La Regina di Abzagor

 
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        Kristy stava tutto il giorno affacciata alla finestra a pensare, a sognare. Vedeva le gocce di rugiada scivolare giù, sul vetro davanti a sé, a volte lente, a volte più veloci… Aveva tanti pensieri nella mente, ma se cercava di ordinarli e distinguerli non ci riusciva. Non erano per niente chiari nella sua mente. Quei pensieri erano solo ombre opache, visi, nomi, e… a volte, la notte, faceva anche degli incubi terribili. Vedeva mostri, volti deformi che la chiamavano, sguardi minacciosi. Così, in quelle notti, si alzava ed andava alla finestra e trovava conforto nel guardare le stelle. Sembrava brillassero ogni volta di più. Ma cosa nascondevano quelle stelle? Perché ne era così attratta? Non se lo sapeva spiegare. Pensava che fosse un’attrazione innata, una specie di passione. Ma non era solo questo. A volte le capitava di sentire cose ancor prima che avvenissero, di percepire la presenza di certe persone ovunque esse fossero state, di concentrarsi su un oggetto e visualizzare dove si trovava in quel momento. E non capiva come fosse possibile. Pensava fosse un dono di natura, una specie di sesto senso che altri non avevano. Pensava che così come c’erano persone che potevano impararsi interi libri a memoria, lei poteva invece fare quelle altre cose. Pensava che era la vita stessa che aveva distribuito tali poteri tra gli uomini nel momento della creazione. A volte pensava all’universo, alla vita e alle origini dell’umanità e non si sapeva dare spiegazioni soddisfacenti. E chi può darle? Pensava lei. Ma sapeva che l’uomo non era solo in quello sconfinato universo. E più guardava le innumerevoli stelle e più si convinceva di questo. Ogni stella, pensava, è un sole, con vicino altri pianeti, proprio come il nostro sistema solare. È impossibile pensare di essere soli. E così meditando, si stringeva nel suo maglione, perché a volte una brezza più fredda le accarezzava la pelle. E c’erano sere che, guardando le stelle, si commoveva. Le lacrime le scivolavano giù per le guance e cadevano giù, nell’erba sotto la sua finestra, mischiandosi con la rugiada prodotta dall’umidità. Ma da dove venivano quelle lacrime? Lei non lo sapeva. Se lo chiedeva e capitava spesso, ma proprio non lo sapeva. Era come un senso di tristezza che la invadeva, di solitudine, di nostalgia… Ma nostalgia per cosa? La sua famiglia era lì. Cosa le mancava? Niente apparentemente. Voleva molto bene ai suoi genitori. Suo padre, Lanko Steevens, faceva il taglialegna. Era una persona buona, tranquilla, che aveva sempre passato la sua vita pensando alla propria famiglia. Nessun vizio, mai una sgridata, mai uno scatto d’ira. Con quella sua barba bianca anzi, sembrava proprio il buon Babbo Natale. Ed alcuni in paese lo chiamavano proprio Babbo, ma lui non se la prendeva, mai. Sua madre, Lucilla Peers, era anche più di una madre per Kristy. Le aveva insegnato tutto quello che doveva sapere sulla vita. Era una grande amica oltre che una madre. La più grande amica della figlia. In verità, non è che Kristy avesse tanti amici. Il paese in cui viveva era davvero piccolo. Il tipico paesino filandese, con pochi abitanti e tanto freddo. In certi periodi dell’anno infatti, era impossibile tenere la finestra aperta, sia per via del freddo che per le zanzare, che arrivavano a sciami e sbattevano contro i vetri delle abitazioni come se cercassero con ogni mezzo di entrare. Ed in quei periodi Kristy era molto triste, perché non poteva vedere le stelle. Ed in quei periodi era chiusa anche la scuola e i giorni erano brevi e grigi. E Kristy era costretta a rimanere in casa. Per fortuna che aveva una madre che non la lasciava mai sola e si può dire che vivesse solo per lei. Insieme si divertivano molto. Si raccontavano storie, favole, leggende… come quella del Dynko. Si diceva che una volta, certi taglialegna andati a lavorare un po’ più a nord del solito, sulle pendici del monte Pyhat, avessero visto un essere ricoperto da lunghi peli bianchi, proprio come lo Yeti che si diceva vivesse sull’Himalaia. Oppure la madre le raccontava la leggenda degli abitanti del piccolo popolo, gli gnomi, che si diceva abitassero i boschi lì vicino. Kristy a volte era stata in quei boschi, ma non ne aveva mai visto uno. Allora la madre le diceva che era ovvio che loro non si facessero vedere, perché erano molto riservati e temevano gli uomini. Inoltre, era anche meglio che lei non ne avesse mai visto uno, perché se fosse stato così, avrebbe voluto dire che la ragazza era finita nel loro cerchio magico, e chi entra nel cerchio del piccolo popolo, non ne esce più vivo! E la madre raccontava alla figlia storie di questo tipo, anche fino a notte fonda, davanti al fuoco del caminetto, e quei momenti sembravano interminabili, in quei momenti sembrava che al mondo esistesse solo l’amore ed il bene. Ma non era così.