.). Inoltre, un’analisi al computer ha rivelato tracce di sangue sul costato dell’uomo e sulla fronte (forse per via della corona di spine). Nel 1997 la Sindone scampò miracolosamente ad un incendio che, tuttavia, la danneggiò in parte. All’interno del Duomo è possibile ammirare una copia a grandezza naturale della reliquia. La vera Sindone è conservata in un’altra parte del Duomo, a sinistra dell’altare, e viene esposta in pubblico solo in rare occasioni. L’ultima volta che ciò accadde fu nei giorni successivi all’incendio del 1997. Rimane comunque il dubbio che l’uomo immortalato possa non essere il Cristo. Ma se non si tratta di lui, di chi si tratta allora? Il mistero rimane, anche perché tale fenomeno è già strano di per sé. Infatti, in condizioni normali, un’immagine così nitida non sarebbe potuta rimanere. Ma allora, come è stato possibile tale prodigio? MISTERI DI NOVARA LA “FIERA BESTIA” DEL MILANESE “Ritratto della Fiera Bestia veduta sul contado di Novara dove ha fatto e sta facendo strage di uomini e donne d’ogni età, particolarmente nel territorio di Olegio di Ghemine di Momo, e di Barengho già come si è raguagliato da lettere e notizie riportate nella pubblica Gazzetta di Milano numero 26, del 30 Giugno 1728.” In passato non erano rari gli avvistamenti di esseri mostruosi e sanguinari, sia in Italia che altrove in tutta Europa. Vi ricordo il film “Il Patto dei Lupi”, che tratta appunto di un simile caso nelle campagne francesi. Anche l’Italia, più in particolare la Lombardia, ha da segnalare un caso simile, come avrete potuto apprendere dall’illustrazione più in alto. Si tratta di un essere mostruoso, dalla forma di un lupo, con muso suino, e dalla forma mostruosa. Essere molto sanguinario, fece molte vittime all’inizio del XVIII secolo per una decina d’anni. Poi non se ne sentì più parlare. Nello stesso periodo vennero registrati casi simili anche altrove. Cosa realmente accadde in quelle campagne? Si trattò davvero di un essere mostruoso o di una comune “demonizzazione” del lupo, che tanto era odiato in quei tempi, perchè causa di molte vittime? Non era infatti raro che venissero considerate demoniache da parte del clero, e quindi dei villaggi, molte creature come lupi, o simili, da cui la popolazione doveva sempre difendersi. IL MOSTRO DEL LAGO D’ORTA La leggenda narra che nel IV secolo d.C. giunsero dalla Grecia i fratelli Giulio e Giuliano. Essi si sistemarono sulle rive del lago d’Orta, su un’isola (che poi sarebbe stata chiamata di S. Giulio) e, abbracciato lo stato clericale, vi costruirono due chiese. Ma l’impresa non fu facile, visto che S. Giulio dovette affrontare ripetutamente l’ira di un drago che viveva nelle acque di quel lago. Questo mostro marino aveva il proprio nascondiglio in una grotta e da lì, continuò a terrorizzare tutti quelli che passavano da quelle parti. Ancora oggi tale grotta esiste. Intorno al 1600 alcune persone vi trovarono all’interno una gigantesca vertebra che, analizzata, si capì dovesse essere appartenuta ad un animale molto grande. Si pensò ad un dinosauro che un tempo doveva aver vissuto in quel posto. Tale reperto è tutt’ora visibile, appeso ad una catena nella sacrestia della Basilica di S. Giulio. Da molti anni, il mostro del lago non si fa più vivo, non si sa che fine abbia fatto, ma se quella vertebra gli è appartenuta, probabilmente oramai di lui ne è rimasto solo un vago ricordo.   LE MASCHE Breve storia delle streghe in Piemonte Il termine “masca” è un termine dialettale piemontese che indica la “strega”, molto diffuso nelle Langhe e nel Canavese. La “masca”, secondo le credenze popolari, è in possesso di facoltà naturali ed opera incatesimi, toglie o indirizza fatture, utilizza medicamenti strani ed eredita la conoscenza dei poteri per via matrilineare dalla madre o dalla nonna. Oltre ai poteri ereditati per via orale, la strega eredita anche il “Libro del Comando”, dove con inchiostri di vari colori sono riportati formule e incantesimi. Nell’immaginario collettivo piemontese, le “masche” hanno un volto sgradevole, la pelle ruvida e scura, la fronte bassa e scavata da diverse rughe. Insomma, la vera immagine della strega cattiva delle fiabe di quando eravamo piccoli. Niente a che vedere con l’arcigna ma affascinante matrigna di Biancaneve. Nonostante ormai il potere di autosuggestione tipico del pensiero popolare, si sia nel corso del tempo affievolito con l’ingrandirsi delle città e dell’evoluzione industriale, in Piemonte pregiudizi e scaramanzie sono ancora largamente diffusi. Le streghe putroppo non sono appartenute solo alla fantasia ed anche il Piemonte possiede la sua triste realtà legata ai processi per stregoneria. L’immagine dei crimini commessi realmente o partoriti dalla fantasia di irragionevoli giudici della Chiesa e dei tribunali, portavano ad una sorta di esaltazione e dilatazione dei processi che a loro volta coinvolgevano interi paesi. La donna accusata di stregoneria veniva vestita di un camice bianco e portata in corteo fino al luogo dell’esecuzione. Un documento del 1474 rinvenuto tra le carte dei conti Valperga di Rivara, ci informa che il 23 settembre 1472, a Forno di Rivara vennero bruciate tre donne del luogo, si sa soltanto che si trattava di tre sorelle. Un altro documento sempre del 1474, riporta invece ben 55 capi d’accusa rivolti a quattro donne di Levone: Antonia De Alberto, Francesca Viglone, Bonaveria Viglone e Margarota Braya la quale riuscì a fuggire ed a evitare il rogo. A Pollenzo, si narra ancora oggi la leggenda della strega Micilina. Siamo nell’anno 1544 e Micaela Angiolina Damasius, detta appunto Micilina, avanza avvilita per le angherie subite, tra la folla. La poverina venne accusata di stregoneria e condannata al rogo, venne portata su un carro trainato da due buoi bianchi, alla sommità di una brulla collinetta e legata ad un vecchio castagno. La leggenda però vuole che la donna liberatasi dal bavaglio avvolta tra le fiamme, urlasse una maledizione al popolo che la guardava attonito: “Maledetti! Non saranno le fiamme a liberarvi di me, verrà una tremenda guerra che vi sterminerà che terminerà solo quando questi due buoi torneranno bianchi!”. A quel punto si udì un tremendo fragore e i due buoi che l’avevano trainata fin lì, da bianchi che erano divennero rossi come il fuoco ed impazziti si lanciarono contro la folla urlante. Ancora oggi su quella collina si possono notare delle strane macchie rosse sul terreno: si dice che sia il sangue della povera Micilina. Ma un’altra leggenda arricchisce il bagaglio culturale popolare piemontese: quella della Masca zoppa nemica degli amanti. A Villafranca, si narra che nei boschi accanto al paese, le coppiette di giovani amanti sparissero. I corpi degli amanti, venivano ritrovati giorni dopo annegati nel Po. Pare che una strega fosse capitata in paese e che di notte raggiungesse le coppiette appartate prima sotto forma di gatto e poi nelle sembianze di un’avvenente fanciulla che seducendo l’uomo attirava nell’acqua entrambi i giovani fino a farli annegare. Ma una sera un robusto ragazzo decise di eliminare la strega e si appartò con la fidanzata. Appena si vide davanti la graziosa fanciulla nella quale la strega si era trasformata, cercò di non farsi incantare ed incoraggiato dalla fidanzata prese un grosso bastone e picchiò forte contro la strega che recuperate le sembianze reali sparì in una spirale di fumo nero. Ancora oggi a Villafranca quando qualcuno cerca di ostacolare una storia d’amore gli si dice: “Che tu possa zoppicare!”   MISTERI DI CUNEO Sabba infernali Nei boschi di Boves (CN) sembra che da secoli, ogni anno nella ricorrenza della notte di S.Giovanni, si riuniscano maghi e streghe per celebrare dei sabba infernali. La popolazione è restia nel parlarne, come se temessero qualcosa. MISTERI DI ALESSANDRIA E PROVINCIA La Fonte Misteriosa Acqui Terme, in provincia di Alessandria, è una città ricca di fontane. Nella stessa città sono presenti i resti di un acquedotto romano del II secolo d.C. In una delle molte piazze della cittadina, è presente una fontana molto particolare. L’acqua sorgiva di questa fonte proviene dal sottosuolo ed è calda, ma non si sa con esattezza la ragione. Gli studiosi hanno ipotizzato l’esistenza di un vulcano sotterraneo inattivo. Circa due anni fa mandarono giù, lungo l’imboccatura della fonte, una sonda termica in grado di resistere ad altissime temperature, una di quelle usate per sondare l’interno dei vulcani. Il mistero sta nel fatto che tale sonda (così come altre successive) non ha resistito alle temperature eccessive ed è andata persa. Non avrebbe dovuto fondersi. Cosa c’è nel sottosuolo di Acqui Terme in grado di fondere le stesse sonde usate all’interno dei vulcani? L’interrogativo rimane. MISTERI DI VERCELLI E PROVINCIA S.Maria di Lucedio (Vc): Il segreto dell’abbazia del diavolo (di Gianpaolo Saccomano) L’antico Principato di Lucedio, che recentemente è stato trasformato in un’azienda agricola all’avanguardia, si trova a poca distanza da Trino (Vc), proprio nel mezzo della nebbiosa campagna vercellese, paesaggio che, soprattutto nella brutta stagione, di per sé contribuisce a mantenere intatta quell’atmosfera sinistra e corrotta che nel corso dei secoli gli è stata attribuita. La storia di questo piccolo agglomerato di case, sperdute tra gli acquitrini del vercellese comincia nel 1123, quando l’Abbazia fu fondata dai monaci cistercensi provenienti da La Fertè in Borgogna, grazie ad un lascito del Marchese Ranieri di Monferrato, e si snoda fino ai giorni nostri con un complesso susseguirsi di successioni e di donazioni nobiliari. Vale la pena ricordare soltanto la creazione del Principato, avvenuta nel 1861, con la nomina dell’allora proprietario, il MarcheseContinue reading