UN MISTERO DA SVELARE: LA SINDONE
UN DIBATTITO TRA SCIENZA E FEDE

Premetto che con questo articolo vorrei dire la mia su uno degli oggetti più misteriosi, se non il più misterioso in assoluto, della religione cattolica, vale a dire la Sacra Sindone: la sua storia comincia nel MedioEvo, al tempo delle crociate, quando le truppe europee, guidate da Goffredo di Buglione, giungono in Terra Santa per liberare il Santo Sepolcro dalle razzie degli infedeli musulmani… fin qui la storia ci è nota. È proprio in questo contesto che si colloca la scoperta della Sindone (dal greco sindon, tessuto di lino di qualità pregiata), il sudario in cui si pensa che 2000 anni or sono, sia stato avvolto Gesù subito dopo essere stato crocefisso. Eppure moltissime sono le supposizioni su questo lenzuolo di lino, i pro e i contro della veridicità del tessuto sono inequivocabili, ciononostante, ancora, gli scienziati non sono riusciti a dare una spiegazione logica ad alcuni elementi davvero misteriosi, che poi analizzeremo con cura.
Prima di tutto cerchiamo di definire meglio cosa sia la Sindone, anche col sussidio di immagini.
La sindone è un lenzuolo di lino a spina di pesce, lungo 4,37 mt. e largo 1,11 mt., sul cui fronte vi è impressa il volto di un uomo molto somigliante, per non dire identico alla faccia del Cristo nella tradizionale iconografia cristiana.

Nei Vangeli di Luca, di Marco e di Matteo la sindone è citata esplicitamente, invece nel Vangelo di San Giovanni non si parla di syndon, ma di bende che avvolgevano il corpo del Cristo (come se fosse stato mummificato) e di un soùdarion, vale a dire un sudario (un fazzoletto che si avvolgeva sul capo del defunto).
Passiamo adesso a dei cenni storici sulla Sindone:

La sua comparsa certificata in Europa risale al 1353 (che fine avrà fatto dal 1099, anno in cui fu ritrovata, fino a questa data? Francamente non ci è dato saperlo. Quando un duca francese, un certo Geoffroy de Charny la pose sull’altare di una chiesa da lui fondata nel proprio feudo, precisamente a Lirey, nello Champagne.
I discendenti del duca de Charny stringono un’alleanza con i duchi di Savoia, i quali, con un patto, otterranno alla fine del ‘400 il possesso del sudario.
I Savoia vorrebbero deporre la Sindone nella cappella del castello di Chambéry, ma, a causa di un incendio che ne rovina una parte, i duchi decidono di trasferire il sudario a Torino.
Il 14 settembre 1578 la Sindone giunge a Torino e lì vi rimarrà fino ai nostri giorni e sarà meta di pellegrinaggi e di “visite” da parte dei principali scienziati.

Secondo un’altra teoria, accreditata dai recenti ritrovamenti di documenti in proposito, la Sindone era già conosciuta ad Edessa, in Asia minore (l’odierna Turchia) nel 700 (ed era chiamata con l’appellativo “Mandylion”, dalla storpiatura greca del termine arabo “mandil”, lenzuolo) e si trovava a Costantinopoli tra il 900 e il 930 circa. Proprio a Costantinopoli sorge il dubbio della sua “divinità”: si pensava infatti che non fosse stata prodotta da mano umana, ma che fosse “Acheropita”, cioè prodotta appunto da mani divine e non da uomo. La testimonianza di ciò si trova nei Sinassari, famosi libri della chiesa bizantina: proprio in questi libricini è contenuta la storia, quasi sicuramente parafrasata, del Mandylion…Cerchiamo di dare una spiegazione:

Abgar era toparco, cioè governante, re, di Edessa e soffriva insieme di lebbra e di gotta. Aveva provato invano ogni medico e medicina. Viene a sapere dei miracoli che Gesù operava a Gerusalemme in mezzo alla ingratitudine dei giudei. Allora, nei giorni della passione, egli chiama a se un certo Anania, suo segretario e ottimo ritrattista, e gli affida un doppio incarico: consegnare una lettera a Gesù e farne un ritratto il più fedele possibile. Il testo della lettera era: “Abgar, toparco della città di Edessa, a Gesù Cristo eccellente medico apparso a Gerusalemme, salve! Ho sentito parlare di te e delle guarigioni che operi senza medicamenti. Raccontano infatti che fai vedere i cechi, camminare gli zoppi, che mondi i lebbrosi, scacci i demoni e gli spiriti impuri, risani gli oppressi da lunghe malattie e resusciti i morti. Avendo udito di te tutto questo mi è venuta la convinzione di due cose: o che sei figlio di quel Dio che opera queste cose, o che tu sei Dio stesso. Perciò ti ho scritto pregandoti di venire da me e di risanarmi dal morbo che mi affligge e di stabilirti presso di me. Perché ho udito che i giudei mormorano contro di te e ti vogliono fare del male. La mia città è molto piccola, è vero, ma onorabile e basterà a tutti e due per vivere in pace. Anania va a Gerusalemme, consegna la lettera e prova ad eseguire il ritratto richiestogli ma non vi riesce perché “il viso del Cristo emana uno splendore troppo intenso per essere dipinto”. Gesù, comprendendo le sue difficoltà, chiede dell'acqua per lavarsi ed un asciugamano: su di esso imprime l'immagine del suo volto che consegna ad Anania, insieme ad una missiva di risposta ad Abgar: “Hai creduto in me, sebbene tu non mi abbia visto. Di me, infatti, sta scritto che chi mi vedrà non crederà in me, affinché coloro che non mi vedranno credano in me e vivano. Quanto all'invito che mi hai fatto di venire da te, ti rispondo che bisogna che io adempia qui tutta intera la mia missione, e che dopo il suo compimento io torni da Colui che mi ha mandato. Quando sarò asceso presso di lui, ti manderò uno dei miei discepoli, di nome Taddeo, a guarirti dal male ed offrire la vita eterna e la pace a te ed ai tuoi, e fare per la città quanto necessario per difenderla dai nemici.” Prima di dare la lettera ad Anania, Cristo appone in calce alla lettera sette sigilli recanti lettere in lingua ebraica, il cui significato è, sempre secondo il sinassario, “meravigliosa vista di Dio”. Abgar accoglie con grandi onori e profonda venerazione lettera e ritratto e subito guarisce dai suoi mali, ad eccezione di qualche punto di lebbra sul volto. Dopo l'Ascensione arriva a Edessa l'apostolo Taddeo, come promesso e immediatamente porta Abgar e la sua famiglia alla fonte battesimale. Abgar, dopo l'immersione, esce completamente guarito e pieno di fervore per la nuova religione: fa fissare l'immagine di Gesù sopra una tavola ornata d'oro che viene collocata al centro della città, in una nicchia da cui viene tolta una statua pagana in precedenza molto venerata, ed esposta al culto con la scritta “Cristo Dio, chi in te spera non si perderà”. Lì l'immagine rimane sotto il regno di Abgar e del suo figlio. Ma il nipote, prosegue il sinassario, ritorna al paganesimo e decide di distruggere la preziosa reliquia. Avvertito in sogno da un angelo, il vescovo della città, per salvare il Mandylion, lo fa murare di nascosto nella nicchia occultandola con una ceramica e accendendo davanti ad essa una piccola lampada. La sacra immagine viene così dimenticata per secoli, fino a quando Cosroe, re di Persia, dopo aver saccheggiato tutte le città dell'Asia, cinge d'assedio Edessa. La città sta per essere conquistata quando una rivelazione manifesta ad Eulavio, vescovo della città, l'esistenza della reliquia. Scavato il muro, appare l'immagine: la lampada è ancora accesa e ha contribuito ad imprimere l'immagine di Cristo anche sulla ceramica che la nasconde. Estratta la reliquia, viene organizzata una processione sulle mura della città e miracolosamente tutto l'apparato militare dei Persiani si incendia cosicché essi devono togliere l'assedio e fuggire subendo una grave disfatta. Poiché tutte le cose più belle affluivano verso la città imperiale, era anche volere divino che quella santa ed ineffabile icona venisse a far parte del suo tesoro: molti imperatori bizantini tentano di entrare in possesso della reliquia di Edessa, che, nel frattempo, è caduta in mano saracena. Finalmente l'imperatore Romano I Lecapeno, dopo lunghe trattative, riuscì ad ottenerla a caro prezzo: il pagamento di dodicimila denari d'argento, la liberazione di duecento prigionieri saraceni e la promessa dell'esercito imperiale di astenersi dal mettere piede in Edessa e nei suoi possedimenti. Saputo dell'accordo, la comunità cristiana di Edessa si ribella ma deve cedere alle ragioni di Stato e la reliquia, insieme alla lettera autografa di Gesù al re Abgar, viene portata, dopo alcune soste, a Costantinopoli, in un corteo in cui prendono posto, tra i molti dignitari, anche i vescovi di Samosata e di Edessa. Strada facendo si operano prodigi: arrivato il corteo al rione degli Optimati nella chiesa della Theotòkos detta "di Eusebio", viene acclamato da grandi folle e molti ammalati, tra cui un indemoniato che appena vede la reliquia si mette a gridare “Ricevi, o Costantinopoli, gloria, onore e letizia; e tu, o Porfirogenito, il tuo impero” vengono guariti. Il 15 agosto dell'anno della creazione 6452, che corrisponde all'anno 944, il corteo arriva al santuario della Theotòkos di Blacherne, ove la reliquia viene esposta ai fedeli e venerata dalla famiglia imperiale, che si trovava già nel santuario per festeggiare l'Assunta, dalla nobiltà e da tutto il popolo. L'indomani, 16 agosto, la sacra immagine viene portata a spalle in una grande processione, guidata dal patriarca Teofilatto, dai giovani Imperatori, essendo il padre trattenuto a letto da grave malattia, e accompagnata da tutto il senato e dal clero e, al canto di inni e in mezzo a miriadi di lampade e di luci, il corteo, entrato attraverso la Porta d'oro, percorre tutta la città e arriva alla grande chiesa di Santa Sofia. Qui il Mandylion viene esposto alla venerazione pubblica, poi la processione riprende, passa attraverso il palazzo imperiale e arriva alla chiesa della Theotòkos detta "del Faro", dove la reliquia viene collocata definitivamente”.
(testo tratto da http://www.centrostudilaruna.it/mandylion.html)

Che cosa risalta dal racconto? Gesù, per mezzo di un miracolo, riesce ad affiggere la sua effigie sul lenzuolo, poi la lampada, la cera, il calore fanno tutto il resto. Del rapporto epistolare tra il toparco di Edessa e il Cristo vi è un’altra interpretazione, quella di Eusebio di Cesarea, secondo cui, però, il re non aveva mandato nessuno al cospetto del Cristo, inoltre secondo lo storico latino, la corrispondenza era scritta in lingua siriana, fatto molto strano, poiché per Gesù il dialetto siriaco era praticamente ignoto.

Comunque ci sono degli elementi che confermano la veridicità della reliquia, come le tracce di pollini che era possibile reperire solamente nella Palestina, datati, secondo recenti studi, al I secolo d.C. E poi quella figura così perfetta, tanto precisa da essere impossibile ricrearla con le rozze e approssimative tecniche artistiche dei secoli precedenti al nostro (si pensi che per ricreare la Sindone alla perfezione, nei minimi dettagli, servirebbero delle tecnologie molto sofisticate che, a quel tempo, ovviamente non esistevano). Come è stato detto anche a Voyager, per imprimere l’effigie di un volto su un telo in quella maniera, sarebbe servita una quantità incredibile d’energia luminosa, che avrebbe la capacità di fissare un’immagine su una superficie qualunque (praticamente anche noi, se avessimo potuto liberare un quantitativo pressoché abnorme ed illimitato di energia luminosa, saremmo stati in grado di imprimere la nostra immagine su un telo, come se esso fosse una pellicola fotografica). Esaminiamo il caso del flash della macchina fotografica: la quantità di luce sviluppata è molta, se noi sapessimo sviluppare luce nella stessa maniera, potremmo creare il nostro negativo su un panno di lino (o su qualunque altro materiale simile). Nonostante la presenza delle suddette ipotesi, un test del 1988 accertò che la Sindone si trattava di un clamoroso falso risalente al 1350 d.C. circa (proprio una coincidenza), nata dal genio di alcuni “scienziati” templari… Ebbene si, sempre loro, i templari. Proprio questi cavalieri, adoratori del Baphomet, (una testa barbuta), hanno creato un panno con una testa barbuta: che volessero celare qualche segreto con questo piccolo trucchetto; francamente non ci è dato saperlo. La tecnica di lavorazione è molto semplice, ma, in ogni caso, molto efficace: un panno di lino era appeso in una stanza buia, o perlomeno una stanza in cui la luce penetrava da un piccolissimo forellino, dinanzi al quale vi era una gemma di quarzo che fungeva da lente; dopo un paio di giorni di esposizione e un altro paio di conservazione in qualche sostanza fissante come l’ammoniaca e il gioco e fatto. Il motivo, oltre che religioso (e per certi versi idolatra), era anche economico, poiché l’esposizione del Santo Lino permetteva un facile e grossissimo guadagno.

Eppure sorgono nuove ipotesi e nuove leggende: fra le tante è importante citare quella secondo cui un cavaliere aveva trovato un tessuto di lino e lo aveva messo all’interno di una borraccia vuota, poi, avendo chiesto al Signore un segno della sua presenza ed avendo estratto il lenzuolo, vide comparire l’effigie del volto del Cristo stesso.
Dopo l’analisi di leggende e dei cenni storici passiamo ad un controllo più scientifico:

L’immagine è un vero e proprio negativo, vale a dire che è un’immagine più naturale nel negativo fotografico piuttosto che nel positivo, inoltre notiamo alcune tracce di sangue corrispondenti alle ferite presenti tra i polsi, nei piedi e nel costato, ciò testimonia che il corpo sia stato avvolto; inoltre possiamo aggiungere che sotto le macchie non ci sono immagine, dunque l’immagine si è formata dopo; in più l’immagine è quella di un corpo umano perfettamente disegnato e proporzionato nei minimi dettagli (cosa impossibile da fare in pittura senza una copia originale da cui attingere); negli occhi vediamo due monete di origine romana (anche se non si può dire con certezza se esse appartenessero al periodo di Pilato poiché la trascrizione è molto piccola ed è indecifrabile anche con le più sofisticate apparecchiature tecnologiche, ciononostante nelle foto del 1898 e del 1931 è visibile un lituus, un tipo di bastone ricurvo, circondato dalla scritta in greco:

ovvero, Imperatore Tiberio) a cui occorre aggiungere altri strumenti, visibili solo al negativo, come una spugna, una lancia e dei chiodi, tutti intrisi del sangue del Cristo, poiché vigeva l’usanza secondo cui bisognava seppellire il defunto assieme al suo sangue, per quanto era possibile. Fissiamo ancora il volto e vediamo subito un importantissimo particolare: sulla fronte si notano dei piccoli fori, come se il volto fosse stato punzecchiato da qualcosa di molto piccolo, come delle spine: ecco il collegamento con “l’incoronazione di spine” del Cristo; a questi piccoli fori aggiungiamo le numerose ferite lacero-contuse derivate da gravi cadute, dunque si può affermare con certezza che l’uomo è stato crocefisso, è stato flagellato (poiché alcune ferite sono state prodotte da un oggetto simile al flagello romano), è stato coronato di spine ed è caduto mentre portava la croce.
Tramite pittura è praticamente impossibile, come già detto in precedenza, riprodurre la Sindone, e in più senza lasciare nemmeno un pigmento di colore; né tantomeno attraverso la bruciatura superficiale, o strinatura, che, nonostante dia risultati quasi simili a quelli della Sindone, non ha le medesime caratteristiche microscopiche; un’idea più fantascientifica propone l’uso di una macchina fotografica, ma ciò è impossibile perché la tecnologia non era tanto avanzata, né vi sono tracce di elementi fotosensibili nel tessuto. E’ anche impossibile che la Sindone sia frutto di reazioni chimiche poiché, altrimenti, la figura non sarebbe stata perfetta al millimetro; dunque come ipotesi rimangono l’effetto corona, che è una scarica elettrica superficiale, generata da un campo elettromagnetico (ma quale in quel periodo?) oppure l’irradiazione, sebbene non si conosca quale sia la sorgente luminosa (molto religiosamente potrebbe risultare vera l’ipotesi precedente, quindi in questo caso Gesù stesso e la sua resurrezione rappresentano la sorgente luminosa). Inizialmente si pensava che la figura fosse letteralmente dipinta sulla tela ma il ritrovamento di emoglobina del gruppo sanguigno AB, piuttosto che di pigmenti, dimostra come il lenzuolo abbia avvolto un cadavere (ciò è confermato dal rigor mortis, in quanto la testa ha una leggera piegatura in avanti, fatto che avviene solo in caso di morte; in più il sangue fuoriuscito dal costato è anche coagulato, cosa che avviene solamente nel caso in cui l’individuo sia già morto); inoltre è impensabile che un falsario del Medio Evo abbia potuto crocifiggere un uomo, attendere un periodo di tempo di circa 36 ore e poi riuscire in qualche modo incredibile a lasciare impressa la sua immagine.

Un fatto sconcertante è il ritrovamento di 58 pollini di specie diverse di piante di cui 13 si trovavano nel I d.C. solo nelle vicinanze di Gerusalemme e avevano la caratteristica peculiare di crescere vicino a grotte e rocce. La presenza di questi pollini ha fatto sì che il peso del lino raddoppiasse e che ne diminuisse l’età durante l’esame della datazione (cosa che è accaduta numerose volte, soprattutto durante la datazione col C14 di ossa umane appartenenti al 3000 a.C., ma che, a causa di molti batteri e di pollini che ne raddoppiavano il peso e che ne alteravano le caratteristiche fondamentali, erano considerate più “giovani” di un migliaio d’anni): facendo ciò i pollini e i batteri hanno pure diminuito la resistenza di questo lino e della sua struttura a spina di pesce, tecnica caratteristica dei paesi mediorientali del II secolo a.C. circa, consistente nella torsione delle fibre a Z, in senso orario; oltre a queste polveri sono rimaste tracce di sostanze che servivano per l’inumazione dei cadaveri come ad esempio il natron, una sostanza minerale usata dagli antichi Egizi e dai popoli mediorientali; eppure occorre notare che il corpo non sia stato lavato, ma a questo quesito la stessa Bibbia ci dà una spiegazione logica, e cioè che per gli Ebrei lavare il corpo d’un uomo morto di morte violenta, significava tergerne il sangue sparso e dunque commettere un atto impuro, in più si aggiunga il fatto che il giorno successivo alla crocifissione di Cristo era Shabbat, il sabato, giorno santo degli Ebrei, il che non permetteva una sepoltura normale, ma un’inumazione frettolosa e molto approssimativa (da qui si potrebbe dedurre che l’uso della Sindone e di un sudario, era più conveniente di quello delle bende). La Sindone spesso è stata associata ad un’altra opera acheropita, il famoso sudario della Veronica (o santo volto di Manoppello), la cui storia coincide con quello della Veronica, famosa donna che aveva asciugato il volto di Gesù durante il Calvario con un velo di lino su cui era rimasta impressa l’immagine di Gesù: effettivamente i due volti sono perfettamente sovrapponibili e in più il fatto tanto sconvolgente che l’incontro con la Veronica è ricordato nella sesta stazione della Via Crucis.
Oltre a ciò dobbiamo parlare del sudario di Oviedo, ritrovato in Spagna, ad Oviedo appunto, nel 1206, dopo una peregrinazione di circa XII secoli. La sua storia ha inizio quando San Pietro o uno dei suoi discepoli lo nascosero in una grotta circostante alla città di Gerusalemme, da qui, dopo circa sei secoli il sudario venne trasferito in Nord Africa e poi in Spagna, a Toledo.

A causa dell’invasione mora del 711, la reliquia venne trasferita nei pressi di Oviedo, dove giunse nel 1206 e dove è tuttora conservato. Il sudario non ha alcuna immagine impressa, ma presenta solo alcune macchie di sangue dello stesso gruppo di quello della Sindone e corrispondenti a quelle del lino torinese. Dimostrando che la Sindone e il Sudario sono appartenuti allo stesso uomo (stesso gruppo sanguigno, molto comune in Palestina, lunghezza del naso di circa 8 cm), allora si potrebbe conferire un alto grado di veridicità alla Sindone stessa; infatti dato che il sudario di Oviedo fa la sua comparsa nell’VIII secolo d.C. e la sua datazione è certamente anteriore, se esso fosse appartenuto all’identico uomo, allora sarebbe smentito l’esame col C14 che data il lino di Torino all’epoca tardo-medioevale. Vi sono però alcune incongruenze, poiché, come è stato dimostrato, il sudario venne posto sul capo del Cristo per un breve periodo, quando ancora il sangue era fluido (mancano infatti le macchie di sangue secche, caratteristiche della Sindone); in più il sangue sembra essere fuoriuscito dal naso, come nel caso di un edema polmonare dovuto ad asfissia (secondo alcuni la causa della morte del Cristo), che smentisce l’ipotesi di un infarto o comunque di un emotorace, provata dalla Sindone e dal passo del Vangelo in cui dal costato uscirono acqua e sangue (bisogna dire che nel caso di un emotorace il sangue invade la membrana polmonare, la pleura, in seguito a traumi toracici, se il cuore viene colpito, dalla ferita fuoriesce il sangue leggermente coagulato e il siero; effettivamente Gesù molto velocemente rispetto ai normali crocefissi (lo stesso Pilato si meraviglia di ciò), poiché precedentemente aveva ricevuto molti colpi nel torace e nella schiena, dunque è molto probabile che sia morto per un emotorace.
Che dire di più… a mio parere dunque la Sindone è realmente appartenuta a Cristo e rappresenta una delle prove materiali dell’esistenza e della Risurrezione del Cristo. Non so quanti di voi vogliano credere alle mie parole, nonostante abbia cercato di essere il più oggettivo possibile e abbia cercato di dare delle motivazioni scientifiche alla mia tesi.

F.G.I.

Webgrafia
-- http://www.sindone.org/it
-- http://www.templaricavalieri.it/sacra_sindone.htm
-- http://www.duepassinelmistero.com/La%20Sacra%20Sindone.htm
-- http://www.esoteria.org
-- http://www.centrostudilaruna.it/mandylion.html
-- http://it.wikipedia.org/wiki/Sindone_di_Torino
-- http://it.wikipedia.org/wiki/Studi_scientifici_sulla_Sindone
-- http://it.wikipedia.org/wiki/Esame_del_Carbonio_14_sulla_Sindone
-- http://www.daltramontoallalba.it/reliquie/sindone4.htm
-- http://www.unisa.ac.za/Default.asp?Cmd=ViewContent&ContentID=7268
-- http://www.unisa.ac.za/Default.asp?Cmd=ViewContent&ContentID=7269

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