I mostri di Lurk erano ormai vicinissimi a lei, quando ad un tratto, qualcosa attirò la loro attenzione. Uscirono dalla boscaglia molti uomini. Kristy ne riconobbe alcuni. Erano gli abitanti maschi del villaggio che erano ritornati. Erano armati di forconi, badili, e attrezzi simili. La ragazza sentì qualcuno urlare contro quei mostri.

“Sporche bestie! Siamo tornati! Non vi lasceremo distruggere il nostro villaggio!”

Così dicendo, gli uomini iniziarono a correre contro quei mostri. Questi, presi alla sprovvista, si voltarono tutti verso gli aggressori. In quel momento di disorientamento, Kristy ne approfittò per scappare. Corse verso il bosco. Fece appena in tempo a vedere quei mostri affrontare gli uomini del villaggio che già si trovava in mezzo agli arbusti. Non sapeva se era inseguita o meno, però decise comunque di non fermarsi. Corse, corse ed arrivò ad un ponte sospeso su un fiume. Doveva essere il fiume Kemi di cui le aveva parlato il vecchio. Il corso d’acqua risplendeva sotto di lei distante almeno cinquanta metri, chiuso in una profonda e stretta gola. Non aveva altra scelta che attraversare quel ponte. Dall’altra parte avrebbe potuto seguirne meglio il corso. Così iniziò ad attraversarlo. Nel momento in cui arrivò nel mezzo del ponte, sentì un urlò provenire dalla boscaglia alle sue spalle. Si voltò di scatto e vide uno di quegli esseri dietro di sé, sulla sponda. Rimase un momento ad osservarlo. Perché non la seguiva sul ponte? All’improvviso capì. Iniziò a correre velocemente per raggiungere l’altra sponda. In quel momento, il mostro iniziò a tagliare le funi  con i suoi affilati artigli. Presto il ponte sarebbe crollato sulla sponda opposta e Kristy avrebbe avuto poche possibilità di rimanervi attaccata ed anche se ce l’avesse fatta, si sarebbe sfracellata sulla parete rocciosa quasi sicuramente. Il ponte dondolava sotto i colpi del mostro, e ancora mancava una decina di metri prima di raggiungere la sponda. Ma la ragazza doveva procedere lentamente, perché le oscillazioni potevano farle perdere l’equilibrio e farla cadere giù. Quando il ponte si staccò dalla sponda alle sue spalle, ormai mancavano pochi metri prima di raggiungere l’altra, così che il colpo che ricevette la ragazza quando cadde, attaccata alle corde, sulla parete rocciosa di fronte a lei, fu sopportabile. Con non poca fatica, riuscì a risalire fino alla sponda, attaccata alle corde del ponte, ormai inutilizzabile. Una volta arrivata su, si voltò e vide il mostro dall’altra parte della gola che urlava e alzava le braccia al cielo. Questi, prese il fucile che teneva attaccato dietro alla schiena ed iniziò a sparare raggi luminosi e distruttivi verso la ragazza. Kristy ricominciò così a correre nella boscaglia. I mostri erano rimasti dall’altra parte del fiume. Ne avrebbe incontrati altri? Era davvero salva? Kristy ormai aveva capito che non poteva dirsi veramente salva finché non avesse raggiunto la vetta del monte Pyhat. Ma quando mancava ancora? Ormai era quasi sera e lei era affamata. Non aveva toccato cibo dalla sera prima. Si sentiva debole e stanca e pensò che se non avesse mangiato qualcosa, non avrebbe potuto continuare il cammino. E se davvero avesse rincontrato qualcuno di quei mostri, non avrebbe avuto la forza né di affrontarlo, né di fuggire.

Stava seguendo il corso del fiume controcorrente, perché doveva arrivare alla sorgente di questo, e poi alla vetta del monte. Quindi, almeno la direzione presa, era quella giusta. Più camminava, più si sentiva stanca. Decise così di fare una sosta. Si fermò nei pressi di una cascata. Faceva più freddo lì, e ne avrebbe fatto sempre di più. Inoltre, iniziò a nevicare. Si riparò sotto un albero e si lasciò andare in un sonno profondo, sicura che niente l’avrebbe più interrotta, ma si sbagliava.

Ad un tratto, un forte rumore la svegliò di soprassalto. Aprì gli occhi e fece appena i tempo a vedere uno di quei mostri che, proprio a due metri da lei, cadeva a terra fulminato da un raggio di luce bluastra. Si voltò e vide un uomo, con in braccio un fucile metallico, a pochi metri da lei. Era biondo, con una tuta blu e bianca aderente al corpo. Kristy si alzò e attese che l’uomo aprisse bocca.

“Finalmente ti ho trovata, principessa Shamai…”

“Chi sei tu?”

“Io sono Dakutil, mia principessa.”

Kristy sorrise, ricordando le parole della regina, sua madre. Dakutil era l’uomo che avrebbe dovuto incontrare sulla vetta del monte Pyhat.

“Ma… sono già sulla vetta?”

Dakutil mise via il fucile nel fodero legato alla schiena e sorrise, poi si avvicinò alla ragazza.

“No, certo che no, mia principessa, ma ha usato la sfera di Kryton…”

“La sfera? E quindi?”

“Quando ha usato la sfera, ho ricevuto un segnale ed è stato facile seguirlo fino a voi. Lo stesso hanno fatto i Golmen di Lurk. Sono stato io a mandare in vostro soccorso gli uomini del villaggio quando era accerchiata, ricorda?”

“Sì… ma come hai fatto?”

“Telepaticamente. Ero troppo distante per raggiungervi, ma ho percepito che eravate in pericolo e sono intervenuto.”

Kristy sorrise. Ancora non riusciva a credere di essere una principessa. Non l’avrebbe mai creduto. Non ci era ancora abituata.

“Dakutil…”

“Sì, mia principessa?”

“Dammi del tu…”

Dakutil sorrise.

“Non posso. Se su Abzagor lo sapessero… mi condannerebbero a morte.”

“Ma io… te lo ordino. Quando sarò regina non esisterà più la pensa di morte.”

“In tal caso… come desidera… anzi, come desideri.”

I due iniziarono ad incamminarsi verso la vetta della montagna.

“Un’altra cosa Dakutil.”

“Dimmi pure…”

“Ho fame…”

L’uomo allora prese dalla sua cintura delle capsule e ne porse una alla ragazza.

“Prendi, ti sazierà per molte ore.”

Kristy prese la capsula e la ingerì. Nel giro di pochi secondi, le passò totalmente la fame.

“È fantastico… mi è passata la fame!”

Dakutil sorrise, intenerito dall’ingenuità della ragazza.

In poche ore di camminata, i due arrivarono in prossimità della vetta. Lì, c’era una navetta spaziale pronta per il decollo, sospesa dal suolo, fluttuante nell’aria, ma immobile. Dakutil si fermò, si voltò verso il bosco dal quale erano usciti, ormai distante qualche miglia, poi si rivolse alla ragazza.

“Un giorno, ciò che è successo oggi, sarà ricordato dai terrestri come una leggenda. È sempre stato così. È un’abitudine dell’uomo, relegare nel mito e nel mondo delle favole ciò che non può comprendere.”

“Vuoi dire che ogni leggenda nasconde un… fondo di verità?”

Dakutil guardò il panorama, lontano, verso l’orizzonte.

“Più di quanto tu possa immaginare.”

Così dicendo, i due si avvicinarono alla navetta. Quando furono sotto ad essa, sopra di loro si aprì un portone dal quale fuoriuscì una forte luce chiara. Kristy si sentì trasportata verso l’alto. Pensò di cadere, ma Dakutil la rassicurò.

“Non preoccuparti Shamai, non stai cadendo. È un raggio trasportatore. Tra poco saremo dentro la navicella.”

“Chiamami pure Kristy… ancora non sento mio il nome Shamai…”

“Come vuoi…”

Arrivati all’interno della navicella, il portone si chiuse sotto i loro piedi. Era una stanza circolare, dalle pareti bianche e luminose. C’erano pochi comandi solo in un unico punto della navicella e nel mezzo, una sorta di ascensore.

“A cosa stai pensando, Dakutil?”

Dakutil si voltò verso la ragazza. Nei suoi occhi c’era una sorta di tristezza, profonda, quasi impenetrabile, ma lei la sentiva.

“Niente… ricordi. Solo ricordi. Mi piace la Terra. Ogni volta che ci torno… me ne innamoro sempre di più.”

Poi Dakutil scosse la testa e cambiò discorso.

“Se vuoi puoi andare su per quell’ascensore. C’è una stanza confortevole. Lì potrai stare comoda per tutto il viaggio.”

“Bene… non vedo l’ora di rilassarmi un po’, finalmente!”

Così dicendo, Kristy si avvicinò alla porta dell’ascensore e questa si aprì da sé. Poi, si volto di nuovo verso l’uomo, che era rimasto fisso ad osservarla.

“Grazie…”

L’uomo sorrise, annuì e si sedette al posto di guida della navicella. Dopodiché, Kristy entrò nell’ascensore. La porta si richiuse e in un attimo si riaprì. Si trovava in un altro piano della navicella, leggermente più piccolo del sottostante, ma arredato con sedie, tavolini e lettini bianchi anatomici. Pure lì c’era una vetrata che circondava la navicella per tutta la sua circonferenza. Kristy si avvicinò ad essa per dare un ultimo saluto alla Terra. Erano già partiti, ma non se n’era accorta per niente. Le sembrava di essere ancora a terra. Non aveva percepito nessun movimento, nessuna scossa. Era una sensazione nuova, strana. Era come vedere la televisione. Vide la Terra allontanarsi sempre di più, vide i boschi diventare una macchia verde indefinita, vide il fiume Kemi divenire una sottile linea blu, vide le nuvole divenire una confusa e uniforme farinata. Poi vide il verde mischiarsi con l’azzurro e col bianco delle nubi, e vide la Terra divenire un globo, poi un cerchio circondato dal nero dell’universo. E la Terra diventò sempre più piccola, fino a diventare un puntino, fino a scomparire del tutto. Kristy pensò che non era mai stata così lontana da casa prima di quel momento. O forse, pensò era stata troppo lontana da casa ed ora era il momento di ritornarvi. Era confusa. Ma qual era la sua casa? Quella che stava lasciando o quella che non aveva mai visto? Si sdraiò su uno dei lettini presenti nella stanza e si addormentò, così… con la mente avvolta da quei pensieri.  

                                                                                                                                        FINE

(scritta da Giorgio Pastore)