LE STORIE FANTASTICHE

(Scritte da Giorgio Pastore)

 
La Notte Più Strana L'Ultimo Saluto
Il Monte del Diavolo Il Sigillo del Tempo
L'Uomo Nero Varchi Dimensionali
Opera Sine Nomine Il Segreto di Piri Reis
L'Inferno Ritorno a Londra
 

La Notte Più Strana

          Le linee bianche sull’asfalto correvano veloci sommerse dalla carrozzeria della mia auto. La notte aveva bussato alla mia porta ed io l’avevo accolta, come sempre, inevitabilmente. I fari sull’asfalto giocavano col buio e con gli alberi ai bordi della strada. Avevo perso il conto delle ore. Da quante ore guidavo? Non riesco a ricordarlo. Mi sembrava però di essere in viaggio da ore ed ore. Avevo le mani sudate ed ormai il sedile aveva preso la forma del mio corpo. Forse non sarei più riuscito a staccarmi da lì. Mi sentivo tutt’uno con l’auto che stavo guidando e questo non era di certo positivo. Avrei dovuto fare una sosta prima o poi, perché chi guida da troppo tempo rischia sempre di fare incidenti. Basta poco. Un colpo di sonno e via, non ci sei più. Ed io non potevo permettermi di andarmene. Ancora no. Avevo troppe cose da fare. E poi, mia moglie come avrebbe fatto senza di me? Ed il piccolo? No, no. Dovevo fare quella sosta ed al più presto. Ricordo che per poco, in effetti, non finivo contro un grosso autotreno che veniva dalla parte opposta alla mia. Per poco non facevamo un bel frontale. Dovevo rimanere sveglio. Accesi la radio. Niente. Cambiai stazione. Ancora niente. Strano. Si era rotta la radio! Solo questo ci mancava. Proprio in quel momento, che mi sarebbe stata molto utile. Quante volte nella mia vita avrei voluto spegnerla ma non potevo perché la stavano ascoltando altri, invece in quel momento, avrei desiderato sentirla, e come per un dispetto, non si accendeva più. Fa niente, pensai. Così cercai di tenere gli occhi bene aperti. Ad un tratto, vidi una sagoma sul bordo della strada. 
Era una sagoma bianca, illuminata dai fari della mia automobile. Avvicinandomi di più, vidi che si trattava di una bambina, ma cosa ci faceva una bambina in piena notte in un posto così desolato? Mi fermai e le chiesi se si fosse persa o se fosse stata rapita, aggredita o peggio… ma lei non rispondeva. Era triste. Sembrava scioccata e impaurita. Le allungai la mano e la invitai ad entrare. Lei. Titubante, accettò. Salì in auto. Indossava solo una camicia da notte bianca. Era scalza, ma stranamente, non sembrava infreddolita. In effetti era marzo, non faceva più tanto freddo, ma non faceva nemmeno tutto quel caldo. La cosa mi parve alquanto strana. Non potevo più proseguire nel mio viaggio, dovevo trovare la stazione di polizia più vicina. Cercavo di parlarle, di sapere cosa le fosse accaduto, ma lei non parlava. Forse era muta, pensai. Ora di sicuro non mi sarei addormentato. Quello strano incontro aveva risvegliato tutti i miei sensi. Ma da una sensazione di stupore, presto arrivai a sentirmi inquieto, anche perché quella bambina continuava a fissarmi, come se non avesse mai visto un uomo in vita sua. E con che occhi mi guardava! Sembrava volesse dirmi qualcosa, apriva la bocca, ma poi la richiudeva subito, abbassava lo sguardo e poi ci riprovava. Girai per una strada che mi ricordavo molto bene e un particolare curioso attirò la mia attenzione. Sarebbero dovute esserci delle case lungo quella strada, ma stranamente non c’erano più. Pensai che dovevo essermi perso e sicuramente quella strada rassomigliava molto a quella che conoscevo io, ma evidentemente non lo era. D’altronde, al buio, è facile scambiare una strada per un’altra o perdersi. Ecco finalmente spuntare una casa. Era una casa mai vista, questo non fece altro che rafforzare il mio presentimento di aver imboccato una via diversa da quella che avevo in mente. Parcheggiai l’auto e scesi, dopo aver detto alla bambina di non preoccuparsi e di aspettarmi lì. 

           Mi voltai verso la casa, mi rivoltai verso l’auto e la bambina, stranamente non c’era più. Mi guardai attorno. Era una cosa davvero curiosa, anche perché ero stato girato solo per un attimo. Non poteva essere scappata via così in fretta. Nessuno ce l’avrebbe mai fatta. Doveva essere nascosta da qualche parte lì attorno. La cercai, feci due o tre volte il giro dell’automobile, guardai all’interno, anche sotto i sedili, ma della bambina non v’era più alcuna traccia. Non sapevo più che fare, ad un tratto mi sentii chiamare. Era la padrona di casa che evidentemente mi aveva sentito ed era uscita per controllare chi fosse. Mi chiese se avevo bisogno d’aiuto e mi invitò ad entrare. Pensai che quella doveva essere la notte più strana della mia vita.non sapevo cosa dire, così alla fine accettai l’invito. In fondo, mi serviva un po’ di riposo. Dovevo fare uno stacco, non potevo più guidare. Pensai che qualcosa da bere l’avrei gradito ben volentieri. Ma era strano che quella donna si fidasse di me. Forse le ispiravo fiducia. Mi accolse e mi fece sedere in salotto. Non mi chiese niente e si sedette di fronte a me, in silenzio, con un lieve sorriso stampato sulle strette labbra. Così iniziò a fissarmi anch’ella, con quello sguardo sereno e stanco. Poco dopo, forse accortasi del mio disagio, aprì bocca per dirmi che era contenta di avermi lì, perché si sentiva sempre molto sola e, ogni tanto, una visita di qualcuno le faceva bene. Le chiesi se avesse da bere, ma lei non rispose. Glielo richiesi, ma ancora niente. Sembrava sorda. Poi, per caso, i miei occhi caddero su un porta-fotografie alle sue spalle su una mensola. Mi alzai e mi avvicinai per vederlo meglio. Qualcosa aveva attratto la mia attenzione. Era il soggetto della fotografia. Era la bambina che avevo raccolto per strada poco prima. Dissi alla signora che conoscevo quella bambina, che l’avevo trovata per strada e l’avevo condotta fin lì. Le chiesi se la conoscesse, chi fosse. Lei perse il suo lieve sorriso e iniziò a piangere. Poi, tra un singhiozzo e l’altro, mi parlò. Mi disse che la bambina di quella foto era sua nipote, scomparsa ormai da anni. Allora le dissi che era tornata a casa, che l’avevo riportata, ma poi un brivido freddo mi percosse la schiena. Non poteva essere vero! Se era scomparsa da anni, come poteva non essere invecchiata? Le chiesi se fosse sicura di quello che mi stava raccontando poi, sempre piangendo, mi disse che non c’era speranza, in quanto la stessa bambina era morta. In quello stesso istante, sentii il telefono squillare ed io sobbalzai per lo spavento. Poi sentii un rumore di passi venire da sopra e vidi un’altra donna scendere le scale. Sembrò non accorgersi di me. Corse fino al telefono ed alzò la cornetta. Non riuscivo bene a sentire la sua voce, ma ad un tratto, la vidi piangere disperata e la vidi gridare, accasciarsi a terra e strapparsi i capelli. Io mi avvicinai a lei e cercai di confortarla, ma anch’ella sembrava non sentirmi. La donna sul divano mi disse che era successo proprio così. Una chiamata nel cuore della notte. Mi disse che avevano ritrovato Emily, ma morta. Qualcuno l’aveva rapita e dopo qualche giorno aveva gettato il suo corpicino lungo la strada. Non capivo. Non poteva essere. Pensai allora che doveva trattarsi di un’altra bambina. Stavo già per togliere il disturbo, quando la donna mi parlò nuovamente e mi disse grazie. Per cosa? Domandai io. Mi disse che Emily aveva gradito il fatto che io mi fossi fermato per aiutarla. La mia mente era sempre più confusa. Uscii da quella casa e con grande mia sorpresa, mi accorsi che la mia auto non c’era più. I miei nervi stavano cedendo. Mi rivolsi alla signora. Le chiesi se c’entrasse lei nella sparizione della mia auto. Lei non sembrava per niente sorpresa. Mi disse anche che non ero di certo il primo a cui accadevano cose del genere, così mi disse di stare tranquillo e di seguirla. Sì, pensai che quella doveva di certo essere la notte più strana della mia vita. Dove mi stava portando? Ci capivo sempre di meno. Ma nella disperazione del momento, decisi che non avevo più niente da perdere. Se mi avesse davvero portato alla mia automobile, valeva la pena seguirla. Camminammo diversi minuti lungo la strada, la stessa che avevo percorso poco prima, finché arrivammo in quel posto: c’era un’auto della polizia, un’ambulanza e poco distante da questi, un’auto. Era la mia auto, ma era distrutta. Pensai che il ladro che me l’aveva presa doveva essere stato ubriaco ed era finito contro un albero. Mi voltai verso la donna per chiederle come avesse fatto a sapere dove si trovava la mia auto, ma m’accorsi che non c’era più. Non mi stupii. Ormai ero abituato a quelle stranezze. Mi avvicinai ai poliziotti dicendo loro che l’auto era mia, ma questi non mi davano ascolto. Mi stavo abituando pure a quello. Poi, m’accorsi che nell’incidente era stato coinvolto anche un altro mezzo, un autotreno. Somigliava allo stesso che avevo incrociato pochi minuti prima. Poi, nella mia mente razionale, troppo razionale per comprendere, sorse un dubbio atroce. Mi avvicinai lentamente alla mia auto e guardai all’interno. Capii. Ero io. Ero morto in quell’incidente, ma non me n’ero accorto. Il mio corpo giaceva freddo e immobile, per metà appoggiato sul cofano davanti. Provai un leggero velo di tristezza. Non avrei mai più rivisto la mia famiglia. Capii tutto. Avevo visto quella bambina, perché anch’ella era morta. Indietreggiai e sentii una voce. Era la stessa persona anziana di prima. Mi disse di stare tranquillo, che presto mi sarei abituato a quella nuova condizione, che non potevo farci più niente, che accade così, da sempre. Anch’ella era morta. Tornammo alla sua casa. Tutto ciò che avevo vissuto quella sera, dopo l’incidente, era stato una specie di sogno. Tutte le persone che avevo incrociato sul mio cammino, erano defunti che non avevano raggiunto la pace, come me. Persone che non volevano o non si erano accorte di essere morte e continuavano a vagare senza pace su quella terra, agendo come se fossero state ancora vive. Ora, ne ero davvero convinto. Quella fu la notte più strana della mia vita. La notte in cui sono morto.

 

Il Monte del Diavolo

          Tutto iniziò una mattina di maggio del 1867. Capitava spesso che io ed i miei amici decidessimo di andare a camminare lungo i sentieri tortuosi del monte Tann, giusto per spirito di avventura. Eravamo tutti borghesi annoiati che vivevano ogni giorno identico a quello prima e non aspettavano altro che occasioni simili per uscire dalla solita routine. Benché conoscessimo quei luoghi molto bene, capitava comunque che ogni volta scoprissimo nuove vie e sentieri mai esplorati in precedenza, come accade anche quel giorno. Il dottor Grismon era in testa al gruppo e si faceva strada attraverso la boscaglia col suo bastone da passeggio. Lo seguivano i fratelli Teodor e John Wilson, il signor Whitehouse e poi venivo io, in coda al gruppo. Tutti ormai erano abituati a chiamarmi solo Junior, perché ero il più giovane tra tutti loro. Suppongo fosse un modo per schernirmi, dato che mio padre aveva la brutta abitudine di chiamarmi sempre così, tant’è che a fatica i miei amici ricordavano il mio vero nome, così come forse anche i miei genitori stessi. Ma per me ormai era la normalità. Non me la prendevo più come una volta. A lungo andare i calli non fanno più male. Si sopportano e basta. Il dottor Grismon era un uomo che non aveva paura di rischiare, un vero viaggiatore, aveva girato tutto il mondo ed aveva visto cose che gli altri neppure potevano immaginare. Lo stimavo molto e pensavo che da grande avrei voluto essere proprio come lui. I fratelli Wilson erano dei figli di papà con la passione per la speleologia infatti, almeno ogni due metri, si fermavano per raccogliere pietre, che a me non dicevano proprio niente, con cui riempivano le loro grandi sacche, tant’è che a fine giornata erano sempre stracarichi e piegati in due dal peso dei loro “tesori”. Lord Whitehouse era un vero nobile inglese. Si vantava di poter risalire nella sua genealogia fino ai tempi di Guglielmo il Conquistatore, ma pochi ci credevano. Lui era un collezionista di stranezze. La sua casa nello Yorkshire era un vero museo dell’orrore. Aveva imbalsamati appesi alle pareti animali tra i più strani e rari del pianeta, alcuni non figuravano nemmeno sui libri di scienze. Possedeva oggetti che avrebbero fatto al felicità di qualsiasi archeologo. Tutti oggetti senza prezzo, che sicuramente non avrebbero mai più visto altri posti che quello, perché lui ne era molto geloso e li custodiva come dei figli. La sua speranza, aggregandosi al gruppo, era proprio quella di trovare nuovi pezzi con cui arricchire la sua collezione. Il fatto è che quei posti non erano a noi nuovi e, sinceramente, credevo che ormai avessimo visto tutto ciò che era possibile vedere, ma mi sbagliavo.

Il dottor Grismon ci condusse attraverso la boscaglia, su per una salita alquanto ripida, verso una stretta gola scavata tra due montagne molto alte. Sembrava sapesse dove stava andando e la cosa mi suonava strana, dato che era la prima volta che vedevamo quei luoghi. Anche Whitehouse se ne accorse e non potè trattenere la sua curiosità.

“Dottore, dove siamo diretti di preciso? Sembra esserci già stato in questo posto, si muove come se fosse a casa sua…”

Grismon si voltò per un secondo, aprì bocca ma non trovò le parole da dire, così si rigirò e continuò a camminare lungo l’impervio sentiero. Camminammo seguendolo per almeno un’altra ora e nessuno ebbe il coraggio di aprire ancora bocca, probabilmente perché sapeva che non avrebbe ricevuto alcuna risposta, o forse per paura di sentirsi dire la fatidica frase “Ci siamo persi!”. Ma non era così. Grismon sapeva dove stava andando, eccome! Quando la stanchezza incominciò a farsi sentire, nessuno ebbe più il coraggio di trattenersi ancora. Teodor lasciò cadere la sua sacca per terra e domandò coi nervi tesi se qualcuno sapesse dov’erano diretti. Tutti noi ci guardammo l’un l’altro, ma senza esito. L’unico che sapeva rispondere a quella domanda era proprio il dottore.

“Dovete continuare, manca poco…”

“A cosa? Dove siamo diretti, dottore? Siamo stanchi, sono ore che camminiamo senza sapere dove stiamo andando. È nostro diritto saperlo!”

Grismon allora sbuffò e si sedette su una roccia alle sue spalle.

“Non pensavo foste così deboli! Non vi ho chiesto io di seguirmi. Vi siete aggregati di vostra iniziativa, ricordate?”

Whitehouse allora perse la pazienza, alzò il pugno e si avvicinò minaccioso al doc.

“Grismon! Ora mi hai davvero stancato! Perché tutti questi segreti! Sembra quasi che tu ci stia portando all’Eldorado! Per Giove!”

Doc alzò lo sguardo verso l’orizzonte ed accennò ad un sorriso.

“No… ma ci sei andato vicino.”

Tutti noi ci guardammo stupiti. Cosa aveva voluto dire con quella frase? L’Eldorado, sempre se fosse esistito, si sarebbe dovuto trovare a miglia e miglia di distanza, ma allora, a cosa si stava riferendo Grismon?

“Cosa? Si spieghi meglio dottore?”

Whitehouse, che non aveva ancora trovato niente adatto alla sua collezione, girò su sé stesso e se ne andò via sbuffando.

Grismon si alzò in piedi, fece due o tre giri su se stesso, a testa bassa, accarezzandosi il mento, poi continuò a parlare.

“Signori, vi ho condotto sul Monte del Diavolo!”

Tutti noi sbiancammo. Whitehouse si voltò di scatto. Non sapevo cosa aspettarmi dagli altri, non potevo immaginare quale sarebbe stata la loro reazione, ma per quanto mi riguarda, al tempo conoscevo veramente poco di quel monte e se sbiancai, fu solo per via del nome che, comunque, emanava un non so che di terrificante.

Whitehouse iniziò a parlare per tre volte, senza mai continuare il discorso.

Teodor fu il primo a superare l’imbarazzo del momento.

“Il Monte del Diavolo! Ma sei impazzito? Non sai cosa dicono di questo posto?”

Intimorito, chiesi a Teodor di spiegarsi meglio.

“Da sempre, in questo posto accadono cose… a dir poco inquietanti! Tre anni fa, si perse tra queste gole il signor Brooke, che si era smarrito… sapete cosa gli è successo, no? È ritornato, ma non è più quello di prima… ha perduto il senno su questo monte!”

Subito dopo, continuò a parlare suo fratello John.

“Sì, è vero, e poi la sapete quella del vecchio Chucky, vi ricordate? Faceva il farmacista, era venuto da queste parti a cercare delle erbe rare che crescono solo qui, diceva lui… non solo ci perse il senno qui, ma anche la lingua! qualcuno gliela mozzò di netto!”

Rimanemmo per un attimo in silenzio. Whitehouse finalmente aveva trovato cosa dire.

“Dai ragazzi! Non vorrete credere a queste storielle? Servono solo a spaventare i ragazzini!”

Teodor guardò male il lord.

“Lei dice così solo perché è attratto da tutto ciò che è dannoso e malato! Spera forse di trovare qualche gingillo per la sua collezione di… schifezze? Io dico una cosa ragazzi… dobbiamo tornarcene da dove siamo venuti, ed alla svelta!”

A questo punto, Grismon riprese la parola.

“Non se ne parla. Io non torno indietro. Voi siete liberi di fare come volete, ma io… io ho una missione da compiere.”

“A cosa si riferisce dottore? Su! Non faccia il misterioso e ci metta al corrente di tutto…” chiese Whitehouse ancor più eccitato di prima.

“E va bene, tanto non ho più niente da perderci!”

Dopo una breve pausa per poter riordinare le idee, iniziò a raccontarci la storia più inverosimile che io abbia mai sentito.

“Dovete sapere che la storia che vi racconterò ora, mi fu raccontata da mio padre anni or sono ed a lui gli fu raccontata da mio nonno e così via. Le leggende riguardanti questo mondo hanno delle solide fondamenta di verità. Il vecchio Chucky perse la lingua per un serio motivo, ed è già tanto se non l’hanno ucciso.”

“Chi?”

“Abbia pazienza Lord, ora vi racconterò tutto. Una antica leggenda indù narra dell’esistenza di un mitico regno, chiamato Agharti. La capitale di questo regno, Shamballa, dovrebbe trovarsi in Asia, più o meno in corrispondenza col deserto del Gobi, ma nessuno sa con esattezza se tutto questo sia realtà o meno. Nessuno può vedere questo regno, né la sua capitale, perché vi sto parlando di un posto che non si trova in superficie, ma sottoterra. Agharti è un reame sotterraneo. Ed ogni reame che si rispetti ha un suo re. Il re che vive a Shamballa è denominato Re del Mondo. È il re supremo, che decide il destino dell’umanità, conducendola di volta in volta da era in era. Si dice che tutto taccia quando si parla di lui…”

In effetti, ci feci caso, in quel momento non si udiva soffiare un alito di vento e i pochi uccelli che c’erano avevano smesso di cantare. Questo, ricordo chiaramente, fu causa di inquietudine nel gruppo. Perfino Grismon sembrò turbato in quel momento.

“Continui dottore…”

“Si dice che Agharti sia un vasto regno sotterraneo, costituito da una gigantesca rete di gallerie che permette di raggiungere ogni luogo del pianeta con estrema facilità, superando catene montuose ed oceani.”

“E chi si serve di queste gallerie? Questo Re del Mondo?” chiese incuriosito John.

“No, il Re del Mondo non si muove mai da Shamballa. È il suo popolo che si muove attraverso queste gallerie sotterranee, per poter raggiungere la superficie, di tanto in tanto, ed osservarci o per raccogliere materie prime assenti in quel loro mondo. Si dice anche che questo popolo sia molto più evoluto di quello in superficie. I pochi che sono tornati vivi da Agharti hanno raccontato storie incredibili, di grandi tesori, fontane dell’eterna giovinezza e di persone che sapevano volare! Ora capite perché voglio proseguire nel mio viaggio? Io devo sapere…”

“Dottore…” interruppe Teodor “Ha detto che qualcuno è ritornato vivo, ma l’ha detto come se fosse una cosa strana… cosa voleva dire?”

“In effetti, a chi trova Agharti, non è più concesso di ritornare al mondo di superficie. Ci sono segreti troppo grandi da preservare lì sotto… Chucky non ha perso la sua lingua invano. Probabilmente trovò Agharti e volle fuggire, ma il popolo sotterraneo doveva essere sicuro che lui non avrebbe mai rivelato al mondo ciò che aveva potuto vedere lì sotto. Pensate se i grandi di oggi riuscissero a mettere le mani sulle conoscenze del popolo di Agharti. Sarebbe la fine del mondo.

Dopo una breve pausa di meditazione, si continuò il discorso.

“Allora ragazzi, mi seguite o no?”

Io ero spaventato, ma nello stesso tempo, non potevo negarlo, ero anche incuriosito da tutta quella storia e così pure gli altri. Così alla fine, si decise all’unanimità di continuare quel viaggio. Ci ricaricammo sulle spalle gli zaini e riprendemmo il cammino seguendo, passo dopo passo, il dottor Grismon.

“Dottore, ma come faremo a raggiungere questo regno sotterraneo? Conosce qualche accesso?” domandò Whitehouse che, da quando aveva ascoltato quella storia, sembrava essere ritornato attivo ed eccitato come un ragazzino.

“Non si preoccupi lord, ho passato anni ed anni a studiare questa zona. Tra poco dovremmo imbatterci in una serie di grotte che pochi conoscono. Secondo i miei piani, da lì potremo accedere al regno sotterraneo.”

Era già quasi mezzogiorno, ma il Sole ci aveva già abbandonato. Forse nel pomeriggio avrebbe piovuto, pensai. Aveva anche incominciato a soffiare una brezza troppo fresca per essere Maggio. Ma nemmeno il freddo sembrava distogliere il dottore. In quel momento, pensai a mia madre. Mi ero dimenticato di dirle di quella scampagnata. Forse mi aveva preparato da mangiare e non vedendomi tornare stava già incominciando a preoccuparsi. Ma ormai non potevo farci più niente. Ero lì e ormai, dopo aver percorso tutta quella strada, non potevo certo tornare indietro così facilmente. Sarebbe stato come buttare via la mattinata. Volevo arrivare ad una conclusione, che fosse stata quella di trovare questa mitica città oppure di non trovare un bel niente. Volevo seguire gli altri, anche per poter dimostrare loro che su di me potevano contare e che, in fondo, non ero poi così tanto junior come pensavano.

Il mio pensare fu interrotto all’improvviso dalla voce del dottore, che alzò una mano e si fermò, urlando un fatidico “Alt!”.

Tutti noi lo raggiungemmo per poter vedere quello che vedeva lui dalla sua stessa visuale. Lì di fronte, proprio ad una ventina di metri, si apriva nella dura roccia una fenditura. Doveva essere una di quelle grotte a cui accennava poco prima Grismon.

Proseguimmo cauti in direzione di questa. Grismon appoggiò a terra il suo zaino e prese dall’interno una lampada ad olio.

“Teodor, John, staccate dei rami da quell’alberello laggiù, dobbiamo farci delle torce. Quella caverna sarà buia come la pece!”

I due seguirono le indicazioni del dottore. In pochi minuti, eravamo attrezzati per poter continuare il viaggio nell’oscurità di quell’antro misterioso. Il primo ad entrarvi fu naturalmente Grismon, lo seguì subito Whitehouse, poi entrai io e per ultimi i due fratelli Wilson. C’era una forte umidità all’interno e faceva decisamente più freddo che fuori. Il silenzio era rotto solo dai nostri passi, dal rumore della nostra attrezzatura e dal gocciolio dell’acqua che cadeva giù, lungo strette stalattiti, verso il suolo liscio della grotta. Quando qualcuno di noi parlava, era difficile capire cosa dicesse, perché il suono della sua voce rimbombava cupo in tutto l’ambiente, così si evitava di parlare il più possibile e si comunicava a gesti. Il dottore segnava con un gesso rosso le pareti dei corridoi di roccia attraverso cui eravamo già passati, così non avremmo rischiato di perderci e i fratelli Wilson si tenevano l’un l’altro per paura di scivolare. Infatti, più di una volta, tutti noi rischiammo di cadere perché il pavimento era bagnato e molto liscio e ci si doveva per forza tenere con le mani alle sporgenze lungo la parete. Non sapevo per quanti metri eravamo già scesi, ma ebbi un brutto presentimento. E se il soffitto alle nostre spalle fosse crollato all’improvviso? O se una valanga avesse chiuso l’ingresso di quella grotta? Quell’avventura sarebbe stata la nostra ultima avventura e quella caverna, la nostra tomba. Pensai ancora ai miei genitori che mi stavano aspettando a casa, preoccupati per la mia assenza. Ma subito cancellai dalla mente quei pensieri e ritornai ad essere ottimista come sempre. Improvvisamente, Grismon si bloccò e fece segno a noi di stare immobili in silenzio. Ci fu un attimo di tensione, perché non sapevamo cosa avesse visto o sentito e forse non avremmo voluto saperlo. Dopo qualche attimo, Grismon, di tutta fretta, ci urlò di stare giù, di abbassarci, di metterci a terra sdraiati. Gli demmo retta e in meno di un secondo eravamo tutti a terra, l’uno vicino all’altro in attesa di qualcosa. E quella cosa arrivò. Era una nuvola nera di pipistrelli che volo basso sopra le nostre teste, arrivando rapidamente dall’oscurità della caverna per poi dirigersi verso l’esterno. Quando non ci fu più nessun pipistrello, Teodor fece per rialzarsi e Grismon lo fermò, rigettandolo per terra.

“No! Sta ancora giù… guarda!”

Infatti, gli stessi pipistrelli stavano ritornando indietro verso l’oscurità. Erano migliaia e a volte ci sfioravano con le loro ali. Non avevo mai visto uno fino a quel giorno e mi parve strano, vederne così tanti, tutti insieme. Dopo un paio di minuti, non c’era più pericolo, ma John si rialzò urlando. Gli era rimasto un pipistrello attaccato ai capelli e sembrava non volesse andarsene. John sembrava un invasato. Scrollava il capo a destra a manca, lo faceva rigirare su se stesso, ma niente! Nessuno di noi aveva il coraggio di toccare quell’animale e a Whitehouse venne anche da ridere nel vedere il ragazzo ritorcersi in quel modo, ma io non sorridevo affatto. Sapevo cosa  John stava provando in quel momento. Un’esperienza che io non avrei mai voluto provare. Scrollai il capo anch’io per capire se ce ne fosse uno anche sul mio, ma non mi sembrava, tuttavia eravamo tutti quanti stati bersagliati da sterco di pipistrello. Avevamo tutti i vestiti sporchi e puzzavamo di un fetore che sapeva di urine. Ma Whitehouse sembrava goderne.

“Ragazzi! Che avventura! Me ne ricorderò per anni ed anni! Ora sì che ho di che raccontare ai miei nipotini!”

Beato lui, che la prendeva sul ridere. Io non vedevo già l’ora di farmi un bel bagno caldo! Grismon afferrò la torcia e disse a Teodor di non muoversi. La avvicinò il più possibile alla testa del giovane e quando gli fu quasi addosso, il pipistrello mollò la presa e se ne volò via emettendo un urlo molto acuto. Ma ci accorgemmo che anche i capelli di Teodor avevano preso fuoco. John, repentinamente, si tolse la sua giacca e la usò per salvare i capelli del fratello, ma una ciocca andò perduta lo stesso. Così riprendemmo a camminare in quella oscurità.

Dopo qualche decina di metri, ci imbattemmo in un bivio. Grismon segnò il percorso col gesso e proseguimmo. Ne incontrammo altri di quei bivi, ma con quel metodo, riuscimmo a non perderci. Ad un tratto, ci accorgemmo di una cosa strana. Le pareti della grotta, da un certo punto in poi, erano divenute più regolari, come se fossero state scolpite dall’uomo, ma forse era solo una nostra impressione. Inoltre, trovammo, a tratti, un anomalo muschio di un verde quasi fosforescente, mai visto in vita nostra. Grismon ci disse che dovevamo essere sulla buona strada, perché nel resoconto di ci era ritornato vivo dalla città sotterranea, si accennava allo stesso tipo di muschio. Non sapevo se esserne felice o no. Forse avrei preferito scoprire che quella caverna non portava a niente, così sarei potuto ritornare a casa. In fondo, incominciavo ad essere stanco ed affamato. Dovevano essere già passate almeno due ore dall’entrata in quella grotta e l’orario per pranzare quindi era già passato da un pezzo. Avevo un buco nello stomaco grande almeno come una casa! Ma gli altri sembravano non soffrire di niente, erano tutti eccitati per quei segni che ogni tanto trovavamo sul nostro cammino e che dovevano rassicurarci di stare proseguendo nella giusta direzione. Poi, inaspettatamente, udimmo un suono. Veniva da lontano. Sembrava come se stessero suonando dei timpani ad intervalli regolari. Un colpo dopo l’altro, ed erano sempre più forti. Whitehouse sembrava eccitatissimo. Non l’avevo mai visto così. Grismon accellerò il passo, anche lui sembrava preso da quella strana euforia. Poi, la terra inizio a vibrare, come se stesse per esplodere un vulcano. Sempre più forte, sempre più forte. Si udiva un ronzio e quel suono cresceva anch’esso sempre di più. Era una cosa alquanto anormale, come non mi era mai capitato di assisterne in passato. Di sicuro, pochi uomini avevano provato quell’esperienza nella loro vita. Noi eravamo alcuni di quei pochi. Non sapevo però ancora se dire “pochi fortunati” o meno. Grismon ora stava quasi correndo. Scivolò, ma si rialzò subito. E Whitehouse gli stava dietro, quasi addosso, aggrappandosi alla giacca del primo per non scivolare. Tuttavia, uno faceva scivolare l’altro e viceversa. Teodor e John invece, sembrava avessero perso tutta la loro curiosità, e stavano dietro, forse intimoriti. Io invece ero molto curioso, in quel momento mi era quasi passata la fame. Ormai dovevo anch’io arrivare fino in fondo. Sarebbe stato stupido tornare indietro. Ma non potevo certo immaginare cosa ci saremmo trovati di fronte da li a poco.

La caverna si stava allargando, sempre più e, in fondo a questa, si intravedeva ora anche una luce verdognola. Più ci avvicinavamo, più il rumore e quella luce cresceva d’intensità. Presto, da semplice corridoio di roccia, quella caverna si era allargata a dismisura, diventando una specie di anfiteatro e lo spettacolo che rappresentavano, valeva di certo tutte le fatiche impiegate fino a quel momento. Avevamo trovato il mitico regno sotterraneo di Agharti. Scavata nella roccia, più in profondità rispetto al nostro punto d’osservazione, c’era una sorta di città dalle alte torri verdi smeraldo che irradiavano tutto intorno una luce che aveva un non so ché di surreale. Il forte rumore era prodotto da delle macchine che lavoravano in continuazione, forse per produrre l’energia necessaria ad illuminare la città. E tra le case e nello spazio sovrastante, c’erano gli abitanti di quel mondo fantastico. Alcuni a terra, impegnati in chissà quali attività ed altri fluttuavano in alto grazie a grandi ali simili a quelle degli uccelli. Si trattava di una popolazione molto numerosa. Dall’alto, sembrava di vedere un formicaio e tutte le formichine erano all’opera, andando a destra e sinistra e in ogni altra direzione. C’erano donne che portavano sul capo vasi colmi d’acqua e di cibo, uomini che lavoravano il ferro, c’erano piazze in cui molti erano fermi a discutere tra loro e c’era anche un fiume sotterraneo, che sgorgava dalla roccia e ritornava, dopo un breve percorso, nella stessa. Erano tutti vestiti di bianco, uomini, donne e bambini. La maggior parte di loro aveva i capelli e gli occhi chiari, ma c’erano anche persone brune; tuttavia mi sembrò di capire che la loro condizione dovesse essere stata inferiore a quella degli altri, perché erano soggetti a lavori più pesanti. Vidi i volti dei miei compagni. Avevano tutti gli occhi sbarrati, increduli di ciò che stavano vedendo. Se me l’avessero solo raccontato non ci avrei mai creduto e, in effetti, a stento anch’io riuscivo a credere ai miei occhi. Vidi Grismon piangere per la gioia. Non aveva parole. Eravamo tutti paralizzati per via di quello spettacolo, quando ad un tratto, accadde il peggio.

E noi non eravamo certo preparati al peggio, presi com’eravamo da quello spettacolo così unico. Uno degli uomini volanti ci vide e passò molto vicino sopra le nostre teste, poi soffiò dentro una specie di fischietto che teneva al collo e tutti interruppero ciò che stavano facendo, iniziando a guardare straniti in ogni direzione, finché alcuni non iniziarono ad indicare col dito nella nostra direzione. Ci avevano scoperti e avevano dato l’allarme. In men che non si dica, tutti gli uomini uccello si diressero verso di noi. Indietreggiammo, lenti, paralizzati dalla paura. Solo Grismon sembrava non essersi accorto di niente.

“Dottore! Dobbiamo fuggire! Ci hanno scoperto! Dottore!”

Ma lui sembrava come ipnotizzato da quella visione. Si voltò per un secondo verso di noi e per un attimo vidi nel profondo dei suoi lucidi iridi. Erano gli occhi di chi aveva trovato un tesoro e non era intenzionato a lasciarselo sfuggire.

“Andate se volete… io resto.”

Quelle furono le ultime parole che gli sentii pronunciare. Non ne avrei mai più udite altre. E quegli occhi, quello sguardo commosso e realizzato, fu l’ultimo sguardo che vidi in volto al dottor Grismon. Non ne avrei mai più visti altri, perché lui decise di rimanere, io di fuggire. Ora, quando mi capita di ripensare a lui, ripenso sempre a quel momento, a quel volto, a quelle sue ultime parole. Gli uomini uccello scesero in picchiata verso di noi e anche dal fondo della grotta, feci appena in tempo a vedere una massa di persone correrci incontro. Senza pensarci due volte, senza pensare agli altri, mi voltai ed iniziai a correre. Sentii gli altri urlare. Riconobbi le urla dei fratelli Wilson, che mi erano proprio dietro attaccati. Mi girai un secondo e capii che mi stavano correndo dietro insieme a Whitehouse, ma la sua età non gli permetteva di correre velocemente come noi altri. Correvo veloce attraverso la caverna, al buio, mosso solo dalla paura e dalla disperazione. Toccavo con le mani le lisce pareti per poter evitare ogni possibile ostacolo e avevo molti dubbi che mi perseguitavano. Come avrei fatto ad imboccare la strada giusta per poter arrivare all’uscita se non potevo vedere i segni rossi lasciati da Grismon? Non volli pensarci e continuai a correre, col cuore in gola, all’impazzata, senza mai fermarmi. Sentivo i miei amici urlare alle mie spalle, ma le loro urla erano sempre più fioche. Forse avevano imboccato un'altra via, forse li avevano già presi e forse presto avrebbero preso anche me. Non volevo proprio pensarci e continuavo solo a correre. Inciampai numerose volte, ma ogni volta mi rialzai e mi rimisi subito a correre. Sentivo male alle ginocchia. Dovevo essermi ferito cadendo, ma non m’importava in quel momento. L’unica mia preoccupazione era fuggire. Ad un tratto, inciampai e caddi scivolando per molti metri, fino a fermarmi violentemente contro una parete. Persi i sensi. Non ricordo quanto tempo rimasi svenuto, so solo che quando mi risvegliai, non udivo più alcun rumore, né le urla dei miei compagni. Ed il buio non era più così buio. Dovevo essere vicino all’uscita. Vedevo dei raggi di sole filtrare attraverso le stalattiti del soffitto. Mi rialzai tutto indolenzito e mi misi a seguire la luce. Dovetti ritornare indietro da dov’ero venuto per alcuni metri ed imboccare un altro percorso. Pensai che probabilmente, ero riuscito a salvarmi proprio perché avevo imboccato un’altra via ed i miei inseguitori forse non mi avevano trovato proprio per questo. Nel giro di dieci minuti mi ritrovai all’esterno. Rimasi parecchi minuti con gli occhi socchiusi, accecato da quella forte luce a cui non ero più abituato. Ma non smisi mai di camminare. Volevo andarmene da quel posto ed al più presto possibile. Ripercossi lo stesso tragitto dell’andata e pensai ai miei amici ed alla sorte che era toccata a loro. Pensai a Grismon. Spero tutt’ora che stia bene, anche se mi è difficile crederlo.

Arrivai a casa verso sera. La mia famiglia era in effetti molto preoccupata e già stavano organizzando delle squadre di soccorso per venirci a cercare. Mi era difficile spiegare ciò che ci era successo, ed anche se ci avessi provato, di sicuro non mi avrebbe creduto nessuno. Mi avrebbero creduto pazzo e mi avrebbero internato o peggio, messo dentro. Così dissi solamente che eravamo entrati in una caverna e che gli altri erano scivolati giù, cadendo in un crepaccio. Perché non avrebbero dovuto credermi? Organizzarono una missione di soccorso, ma nessuno osava spingersi troppo oltre, forse perché in realtà sapeva la verità. Forse, sapevano tutti che quella caverna era l’ingresso di Agharti e nessuno voleva andarci per questo. Così, alla fine, tutti si misero il cuore in pace e sospesero le ricerche. Un mese dopo, un pastore riportò giù dalla montagna un uomo. L’aveva trovato su in montagna, sperduto, con gli occhi da pazzo, rannicchiato dietro un albero, con dell’erba in bocca. Era Teodor. Non so come, era riuscito a salvarsi, ma non era più lo stesso di prima. Era impazzito e non aveva più la lingua. Non riconosceva più nessuno e passava ore ed ore a fissare il vuoto. A volte alzava il dito per indicare il Monte del Diavolo all’orizzonte, ma subito dopo si voltava e si dimenava per terra, come se non riuscisse a dimenticare. Tutti lo schernivano, ma lui non se ne preoccupava. Oramai, nessuna preoccupazione lo toccava più. Dissero che doveva essersi ammattito sbattendo la testa nella caduta e d’altronde, nessuno voleva sapere la verità, perché troppo tremenda per essere raccontata. Nessuno di loro poteva capire ciò che io e lui avevamo passato ed io potevo ritenermi davvero fortunato perché ero ancora vivo e sano di mente. Nessuno si sarebbe più diretto verso quel monte. Nessuno mi avrebbe più fatto domande sull’accaduto. Nessuno poteva immaginare ciò che avevamo visto e nessuno avrebbe mai potuto capire. Nessuno voleva capire e sapere. Nessuno avrebbe più voluto sentire quella parola… che ancora rimbombava nella mia mente. “Agharti!”

 

 

L'Uomo Nero

          Rimprovero me stesso per non averlo mai capito. Come ho fatto a non accorgermi, tutte quelle volte che mi capitava di incontrarlo? Eppure, c’era in lui qualcosa di strano, di stranamente troppo evidente, forse davvero troppo per essere vero. Tutti sapevano che era una persona strana, particolare, ma quanto, nessuno avrebbe mai potuto saperlo. Non era molto basso, vestiva sempre di nero, forse sempre con gli stessi vestiti. Non era un uomo di bell’aspetto, anzi! Aveva una gobba molto accentuata e il viso rugoso e asimmetrico. Quei pochi capelli che aveva erano grigi e sempre sporchi. Gli occhi neri come la notte, ma a volte sembrava assumessero per qualche istante strani riflessi rossi, come se dentro bruciassero, come se dentro avesse avuto l’inferno.

Quei pochi che avevano avuto occasione di conoscerlo, se li interrogavi, cambiavano discorso, a volte accennavano ad un segno di croce, se ne andavano spaventati e, mentre si dileguavano, dicevano:

“Prima o poi lo conoscerai anche tu…”, ed io non capivo.

Quando lo incontravi e lo salutavi, lui ti guardava con due occhi di ghiaccio e non apriva quasi mai bocca, se non per ringhiarti contro. Sembrava che non capisse nemmeno la nostra lingua oppure che fosse sordo, infatti, così pensarono in molti. Non aveva nome, nessuno lo conosceva, forse nemmeno lui stesso. Quando chiedevi a qualcuno: “chi è quell’uomo?”, loro ti rispondevano “Prima o poi lo conoscerai anche tu…”, ed io non capivo. Mai.

Nessuno osava avvicinarsi a quell’uomo e quell’uomo non voleva avvicinarsi a nessuno e ciò che faceva paura era anche il fatto che non invecchiasse mai. Sembrava un vecchio, ma le persone più anziane dicevano che era già vecchio quando loro erano bambini e ciò era molto strano. Più venivo a conoscenza di dettagli che lo riguardavano, più quell’uomo mi incuriosiva.

Se ne stava sempre chiuso in casa, non usciva quasi mai e quando usciva, era solo per fare quattro passi. In effetti, nessuno sapeva cosa facesse o dove andasse quando usciva e, in verità, capitò anche che non lo si vedesse in giro per settimane a volte, tant’è che alcuni, in quei giorni, cedettero fosse morto in casa, dimenticato da tutti, ma non era mai così e nessuno avrebbe comunque mai potuto dimenticarlo. Di certo non era un tipo che poteva essere dimenticato una volta visto e non avrebbe mai potuto passare inosservato, eppure, a volte poteva essere di non accorgerti della sua presenza, come se riuscisse in qualche modo ad ipnotizzarti o a comparire e poi sparire come per magia.

Quel personaggio, devo ammetterlo, mi incuriosiva e non riuscivo a non pensarci, specie in un certo periodo della mia vita. Volevo saperne di più, sapere chi fosse, qual era il suo nome almeno.

Una sera, decisi di seguirlo. Avrei così scoperto dove abitava. Pensai che doveva avercelo un nome sulla porta della sua abitazione, sempre che ne avesse una. Riuscii a non farmi scoprire e lo seguii per almeno due chilometri, rimanendo nell’ombra, fino a casa sua. Abitava in una vecchia abitazione in periferia, una sorta di condominio, ma stranamente, sembrava non ci fosse anima viva lì, oltre la sua. Era tutto in disuso, tutto diroccato. Mi sorprese perfino il fatto che gli avessero permesso di abitarvi in quel rudere. Cadeva letteralmente a pezzi e si vedeva con chiarezza che doveva essere disabitato. Solo un pazzo avrebbe potuto rimanervi e forse lui doveva esserlo. Oppure, pensai che vecchio com’era, forse non aveva più paura di morire, forse si era già abituato a quell’idea. Pensai che se c’erano dei citofoni, avrei potuto leggere i nomi degli inquilini e scoprire così anche il suo. I citofoni, anche se non più funzionanti, c’erano ma, con sorpresa, notai che i nomi dei residenti non c’erano più, nemmeno il suo. Cercai di seguirlo anche all’interno dello stabile non facendomi vedere. Lo vidi entrare in casa e chiudersi la porta alle spalle. Rimasi lì ad origliare. C’era un gran fetore nell’aria. Il pavimento dell’edificio era lercio come se non lo pulissero da anni. Non me ne stupii, visto che non vi abitava più nessuno lì, eccetto lui e di certo, non mi sembrava un tipo amante delle pulizie. All’improvviso sentii dei rumori provenire da basso, così mi nascosi nell’ombra ed attesi. C’era un uomo che saliva le scale, portava un pacco. Era il postino. Si fermò proprio davanti alla porta del vecchio e bussò alla porta. Questa si aprì e l’uomo invitò il postino ad entrare in casa. Prima che chiudesse la porta, lo sentii per la prima volta parlare.

disse: “Vi stavo aspettando”, il postino ne rimase un po’ sorpreso.

“Aspettavate questo pacco vuole dire?”

“No. Aspettavo te.”

“Me?”

“Entra!”, così dicendo, l’uomo afferrò il postino per un braccio e lo trascinò dentro casa.

Cosa stava succedendo? Cercai di sentire quello che si stavano dicendo, ma era difficile. Ad un certo punto, sentii qualcuno urlare. Era spaventoso! Non avevo mai sentito nessuno gridare in quel modo, poi, dopo qualche attimo, ancora il silenzio. Cosa mai era successo lì dentro? Rimasi ad osservare nascosto nell’ombra, paralizzato per la paura. Aspettavo di vedere uscire da quella porta qualcuno, ma non sapevo se sarebbe stato il postino o l’altro, anche se avevo un brutto presentimento. Infatti, quando la porta si aprì, vidi uscire lui, tremendo come sempre, col viso tinto di nere ombre e le mani insanguinate. Teneva sulla spalla un grande sacco nero e da come lo portava capii che doveva essere molto pesante. Ad un certo punto gli cadde per terra e dall’apertura vidi uscirne una mano sporca di sangue. Frettolosamente, si chinò, rimise la mano nel sacco che, con uno scatto, riprese sulla spalla, poi se ne andò. Aveva ucciso il postino ed ora ne stava portando il corpo chissà dove. Tremavo e cercavo di non fiatare, perché sapevo che se mi avesse visto, sarebbe stata, molto probabilmente, la morte anche per me. Lo vidi andar via, scendere giù per le scale e andare all’esterno. Quando seppi che era lontano, uscii dal mio nascondiglio e mi diressi anch’io verso le scale, ma notai una cosa. Aveva lasciato la porta di casa socchiusa. Indeciso se andarmene o dare una sbirciata all’interno, la mia curiosità mi portò a scegliere la seconda possibilità. Con molto coraggio, spinsi la porta col piede e guardai all’interno. Era molto buio. Notai subito delle grandi macchie di sangue sul pavimento che si mischiavano con il nero delle piastrelle, sporche e graffiate. Una sorta di malsana voglia di scoprire di più su quell’uomo mi spinse a proseguire la mia esplorazione ed entrare quindi nella casa. Lentamente, i miei occhi si abituarono a quel buio. Un fetore nauseante mi bloccava di tanto in tanto. C’era un tavolo di legno con sopra dei piatti sporchi. All’interno, tra i molti avanzi, si contorcevano grossi vermi bianchi e mi parse anche di notare un topo attraversare la stanza rapidamente. Mi portai una mano sulla bocca per ripararmi in qualche modo da quel fetore. Sembrava quasi che non ci vivesse più nessuno da anni in quel posto, ma sapevo che non era così. Arrivai in soggiorno. Con molto stupore mi accorsi che le pareti erano pitturate di rosso. Mi avvicinai ad una di esse e vi appoggiai sopra la mano. Nel ritrarla, il rosso rimase vi rimase sopra. Ero disgustato… era sangue! Ma come poteva essere stato possibile? Come potevano essere interamente ricoperte di sangue le pareti di quella stanza? Ma non è tutto. Notai anche, per terra, dei pezzi di carne e delle cose che sembravano… pezzi di organi e… ma come poteva essere? Sembrava che in quella stanza fosse da poco esplosa, letteralmente esplosa, una persona… il postino? Non riuscivo a credere ai miei occhi! Colto da una paura più che giustificata mi voltai per andarmene e con orrore, mi accorsi che lui eri lì.

Era lì, tra me e l’unica via d’uscita. Mi guardava con la bocca socchiusa e le mani ancora sporche di sangue. Era mostruoso, l’arcata dentaria inferiore gli appoggiava sul labbro superiore e respirava affannosamente emettendo un acuto sibilo ogni volta che espirava. Visto da quella prospettiva, con quella luce che gli faceva diventare gli occhi di cristallo, sembrava davvero un diavolo! Rimase così a fissarmi per qualche attimo, che per me sembrò interminabile, come se mi stesse studiando incuriosito e sorpreso nel vedermi, poi, lentamente si mosse, come niente fosse e si sedette. Io feci qualche passo verso l’uscita, poi il mio sguardo incrociò il suo. Non sapevo se parlargli o meno, in fondo ero pur sempre un intruso, ma, inaspettatamente, fu lui a rompere quel silenzio.

“Non mi sembra che stessi aspettando altre visite…”

Io, confuso ed imbarazzato, cercai le giuste parole, ma non ne trovai, aprii la bocca, emisi qualche vocale, poi lui continuò.

“No… evidentemente no. È solo una persona troppo curiosa e troppo stupida… cosa aspetta ad andarsene?”

Io non riuscivo davvero a capire, ma pensai che quello era davvero il momento di tagliare la corda, poi però, ci ripensai. Se me ne fossi andato via subito, quel giorno, probabilmente sarebbe stato meglio, perché ora potrei vivere con più tranquillità la mia vita, tuttavia, sapevo che dovevo sapere, una volta per tutte. Dopo essermi avvicinato all’uscita, mi fermai e mi rivoltai verso quell’uomo che ancora mi guardava ansimante. Poi, trovai il coraggio di rivolgergli la parola.

“Io… veramente… vorrei sapere…”

E lui, ancora una volta, inaspettatamente mi parlò.

“Vuole sapere chi sono?”

Chinò il capo e rise, ma più che una risata, la sua era un grottesco ringhiare. Poi, continuò.

“…Chissà come mai, in molti vorrebbero sapere chi sono. Ma nessuno capisce che nella vita bisogna avere molta pazienza, perché prima o poi, tutti mi conoscono. Tu sei paziente, Mattias?”

Era il mio nome! Allora mi conosceva! Ma com’era possibile? Non ci eravamo mai conosciuti…

Ero confuso e sorpreso. Non avevo parole.

“Ma… come fa a sapere il mio nome?”

L’uomo rise nuovamente, prendendosi gioco della mia ingenuità.

“…Io vi conosco tutti. Uno ad uno. So tutto di voi e so anche che prima o poi, tutti mi incontrano. È il ciclo naturale della vita… e della morte. Mattias, penso che tu abbia visto quell’uomo che ha bussato alla mia porta poco fa, vero?”

Accennai col capo di aver capito che parlava del postino.

“…bene, stavo aspettando quell’uomo. E lo stavo aspettando da sempre, da quando gli hanno permesso di nascere su questa terra. Così come aspetto altre persone, chi prima, chi dopo… tutti alla fine arrivano da me. Bisogna solo avere pazienza… molta pazienza. Ogni dubbio, ogni domanda, prima o poi, ha una sua risposta. Può capitare che a volte vengono loro da me, può capitare che a volte vada io da loro, ma il senso è sempre quello, perché quando arriva la tua ora, non puoi comunque fuggire… è il destino… ineluttabile destino. A volte decido io, a volte faccio scegliere a loro… l’importante è il fine, non il modo in cui lo si ottiene.”

Mi parlava con quella sua voce così rauca, fioca, deformata mostruosamente come il suo viso, ma sinceramente non riuscivo a comprendere del tutto quelle parole. In effetti, pensai inizialmente che doveva essere una sorta di maniaco o di malato mentale. Ma uno strano presentimento aveva invaso la mia anima e un velo di inquietudine era già calato sul mondo intorno a me.

“Ad esempio… tu Mattias… tu mi stai simpatico, per cui lascerò scegliere a te…”

“Cosa?”

“Mattias… come vuoi morire?”

Il sangue mi si gelò nelle vene e un brivido freddo mi passò rapidamente per la schiena, fino ad arrivare ai piedi. Indietreggiai e lui, come fanno le bestie, annusò la mia paura.

“Non avere paura Mattias… te l’ho già detto. È il normale corso della vita e della morte, e poi… comunque, non è ancora giunta la tua ora…”

Dette quelle parole, alzò gli occhi verso il soffitto, come se cercasse di ricordare qualcosa, poi sorrise e annuì col capo.

“Mancano ancora 24 anni e tre mesi.”

Quelle parole, che mai avrei dimenticato, mi paralizzarono, ma allo stesso tempo, mi iniettarono nell’animo una paura tremenda. Ora, non avevo altro desiderio che andarmene, ed alla svelta!

Mi girai di scatto e mi diressi rapidamente verso l’uscita. Mentre scendevo le scale, sentii ancora la sua voce tremenda, diretta a me come una saetta, dall’alto del rudere, mi seguiva e ancora mi segue, come mi ha seguito ogni giorno della mia vita.

“Ci rivedremo Mattias! Ricordati, non si può sfuggire al proprio destino…”

Ed ora, che sono trascorsi 24 anni e tre mesi, lo aspetto, nel letto di casa mia, sereno perché so che nessuno può sfuggire al proprio destino. La morte viene per tutti, fa anch’essa parte della vita ed è impossibile sfuggirle, in quanto anch’essa fa parte dell’armonico disegno dell’universo. Solo una cosa: rimprovero me stesso per non averlo mai capito. Solo ora mi è tutto chiaro come il Sole.

Ora che sono vecchio ed ho passato tutta la vita nella paura e nel pensiero di questo giorno, mi accorgo di non aver realmente vissuto, occupato a contare i giorni che mi restavano, inondato dalla paura e dall’ansia. Mille e mille volte ho pensato che sarebbe stato meglio non essere mai entrato in quella casa quel giorno maledetto, ma oramai è troppo tardi. Il sole sta calando e qualcuno ha appena bussato alla mia porta. So già chi è. Lo stavo aspettando. È l’uomo nero. Viene per tutti prima o poi, è l’ineluttabile destino di tutti noi. Con serenità mi alzo, bevo il mio ultimo sorso di gin e vado ad aprire.

 

 

Opera Sine Nomine

Mike Benton, con estrema rassegnazione, aveva ottenuto un lavoro al Teatro Grande di Verona. Si trattava di un lavoro modesto, almeno così lo considerava lui, ma era sufficiente per il momento, dato che si trovava con un mutuo da pagare e qualche debito qua e là… Chi l’avrebbe detto che uno come lui, laureato in ingegneria con cento e lode, sarebbe finito a fare le pulizie in un teatro? Sì, perché questo faceva lui, le pulizie! E il direttore gli aveva pure promesso che presto le pulizie le avrebbe fatte anche in altri teatri e locali di sua appartenenza. Mike, non poteva certo sentirsi lusingato, annuiva ormai meccanicamente ogni volta che incrociava il direttore, rassegnato per via della sua condizione. In fondo, pensava lui, era stata una delusione venire in Italia. Forse sarebbe stato più fortunato in Inghilterra, il suo paese natale, ma ormai quello era il presente e lui doveva viverci in questo presente, fare i conti giorno dopo giorno con ciò che gli portava davanti il destino, cose belle e, soprattutto, cose brutte. Sperava in un futuro di gloria, in un paese straniero, invece trovò un presente di noia e fatica. Più di una volta, il giovane aveva pensato di farla finita, ma non aveva mai trovato il coraggio di realizzare questo suo macabro progetto e forse era stato meglio così, visto che se l’avesse fatto, non sarebbe stato mai partecipe del suo inaspettato futuro.

Già, la vita a volte è davvero strana.

L’unico lato positivo era la musica. Un conto era fare le pulizie in assoluta solitudine, dopo uno spettacolo, quando il teatro era ormai completamente vuoto e aleggiava solo tristezza ed amarezza, un indefinito vuoto. Un altro conto era fare le pulizie durante le prove di un opera, con tutta l’orchestra che suonava e i tenori ed i soprani che riempivano il teatro di vita, allora la tristezza andava via per lasciare posto alla gioia del vivere e l’animo del giovane si ridestava come fosse arrivata primavera. E proprio in una di queste serate accadde qualcosa di strano e che, almeno in parte, cambiò la vita del nostro Mike.

In quell’occasione si trovava a lavorare nei sotterranei del teatro e un piano più sopra, un soprano cantava accompagnata dall’orchestra un opera mai sentita. Mike era un appassionato di musica lirica e gli sembrava strano non conoscere quella musica. Smise di lavorare e si fermò ad ascoltare appoggiato al manico della sua scopa. Gli piaceva, era davvero soave il modo in cui la cantante appoggiava le note su quella base di strumenti ad arco, come faceva vibrare la voce, la passione che ci metteva. Mike pensò che in tutta la sua vita difficilmente aveva sentito qualcosa di simile, e dire che era soltanto una prova! Come avrebbe voluto conoscere il titolo di quell’opera…

Ad un tratto, tutto finì. L’orchestra non suonava più e la cantante aveva smesso di stregare il cuore del giovane. Subito dopo, Mike avvertì uno strano dolore allo sterno e un pensiero gli balenò nella mente: “Non deve finire qui!” Questa frase gli rimbalzava nella mente senza motivo, incessantemente e lo assillava, non riusciva a pensare ad altro. Più di una volta provò a ricominciare a lavorare, prendeva la scopa ma la mollava subito dopo per ritornare poi a riprenderla, alla fine però qualcosa lo spinse a lasciare tutto per andare di sopra.

Corse tra i corridoi del teatro, salì le scale e arrivò sul palcoscenico, che stranamente era buio e vuoto. Non c’era nessuno, nemmeno in platea. Com’era possibile? Potevano avere fatto tutti in tempo a smontare così in fretta? E poi, per quale motivo, andarsene via così rapidamente? Non riusciva a capacitarsene, si guardava intorno incuriosito, sorpreso, non riusciva a credere ai suoi occhi. Guardò ovunque, scese in platea, passò tra le file di posti fino ad arrivare in fondo alla sala, uscì ed arrivò nel grande atrio del teatro. Anche lì non c’era nessuno, inoltre, gli sembrava che le porte fossero chiuse e le serrande abbassate. Non era possibile. Lui stesso qualche minuto prima era entrato da quelle stesse porte e aveva visto coi suoi occhi l’atrio colmo di musicisti. Almeno il custode doveva esserci… ma anche di lui non v’era alcuna traccia! Mike pensò di dovere essere impazzito. Era molto confuso… si inginocchio a terra con le mani tra i capelli e cercò una soluzione. Poteva essere suonato l’allarme anti-incendio e magari non l’aveva sentito… ma allora perché non c’erano i pompieri ed il fuoco? Almeno del fumo doveva vederlo… poteva essersi addormentato? Ma quando? Forse era svenuto e non se n’era accorto. O forse stava sognando…

Sta di fatto, che era un sogno così reale da sembrare proprio la realtà. Si alzò e iniziò a girare per il teatro buio e vuoto cercando nel frattempo una soluzione. Ad un tratto, gli sembrò di sentire un sussurro. Si immobilizzò all’istante e tese le orecchie cercando di scoprire se l’aveva sentito sul serio e, in tal caso, da che parte fosse provenuto. Dopo qualche attimo, lo risentì. Era la voce di una donna, ma era molto fioco, non riusciva a capire cosa dicesse, ma proveniva da dietro le quinte, almeno così gli sembrava. Salì sul palcoscenico e, scostando le tende, andò sul retro, ma non v’era nessuno. Guardò bene, era molto buio, ma non c’era nessuna donna. Eppure l’aveva sentita sussurrare. La sentì ancora, ed ancora. Sembrava più forte ora. Sussurrava un nome: “Olaf”.

Mike camminò dietro le quinte per qualche attimo senza scoprire alcunché, poi ritornò sul palcoscenico. Lì, la vide. Era nel mezzo, illuminata da una luce, anche se non capiva da che direzione provenisse il fascio luminoso. Una donna vestita con un abito ottocentesco con molto pizzo di color nero e col viso coperto da un velo, anch’esso scuro e di pizzo. Una mano appoggiava sul bacino, con l’altra teneva una maschera veneziana che le nascondeva gli occhi ed il naso. Mike rimase immobilizzato nel vedere quella presenza, da dove era sbucata fuori e soprattutto, chi mai poteva essere? Subito, la donna parlò, ma Mike non riuscì a capirla, perché parlava in un’altra lingua, mai udita prima. Poi, allungò un braccio verso il giovane e gli porse la mano, come per invitarlo ad avvicinarsi. Mike fece qualche passo, poi la donna mosse la mano ed indicò in una direzione verso la sala. Mike si voltò in quella direzione, la donna stava indicando una particolare colonna del teatro, ma per quale motivo? Poi, all’improvviso, il giovane sentì un forte caldo, incominciò a sudargli la fronte, si sentì mancare e cadde a terra privo di sensi.

Quando si ridestò, non era più solo.

Era nei sotterranei e c’erano delle persone chinate sopra il suo corpo che discutevano tra di loro. Quando videro che aveva riaperto gli occhi, si rallegrarono e gli chiesero se andasse meglio. Mike non capiva bene cosa fosse successo… gli sembrava davvero strana quella situazione. Dov’era finita la donna? E tutta quella gente, da dov’era sbucata fuori? Chiese ad uno di loro cosa fosse successo e quello rispose che pochi minuti prima era sceso per controllare una cosa e l’aveva trovato lì steso a terra, così aveva chiamato aiuto. Evidentemente era svenuto e tutto quello che aveva visto era solo frutto di un sogno, della sua immaginazione. Si sentì un po’ più sollevato, si rialzò e ringraziò i suoi soccorritori. C’era solo una cosa che ancora voleva capire, salì sul palcoscenico e trovò il direttore d’orchestra che stava per andarsene via. Mike, quasi senza neppure pensarci, mosso solo da una specie di istinto innaturale, gli si avvicinò e gli disse:

“L’opera che stavate dirigendo è incompleta!”

Il direttore, incuriosito, guardò il giovane negli occhi, ma solo per qualche secondo. Appena s’accorse che era il ragazzo delle pulizie, abbassò lo sguardo e, sbuffando, fece per andarsene. Allora, Mike lo afferrò per un braccio e l’uomo si voltò nervosamente cercando di svincolarsi da quella presa.

“Direttore! Deve ascoltarmi! Prima stavo ascoltando l’opera… pensate di averla suonata tutta?”

Il direttore, non riuscendo a liberarsi, alzò la voce e un gruppo di musicisti si raccolse attorno ai due.
“Cosa ne sa lei di musica?”

Mike non sapeva cosa rispondergli, perché in effetti, la musica fino a quel momento l’aveva solo ascoltata… non sapeva niente di note musicali, pause, chiavi di violino e solfeggio… e sapeva di non aver mai sentito prima d’allora quell’opera in particolare ed in effetti, non sapeva neppure quel che stava dicendo. Così, rassegnato, confuso ma con un senso di amarezza nell’animo, lo stesso che hanno coloro che sanno di non ricordare qualcosa, forse malati di amnesia, lasciò la presa e il direttore fu libero di andarsene. Stava già per ritornare a lavorare intento a non pensare più a quella storia, quando all’improvviso, uno di quei musicisti che era lì intorno e che per caso aveva sentito tutto, si fece avanti.

“Il giovane ha ragione. L’opera è incompleta!”

Il direttore, a qual punto si fermò e si voltò lentamente. Poi, il musicista continuò.

“Ed in effetti, l’opera in questione è molto particolare sotto certi aspetti. Come ho già detto, è incompleta, perché manca la conclusione della vicenda. Ma fino ad oggi, hanno sempre tutti pensato che questo dovesse essere il finale. Tuttavia, io ho visto il manoscritto originale. L’ultima pagina di tale manoscritto è bruciata e son certo che il fuoco dev’essersi mangiato qualche pagina. Inoltre, anche la prima pagina riporta segni di bruciatura ed in effetti, il titolo attuale, non è il vero titolo dell’opera, in quanto quello vero è stato consumato dalle fiamme. L’attuale titolo è stato deciso da un musicista postumo, non dall’autore.” Poi, si rivolse a Mike.

“Se mi permette, come fa lei a sapere che l’opera è incompleta?”

 Mike, molto confuso, non seppe cosa rispondere… Tuttavia, sempre mosso da una forza invisibile, corse giù per le scale che portavano in platea e si fermò vicino alla colonna indicatagli dalla donna del sogno. La analizzò bene, poi, come se si fosse ricordato di qualcosa, come se i ricordi riaffiorassero nella sua mente, lentamente, uno ad uno, si scoprì essere sempre più sicuro di quel che stava facendo. Si chinò e iniziò a scollare la moquette intorno alla colonna. Un uomo cercò di fermarlo, pensando di trovarsi di fronte un vandalo, ma lo stesso musicista di prima, che aveva seguito Mike in sala incuriosito, lo fermò, dicendo a tutti gli altri di lasciarlo fare.

Mike, alzò la moquette e mise a nudo il pavimento in legno del teatro, così come doveva essere molti anni prima. Quello era il pavimento originale risalente all’800. Cercò con le mani, finché non trovò una tavola diversa dalle altre, perché ballava. La alzò e si scoprì che sotto quel pavimento, proprio in quel punto, c’era uno spazio vuoto. Mike vi mise una mano dentro e ne uscì una cassetta in metallo. Nel frattempo, attorno al giovane si erano raccolti tutti i musicisti, incuriositi da quel che stava accadendo. La cassetta non era chiusa a chiave. Mike la aprì. Nessuno avrebbe mai potuto immaginarlo! Era uno spartito musicale. Un’opera dimenticata. Un tesoro! Il musicista appoggiò una mano sulla spalla di Mike.

“Come facevate a saperlo?”

I due si guardarono negli occhi. Mike adesso ricordava molto più di prima. Provava una certa sensazione nel tenere in mano quella cassetta, quello spartito… ora ricordava.

“Come facevo a saperlo? Semplice, perché ce l’ho messa io questa cassetta qui sotto…”

Il musicista era confuso, stupito… quasi incredulo.

“Lei? Ma com’è possibile? Questo spartito avrà si e no un secolo! Me lo faccia vedere…”

Mike porse l’opera in questione al musicista e questi la esaminò accuratamente. Gli altri intorno sussurravano tra loro e si spingevano l’un l’altro per poter vedere meglio ciò che stava accadendo.

“Non è possibile!”

Il musicista si rivolse commosso a tutti gli altri intorno a lui.

“Signori e signori… l’Opera Sine Nomine che stavamo suonando poco fa ora ha un nome ed un finale, in quanto questo che tengo tra le mie mani è lo spartito originale e ancora non riesco a capacitarmene! Si chiama “Al Mio Amore, Aleska Straseberg”, dell’autore svedese Olaf Brueg.”

Così, commosso, il musicista alzò lo spartito in modo che tutti potessero vederlo e scoppiò un forte e lungo applauso. Anche il direttore si fece largo tra la folla, si avvicinò meglio per vedere coi suoi occhi e toccare con sua mano quel miracolo. Nessuno aveva parole. Al termine di quell’applauso, il musicista si rivolse nuovamente al ragazzo delle pulizie, lo guardò negli occhi quasi spaventato, poi non resistette a fargli quella domanda:

“Ma come faceva a sapere…?”

Mike alzò nuovamente lo sguardo e le parole gli uscirono dalla bocca come per istinto, senza pensarle prima nella mente.

“Perché ce l’ho messo io lì questo spartito… molti anni or sono, affinché il tempo potesse custodirlo integro per me…”

Il musicista non capiva quelle parole, ma non gli importava tanto di capire in quel momento. L’unica cosa che davvero gli importava era che aveva tra le mani l’originale ottocentesco di un’opera fino ad allora rimasta nell’ombra… di un tesoro dell’universo musicale. Solo quello gli importava. Poi, lo sguardò dei due si incrociò nuovamente e Mike allungò una mano verso quel manoscritto. Il musicista capì. In fondo era giusto che quell’opera rimanesse a chi l’aveva trovata. Solo quel giovane poteva deciderne la sorte, o no? Teneva l’opera stretta sul petto, poi, restio, allentò la presa e la porse a Mike, con molto rammarico.

Il ragazzo delle pulizie, facendosi strada tra la folla, si diresse così verso l’uscita.

“Solo un momento!” urlò alle su spalle il musicista.

Mike si voltò per sentire cosa volesse.

“Almeno, dimmi come ti chiami… qual è il tuo nome?”

Gli occhi di Mike cambiarono aspetto, non sembravano più gli occhi di un giovane, ma di un uomo vissuto, colmo di saggezza e di esperienza, gli occhi di un uomo molto grande…

“Olaf Brueg…” Rispose il ragazzo con un particolare accento straniero.

Tutti rimasero fermi in silenzio, come paralizzati. Alcuni sorrisero e se ne andarono, altri invece divennero molto pallidi.

Poi, il giovane continuò a parlare…

“…ma per voi sarò soltanto il ragazzo delle pulizie.”

Così dicendo, col suo spartito sottobraccio, si diresse verso l’uscita, in silenzio, facendosi largo tra la folla.

 

L'Inferno

          Entrai di corsa e chiusi subito la porta a chiave. Ro ancora tutto bagnato. Senza fiato e con gli occhi spalancati verso il vuoto. Respiravo a fatica e, preso da una stanchezza improvvisa, mi sedetti a terra con la schiena appoggiata alla porta d’ingresso. Era quasi mezzanotte e fuori non aveva ancora smesso di piovere. Mille pensieri mi stavano passando per la testa, ma quando cercai di fare chiarezza, tutto nella mia mente si azzittì. Mi guardai le mani: erano ancora chiazzate di rosso. Ricordai ed inorridii. Dovevo dimenticare. Mi alzai in piedi ancora frastornato. Mi guardai intorno e mi diressi vicino alla finestra. Spostai un po’ la tendina e guardai fuori. Cerca una strana quiete lì fuori che contrastava con ciò che invece stavo sentendo nella mia mente. Mi sembrò di impazzire. Mi sedetti sul divano e mi slacciai l’impermeabile.

Ad un tratto, bussarono alla porta. Mi alzai di scatto. Non avevo il tempo di lavarmi le mani, così dopo una breve ricerca, trovai vicino al telefono i miei guanti di pelle. Li indossai e mi avvicinai alla porta. Chiesi: “Chi è?” e dall’altra parte risposero: “Polizia! Apra la porta!”

Mi diedi con le mani una veloce pettinata ai capelli, improvvisai un sorriso che pretendeva di essere credibile ed aprii.

“È lei il proprietario di questa casa?”

“Sì, sono io, posso esservi d’aiuto?”

I poliziotti mi squadrarono dalla testa ai piedi cercando di cogliere in me un qualunque particolare compromettente. Cercai di nascondere le mani dietro la schiena con disinvoltura.

“È vostra l’auto qui fuori?”

“No… la mia auto è a riparare… non so di chi sia.”

I poliziotti sembravano perplessi, poi continuarono.

“Va bene. Signor…”

“Davies, mi chiamo Jill Davies.”

“Va bene signor Davies, se dovesse notare qualcosa di strano ci avvisi.”

“Ci può contare…”

Li salutai e chiusi la porta. Avrei dovuto pensarci prima all’auto. Non avrei dovuto parcheggiarla fuori casa. Ormai comunque era troppo tardi. Guardai fuori dalla finestra senza farmi vedere. Erano ancora lì che stavano facendo rilevamenti intorno all’automobile. Tra poco avrebbero infranto i cristalli e trovato i miei documenti. Dovevo fuggire! E alla svelta!

C’era una finestra sul retro della casa. Potevo svignarmela da lì. Ma prima dovevo eliminare le prove ed in casa mia ce n’erano molte. C’era solo una cosa che potevo fare. Presi del whisky e dei fiammiferi. Qualche minuto dopo il tappeto iniziò a prendere fuoco e simultaneamente i poliziotti incominciarono a bussare insistentemente alla porta. Andai sul retro mentre l’interno dell’abitazione diventava sempre più un inferno. Le fiamme presto avvolsero ogni cosa. Uscii all’esterno e, per fortuna, non c’era nessun poliziotto. Iniziai a correre veloce attraverso l’oscurità. Pioveva ancora. Entrai in stretti vicoli pieni di pozzanghere e rifiuti. Lì sarebbe stato difficile trovarmi. Mi fermai un secondo per capire se potessero essermi alle calcagna, ma non mi sembrò di sentire nulla, se non il mio respiro affannoso ed una voce rauca che, dall’ombra, chiamò il mio nome.

“Jill?”

Sobbalzai spaventato. Chi poteva essere a quell’ora della notte? Chi poteva sapere il mio nome?

Cercai nell’oscurità da dove provenisse quella voce e trovai un volto, seminascosto nelle ombre di quel vicolo. Doveva essere un barbone. Era un vecchio dalla pelle scura con un grosso cappello a falde larghe in testa.

“Chi è lei? Come fa a sapere il mio nome? Io non la conosco…”

“Jill, perché corri? Cos’hai fatto di così grave per fuggire via così in fretta?”

“Si può sapere chi sei? Cosa vuoi da me? Hai visto tutto, vero? Sei un fottutissimo testimone, vero??? Lasciami in pace! Cosa vuoi? Soldi? Ne ho quanti ne vuoi… quanti ne vuoi!”

L’uomo sorrise ed abbassò lo sguardo.

“Non voglio i tuoi soldi Jill. Non basterebbero mai a pagare il tuo crimine… lo sai?”

Io non capivo. Non voleva i miei soldi. Ma allora cosa poteva volere da me quel vecchio?

“Allora cosa vuoi da me? Tornatene da dove sei venuto e lasciami in pace!”

“Tornare da dove sono venuto? Dall’oscurità?”

Sorrise nuovamente.

“Jill, non ha importanza chi sono. Piuttosto, tu! chi sei tu? Non sei lo stesso uomo che sei stato ieri e nemmeno chi credi di essere. Pensi di essere il migliore, l’hai sempre creduto. In realtà, non sei nemmeno una persona comune, perché se fuggi vuol dire che hai qualcosa da nascondere. Se fuggi, vuol dire che sei colpevole! Ragazzo, cos’è successo poche ore fa? Non nasconderlo a te stesso, riconosci i tuoi errori, non soffocarli nelle nebbie dei ricordi.”

“No… non è successo niente!”

“Così per te uccidere è niente?!?”

L’uomo fece due passi dall’oscurità verso di me. Ora lo vedevo meglio, era pieno di cicatrici in viso. Mi sembrava un volto conosciuto, eppure non ricordavo chi fosse.

“Cosa vuoi da me? Lasciami in pace? Ti darò tutto quello che vuoi, ma lasciami in pace!”

“Proprio tutto?”

“Sì!”

“Va bene. Voglio la tua anima!”

 A quel punto pensai che l’uomo che avevo di fronte doveva essere un pazzo. Preso dalla collera, gli saltai addosso e lo spinsi verso il muro alle sue spalle. Lui sbattè la testa contro un tubo metallico e cadde a terra privo di sensi. Vidi il sangue sulla parete. L’avevo ucciso? Potevo averlo ucciso? Non era così. Dopo un attimo di silenzio, l’uomo riaprì gli occhi e si rialzò, come se nulla fosse successo. Indietreggiai impaurito.

“Cosa credevi di fare? Non puoi uccidermi, perché per oggi hai già ucciso. Non ne hai avuto abbastanza?”

“Vuoi dirmi chi sei? E come fai a sapere tutte queste cose? Cosa vuoi da me!?!”

“Jill Davies, oggi stesso, ti dico, tu giacerai all’inferno!”

A quel punto, un forte tuono spezzò il cielo in due ed io caddi a terra disperato.

“Non esiste l’inferno! Io non credo. Non può esistere!”

“Ah sì? Certo, non è come hai sempre creduto. Non è come è descritto sui libri. È molto peggio! Ero venuto qui per salvarti, ma quest’ultimo gesto ti ha compromesso per l’eternità. Ora ti rimangono davvero pochi attimi ancora. Cerca nel tuo cuore, cerca di capire quello che hai dentro.”

Le mie lacrime iniziarono a mescolarsi alle gocce di pioggia e quei tristi ricordi affollarono la mia mente. Ora non potevo più scacciarli via.

“Jill, guarda dietro di te.”

Mi voltai. Non riuscivo a credere ai miei occhi, era lei. Ma come poteva essere? Era morta. L’avevo uccisa io poche ore prima. Mia madre, in tutto il suo splendore, mi si avvicinò lentamente e mi appoggiò una mano sulla testa. Potevo sentirla, quasi come se fosse ancora lì con me. Ma sapevo che non poteva essere così. Doveva essere un fantasma… un fantasma della mia coscienza che era venuto a trovarmi dall’abisso della mia anima, dove risiedono i ricordi più tristi, quelli che si vogliono dimenticare. La vidi in volto: sembrava triste. Non potevo sopportare ancor più il suo sguardo. Chiusi gli occhi.

“Basta! Ti prego, falla andare via! Non ce la faccio più!”

Ma la visione non scomparve, anzi, mi parlò.

“Perché l’hai fatto Jill? Ero tua madre! Perché non mi hai parlato prima di agire? Avremmo potuto risolvere ogni cosa…”

Preso da mille sensi di colpa e dalla commozione, scoppiai a piangere. Cercai allora di abbracciarla, ma l’attraversai da parte a parte, quel triste fantasma.

“Non volevo arrivare a tanto, mamma… Non so cosa mi ha preso in quel momento! È stato più forte di me… scusami!”

“È troppo tardi figlio mio. Mi dispiace, ma è davvero troppo tardi.”

Così dicendo, scomparve. Allora, mi rivoltai, ma era scomparso anche il vecchio. Ad un tratto, sentii delle urla. Era la polizia, mi aveva trovato. Cercai la fuga, sentii un altro tuono, ma mi accorsi subito dopo che non proveniva dal cielo.

Le forze mi abbandonarono, persi l’equilibrio e caddi a terra, sull’asfalto bagnato di quello stretto vicolo. Con le ultime forze che mi rimanevano, mi tolsi un guanto e osservai nuovamente la mano destra. Era ancora sporca di sangue. La lavai lentamente in una pozzanghera lì vicino. Vedevo le gocce di pioggia cadere nello specchio d’acqua vicino al mio viso. Erano belle, silenziose. Le osservavo col sorriso sulle labbra. Non riuscivo a muovermi e il forte freddo che mi aveva preso fino a quel momento mi stava anch’esso abbandonando. Lentamente anche la mia mano era ritornata pulita ed il rosso del sangue di mia madre ora aveva sporcato l’acqua della pozzanghera. Poi, la vista mi si annebbiò. L’ultima cosa che vidi, furono i visi dei poliziotti che correvano verso di me. Sorridevano, felici di avermi beccato. Alla fine, tutto si oscuro e fu il silenzio. Non capivo se stavo sussurrando, oppure erano solo i miei pensieri che sentivo e mi rimbombavano nella testa.

“Non voglio finire all’inferno! Non voglio finire all’inferno!”, ripetevo in continuazione dentro di me. Era ancora buio. Ormai, ero solo pensiero e nulla più. Nel buio più oscuro, solo un pensiero offuscato. Lo ero, come lo sono ancora adesso. Sono solo. Perso. Ora so cos’è l’inferno. È la solitudine dell’eternità. Solo ora capisco.

L'Ultimo Saluto

          Avevo appena finito di lavorare e stavo mettendo via i mille fogli cha avevo sparsi sulla scrivania, quando guardai l’orologio e mi accorsi che era fermo sulle una e quaranta del mattino. Non sapevo quando si era fermato, quindi supposi dovesse essere più tardi di quell’ora. Il tempo era volato. Era ora di tornarmene a casa. Chissà mia moglie com’era preoccupata! Di sicuro avrà pensato che avessi un amante! Non ero riuscito nemmeno a chiamarla per dirle che rimanevo lì a finire di lavorare fino a tardi. Così, presi in fretta le mie cose e corsi via. Scesi nel parcheggio, mi avvicinai alla mia auto ma, un po’ per l’ora tarda, un po’ per via della stanchezza, ebbi un senso di vertigine, persi l’equilibrio e caddi a terra sulle ginocchia. Capii che in quello stato non potevo tornare a casa. Mi ci voleva un caffè, ma come potevo fare. Saranno state almeno le due e a quell’ora qualsiasi locale doveva essere chiuso, ma a quanto pare, mi sbagliavo. Vidi proprio dall’altro lato della strada un piccolo bar ancora aperto, era la mia nottata fortunata! Entrai. Non c’era anima viva. Aspettai un attimo. Poco dopo arrivò un uomo.

“Siamo chiusi.”

“Lo immaginavo, ma non sarebbe così gentile da farmi un caffè? Devo guidare e non abito molto vicino…”

“Va bene.”

“Grazie mille, è molto gentile.”

Così, il barista mi preparò il caffè, poi mi lasciò solo. Iniziai a sorseggiarlo e notai su un orologio appeso al muro che erano le tre e quaranta! Era tardissimo! In quell’attimo, arrivò un vecchio dall’interno del locale. Mi si avvicinò e mi sorrise. Io risposi con un cenno al saluto e mi affrettai a bere il caffè, ma mi scottai. Era molto caldo. Quell’uomo, subito mi parlò.

“È buono il caffè? Come lo prepara mio figlio, non lo prepara nessun’altro!”

“È il padre del barista?”

“Gli ho insegnato io il mestiere. Un tempo lui era l’apprendista, il garzone… ora invece è il padrone. La vita è così, è un ciclo. Non è vero?”

Annuii.

“Ma venga fuori a bere il suo caffè, ci sono dei tavolini, non li ha visti?”

“Ma suo figlio mi ha detto che il bar è chiuso…”
“Non si preoccupi. Venga, mi segua.”

“Lei non beve niente?”

L’uomo si rattristò.

“No. Non posso bere attualmente.”

Pensai che dovesse essere malato di una qualche malattia.

“Certo che è tardi… perdoni la mia curiosità, ma come mai non è a letto a dormire?”

“Sto per partire… sono in attesa.”

“Ah sì, anch’io preferisco sempre viaggiare di notte. Passa più in fretta.”

L’uomo rimaneva per lunghi attimi in silenzio a fissare il vuoto, come se sentisse delle voci, ma non riuscisse a capirle. Lo vedevo sforzarsi, per poi scuotere sempre il capo rassegnato.

“Non riesco più a sentire bene come un tempo…”

Non capivo. Cosa poteva mai esserci da sentire. In strada non passava nessuno e non c’era alcuna sorta di rumore. Ma non commentai, pensando che si riferisse a qualcosa di personale e di non attuale.

“Ma come mai il locale è ancora aperto?”

“Mio figlio sta aspettando il dottore.”

“Il dottore? Qualcuno sta male?”

“Sì.”

L’uomo non continuò il discorso. Chinò il capo e rimase in silenzio per un po’. Io non chiesi altro.

“E dove va di bello? Qualche giorno di vacanza?”

L’uomo mi guardò fisso negli occhi, poi si alzò dalla sedia e accennò ad un sorriso.

“Per me è tardi ora. È stato un piacere parlare con lei. Saluti mio figlio da parte mia e gli dica che quando diceva che dovevo smettere di fumare, aveva perfettamente ragione. Ma gli dica anche che nella vita si impara sbagliando… la saluto.”

Così dicendo, l’uomo se ne andò per strada.

“Vuole un passaggio?”

Che sciocco che ero stato, non gliel’avevo nemmeno offerto. Mi alzai e lo rincorsi. Girai nella stessa via in cui aveva girato poco prima, ma con mia grande sorpresa, mi accorsi che non c’era più. Di quel vecchio, non c’era più traccia. Nello stesso istante, vidi arrivare un’ambulanza con le sirene spiegate. Si fermò davanti al bar. Forse stava male il figlio del vecchio, il barista, pensai. Corsi a vedere cos’era successo e con mia sorpresa, vidi i medici che portavano fuori in barella il corpo dello stesso uomo che pochi minuti prima aveva conversato con me al tavolino del bar. Lo stesso uomo che era andato via per un’altra strada pochi attimi prima. In un primo momento non capii. Avevo un gran mal di testa. Poi vidi uscire dal bar il barista abbracciato ad una donna che doveva essere sua moglie. Piangeva e si lamentava. Mi avvicinai e gli chiesi cosa fosse successo.

“Mio padre è morto.”

Allora tutto mi fu chiaro, ma a stento riuscivo a credere di aver parlato con un fantasma. Guardai meglio l’uomo in barella. Era proprio il vecchio che aveva conversato con me pochi attimi prima. Allora capii quel che dovevo fare. Mi avvicinai al barista e gli raccontai ciò che avevo vissuto e gli riferii le stesse cose che quel vecchio mi aveva detto di dire a suo figlio. L’uomo smise di piangere, si asciugò le lacrime, poi, senza dire una parola, ritornò all’interno del bar chiudendosi la porta alle spalle. Guardai lo stesso tavolino su cui ero seduto poco fa. C’era ancora lì il mio caffè. Ormai si era raffreddato, ma ora non ne avevo più bisogno. Mi ero svegliato.

 

Il Sigillo del Tempo

        A volte, nella vita, accadono fatti inspiegabili, che ti trascinano lontano con la mente e t’inducono a credere di vivere in uno strano mondo, più sconosciuto di quanto possiamo immaginare. Quanto più pensi di avere capito il senso, più t’accorgi di essere solo all’inizio di un illimitato percorso e, solo quando credi che sia tutto chiaro, ti rendi conto, invece,  di aver passato buona parte della tua vita ad inseguire effimeri tesori, falsi sogni, illusioni... solo illusioni. Ho visto troppe volte crollarmi addosso il castello da me costruito con tanta cura. Ho visto troppe volte i miei sogni infrangersi o affievolirsi per poi morire nel nulla. Troppe volte, ho capito di aver sprecato molto del mio tempo prezioso. Troppe volte...

Ed ora, mi ritrovo qui, a trent’anni dalla mia nascita, con le idee sempre più confuse. Da giovane avevo sempre sognato di fare la modella, ma, alla fine, mi sono ritrovata con una scopa in mano a fare le pulizie ovunque mi capitava. Volevo rimanere giovane per sempre, invece, mi osservo allo specchio e scopro, con tristezza e rassegnazione, le mie prime rughe. Volevo trovare l’amore eterno, invece...

Ma, circa due mesi fa, successe qualcosa che cambiò radicalmente la mia vita. Prima di spiegarvi l’accaduto, premetto che vivo sola in un appartamento di Milano, in Italia. I miei genitori sono entrambi morti. Non ho fratelli, né sorelle, né veri amici. Vivo la giornata come meglio riesco, ma è come se avessi sempre vissuto in un unico, noioso, lungo e triste giorno. Questo, almeno fino a quel fatidico giorno.

Era un lunedì d’inverno. La mattina mi alzai e, mi ricordo, guardai fuori dalla finestra. Il cielo era grigio, faceva freddo e soffiava una leggera brezza che faceva oscillare le cime dei pochi alberi lungo la strada sotto casa. Feci colazione e mi vestii. Uscii di casa e m’incamminai diretta alla ditta nella quale, in quel periodo, lavoravo.

Tutto iniziò sul metrò. Ero in piedi e mi tenevo con la mano alla maniglia sopra la mia testa. C’era abbastanza silenzio, a parte un confuso vocio di sottofondo  ed  il  rumore  della  vettura.  L’oscurità  del  posto,a  volte, era interrotta da fasci di luce che provenivano dall’esterno ed attraversavano in pochi secondi l’interno della vettura. Mi capitò di notare le persone intorno ; in quel posto si potevano osservare persone di ogni genere, alcune veramente strane. L’uomo accanto a me, era immobile ad osservare l’esterno, come ipnotizzato dalle luci intermittenti o dal buio delle gallerie. Indossava un cappotto lungo fino alle ginocchia di colore molto chiaro e teneva una sigaretta spenta tra i denti. Me lo ricordo perché mi sembrò strano. Dietro di me, c’era una donna grassa, rossa in viso e con un grosso neo proprio sotto l’occhio destro. Sembrava infastidita dall’assenza di spazio, respirava profondamente e muoveva gli occhi in continuazione. Sicuramente, non vedeva l’ora di uscire all’aperto. Ad un certo punto, mi sentii spingere alla mia destra e, nel voltarmi, incrociai il viso di un ragazzo.  Si era fatto spazio tra i presenti e s’era avvicinato all’uscita. Capii che doveva scendere alla prossima fermata e mi rivoltai. In quel pochissimo tempo in cui avevo avuto modo di osservarlo, mi aveva fatto una strana impressione. I suoi capelli, sparsi in uno studiato disordine, erano colorati di almeno quattro tinte differenti e portava orecchini un po’ ovunque ; ne aveva uno sul sopracciglio destro, un numero imprecisato su entrambe le orecchie, due sul naso e perfino sul labbro. Indossava abiti sconci che lo facevano sembrare un abitante di un mondo post-nucleare e portava al collo numerose collane con abbinati diversi pendagli. Uno di questi, in particolare, aveva cercato d’attirare la mia attenzione più degli altri. Incuriosita, decisi di rivoltarmi per osservarlo meglio. Lo feci ed il ragazzo mi fissò negli occhi con aria dura. Io lo ignorai ed abbassai lo sguardo verso il medaglione. Ora, riuscivo a vederlo chiaramente. Era un amuleto. Un sigillo raffigurante uno scarabeo egizio di infinita bellezza. Quella visione mi devastò la mente e, improvvisamente, mi sentii mancare.

Incominciai a sudare freddo, percepii un senso di nausea ed un forte giramento di testa. Cercai di tenermi con le mani a qualcosa, ma esse afferravano il vuoto. Avevo paura. Vedevo i volti delle persone intorno a me che mi fissavano; parevano distorti, come attraverso un fondo di bottiglia. Percepivo i loro sguardi incuriositi, ma non avevo più il senso della realtà. Tutto, ora, mi sembrava solo un sogno. Alzai gli occhi verso il neon sopra di me e, alla fine, chiusi gli occhi.

Nero.

 

Quando rinvenni, mi trovavo sdraiata in un posto a me sconosciuto. Vedevo una luce sopra di me e sentivo un leggero vocio confuso. Vedevo il bianco di quelle che dovevano essere le pareti di una camera. In un primo momento, venni invasa dalla paura e supposi, con rammarico, di essere morta. Sentivo gli arti indolenziti e le palpebre, malgrado i miei sforzi, mi si richiudevano in continuazione sugli occhi. Non riuscivo a muovere il capo e la bianca luce sospesa iniziava ad accecarmi. Ad un certo punto, entrarono, nel mio campo visivo, tre volti di altrettanti uomini con lunghe barbe e baffi bianchi. Sembravano gemelli... mi fissavano e muovevano la bocca, ma io non riuscivo a comprendere le loro parole, probabilmente perché presa da altri terribili pensieri. Impaurita, cercai di parlare. Soffiai attraverso le corde vocali e ne uscì una specie di miagolio quasi sussurrato. Appena questo avvenne, i tre uomini si fermarono, interessati ad udire le mie parole.

“Sono morta ?”

Uno dei tre uomini sorrise ed avvicinò il suo volto al mio. Poi, mi rispose.

“No. Stia tranquilla. E’ solo svenuta. Siamo dei medici... ora va tutto bene. Si ricorda cos’è successo ?”

Io cercai di ricordare, ma l’ultima cosa che mi ritornò in mente furono gli occhi di quel ragazzino sul metrò. Scossi la testa e richiusi gli occhi. Continuavo a sentire le voci di quegli uomini, ma erano tutte molto confuse. Stanca, mi riaddormentai. Quando mi risvegliai, tutto mi sembrò più chiaro.

Aprii gli occhi ed un fatto mi sorprese. Il neon sopra di me era spento, ma la camera era lo stesso illuminata. Riuscii a mettermi seduta e notai, per la prima volta, una finestra, proprio alle spalle del mio letto. Da lì, entrava la luce del giorno. Capii di trovarmi in una camera d’ospedale, ma non riuscivo a capire il perché. Ad un tratto, entrò un’infermiera. Era una donna di mezza età, col viso tondo e simpatico. Appena mi vide, sorrise e si avvicinò.

“Bene, finalmente si è svegliata. Come sta ?”

Quel “finalmente” mi aveva preoccupato. Nella mia mente non poteva essere passato molto tempo da quando avevo perso i sensi, ma, tuttavia, non lo sapevo con esattezza.

“Da quanto tempo sono qui ?”

L’infermiera sfogliò la sua cartella e mi rispose.

“E’ qui da un paio di giorni... ricorda il perché ?”

“No, no con esattezza...”

La donna si sedette sul letto a fianco a me e mi spiegò l’accaduto.

“Ha perso i sensi sul metrò sul quale stava viaggiando e, nel cadere, ha sbattuto la testa. Alcune persone presenti l’hanno portata fuori alla prima fermata e si sono preoccupati di chiamare un’ambulanza, così, l’hanno portata qui. Comunque, se vuole saperne di più, deve informarsi col dottor Nuori. E’ lui che l’ha curata.”

In quell’istante, entrò nella stanza un uomo con occhiali scuri, in giacca e cravatta. Mi si avvicinò ed accennò ad un sorriso.

“Signorina Finni ?”

Io, automaticamente, risposi.

“Sì, ma chi è lei ?”

L’uomo si tolse gli occhiali e mi guardò. Era un bell’uomo, dai lineamenti fieri e di costituzione robusta.

 “Sono un medico, mi chiamo Renaldi, Carlo Renaldi. Sono uno psicologo e sono interessato al suo caso.”

Non riuscii a capire quelle parole e, in un primo momento, pensai che mi stesse confondendo con qualcun’altra.

“Quale caso ? Forse mi confonde con qualcun’altra...”

L’uomo mi sorrise e guardò fuori dalla finestra.

“No, mi creda. Probabilmente non le hanno ancora raccontato tutta la storia.”

“Quale storia ?”

Quelle parole mi sembravano sempre più strane ed una certa curiosità cresceva sempre di più dentro di me. L’uomo mise la mano in tasca e ne tirò fuori un taccuino. Lo sfogliò ed iniziò a raccontarmi l’accaduto.

“Vede... Sulla vettura dev’essere successo qualcosa che l’ha fatta regredire con i ricordi nel tempo...”

L’uomo sembrava cercasse in continuazione le giuste parole, sfogliava il taccuino in continuazione, quasi cercasse qualcosa di introvabile. Pareva emozionato, nervoso... illuminato.

“Cosa vuol dire ?”

“La prego... Cerchi di ricordare... ha visto per caso qualche cosa di esotico, voglio dire di arabo o meglio... egiziano ?”

“Sì !”

Mi ritornò alla mente la figura di scarabeo visto appeso al collo di quel ragazzo, ma, successivamente, mi sembrò strano il fatto che quella persona fosse al corrente di quel fatto.

“...ma, come fa a saperlo ?”

L’uomo, evidentemente più interessato, mi si avvicinò maggiormente, fino ad appoggiarmi le mani sulle spalle. Sentii il suo alito, sapeva di menta.

“Cosa ha visto ? !”

“Era uno scarabeo egizio... un amuleto.”

L’uomo fissò, per qualche istante, il vuoto alle mie spalle e si rialzò ritornando nella posizione di prima. Sorrise, come se avesse scoperto qualcosa. Gli brillarono gli occhi e, quasi, si commosse.

“Signor Rinaldi ?”

L’uomo mi guardò mantenendo la sua espressione e mi guardò con gli occhi spalancati, come se fosse rimasto paralizzato da qualcosa.

“Mi chiami pure Carlo... “

“Mi vuole spiegare qualcosa anche a me ?”

L’uomo sembrò ritornare in sé. Riprese a consultare il suo taccuino e, nervosamente, continuò a parlarmi.

“Mi scusi... mi sono lasciato prendere dall’emozione. Ora le spiego tutto. Prima di perdere i sensi, come mi hanno riferito i vari testimoni presenti, lei assunse, per così dire, un’altra personalità...”

Quelle parole mi sembravano sempre più strane.

“...Più esattamente, prima di svenire, parlò in egiziano !”

Io sorrisi. Non riuscivo a credere alle mie orecchie.

“E’ assurdo... io conosco solo l’italiano e... a mala pena !”

Carlo mi si avvicinò nuovamente e mi prese le mani nelle sue.

“Mi creda... ne sono sicuro perché l’ho sentita con le mie orecchie. Ieri, l’ho sentita delirare, proprio in questo letto. Delirava in egiziano... un dialetto antico, per l’esattezza.”

“Ma com’è possibile ?”

L’uomo si alzò in piedi e fece alcuni passi su se stesso. Si accarezzò il mento e continuò.

“Ha mai sentito parlare di reincarnazione ?”

Avevo già sentito quella parola, ma non gli avevo mai attribuito troppa importanza.

“Sì, ma, continui pure.”

“Secondo una mia teoria, lei conosce l’egiziano perché, una volta, anche lei è stata un’egiziana. Parlo di migliaia d’anni fa... in un’altra vita. Nel momento in cui ha rivisto lo scarabeo, ha avuto un Deja-vu... un ricordo del passato ! Questo, l’ha confusa a tal punto da farle perdere i sensi. Ha provato forse anche un leggero dolore allo sterno ?”

“Sì ! Come lo... “

“Già... ne ero più che certo ! Gradirei poterla ipnotizzare. Non ne vuole sapere di più ?”

In quel momento, mi venne alla mente un atroce pensiero. Volevo davvero diventare la cavia di un esperimento ?

“Non sono sicura... non so.”

L’uomo rimase in silenzio un attimo, poi sembrò capire.

“Certo. Non è costretta. Comunque, le lascio il mio biglietto da visita. Se dovesse ripensarci... “

“Certo. “

Ci scambiammo un sorriso, successivamente, ci salutammo. Rimasi sola col suo bigliettino tra le mani e con mille pensieri nella mente. Non riuscivo a credere a quella storia. Poteva mai essere vera ?”

 

Quello stesso pomeriggio venni rimessa e decisi di tornare a casa.

Pensavo che quella vicenda fosse conclusa e che non avrei mai più rivisto Carlo Rinaldi, ma mi sbagliavo.

Sulla strada, entrai in un bar ed ordinai un caffè. Ad un certo punto, ripensai allo scarabeo egizio e mi sentii nuovamente mancare, ma, questa volta, al contrario dell’ultima volta, riuscii a rimanere in piedi. Respirai profondamente e, poco dopo, mi risentii meglio. Il barista, accortosi del mio malessere, mi offrì il suo aiuto.

“Signora, ha bisogno d’aiuto ? Sta bene ? Chiamo qualcuno ?”

Io apprezzai il suo gesto e gli sorrisi. Mi sentivo meglio.

“Grazie, sto bene.”

“Come vuole, ecco qui il suo caffè.”

L’uomo appoggiò la tazzina sul bancone ed in quell’istante avvenne un fatto straordinario. A posto di un “grazie”, pronunciai qualcosa di sconosciuto. Inconsciamente, sorprendentemente.

“Za’lem.”

L’uomo mi guardò stranamente. Io, non sapendo cosa rispondergli, corsi via. Corsi tra le auto ed i pedoni sui marciapiedi. Corsi a lungo, senza meta, poi, alla fine, mi fermai esausta e mi inginocchiai a terra.

Cosa mi stava accadendo ? Cosa avevo pronunciato ?

Volevo delle risposte.

Tornata a casa, presi tra le mani il bigliettino di Carlo e lo chiamai.

“Pronto ?”

“Rinaldi ? Carlo ? Sono Laura Finni. Si ricorda di me ?”

“Come potrei dimenticarti, Laura. Ti prego, diamoci del “tu”.”

“Certo. Ascolta, voglio saperne di più.”

“Vuoi sottoporti ad una seduta ? Fantastico !”

“No, ascolta ; voglio andare in Egitto. Vuoi venire ?”

L’uomo rimase in silenzio un attimo ed io pensai avesse riattaccato.

“Pronto ?”

“Sì, sono qui... è solo che... non mi aspettavo un simile invito... comunque, si può fare... potrebbe risultare interessante.”

“Perfetto... ”

Gli spiegai l’accaduto ed egli capì. Si informò con un suo amico e scoprì che la parola “Za’lem”, proveniva da un dialetto molto antico dell’Egitto e voleva dire “Grazie”. Questo mi servì a capire che dovevo assolutamente recarmi in quel posto. Il mio bisogno di conoscere era così grande che ero disposta a lasciare ogni cosa di quel presente solo per il desiderio di sapere. Pochi giorni più tardi, prendemmo un aereo per il Cairo e, in poche ore, arrivammo a destinazione. Carlo era sempre molto gentile con me e riusciva a capirmi. Sapeva come mi sentivo e cercava di non farmi sentire in imbarazzo il più possibile. Prendemmo una camera in un hotel ed iniziammo a girare in cerca di qualcosa. Sapevo che dovevo trovare qualcosa, ma non sapevo con esattezza cosa, forse, solo il mio passato. Passarono tre giorni, ma in questo tempo non avvenne niente di strano. Visitammo la Sfinge e le piramidi, le trovai stupende, ma non ebbi strani ricordi di un possibile futuro. Questo avvenne la notte del terzo giorno.

 

Feci un sogno che mi sembrò molto reale. Mi vidi egiziana, in un lontano passato. Vedevo dei servi prostrati di fronte a me e, proprio alle mie spalle, vedevo un grande tempio con un obelisco nel mezzo. Mi ricordai di quel tempio. Non era la prima volta che lo vedevo... l’avevo già visitato nei miei sogni di ragazza ed in quelli da bambina. Ma, fino a quel momento, avevo sempre creduto che fosse stato frutto della mia fantasia. In quel momento, mi sembrò così reale... come se l’avessi sempre conosciuto. Poi, improvvisamente, il sogno divenne un terribile incubo. Vidi dei soldati scuri di pelle che ci circondarono e ci assalirono. Vidi uno di questi alzare una lancia al cielo e scagliarmela contro violentemente. Vedevo il sangue sulle mie mani e sentivo un forte dolore all’addome. In quel momento, mi svegliai. Ero nella camera d’albergo, nel presente. Sentii bussare alla porta e riconobbi la voce di Carlo.

“Laura ! Laura ! Stai bene ! “

Mi alzai e gli aprii. Sembrava preoccupato. Gli sorrisi per rassicurarlo e lo abbracciai.

“Ho fatto solo un brutto incubo.”

“Ti ho sentita urlare e mi sono preoccupato. Pensavo stessi ancora male...”

Sentii il suo calore sul mio corpo e mi sentii subito meglio. Sarei voluta rimanere abbracciata a lui per l’eternità, ma un istinto sconosciuto, mi fece agire diversamente. Mi mossi verso il corridoio dell’hotel e Carlo mi seguì.

“Dove vai, Laura ?”

Non lo sapevo nemmeno io. Non potevo rispondergli, ma avrei voluto.

Scesi le scale ed arrivai nell’atrio. Carlo era sempre insieme a me. Mi capitò di leggere le ore sul grande orologio a lancette appeso vicino alle porte dell’hotel : erano le 3 :00 del mattino ! Uscii all’aperto. Faceva freddo.

“Ti ammalerai veramente se non ritorni dentro... Laura ?”

Sentivo le sue parole, ma le ignoravo, comandata da una forza superiore.

Camminai per le strade della città vecchia e mi sembrò di essere già stata lì.

“Io ricordo...”

Carlo mi si avvicinò e mi coprì con la sua felpa. Continuai a camminare in quella magica notte e tutto, passo dopo passo, incominciava ad essere molto familiare. Ricordavo le strade, il paesaggio in lontananza e perfino gli odori. Poi, non so come, mi ritrovai nello stesso posto del sogno. Era lì, di fronte a me, proprio come migliaia d’anni prima. Immortale come i miei ricordi. Il grande tempio e l’obelisco di pietra proprio nel mezzo. Su di esso vi era inciso un grande scarabeo. Mi fermai ed iniziai a singhiozzare. Carlo mi strinse nelle sue braccia e mi guardò con sguardo interrogatore. Meritava una spiegazione.

“Ricordo... un lontano passato, ma, ancora, vivo nella mia mente. Avevo dimenticato, ma ora so. So che questi ricordi fanno parte di me e niente potrà mai cancellarli. So che il mio corpo può morire ma non la mia anima che è immortale nello spazio e nel tempo. So di essere vissuta qui, un tempo. Ero una regina. Mi chiamavo Ahmes. Venni uccisa, proprio qui, su queste mattonelle, anni ed anni fa. Ricordo che erano tempi duri... ci fu un complotto di palazzo... denaro... venni uccisa per denaro. E’ sempre stato il denaro la causa del male dell’uomo. Ricordo gli occhi di mio padre... gli morii tra le braccia e, subito dopo, vidi morire anch’egli. Venne ucciso dai miei stessi assassini. Ricordo... ora è tutto chiaro.”  

Sentivo il vento della notte soffiarmi in volto e riuscivo ad udire gli echi del mio lontano passato. Vedevo all’orizzonte la grande Sfinge che mi guardava impassibile e misteriosa. Sentivo il respiro di Carlo vicino al mio viso. Eravamo stretti l’uno nelle braccia dell’altra. Ora, mi sentivo meglio. Ora, la mia vita incominciava ad avere un senso. Non mi sentivo più solamente Laura Finni, ma un’anima immortale. Un insieme d’amore, sentimenti e ricordi.

D’allora, la mia casa è l’Egitto. Passo ore ed ore ad ammirare le dune di sabbia del deserto ed i tramonti africani e penso a come è strana la mia vita. Penso a tutto ciò che ho fatto e riesco a trovare un senso. Capisco che, più vivo, più accumulo esperienze nuove e diverse che, so, mi serviranno anche in futuro. Imparo dagli errori e riesco a trovare la bellezza e l’amore anche nelle più semplici cose. Capisco di essere un minuscolo granello di sabbia nell’universo, ma, nello stesso tempo, so di essere complementare ad esso. Vedo la sabbia dorata volare via nel vento e capisco il significato della mia esistenza. E qui, nel mio cuore. In esso si fondono passato, presente e futuro. In esso risiedono i miei ricordi, i sentimenti, mille emozioni e la conoscenza di essere viva. Lo sento pulsare. Mi sento viva.  

Capisco che, presto, ci sarà un nuovo tramonto. Un nuovo splendido tramonto tra le dune di sabbia dell’Egitto. L’inizio di una nuova vita.

 

(disegno di Giorgio Pastore)

 

 

Varchi Dimensionali

        Una notte, Richard Davis era a casa sua, una bella villa ottocentesca ereditata da suo padre con annesso un giardino e una parte di bosco. Dopo aver cenato, si preparò per andare a letto, quando ad un tratto sentì un rumore molto forte provenire da fuori, dal suo giardino. Corse, prese il primo cappotto che gli capitò sotto mano, una torcia elettrica e uscì all’aperto. All'apparenza non vide nulla. Fece qualche passo, quando sentì dei rumori provenire dall'oscurità. Camminò con cautela verso la fonte del rumore. Gli sembrò di percepire un lieve lamento. Con la torcia che aveva in mano illuminò una zona in particolare e tra dei cespugli gli sembrò di scorgere qualcosa. Vi si avvicinò. All'improvviso la "cosa" uscì fuori, lo fece cadere e fuggì via. Davis si rialzò e la inseguì. La "cosa" finì in un vicolo cieco. Avvicinandosi, con gran sorpresa, scoprì di che si trattava: era una ragazza. Era semi-nuda e bellissima, un po’ sporca, tremante ed impaurita. Aveva i capelli color del sole e due piccoli occhi chiari che contenevano l’infinito. Davis cautamente le si avvicinò mostrandole i palmi delle mani per farle capire che non aveva cattive intenzioni, chiedendole chi era e se avesse bisogno d’aiuto. Lei incominciò a parlargli disperata in una strana lingua sconosciuta. Davis le mostrò che non aveva cattive intenzioni e, lentamente, riuscì ad avvicinarla a sé ed a coprirla col suo giaccone.

Egli la condusse in casa, accese il caminetto, le diede dei vestiti e dei pezzi di pane, che lei soltanto osservava curiosa, senza mangiarli.

        Davis telefonò a Wells, un suo amico appassionato di "stranezze" e gli disse di venire subito. Wells accettò e qualche minuto dopo era già lì. La ragazza in un primo momento sembrava spaventata e confusa, ma lentamente si abituò anche alla nuova presenza. Davis raccontò a Wells il tutto e gli mostrò come ella si trovava disorientata alla visione del cibo, del fuoco e degli indumenti. Wells le si avvicinò e notò un particolare curioso: la ragazza aveva dei segni, in prossimità delle orecchie simili a squame. L’amico, si stupì, notando anch'egli il particolare. Cercò di parlarle, ma inutilmente. La ragazza sembrava non capire una parola di ciò che le stavano dicendo i due. Wells decise di fare un sopralluogo del giardino. Davis annuì. Uscito all’esterno, nel luogo del rinvenimento notò, in un punto, qualcosa di particolare: In un determinato luogo vide una specie di luce chiara azzurrognola fluttuare nell'aria. Incuriosito vi si avvicinò ed incautamente la toccò. Un tuono riecheggiò nell'aria e nello stesso istante, Wells scomparve per ricomparire in un altro luogo. Si trovava in un bosco. Non c'era più traccia della casa. Vide un ruscello e molti alberi. Nessun segno di civiltà. Era anche molto buio e questo non gli piacque. Con stupore, però, s'accorse che anche lì vi era la stessa luce azzurrognola. Ad un certo punto sentì dei rumori dietro le sue spalle; si voltò. Vi erano altri esseri, anch’essi seminudi come la ragazza, con solo in dosso delle pelli d'animale. Essi, minacciosi, lo accerchiarono. Sentendosi in pericolo, capì che l'unico modo per fuggire era gettarsi nuovamente in quella luce misteriosa.

Così, dopo un altro salto, si ritrovò nuovamente nel giardino, come se niente fosse accaduto. Tutto era ritornato normale. Gli esseri non c’erano più. Stranamente però vede che le luci della casa di Davis erano spente. Sospettando il peggio, vi si avvicinò. La porta era socchiusa. Vi entrò. Sentì dei rumori provenire dal primo piano. Silenziosamente salì le scale e si avvicinò ad una porta socchiusa dalla quale fuoriusciva della luce. La aprì e sbirciò all'interno. Non poté nascondere il suo stupore quando vide Davis a letto con la ragazza. Wells si arrabbiò e reputò Davis un'incosciente, un'insensibile, pensando che si fosse approfittato della debolezza dell'ospite, ma dovette ricredersi quando la stessa gli parlò e gli confermò che andava tutto bene. Wells si sentì disorientato. L’amico gli chiese dove fosse stato tutto quel tempo. Gli dissero che era stato via per tre giorni! Wells non riesciva a credere alle sue orecchie. Davis gli spiegò che in quei tre giorni la ragazza aveva imparato con una velocità impressionante  la loro lingua e, anche così rapidamente, si erano innamorati. L'unica cosa strana è che mangiava solo pesci. Wells le chiese chi era in realtà e da dove veniva. Le spiegò del viaggio che aveva fatto e degli esseri minacciosi incontrati ed ella affermò di non sapere nemmeno lei molto riguardo questa strana faccenda. Però, almeno, disse di provenire da un mondo immerso nella natura. Il suo popolo viveva nell'acqua ed era chiamato Oannes, mentre il popolo di superficie, chiamato Mannes, era più minaccioso ed in lotta con loro. Questi ultimi erano gli esseri incontrati da Wells e gli stessi da cui stava fuggendo la ragazza prima di  inciampare nella luce, che non era altro che un varco spazio-temporale. Dopo una lunga riflessione, Wells si ricordò di avere letto qualcosa riguardo gli Oannes: "Popolo anfibio proveniente dall'oceano indiano che, secondo antiche leggende, sarebbe giunto in Egitto e in Mesopotamia per istruire gli Egizi ed i Babilonesi, entrambi debitori ad essi di conoscenze astronomiche e scientifiche".

Davis disse di essere innamorato di Ika (questo era il nome della ragazza), ma Wells gli fece notare che questo non era il suo mondo. Inoltre, sapeva che da un momento all'altro probabilmente il passaggio dimensionale si sarebbe richiuso, e Ika non sarebbe mai più potuta ritornare nel suo mondo. Così, dopo un pò, i due si misero d'accordo. In effetti ad Ika mancava il suo popolo e, benché provasse un forte amore per Davis, non poteva farne a meno, doveva ritornare indietro, perché lì era la sua vita e il suo mondo.

I tre si avvicinarono così alla porta di luce. Ika e Davis si salutarono. Wells invogliò la ragazza a sbrigarsi, perché notò un'affievolimento della luce. La ragazza saltò. Inaspettatamente, però, Davis si gettò anch'egli per seguirla. Wells in un primo momento non seppe che fare, poi si gettò anch'egli, ma dall'altra parte trovò subito Davis ad attenderlo che, con un pugno, lo rimandò nel suo tempo.

Quando Wells si ridestò la luce era scomparsa e con essa anche Davis. Si chiese se prima o poi avrebbe rivisto il suo amico. Ma probabilmente sapeva già la risposta. Guardò per un’ultima volta la casa buia dell’amico, poi, sconsolato, se ne andò. Ormai, non poteva fare più nulla. Solo augurare a Richard Davis buona fortuna.

 

Il Segreto di Piri Reis

Palos, 1491.

         Il palazzo regale era illuminato solo dalla fioca luce delle torce appese alle pareti. Sullo sfondo, lungo un lungo corridoio s’intravedeva la corte. Le danzatrici, con larghi abiti ballavano delicatamente, lente, su una soave musica risorgimentale. Un uomo passa lungo il corridoio diretto alla sala della regina. È Cristoforo Colombo, un navigatore. Quel giorno sarebbe stato ricevuto da Isabella di Pastiglia. Doveva parlarle. Entrò nella sala. La regina era seduta ad un largo tavolo, silenziosa. Lo stava aspettando. Ai lati della porta, due guardie lo accompagnarono al suo cospetto e lo annunciarono. Colombo si inchinò e le baciò la mano, poi, senza aspettare un minuto di più, aprì la tracolla di cuoio che portava con sé e appoggiò sul largo tavolo una carta. Sorrise nel mostrarla a Isabella. Era la carta che gli avrebbe permesso di arrivare in un nuovo continente. La convinse a fornirgli i mezzi necessari per compiere il viaggio dicendole che la scoperta avrebbe ampliato i commerci e le ricchezze della Spagna. Dopo una breve riflessione, Isabella accettò. Gli avrebbe fornito le navi e tutto l’occorrente per affrontare il viaggio.

Milano, 2002.

        Un famoso miliardario senza scrupoli, Nicolaj Rockford, sta parlando ad un giovane archeologo, J.Toorpe. 

“Isabella di Castiglia non avrebbe mai dato a Cristoforo Colombo tre caravelle se non fosse stata sicura dell’esito del viaggio! Un tempo si riteneva non ci fosse nient’altro che l’abisso oltre le colonne d’Ercole; mostri marini, voragini gigantesche… il nulla! Sarebbe stato un suicidio compiere un viaggio simile. Colombo doveva sapere già dove sarebbe arrivato e le Indie… erano solo una scusa per non spaventare l’equipaggio! Doveva avere una carta sulla quale era già segnata la presenza delle Americhe, cosa impensabile per il 1490! Ma di quale carta poteva trattarsi?”
J.Toorpe si rigirò incuriosito sulla sua poltroncina.             
“Mr. Rockford, dove vuole arrivare?”                              
“Sono sicuro che Colombo si servì di una copia, se non l’originale, della carta di Piri Reis! Ne ho qui una stampa.”
Rockford spiega un foglio di carta sul tavolo posto tra i due sul quale vi è impressa una carta geografica.
“Guardi: la carta del navigatore ottomano Piri Reis del 1513. Si pensa l'abbia disegnata di propria mano, ma io ritengo l'abbia copiata da un modello più antico. Probabilmente ne è entrato in possesso dopo la morte di Colombo, nel 1506. Mostra parte dell’Europa, delle Americhe e del Polo Sud quando ancora non era coperto dai ghiacci. Una simile situazione climatica fu possibile solo in un lontano passato, questo ci porterebbe a datare la carta almeno al 10.500 a.C.! Inoltre, questa è perfettamente sovrapponibile a ciò che potrebbe essere una foto satellitare scattata ad altissima quota sul Cairo. Ma chi possedeva satelliti nel 10.500 a.C.?”
“Interessante, e scommetto che dovrei risponderle io…”
“Esattamente. Qui entra in gioco lei. Voglio l’originale della carta di Piri Reis, sempre che esista ancora, ma soprattutto, voglio sapere la verità e sono disposto a pagarla profumatamente.”
J.Toorpe rimase per un attimo pensieroso.
“Vi finanzierò le ricerche, Sarà ricompensato come si deve. Accetta?”
“Sì, ma più che per i soldi, accetto per una… diciamo, sete di conoscenza.”
I due si stringono la mano sorridenti.

        L’archeologo compie una ricerca sulla vita di Cristoforo Colombo, ma capisce che per saperne di più non ha altra scelta che partire per Genova, città in cui visse il navigatore, il quale si trasferì a Lisbona solo dal 1478.

        Genova. J.Toorpe arriva a quella che gli storici ritengono possa essere stata la casa di Cristoforo Colombo, a pochi passi da Piazza de Ferrari e immediatamente sotto il grattacielo di Terrazza Colombo[i]. Parla col padrone di casa e riesce ad entrarvi per un’accurata perlustrazione. Alla fine, scoraggiato, sta già per andarsene, quando per caso scopre nel Chiostro di S.Andrea[ii] una botola segreta.  Senza farsi notare la apre. C’è una scalinata che si perde nell’oscurità. Vi scende. Arriva ad una specie di laboratorio.
“Non sapevo che Cristoforo Colombo si interessasse anche di chimica…”
Dà un’occhiata tra alcuni vecchi libri quando ad un tratto nota qualcosa di familiare tra due pagine di un vecchio diario del navigatore.
“La carta di Piri Reis! Sembra l’originale…”
Ad un tratto, J.Troope si accorge di una cosa che lo sorprende. Osserva meglio la carta, non riesce a credere ai propri occhi.                  
In essa è raffigurata un’isola che non dovrebbe esistere, su di essa vi è la scritta “Aztlan”.
“Atlantide! Non ci posso credere… ma è cancellata da una X…”
Wells osserva il diario, ne legge qualche pagina e rabbrividisce.
“È scritto in arabo… Mio Dio, Scommetto che questo diario diventerà la lettura preferita di Rockford!”

        Pochi giorni dopo, Rockford seduto nel suo studio ascolta con passione la traduzione dall’arabo del diario di Colombo fatta dall’amico J.Toorpe.                   

Anno Domini 1480. Dal mio viaggio in Egitto ho tratto un insieme notevole di informazioni che mi aiuteranno nella vita. La stessa mia civiltà ne gioverà giacché, con l’aiuto della carta geografica proveniente dalla divina biblioteca di Aztlan, potrò spingermi in mari inesplorati, altrimenti inaccessibili, raggiungendo così nuove terre; e col denaro e la fortuna che mi frutterà codesta missione, potrò aiutare la mia famiglia a vivere meglio, nella gloria del nostro Signore. Inoltre, secondo il volere dei miei confratelli e dei gran sacerdoti, prometto di non rivelare a nessuno l’ubicazione di suddetta biblioteca. Sia maledetto colui che oserà cercarla, perché solo a pochi è concessa tanta ricchezza. Cristoforo Colombo”.

Rockford alza il viso ed entusiasta guarda l’amico.
“Impressionante! Signor J.Toorpe, la sua traduzione mi ha fatto rabbrividire… ma perché Colombo scrisse in arabo?”
“Per proteggere ciò che vi è scritto dagli uomini del tempo, che conoscevano il latino e, al massimo, il greco. Da ciò possiamo dedurre che Cristoforo Colombo doveva far parte di una qualche confraternita di sfondo esoterico. Questo gli permise di conoscere tali verità e quindi di usare la carta.”
J.Toorpe e Rockford esaminano insieme la carta.
“Questa è una grande scoperta. Atlantide, l’isola che Platone descrive nei suoi Crizia e Timeo, a quanto pare è realmente esistita. Ma, sulla carta è cancellata, forse dalla mano di Colombo. Probabilmente, la cancello quando, durante la navigazione, si accorse che non esisteva più. Per questo, circa a metà del viaggio, sorsero dubbi sull’esito della spedizione sia nel capitano che nell’equipaggio delle caravelle che per poco non si ammutinò.”
Rockford si alza in piedi pensieroso.
“Anzi, forse Colombo sperava di raggiungere Atlantide e non le Americhe! E quando si accorse che non esisteva più, decise di proseguire… A quanto pare ho investito bene i miei soldi! Signor J.Toorpe, le offro tre volte tanto la cifra pattuita se prosegue le ricerche. Questa carta è di inestimabile valore, ma pensi a quante carte come questa potrebbero trovarsi nella biblioteca citata da Colombo! Ne ho sentito parlare altrove. Atlantide possedeva colonie in tutto il mondo conosciuto e non c’era solo una biblioteca, ma molte. Questa è una di quelle! Quella biblioteca contiene il sapere perduto della civiltà di Atlantide. Le loro leggi, la loro civiltà, la loro tecnologia. Entreremo a far parte della storia!”

        Mattina. J.Toorpe si sveglia sulla sua poltrona con un libro in mano. Lo chiude e lo ripone su un mobile. Prepara un caffè e va a vedere la posta. C’è il giornale del giorno. Lo legge mentre rientra in casa.                                          

- 1 Febbraio 2002: GIOVANE ARCHEOLOGO SULLE TRACCE DELLA MITICA BIBLIOTECA PERDUTA DI ATLANTIDE. -

“Bene, bene… le voci corrono…”                     

        Pomeriggio. J.Toorpe è in una biblioteca per delle ricerche. Sfoglia dei libri soffermandosi ogni tanto su alcune parti più interessanti.                 

I superstiti del cataclisma che intorno al 10.000 a.C. distrusse l’isola di Atlantide si diffusero in tutti i continenti, sia in Europa che nelle Americhe. Da questi derivarono, oltre che tante altre civiltà quali i Sumeri e gli Aztechi, il cui nome deriva da Aztlan, anche gli Egizi. Qui, essi lasciarono una o più capsule del tempo: biblioteche segrete nella quale sarebbe custodito il nocciolo del loro sapere. Si pensa ce ne possano essere molte, sparse in diversi punti del globo, ma nessuno è mai riuscito a trovarne una. Forse Alessandro il grande ci riuscì nel 330 a.C. ca. trasportandone i libri nella neo costruita biblioteca di Alessandria, da lui fondata, ma dopo una travagliata esistenza, gli arabi ne cancellarono definitivamente ogni traccia nel VII secolo d.C. Si pensa ce ne possa essere una nella piana di Giza, sotto la grande Sfinge.

J.Toorpe finisce di scrivere sul suo portatile, dove appunta le informazioni utili alla sua ricerca.


        Sera. J.Toorpe in automobile guida verso casa. Un’altra auto, ad un certo punto, gli viene dietro e si sentono dei colpi di pistola. Dopo un breve inseguimento, l’archeologo riesce a seminare i suoi aggressori.
“Sembrano spariti. Ma è meglio non cantare vittoria troppo presto. Se avessero voluto uccidermi, probabilmente ci sarebbero riusciti. Probabilmente cercavano di colpire le gomme per fermarmi. Chissà di chi si trattava…”

        Casa. J.Toorpe chiama l’aeroporto e prenota un volo per il Cairo. Controlla i messaggi sulla segreteria: ce ne sono due di Rockford, ma li manda avanti.                            

“Due messaggi di Rockford, ma per oggi basta lavoro, li sentirò domani mattina.”
Bussano alla porta. Apre. Sono dei loschi e inquietanti tipi vestiti in eleganti completi neri.
“Posso esservi utile?”                                                  

Senza proferire parola, i due uomini in nero afferrano l’uomo e uno dei due gli tappa la bocca con la mano. Così, lo trascinano sulla sua poltrona cercando di farlo stare fermo. Un terzo è intento a far sparire tutto il materiale delle ricerche dell’archeologo: butta le carte in una loro borsa e cancella i dati sul portatile.             

“Maledetti! Cosa state facendo! Fermi!”                          

Un quarto estrae dalla giacca uno strano congegno somigliante ad una pistola e lo punta contro J.Toorpe.
“Non vi servirà a niente uccidermi!”
L’uomo preme il grilletto e dal congegno si sprigiona una fortissima luce.


        Mattina. Scena simile a quella già passata della scorsa mattina. J.Toorpe si sveglia sulla poltrona con lo stesso libro sulle ginocchia.
“Hmm… che mal di testa… devo aver alzato il gomito ieri sera… ma non ricordo praticamente niente…”
Si alza, sente la segreteria telefonica: nessun messaggio. Va a preparare il caffè e con la tazza in mano va a vedere se c’è posta.
“Hmm, il giornale di oggi…”
Gli da un'occhiata mentre ritorna in casa e sorseggia il caffè. Una volta arrivato in soggiorno lo butta sul tavolo. 
“E anche per oggi primo Febbraio 2002, niente d’interessante…”                                                            

- 1 Febbraio 2002: UCCISO NICOLAJ ROCKFORD, FAMOSO MILIARDARIO, IN UN INCIDENTE D’AUTO -

“Rockford… non mi è nuovo come nome, chissà dove lo sentito…”

Così dicendo, J.Toorpe se ne va via, ignaro di tutta questa storia appena vissuta.      


NOTE:


[i] Le prove per rintracciare la casa dove abitava Colombo con la sua famiglia sono due atti notarili, il primo del 17 gennaio 1466, il secondo del 23 gennaio 1477.

[ii] Un pezzo di terra apparteneva ai Colombo. Corrisponde con tutta probabilità, al terreno sul quale è stato ricostruito l'antico Chiostro di Sant'Andrea.

RITORNO A LONDRA

L’ultimo rossore stava lasciando il posto all’oscurità della notte. La brava gente di Londra stava rincasando e le locande iniziavano ad accogliere la feccia della grande capitale. Uomini soli, abbandonati, ex galeotti, evasi, usurai, donne dai facili costumi, persone che un gentleman avrebbe di certo evitato. La regina Vittoria regnava già da ventiquattro anni e la Gran Bretagna era un grande Impero. Ma ciò interessava poco a Will Magworth. Il rumore dei suoi passi echeggiava per tutta la buia e desolata via, resa anonima dalla nebbia e dalla non curanza dell’uomo. Gl’importava poco sapere in che luogo di Londra si trovasse. In quel momento, erano altri i suoi pensieri. A volte, si portava la mano destra sul cuore e si fermava con le spalle appoggiate ad un muro, come se non ce la facesse più. Eppure, il suo passo era moderato, ed anzi, in certi momenti sembrava proprio che si muovesse al rallentatore. Qualcosa gli impediva di proseguire oltre. Forse i pensieri che in quel momento gli stavano rimbalzando all’interno del cranio, forse altro. Respirava affannosamente, eppure non poteva essere stanco. Non ancora. Non aveva percorso molta strada, solo due isolati e con passo lento. Eppure, era stanco. Era amareggiato. Sentiva il terreno crollare sotto i suoi piedi e se provava ad appoggiare la mano sulla parete alle sue spalle gli sembrava quasi come se si stesse frantumando, come se fosse antica di migliaia d’anni. Gli venne in mente l’immagine di una mummia vista una volta al British Museum, molti anni prima. Ricordò la sensazione provata in quel momento, il pensiero di quanto fosse evanescente la vita, di come fossimo tutti uguali davanti alla morte; sottoposti agli occhi dei curiosi e dei turisti, allo stesso modo, in una sala museale, oppure, sottoterra. Osservò il volto di quella mummia con i suoi occhi da ragazzo. Occhi che ancora, in quel momento, non avevano mai conosciuto la morte. Occhi innocenti. Ricordò di aver provato pietà per quella persona. Per quello sconosciuto morto chissà come, chissà dove, chissà perché, chissà quanti secoli o forse millenni prima. Eppure, non lo vide come avrebbe dovuto vederlo, cioé come un anonimo defunto, o un semplice reperto antico. Immaginò quella persona ancora in vita. Pensò: “non è solo un oggetto; è una persona, o almeno, lo è stata. Un tempo, questa persona aveva sorriso, pianto, vissuto esperienze di cui ormai si è perduta memoria, ma comunque immortali.” Il piccolo Will pensò che un giorno forse anche il suo corpo sarebbe stato conservato in un museo, chissà tra quanti secoli! E forse, ci sarebbe stato un altro Will ad osservarlo ed a ragionare similmente. “La vita è un ciclo”, pensava Will Magworth. “La vita è un maledetto ciclo, ed io non posso farci niente!”

Così pensando, continuava a camminare ansimando in vie probabilmente mai percorse. Pur essendo nativo di Londra, era stato diversi anni via, lontano, “per affari”, come amava dire a chi gli poneva quella solita domanda: “dove sei stato tutti questi anni?”. La situazione era imbarazzante e pericolosa, perché Will era evaso dalla prigionia a cui era stato destinato nelle carceri del nuovo Galles del sud, in Australia. Lì, aveva conosciuto il demonio in persona. Lì, aveva ritrovato se stesso. Tutta quella sofferenza gli aveva aperto gli occhi ed il cuore. Più o meno venticinque anni prima era riuscito a fuggire imbarcandosi clandestinamente su una piccola nave mercantile, era riuscito a tornare a Londra, ma le cose non erano andate come avrebbe voluto. Così, conosciuta una ragazza, l’unico vero amore della sua vita, aveva fatto ritorno ad Adelaide, dove aveva lasciato i suoi due figli, avuti anni prima con due differenti donne. Ma il destino l’aveva tradito, ed ora, ogni mattina, ancor prima di aprire gli occhi, sentiva il mondo crollargli addosso. Non era più giovane e vitale come un tempo. Aveva superato la soglia dei sessanta e il dolore gli aveva segnato il viso e le ossa, tant’è che non dimostrava meno di settantanni. A volte, si chiedeva per quale assurdo e sadico scherzo del destino doveva vivere con la consapevolezza di essere sopravvissuto ai suoi figli. Ma poi, subito dopo, gli tornava in mente il viso di Jack Barton, il baro, che aveva massacrato una dannata sera dopo aver bevuto davvero troppo. Oppure, gli occhi di sua madre, quando gli riportarono suo figlio coi polsi stretti dai ceppi. Quella povera donna era morta per mano sua, così come suo padre, per mano di un anonimo assassino. Suo padre si era ritrovato un coltello piantato nel cuore la vigilia di Natale di un anno da dimenticare. Sua madre morì di crepacuore, per la delusione arrecatale dal proprio figlio. Will non riuscì mai a perdonarselo. Poi, quando pensava ai suoi genitori, non riusciva a non pensare a Judy, l’amore della sua vita, anch’ella naufragata in un regno migliore, così almeno voleva credere.

Poteva vedere nella sua mente ancora chiaramente, come se fosse stato ieri, gli occhi della ragazza circondati da un volto segnato dalla malattia. La stessa che gli strappò via dalle braccia anche Tom e Jordy, i suoi unici figli. Che ragione aveva oramai per rimanere lì in Australia? Non v’era più nulla. Solo brutti ricordi. Così, aveva deciso di ritornare a Londra. Ed ora, si trovava in un’altra buia e stretta via, diretto chissà dove. Poco prima era stato seduto al bancone del Jakel’s a sorseggiare qualcosa di speciale. Così almeno gli aveva giurato il barista: “Questo è qualcosa di molto speciale! vedrà!”. Ma Will non sentiva più i sapori. Ormai da molto tempo. Tutto, nella sua vita, era divenuto amaro. E la felicità lì attorno gli faceva sentire quest’amarezza più amara che mai. Per fortuna, non capitava sempre di sentir ridere due innamorati o di vedere un bambino sorridere. Anche perché lui cercava di evitare quella maledetta società. Così, si ritrovava a vagare quasi ogni notte in un vicolo buio e anonimo, finché l’effetto della sbronza non passava e lui si rendeva conto di essersi perso. Il giorno seguente lo impiegava, quindi, a ritrovare la strada che l’avrebbe ricondotto nel suo buco, anche se dire “buco” è un eufemismo. Una camera grande come l’interno di una carrozza, tetra, sporca e puzzolente. D’altronde, non aveva soldi per potersi permettere altro. Anzi, il suo patrimonio, giunto a Londra assieme a lui sulla sua stessa nave, stava ormai per lasciarlo solo, in balia del suo destino. E dire che avrebbe potuto vivere da re, Will Magworth. Lì, in Australia, aveva una grande casa ed una piantagione che l’avrebbe fatto davvero bene. Ma rimanere lì, avrebbe voluto dire “rimanere coi suoi ricordi”; continuare a vedere i suoi bambini giocare nel cortile di fronte alla casa, o credere di trovare sua moglie a letto, la sera, quando tornava stanco dal lavoro. Non esiste ricchezza più grande dell’amore. Se questo manca, manca tutto. Il denaro non può comprare la felicità. Ci furono delle brutte occasioni in cui tutto gli sembrò essere ritornato come un tempo. A volte, si ritrovava tristemente ad apparecchiare per quattro; oppure, quando qualcosa di curioso ed interessante attirava la sua attenzione, si voltava di scatto, sorridendo e dicendo: “hai visto Tom?”, per poi piegarsi sulle ginocchia a piangere disperatamente con le mani tra i capelli. “Non accadrà mai più…” pensava. “Perché la vita mi ha tradito?”. Non riusciva a capire come fosse stato possibile che Dio gli avesse voltato le spalle. Dopotutto, si era pentito del crimine commesso, aveva pregato per anni ed anni. Ma ciò non era bastato a placare la collera del Signore. Evidentemente, questo era il destino che si meritava. Questo era il destino degli uomini: amare e odiare; gioire e soffrire, vivere e morire.

Continuando a pensare in questo modo, passo dopo passo, giunse nei pressi della vecchia e tetra Torre di Londra. “Qui sono morte altre persone”, pensava. “La gente muore, in continuazione…”. E cercò un vano conforto in quel pensiero, inutilmente. Cadde per terra, cercò di rialzarsi a fatica, trascinandosi nell’oscurità, come un Cristo con la sua croce. Era troppo debole. Aveva esaurito il suo patrimonio ed erano già due giorni che non mangiava. Aveva speso fino all’ultimo cent nelle locande più squallide della capitale. Ma non era pentito di ciò. Immaginava che anche questo facesse parte del grande disegno divino. Tutto stava andando proprio secondo i piani di Dio. Doveva essere così. “Sono stato cattivo… ed ora ottengo la mia giusta punizione”. Con le guance inumidite dalle lacrime e le mani dentro il cappotto per il freddo, si lasciò cadere in un angolo di strada immerso nell’ombra. Non v’era anima viva. Probabilmente, dormivano tutti nelle loro calde case, tra le braccia delle loro mogli e dei loro bambini. Pensò alla regina; a come fosse nata fortunata. “Probabilmente, lei se lo merita…”, disse singhiozzando a voce alta, sicuro di non essere sentito. C’era un silenzio tombale, rotto ogni tanto solo dal gracchiare di qualche corvo. Sentì bisbigliare alle sue spalle. In un primo momento, pensò di aver invaso la privacy di qualche altro sfortunato come lui. Poi, capì; vide un ratto uscire rapido dall’oscurità smuovendo degli scatoloni colmi di spazzatura. Il rumore echeggiò in tutto l’ambiente circostante e fece trasalire Will. Una lattina continuò a roteare su se stessa attraversando in larghezza il vicolo, poi, tutto ritornò tranquillo come prima. “Cosa devo fare adesso… cosa farò senza di te, Judy!”
Detto ciò, sentì un rumore di passi. Proveniva dalla strada appena percorsa. Qualcuno si stava avvicinando, probabilmente un vagabondo come lui. Will sperò di non imbattersi in qualche guardia impegnata nel suo giro di ronda. Ma poi si tranquillizzò: “Cambierebbe qualcosa? Niente.” Rimase in attesa di vedere sbucar fuori dalla nebbia il proprietario o la proprietaria di quei tacchi. Gli si chiusero per un attimo le palpebre per via della stanchezza, poi riuscì a riaprirle, proprio nel momento in cui un bellissimo corpo femminile veniva alla luce. Era la sua amata Judy.

Will sgranò gli occhi, strisciò con le spalle al muro, terrorizzato, confuso, senza parole. “Judy!”. La chiamò, ma la ragazza, pur essendo solo a pochi metri di distanza da lui, non rispose, né si voltò. “Judy…”. Will la seguì con lo sguardo. La ragazza proseguì dritto per la sua strada, senza mai voltarsi. Presto sarebbe scomparsa dalla sua visuale. Will, utilizzando le sue ultime forze, cercò di alzarsi in piedi. Dopo due tentativi, ci riuscì. Aggrappandosi con le unghie ai mattoni di cui era composto il muro vicino a sé, uscì dall’ombra e si mosse lento in direzione della sua amata rediviva. Non riusciva a capire. Le lacrime continuavano a solcargli le guance, ed ora, ancor più di prima. Pensò che avrebbe potuto trattarsi di un miracolo, così come di un’opera demoniaca. Ma, in ogni caso, era felice di poter rivedere la sua ragione di vita. La ragazza, leggiadra e pallida come la neve, si muoveva verso le acque del Tamigi. Will la seguiva come meglio poteva, tenendosi a tutto ciò che poteva aiutarlo a proseguire lungo quel suo calvario. Dopo qualche minuto, la ragazza arrivò sulla riva del fiume londinese. Lì, ad un piccolo molo, era ormeggiata una barca. Judy si voltò verso il suo disperato amore e lo guardò con due occhi sognanti, tristi, lucidi, incorniciati all’interno di una folta e bionda chioma. “Tu sei morta, Judy”. La ragazza socchiuse la bocca ma senza proferire alcuna parola; allungò una mano in direzione dell’uomo, come se volesse toccarlo. Rimasero così, immobili, a guardarsi per qualche attimo. La ragazza, in piedi a pochi passi dall’acqua e Will, ad una decina di metri da lei, reggendosi ad un palo della luce. Dopodiché, Judy si voltò e si lasciò cadere in acqua, senza peso, silenziosamente.

Will, preso dalla disperazione, cosciente di non poter perdere una seconda volta l’amore della sua vita, con le ultime forze rimastegli, si precipitò nel punto in cui la ragazza era scomparsa e si mise a scrutare con gli occhi le profondità nere e fredde del fiume con la speranza di rivederla. Preso da una forte agitazione, si avvicinò troppo all’acqua e, probabilmente per via delle vertigini dovute alla fame, perse l’equilibrio precipitando anch’egli nell’oscurità. Non sarebbe mai più riemerso.

Qualche ora dopo, giunsero alcune persone. Ignaro di ciò che poco tempo prima era successo in quello stesso luogo, il gruppo di amici, ridendo e scherzando, si salutò e si divise. Due rimasero a terra, altri tre salirono sulla barca ormeggiata proprio lì dove era caduto il corpo di Will, poi se ne andarono via remando. Le loro risa echeggiarono sulla superficie dell’acqua. Poi, ritornò la quiete della notte.

Nessuno si era accorto di niente. Will Magworth, solo coi suoi dolori, era giunto a Londra alcuni mesi prima ed ora, allo stesso modo, se n’era andato. Nessuno avrebbe sentito nostalgia per lui. Nessuno lo pianse. Lo ritrovarono il giorno dopo, ad alcune miglia di distanza, con qualcosa in pugno. Sembravano capelli. Una lunga ciocca bionda. Ma nessun altro corpo venne mai ritrovato, per cui il caso venne archiviato abbastanza in fretta. Nessuno seppe mai il nome di quello sventurato, né altre informazioni. Solo una cosa era chiara come il sole: quel pover’uomo era morto felice. Sul suo viso, era rimasto stampato un sorriso sincero. Ciò lasciò senza parole le persone presenti nel momento del ritrovamento. Solo una di queste, mossa da commozione, disse due parole spezzando l’imbarazzante silenzio dovuto alla sorpresa: “Questo è davvero un uomo fortunato! Non so cosa darei per potermene andare con la stessa gaudia espressione in viso. Non dev’essersene nemmeno accorto… beato lui!”.

Così dicendo, il gruppo trascinò via il corpo di Will Magworth, poi tutto ritornò come prima e la nebbia calò nuovamente sulle rive del Tamigi, svelando saltuariamente la sagoma di due spensierati innamorati. Presto, la gente del posto, non indifferente a tal meraviglioso fenomeno, incominciò a creare canzoni e leggende che resero immortali quei due anonimi personaggi; due fantasmi senza nome, due ombre evanescenti, emblema dell’amore immortale.

Giorgio Pastore