IL POST-MORTEM NEI VEDA
Tradizione Universale e Scienza

        La spiritualità è l’essenza di tutte le religioni del mondo, perciò si afferma che la maturità religiosa porta alla spiritualità. Non c’è alcuna diversità tra loro, una è l’essenza dell’altra e l’altra ne rappresenta l’espressione ritualistica, delimitata da un ambito geografico e da usi e costumi locali. Per queste ragioni si può tranquillamente affermare che Dio in tutte le religioni è lo stesso Uno ed Unico Dio, perché l’uomo è sempre lo stesso in tutto il globo. Tuttavia, avere la Sua esperienza nel proprio cuore e poterLo vedere faccia a faccia non dipende tanto da Dio quanto dall’uomo che Lo cerca, per il semplice fatto che Egli è dappertutto: in noi e fuori di noi, dipen-de solo da noi esperirLo.
In India i Rsi Vedici ebbero quest’esperienza molto prima di tutti gli altri popoli, e da ciò nac-quero i Veda e quindi le Religioni nel mondo. Da molti millenni a.C. l’India ha insegnato il messaggio dello spirito allo scopo di ottenere equanimità e beatitudine.
Fu quella terra a dare al mondo l’esempio come precettore. La preghiera che, in sostanza da sempre, è insegnata in India è:

“Loka Samasta Sukhino Bhavantu!”
(Che tutti i mondi possano essere felici!)

        Non c’è dubbio che tutti gli dèi del Pantheon Vedico sono solo Nomi e Forme espressive diverse dello stesso Unico Essere Supremo chiamato Brahman Nirguna, Assoluto Sé Universale, Imma-nente e Trascendente. Il grande Yogi Aurobindo era dell’opinione, da me condivisa, che i Veda fossero pervasi di dottrine segrete e di filosofie mistiche, e considerava gli dèi degli Inni Vedici come simboli di vere e proprie funzioni psicologiche: Suria (il Sole) rappresentava l’Intelletto, Agni (il Fuoco) la Volontà, che è una caratteristica dell’Intelletto, e Soma (le Acque della Vita) il Sentimento. Per lui i Veda erano dunque una religione misterica, al pari delle dottrine Orfiche ed Eleusine dell’antica Grecia. Considerava i Veda:
“…gli unici documenti importanti rimasti del primo periodo del pensiero umano, del quale i Misteri Eleusini e Orfici erano i deboli resti, quando la conoscenza spirituale e psicologica della razza umana venne celata sotto un velo di simboli e di figure concrete e materiali che ne pro-teggevano il significato esoterico dai profani e lo rivelavano agli iniziati.”
Quando l’India fu coinvolta nelle vicissitudini della storia e la gente fu sottoposta a varie vicen-de, l’ideale vedico subì prima un rallentamento e poi l’arresto. La mancanza di fede si manifestò in forma concreta cristallizzandosi in nomi e forme specifiche. Ogni nuova tendenza, ogni nuova concretizzazione di questa “mancanza di fede” divenne una CORRENTE particolare del Puro Amore originario; perciò l’unica Religione Vedica (la Religione dell’Amore, del Sé Assoluto, l’Essenza Spirituale dell’uomo) diede origine a numerose Correnti Filosofiche, che sbocciarono in differenti credenze con i loro riti ed i loro metodi di adorazione, le loro priorità nel raggiungi-mento spirituale e le dottrine relative all’individuo, al mondo oggettivo e a Dio.
Così nacquero diverse Correnti Filosofiche, le più importanti prevalsero su tutte le altre. Di tut-te solo sei fecero scuola. Ogni scuola era un punto di vista diverso dagli altri sugli stessi Veda. 

        Si affermarono i seguenti punti di vista:
Nyaya, vedeva i Veda solo da un punto di vista logicamente realistico;
Vaisesika, vedeva nei Veda un pluralismo atomistico e realistico;
Samkhya, vedeva nei Veda solo un realismo dualistico;
Yoga, vedeva indicazioni pratiche, non metafisiche, di come ci si può realizzare;
Purva Mimamsa, vedeva nei Veda i rituali, ritenendoli la cosa più importante;
Uttara Mimamsa o Vedanta, nei Veda c’era la conoscenza-verità di tutte le cose.

        Tutte le sei scuole potevano essere tranquillamente riunite in una sola, perché tutte accetta-vano l’autorità indiscussa dei Veda. Accettare l’autorità dei Veda significava, e significa tuttora, in pratica accettare la superiorità dell’ESPERIENZA SPIRITUALE sulla mera SPECULAZIONE IN-TELLETTUALE, quindi non significava accettare tutte le dottrine esposte nei Veda né l’ammis-sione di alcun credo sull’esistenza di Dio. Sankaracharya sviluppò in modo eccelso questa sintesi Non Dualistica che si ritrova nell’essenza stessa dei Veda; fu chiamata: Advaita Vedanta, vera Luce Non Dualistica ed Assoluta dei Veda, spiegando tutte le scuole che ai Veda s’ispiravano, senza contraddirne nessuna e senz’alcuna contraddizione al suo interno!
Si sviluppò e si capì meglio l’essenzialità delle religioni del mondo, perciò loro scopo, dei collegati riti e metodi, era ed è la PURIFICAZIONE della MENTE e di conseguenza la costanza nella pratica delle alte virtù morali e dei Valori Umani. Tutto questo venne ben presto dimenticato, e la sua importanza rivestita di conformità superficiale e di purezza solo esteriore.
Lo smodato desiderio dello sviluppo egoistico fece diventare vuote ed aride le correnti filoso-fiche e le religioni, ma la Verità è una e una sola, e alla fine riprende la sua funzione, solo offuscata dai periodi alterni che attraversano l’uomo a causa della sua stessa egoità, perciò l’Era che stiamo attraversando, la più oscura, ci riporterà alla necessità di conoscenza/esperienza di Luce, alla ricerca e consapevolezza della nostra Realtà trascendente e quindi all’Età dell’Oro.
La Verità Assoluta può essere solo Una-senza-secondo, diversamente ci sarebbe contraddizione e solo gran confusione. D’altra parte, per il Princìpio di Non Contraddizione, una verità assoluta che presenta il carattere della molteplicità è insostenibile, può rientrare solo tra le verità relative, contingenti a un determinato valore spaziotemporale, pertanto solo la Verità Assoluta Una senza secondo si dovrà riconoscere Vera e Reale, perché solo ciò che è Vero è anche Reale.
Il molteplice non risponde alla Verità-Realtà ma, in termini gnoseologici, all’opinione (doxa) e, in termini cosmologici, all’apparenza o alle moltitudini di forme che appaiono e scompaiono.
Le opinioni, si sa, sono quante gli esseri umani perché esse, per il loro peculiare carattere, so-no di ordine soggettivo e concernono concettualizzazioni contingenti, le quali possono essere verosimili ma non reali assolute.
Per meglio capire alcune differenze formali tra le varie opinioni, tra le filosofie relative e una loro sintesi, è meglio chiarire i concetti principali del Dualismo e del Non-Dualismo, le due principali scuole filosofiche: Samkhya e Vedanta.
L’Advaita Vedanta è il perfezionamento del Vedanta fatto da Sankaracharya; è il perfetto Non Dualismo del Vedanta e coincide con la Filosofia Perenne o Metafisica Eccellente, la base della vera Tradizione Universale.
Il Dualismo è la realtà oggettiva dei nostri sensi, il Non Dualismo è la realtà essenziale dell’og-getto e dei nostri sensi. Il Samkhya fu la prima filosofia dualistica che minò le fondamenta del-la religione del soprannaturale, sostituendo l’idea della Creazione con quella dell’Evoluzione. 

        Per capire bene questa filosofia, secondo me basta capire solo pochi concetti basilari che sono:

- il rapporto Causa/Effetto;
- il dualismo Purusa-Prakrti;
- i tre Guna (qualità): Sattva, Rajas e Tamas, che sono consustanziali a Prakrti.

        Prima caratteristica fondamentale del Samkhya è l’interpretazione del noto rapporto Causa/Effetto, secondo cui l’Effetto esiste a priori nella sua Causa. A sostegno si forniscono i seguenti principali ragionamenti:
- il “non esistente” non può mai diventare “esistente”;
- l’Effetto è della stessa natura della Causa;
- la relazione causale non può sussistere tra oggetti essenzialmente diversi tra loro;
- causa ed effetto sono rispettivamente non-sviluppo e sviluppo di una stessa sostanza;
- ogni Produzione è Sviluppo, ogni Distruzione è Inviluppo;
- il Totale Annientamento non esiste;
- il karma residuo resta in latenza per essere ripreso nel nuovo Ciclo successivo;
- esistono solo due generi di Cause: Efficiente e Materiale;
- la Causa Materiale entra nell’Effetto;
- la Causa Efficiente esercita la sua influenza solo dall’esterno.

Orbene, se tutti gli Effetti sono latenti nelle loro Cause, volendo evitare una regressione infinita, bisogna ammettere l’esistenza di una Causa Incausata, base ultima dell’Universo, che per il Samkhya è la Prakrti, sostanza inerte, assoluta ed eterna. Non si può affermare che il mondo finito sia la causa di se stesso, perché Prakrti non è un’aseità pur essendo considerata assoluta. La supposizione dell’esistenza di un’unica Causa Efficiente, che dall’esterno trasforma l’og-getto primordiale Prakrtico nell’Universo così com’è sotto gli occhi di tutti, è perlomeno logica, data l’evidenza unità materiale dell’Universo. La Causa Efficiente dell’Universo Materiale Prakrti dal Samkhya è chiamata Purusa, ente eterno e anch’esso assoluto. Purusa, in un certo modo, è un’aseità assoluta tutta particolare, perché ha bisogno della Prakrti per esprimersi in potenza e non restare in latenza, di un mezzo diverso da se stesso, quindi Prakrti diventa “il secondo”, anch’esso assoluto. L’evoluzione di Prakrti avviene tramite i suoi elementi consustanziali detti Guna, che si ritrovano sempre in tutte le fasi evolutive. La prevalenza di un guna sugli altri due è ciò che caratterizza l’Effetto risultante delle combinazioni dei tre. Il Guna Sattva è coscienza potenziale e significa equilibrio e perfezione. Il Rajas è la fonte d’ogni attività e produce sforzo incessante, mentre il Tamas è ciò che si oppone all’attività, genera apatia, indifferenza e con-duce all’ignoranza e all’inerzia.

        In termini energetici il Rajias si può assimilare all’attuale natura evolutiva dell’Universo, all’E-nergia sempre producente Evoluzione. Si tenga presente che non esiste una diversa Energia che produce Involuzione, l’Energia è Neutra, non ha alcun segno (+ o -). In fase Evolutiva l’Energia serve ad esplicare tutto ciò che è latente e a porlo in essere, in po-tenza, mentre in fase Involutiva la stessa Energia serve a ritirare in latenza tutta la potenza.
Il Tamas si potrebbe assimilare invece ad una particolare Entropia dell’Universo: ne rallenta la corsa evolutiva che localmente può anche apparire come una diminuzione energetica pur man-tenendo costante l’Energia complessiva universale; una specie di Principio di Conservazione di tutta l’Energia Cosmica. Allorche cessa l’evoluzione dell’Energia e, contemporaneamente non si contrae come un’Involuzione, ma si stabilizza un equilibrio perfetto, si ha l’esplicazione del Gu-na Sattva.
Vedanta letteralmente significa “la fine dei Veda”; sono tutte le dottrine esposte nella parte fi-nale dei Veda costituite dalle Upanisad. Il Vedanta è un’esposizione della dottrina del Brahman, e tratta della Sua incarnazione chiamata Sé. Descrive il pensiero filosofico e teologico contenu-to nelle Upanisad, quindi rappresenta un’indagine sull’essenza dei Veda. In pratica il Vedanta analizza tutti gli altri cinque punti di vista filosofici alla luce della conoscenza upanisadica, tra-endone il meglio e facendolo proprio, purché non in contrasto con le stesse Upanisad. Così è successo con alcuni concetti del Samkhya, trasponendoli sul suo piano unitario, illuminandoli con la luce dell’Uno, trasformandone la base Dualistica in un Monismo Qualificato.
Nel testo vedantico, il Vedantasutra o Brahmasutra, si dichiara apertamente che NON c’è pos-sibilità di scoprire la Verità Metafisica per mezzo della sola “riflessione”, ma è necessaria una percezione diretta e intuitiva che può essere raggiunta anche grazie allo studio e all’inferenza delle Sacre Scritture. Secondo il Vedanta, Purusa e Prakrti NON sono sostanze indipendenti (due assoluti sono assurdi e si autoidentificano a vicenda!), ma modificazioni di una sola ed unica Realtà. La pluralità, quindi, può essere solo un’espressione relativa dell’Infinito Brahman Nirguna. La Prakrti Vedantica è quindi l’espressione dello stesso Brahman Nirguna o, se voglia-mo, dello stesso Purusa, e i Guna, consustanziali a Prakrti allorché viene in esistenza, appar-tengono allo stesso Assoluto.
In effetti, il Brahman si dispiega per Suo stesso diletto, per “gioco” (līlā), nell’Universo, senza per questo modificarsi minimamente o cessare d’Essere Sé-Stesso.

        L’Advaita Vedanta insiste sulla realizzazione del Sé, ponendo il ritualismo in una fase d’avvici-namento a tale unico fine. Il Non-Dualismo di Sankara è una filosofia di gran sottigliezza logica e arditezza speculativa, alle cui altezze nessuna filosofia ha mai osato avventurarsi. La sua ini-ziale austera intellettività, la sua logica implacabile, la sua relativa libertà dai condizionamenti teologici, ne fanno un grande esempio di dottrina puramente filosofica, elevandosi fino alle alte sfere della purissima Metafisica; tuttavia è importante capire che questa “solo apparente fred-dezza” di sentimenti è il dispiegarsi del non attaccamento egoistico che sottende il Puro Amore. Non deve quindi trarre in inganno l’apparenza, e pensare che la Metafisica non implichi la Bellezza, l’Amore per Dio, per l’uomo e per il mondo. L’Advaita Vedanta è svelarsi Essenza di tutto e di tutti, è Amore dispiegato in tutti i sensi contemporaneamente, perché è la piena consape-volezza di Essere l’Amore Puro stesso e l’Eterna Beatitudine, perché tutto è il Sé, tutto è sola-mente l’Infinito, Assoluto Immortale Sat-Cit-Ananda (Esistenza-Consapevolezza-Beatitudine).
In tale stabile stato assoluto di Coscienza non può sussistere opinione (doxa), ma solo certezza in espressione, che è la caratteristica principale della Verità che si disvela nei Pensieri creando, nelle Parole educando, e nelle Azioni amando. Così si comprende chiaramente il significato del-la frase della Maitrey Upanisad (VI, 34):
“Bisogna invero con ogni sforzo purificare il pensiero, che è il Samsara medesimo, perché si diventa ciò che si pensa, questo è l’eterno mistero”.

        Tutto ciò è in potenza ed in latenza nella vera Tradizione Spirituale incarnata nei Realizzati in vita. È solo in latenza nell’unica Tradizione Iniziatica, filosofica e realizzativa, perché riguarda la Verità-Realtà Suprema, da cui tutto trae origine e sostentamento.
Deve essere ben chiaro che il pensiero che veicola i valori spirituali costruisce Unità e Pace, mentre quello che veicola desiderio appropriativo egoico costruisce solo Dolore e Conflitto.
Nel suo svelamento, tale Verità-Realtà può essere rivestita con parole, concetti e idiomi secon-do le diverse epoche e i diversi popoli; ciò è ovvio perché il linguaggio è soggetto a modifiche e spesso a trasformazioni anche notevoli; quindi anche da ciò sono nati i vari rami o correnti dell’unica Tradizione, che sono appunto ADATTAMENTI per favorire la comprensione di un determinato popolo, in una determinata situazione spazio-temporale, della Verità-Realtà e quindi le varie religioni. Così abbiamo la Verità Una che si palesa in molteplici forme espressive. Le stesse religioni sono rami-correnti della Tradizione Spirituale Esoterica, originatasi con i Veda, fino al punto d’ASSOLUTIZZARE le singole verità, combattendo persino le altre forme religiose per-ché reputate false e bugiarde, per quanto possano condurre tutte alla stessa mèta.

        Secondo me le lotte religiose, anche con notevole spargimento di sangue, sono state e sono tuttora la conseguenza di quest’esclusività, portata ad un’extrema ratio. Le cosiddette ragioni economiche delle guerre di religioni ne sono solo la conseguenza chiaramente strumentalizzata, non la causa principale, voluta dagli stessi capi religiosi il più delle volte o da persone occulte molto potenti in termini di “dio denaro”. Perciò, la religiosità che si ferma all’emozionabilità può essere solo pericolosa, perché assai volubile e spiritualmente inconcludente. Purtroppo si deve riconoscere che moltissimi rami religiosi hanno accostamenti più emotivi, direi passionali, che altro, proprio perché facilmente direzionabili e strumentalizzabili dai vari “capi”, quindi più facilmente esclusivisti e considerati superiori agli altri rami, con conseguenze fondamentaliste. Se però i vari rami religiosi indirizzano i fedeli sulla giusta strada originaria delle stesse religioni, allora la religiosità può trasformarsi, come un frutto che matura, in spiritualità, con conse-guenze metafisiche dall’approccio spirituale, ma soprattutto con benefìci notevoli per le dimi-nuite conseguenze pratiche sull’influenzabilità dei “capi religiosi” da parte di altri “poteri forti”. Per tutte queste ragioni, ritengo che oggi ci sia una grandissima necessità di scoprire l’origine occulta di tutte le fedi, la Sorgente che fertilizza i Riti e le differenti cerimonie solo esteriori, quindi la vera Unità Essenziale di tutte, e non il loro sincretismo.

        Sicuramente alla Verità-Realtà Suprema possiamo accostarci direttamente in termini metafisi-ci, intendendo per Metafisica ciò che è di là dalle dimensioni particolari, generali, universali e princìpiali. Il Nirguna Vedantico, l’Uno-Bene di Platone, l’Uno-Uno di Plotino, l’Essere di Parme-nide, l’Ain-Soph della Qabbalah, ecc. son solo Nomi diversi dell’Assoluto Uno-senza-secondo. Una Via Metafisica di Realizzazione è diventata ormai improrogabile secondo me, se si vuole ri-salire dal bàratro in cui l’uomo sta sprofondando senza nemmeno accorgersene: è la Via della Conoscenza-Sperimentazione noetica della Buddhi = Intelletto = Anima, ed è prettamente ed esclusivamente Tradizionale, perché è l’unica Conoscenza catartica. La Via Religiosa di Sintesi è invece Via di Fede, di Ritualità e aderenza a certe dinamiche psicologiche non fanatiche e a sentimenti che, appunto, sono denominati religiosi. La mentalità piuttosto critica-scientifica che è andata sviluppandosi tra tanta parte della popolazione mondiale, mi fa pensare che la Via Mistica sia meno attecchibile di quella Metafisica, anche se è mia convinzione che le due Vie pos-sano tranquillamente andare a braccetto e, anzi, che quella Mistica porti poi, spontaneamente, alla Metafisica. La Via della Devozione può anche non passare dal misticismo, la conseguente tecnica di Japam e Dhyanam, alla fine, può portare direttamente alla Via Metafisica. La Via della Devozione, abbinata alla tecnica vedantica di Japam e Dhyanam, è certamente la Via più semplice e la più diffondibile tra le masse poco acculturate e non solo, che sono ancora tante oggi nel mondo, purtroppo. La Via Metafisica è chiamata nel Vedanta Via Solare, la Religiosa di Sintesi è chiamata Via Lunare. La Via Devozionale con Japam, Dhyanam e la Metafisica insieme, è certamente Via Solare. La Via Solare include e trascende quella Lunare, quest’ulti-ma, spesso, esclude la prima con conseguente facilitazione della sadhana ma con un allungamento del tempo da dedicare a quest’ultima. Per tutte le suddette ragioni, si può tranquilla-mente affermare che l’origine della Tradizione Universale è Metafisica ed è sicuramente di ca-rattere non umano, pur essendo indirizzata solo all’essere umano, perché è da escludere qualsiasi tipo di tradizione storicistica, antropologica o altro. Non si può parlare neanche di “Rivelazione” da parte di qualcuno che afferma d’averla ricevuta in esclusiva. Tutte le cosiddette “Rivelazioni” sono solo illusioni proiettate dalla Mente grazie alla Luce energetica della Fede, e perciò possono apparire anche come “Visioni”. La Verità è dentro di noi, è Immanente e Trascendente l’Individuo; quando si ha l’esperienza di questa Verità Assoluta, del Sé, tutto si sve-la essere nient’altro che Verità Ultima in Essere!

        È importante comprendere la differenza tra i termini Unità, Sintesi e Sincretismo. Quest’ultimo si può definire come il voler conciliare in forma arbitraria e acritica, dottrine tra loro inconcilia-bili. L’Unità è invece convivenza pacifica tra religioni diverse, nella consapevolezza del Dio Uni-co, pur praticando ognuna i rituali e le forme espressive della propria fede. La Sintesi infine è raccogliere le Prassi di tutte le teoretiche filosofiche e ritualistiche che uniscono le differenti religioni, in una sola Prassi per tutte, senza tener conto di tutte quelle Prassi che invece non uniscono ma dividono le religioni e gli uomini, trasformandoli addirittura in “nemici mortali”.
È interessante vedere come la Tradizione Universale, nei testi Vedici, tratti il post mortem, che quella Occidentale ha integrato con le credenze pre-cristiane del culto dei padri e dei morti in genere, travisando il concetto di reincarnazione che è alla base dei Veda e dello stesso post mortem, inventandosi una specie di “resurrezione dei corpi” per cercare di valorizzare al mas-simo l’esclusività ed unicità storica dell’incarnazione del “Figlio di Dio” in Gesù Cristo. Ma anche queste verità ormai vengono a galla e si diffondono tra i ricercatori senza pregiudizi religiosi, anche solo per rendere giustizia alla stessa verità storica tanto conclamata eppur tanto travisa-ta che, per queste ragioni, farà parlare le “pietre” se gli uomini non avranno il coraggio di farlo apertamente loro stessi, nel senso che l’essere umano deve prendere il coraggio a due mani e “valicare l’abisso” della Mente per sperimentare finalmente l’Assoluto, la Verità-Realtà della sua Essenza Trascendentale: il Sé! Perché se non lo fa “Parleranno le pietre” conclamando la Verità Assoluta che è la loro stessa Essenza Trascendentale. Dice, infatti, il Saggio nelle Upanisad:
“La Verità non ha bisogno di banditori, non poggia sulla curiosità egoica, non si concede a chi non ha amore di ricerca e cuore puro.” … a chi non è Filosofo direbbe Platone.

Ai più interessa la cronaca mondana, non la Verità, purtroppo. Un collegato con la Tradizione Universale della Reincarnazione che mi fa piacere ricordare è il famoso libro tibetano dei morti. Ricordo che è un testo buddista che parla dell’antica credenza religiosa tibetana di aiutare le anime dei morenti ad evitare nuove incarnazioni. E’ un testo rivolto ai vivi, che invita a rispet-tare e superare la ruota del karma attraverso le azioni virtuose, per consentire anche alle ani-me dei morti di abbandonare la strada della reincarnazione e liberarsi nel definitivo ricongiun-gimento con l’Assoluto Cosmico. Proprio con quest’ultima credenza il testo si avvicina moltissi-mo a certe concezioni sull’aldilà di aiutare i morti con le “preghiere dei morti” e con le buone azioni dei vivi, che però in oriente son viste in ogni caso in un contesto di reincarnazione che non c’è in occidente. E’ notevole però l’idea religiosa di unione con l’Assoluto Cosmico dopo un periodo, non specificato, di purificazione, riportando alla mente una specie di Purgatorio cristiano-cattolico, che si ridurrebbe notevolmente con le preghiere e le buone azioni dei vivi.
Questa credenza è più antica di quella cattolica cristiana, che si lega più che altro ad una ipote-tica “Resurrezione dei corpi” che la chiesa vuol far credere provenga da alcune parole di Gesù Cristo. I versetti che dovrebbero indicare la dottrina della Resurrezione dei corpi, pur trovando-si nei Vangeli canonici, indipendentemente dalla loro veridicità storica, hanno però tuttaltro si-gnificato che quello voluto dall’istituzione religiosa romana, secondo il mio modesto parere.
Si potrà leggere la mia interpretazione sulla “resurrezione dei corpi”, nel capitolo dedicato al Vangelo di Giovanni del mio manoscritto “Parleranno le pietre”, disponibile per chi volesse leggerlo ed approfondire molte altre questioni collegate.
“Il libro tibetano dei morti” è legato alla tradizione post mortem del Bardo Thötröl. Il contesto del Bardo è legato all’atteggiamento pratico da assumere quando particolari eventi si verificano sia durante la vita incarnata sia dopo la dipartita dell’Anima dal fisico denso. Tali rituali servono per aiutare il morente a “morire” definitivamente, senza il dramma di una nuova incarnazione. Il rituale serve soprattutto alla persona viva che, aiutando il morente, vedrà accresciuti i meriti che lo metteranno, in questa stessa vita, in situazioni favorevoli per “uccidere il suo Ego”, cau-sa prima degli attaccamenti e dei desideri mondani, che sospingono l’Anima a continue incar-nazioni. Dalla lettura di questo testo credo sia molto importante capire che la vera morte è quella dell’Egoità. Solo con la soluzione del suo Ego, l’Ente incarnato potrà veramente e defini-tivamente “morire”, e quando ciò avverrà, la successiva morte fisica sarà l’ultima e non ci sarà più incarnazione ma fusione nell’Assoluto Cosmico: sarà il ritorno a casa del “figlio prodigo”.
I filosofi e in particolare i teosofi, chiamavano la soluzione dell’Ego la “morte seconda”: colui che in questa vita è capace di morire, pur vivendo in un sanissimo fisico denso, non avrà più paura di niente e di nulla, perché avrà vinto la morte e sarà veramente libero da qualsiasi kar-ma e quindi dal Samsara. A quel punto sarà una sua scelta rivestirsi ancora di un misero corpo denso, se lo farà sarà solo per amore e compassione verso chi è atrocemente dibattuto tra le fauci fameliche del “coccodrillo samsarico”, come disse il grande

        Sankaracharya a sua madre quando volle farsi monaco rinunciante (samnyasin).
Il Bardo Thötröl è soprattutto un insegnamento per trascendere l’individualità e integrarsi con il Sé Assoluto e trascendente, la Chiara Luce del Dharma, così chiamato nel testo. Sotto questa prospettiva non è per i morti ma per i vivi, anche se alcune credenze tibetane, con “Il libro ti-betano dei morti”, tendono a collegare i vantaggi dei vivi, che ritrovano con queste pratiche i loro personali doveri dharmici, con i vantaggi dei morti perché verrebbe suscitata una specie di “accelerazione” verso l’Energia Assoluta Cosmica nelle anime dei trapassati istruite con il giusto Bardo. Comunque sia, la via diretta per la stabile consapevolezza sperimentale della Pura Co-scienza Cosmica certamente è quella dell’amore verso tutti gli esseri viventi. “Amore” è la pa-rola che indica il tentativo di comprendere la falsità della diversità e la Verità-Realtà dell’Uno-senza-secondo.

        Prima di proseguire è necessaria una piccola premessa tecnico-scientifica per ben chiarire i concetti della Lunghezza d’Onda e della Frequenza. Un’onda è una struttura ripetitiva (perio-dica) tanto nello spazio che nel tempo. Considerando la sua periodicità spaziale, si può intro-durre la distanza che intercorre tra due suoi massimi (o minimi) consecutivi, che viene chiama-ta appunto Lunghezza d’Onda, solitamente indicata con la lettera greca λ (lambda) e misurata, per esempio, in metri. La Frequenza è invece una misura della ripetitività temporale (periodici-tà) di un’onda: quante volte nell’unità di tempo, per esempio in un secondo, si ripetono in una posizione fissa i punti di massimo (o minimo) dell’onda. La Frequenza, che rappresenta quindi quanti cicli al secondo fa un’onda, si indica in genere con la lettera greca ν (nu), e si misura in Hertz (HZ): 1 HZ = 1 ciclo al secondo. Lunghezza d’Onda e Frequenza sono tra loro legate tramite la Velocità di Propagazione dell’Onda, che viene indicata con VP attraverso la semplice relazione: VP = ν * λ (Frequenza per Lunghezza).

Questa premessa è necessaria per introdurre i Cinque Involucri di cui si riveste il Sé incarnato o Atman. I Cinque Involucri (kosha), dal più esterno e denso al più interno e sottile fino al Sé che trascende tutti i rivestimenti perché è l’Assoluta e Pura Coscienza Cosmica in noi, sono i seguenti:

Annamayakosha (involucro fisico denso, il più grossolano ed esterno);
Pranomayakosha (involucro fisico sottile energetico; è la copia vitale del fisico denso);
Manomayakosha (involucro fisico più sottile del Pranomaya; è il Corpo Mentale detto anche Spazio Mentale o Tessuto Mentale, perché come un tessuto la sua trama è formata dall’intreccio dei Pensieri con i Desideri);
Vijnanamayakosha (involucro fisico più sottile del Manomaya; è sostanziato d’Intelletto chiamato anche Buddhi, qualcuno lo aggrega anche all’Anima; se rivolto all’esterno si confonde col Manomaya, in tal caso prende il nome di Buddhi Inferiore);
Anandamayakosha (è l’involucro più sottile di tutti, sostanziato di beatitudine (ananda) perché Corpo Causale: il più vicino al Sé-Atman; è la nostra Anima detta anche Jiva).

        Tutti e Cinque Involucri sono differenti Piani Esistenziali e quindi corrispondo a Cinque Stati di Coscienza, più che essere particolari espressioni spaziali. Si può dire che nasce da queste Sfere Coscienziali l’ordinaria comune dimensione spaziotemporale, perciò possono essere considerate condizioni vibratorie con particolari scale di valori o Lunghezze d’Onda. Laddove una Sfera Coscienziale o Stato Vibratorio ha termine inizia la Sfera superiore o più interna e sottile, con vibrazioni sempre più intense, così fino alla sfera beatifica o Anima.
Per meglio far capire il meccanismo è necessario specificare bene due Princìpi Metafisici: Primo: anche la struttura umana è sottoposta al Princìpio di Pervasività Successiva.
Secondo: il Princìpio di Pervasività Successiva opera in un senso durante la Creazione e nel senso esattamente opposto durante la Dissoluzione. Il Ciclo Ceazione-Dissoluzione è riferito a tutti i Piani Esistenziali: particellare e cosmico. Il Ciclo completo Creativo-Dissolutivo, che si ripete continuamente con una Frequenza che varia in funzione del Piano Esistenziale (nanosecondi per le particelle subatomiche, eoni per gli universi), rispecchia sempre, su tutti i Piani, una struttura oloarchica (i Piani Esistenziali sono Unità auto-organizzate e sono parte dell’organizzazione del livello superiore, secondo il Principio di Pervasività Successiva) si ripete in modo alternativo “Creazione>Dissoluzione>Creazione>Dissoluzione ecc.” con le seguenti fasi:

CREAZIONE: RADIAZIONE > VIBRAZIONE > MATERIALIZZAZIONE
(Verità)  (Vita) (Materia)
X >>
DISSOLUZIONE: MATERIALIZZAZIONE VIBRAZIONE >  RADIAZIONE
(Materia)  (Vita) (Verità)

        Tenendo in giusta considerazione il Primo Princìpio, la Pervasività Successiva, si capisce che i Cinque suddetti Involucri sussistono tutti contemporaneamente nel Corpo Causale Anandamaya, dal quale promanano in sequenza secondo l’ordine di Pervasività Successiva: dal più sottile al meno sottile fino al corpo fisico denso, seguendo il senso del Secondo Principio: Creativo o Dissolutivo. Ricordando la premessa tecnico-scientifica, torna utile ripassare i concetti indicati di Frequenza e Lunghezza d’Onda. L’involucro fisico denso è un particolare stato vibratorio che, per essere recepito, ha bisogno di un Corpo di Contatto correlato alla sua stessa Lunghezza d’Onda. La Coscienza Egoica del fisico denso e quella di ogni Involucro, ha bisogno di uno strumento sintonizzato sulla Lunghezza d’Onda del rispettivo Piano, nella fattispecie: del Piano materiale grossolano oggettivo, in modo che la Coscienza Egoica del fisico denso possa sintonizzarsi su tale Lunghezza e sviluppare così tutti gli organi di senso idonei alle funzioni del suo DNA legate al Piano Esistenziale in esame. E’ come quando vogliamo sintonizzarci con una certa stazione radio: cerchiamo la Banda o Lunghezza d’Onda, poi ci sintonizziamo esattamente sulla giusta Frequenza della stazione. La stessa cosa fa l’Ente Jivaico o Anima (riflesso dell’Assoluto Sé) quando s’incarna ed entra nel feto materno: dopo ben quattro mesi e nove giorni dalla gravidanza! Il karma che l’Ente si porta dietro dalle vite passate sarà quello che gli permetterà di fare le cose giuste, già “registrate” nel DNA prenatale per quanto attiene le fasi necessarie al feto, fino alla nascita vera e propria con relativa espulsione dall’utero materno. In seguito ci saranno gli “aggiustamenti” del DNA, sempre nel rispetto del proprio “libro karmico” (chiamato Luminoso), che permetteranno la germinazione e lo sviluppo dei semi karmici, quindi la massificazione dei relativi desideri, principali cause del reiterato ciclo samsarico.
Quando l’Anima-Jiva, lascia il corpo fisico denso può anche abbandonarlo definitivamente senza avere più alcuna possibilità di ricongiungimento. Ciò avviene solo se il Jiva stacca il noto doppio filo di luce d’oro che lo àncora al corpo pranico e denso tramite una fitta rete di fili di luce energetici, che si intrecciano e attraversano come un solo doppio filo i due canali: Ida e Pingala, che affiancano la colonna vertebrale a sinistra e a destra, lasciando che si disintegri.

        Il doppio filo di luce d’oro proviene dal Centro Vitale (nostra “batteria”) sito tra la dodicesima e la tredicesima vertebra, probabilmente collegato anche con l’energia Kundalini posta alla base della colonna vertebrale. Sicuramente il doppio filo di luce d’oro è collegato anche con il chakra del Plesso Solare, che riunisce le funzioni vitali dei polmoni e del cuore fisico.
Nel caso di Post Mortem inizia l’abbandono definitivo del corpo denso e tutti i fili energetici si staccano definitivamente, nel senso che tutta l’Energia Vitale, concentrata nella batteria e nella kundalini, si ritira attraverso il doppio filo, trascinando dietro tutte le funzioni vitali nel senso inverso della nascita-incarnazione, lasciando che il denso si disintegri e ritorni al suo serbatoio naturale. Il ritiro dal corpo fisico denso del Jiva viene chiamato “morte”, mentre la sua incarnazione “nascita”. Invero non esiste morte o nascita alcuna, ma solo abbandono di Piani Vibrazionali. Possiamo assimilare ad un’Esteriorizzazione la nascita o incarnazione del Jiva su questo Piano Esistenziale, ad un’Interiorizzazione la morte o abbandono di questo Piano. Tecnicamente, quindi, non si potrebbe parlare né di morte né di nascita. La Fase Interiorizzante (abbandono graduale del fisico denso) avviene, per una morte naturale e non violenta, attraverso tre principali stacchi del doppio filo di luce d’oro dai centri nevralgici del corpo denso: dalle estremità degli arti fino ad arrivare al cakra del cuore, con definitivo e completo abbandono del denso e con il riposizionamento della Coscienza del fisico dall’ombelico, dov’era situata sul denso, al centro della massa pranica distaccantesi.
Oggi alcuni scienziati americani hanno riscoperto un secondo cervello situato all’incirca nell’ombelico del fisico denso. Nei Veda la scoperta del “secondo cervello” fu fatta circa trentamila anni fa; penso che corrisponda alla massificazione dello Spin Egoico della Coscienza del Fisico denso, l’identificazione con il corpo fisico denso, anch’essa connessa, ovviamente, al Cervello Centrale posto nella scatola cranica, il quale a sua volta corrisponde alla massificazione dello Spin Egoico della Coscienza Mentale, l’identificazione con ciò che “pensiamo di essere” e ciò che pensiamo siano gli altri, che è parte del corpo sottile Manomaya posto sulla sommità del cranio. Per una buona salute è necessario che fra i due “Io”, fisico e mentale, vi sia armonia.

        In questa fase di stacco la Coscienza del fisico denso, il suo Spin Egoico, rallenta la Frequenza Rettilinea Alterna come Centro Mosso del Campo Fisico, rallenta quindi la Velocità Rotatoria Intracellulare della massa del suo Campo, le cellule iniziano a rallentare e a degradare, e ciò fa diminuire la loro Energia Cinetica, quindi l’Intensità “h” dell’Onda Coscienziale: inizia il degrado irreversibile del fisico denso e la sua putrefazione. Tutto si assopisce, l’interno del denso e l’esterno, ma il morente, pur non soffrendo alcun dolore, dalla “finestra pranica” ha ancora la capacità di percezione sottile di ciò che avviene nella dimensione densa. Del resto, la “finestra pranica” è ancora sufficientemente densa, ma non abbastanza da ricevere nitidamente tutte le sensazioni. Si può dire che il morente è ancora ricettivo sul piano sottile, ma non ha più la forza per reagire sul piano denso alle varie sensazioni percepite, e probabilmente nemmeno la volontà. Tutto è soffuso di un velo chiaro che lentamente ricopre tutto il fisico denso esterno, avvolgendolo in una specie di tunnel sempre più luminoso da non permettere una distinzione chiara degli oggetti, dando una sensazione di “allontanamento” dalla dimensione oggettiva e di conseguenza l’impressione di “attraversamento del tunnel” da parte della coscienza Jivaica.
L’impressione d’attraversamento di un tunnel nasce dal fenomeno fisico inverso dei “vasi comunicanti” e l’auto-livellamento dei campi energetici. Per differenza di potenziale tra le due sfere vibrazionali, la coscienza jivaica è attirata naturalmente da una sfera a Frequenza (Energia Cinetica) Inferiore verso una a Frequenza Superiore, ciò spiega anche la variazione in crescendo della luminosità del tunnel. In tal modo i due Campi Energetici si auto-livellano per l’Anima, che si ritrova ad assumere la stessa Frequenza della nuova sfera vibrazionale più alta e sottile.

        La coscienza jivaica, infatti, quando si trova completamente nella sfera superiore, si abitua alla nuova Frequenza e il fenomeno tunnel sparisce. Si ha lo stacco del fisico denso e il passaggio della Coscienza Egoica sul Piano pranico, immediatamente dopo si staccano i polmoni e quindi il cuore fisico con il quasi azzeramento dello Spin Egoico legato al fisico denso: la sua onda è quasi piatta e, se tutto procede senza traumi, si appiattisce del tutto. Il morente a questo punto si ritrova tutto “fuori” e, se non è preso dalla paura, può accorgersi del suo corpo denso appena lasciato; ciò dipende molto dalla “preparazione” alla morte e dalle sue vere e più intime convinzioni. Non può “bleffare” o far finta di niente, i suoi pensieri più nascosti nel profondo subconscio vengono a galla e non può evitarli, son lì davanti, magari anche massificati in forme note o sconosciute, piacevoli o meno, deve in ogni caso affrontarli!
Se è perfettamente convinto d’essere “morto” e non ha “pendenze karmiche” pesanti da subire in questa fase, potrà tranquillamente proseguire senza traumi il suo cammino d’Interiorizzazione con le successive fasi di abbandono delle altre dimensioni coscienziali e con il conseguente totale appiattimento dello Spin Egoico fisico residuo.
A questo punto il Jiva si trova totalmente nel Corpo Pranico, nel Pranomayakosha. Vede ancora il fisico denso per la parità di Lunghezza d’Onda, lo Spin Egoico Fisico residuo influenza ancora il corpo pranico, le attività attorno al suo cadavere sono ancora percettibili e comprensibili pur essendo incapace d’intervenire in qualche modo. Questo è il primo punto critico!
Questo trauma è comprensibile. I due piani in questione (fisico denso e fisico pranico) appartengono alla stessa “banda”, hanno cioè la stessa Lunghezza d’Onda, come già detto, e ciò spiega la possibilità di percezione tra i due piani e la presenza residua dello Spin Egoico del fisico denso, anche se molto debole.

        Il Piano Energetico Pranico ha una Frequenza maggiore del Piano Fisico Denso; per il Princìpio di Pervasività Successiva, il Piano a Frequenza maggiore e più sottile “contiene” quello a Frequenza minore e meno sottile, perciò il Piano pranico può percepire il denso e non viceversa. Inoltre, il Piano pranico, avendo una Frequenza maggiore del denso, permette al Jiva pranico una Velocità di Propagazione elevatissima che, assieme alla capacità di trapassare i corpi densi, gli permetterà spostamenti rapidissimi sul piano fisico denso. Al Jiva non tamasico basta “pensare” a un luogo o a una persona per ritrovarsi in quel luogo o vicino a quella persona istantaneamente. Ho fatto questa piccola digressione per far meglio capire ciò che succede al Jiva che non si riconosce morto ma che non ha un karma tamasico a suo carico. Per quanto non propriamente fisico denso, il Piano pranico sente molto forte l’attrazione del Piano fisico denso. Una possente Forza Elettromagnetica (Spaziodinamica) collega ancora il Piano pranico ai bhuta (elementi sottili) del Piano denso, soprattutto se il Jiva è qualificato da una forte tendenza “terrena grossolana”, cioè se è portatore di un karma tamasico, che non gli permette di “vedere” e riconoscere il suo cadavere per indolenza; o se lo vede non lo collega alla sua persona, perché non pensa d’essere morto, anzi, è convinto d’essere ancora vivo e si dispera che gli altri non riescano a vederlo e sentirlo e lui non riesca a fare tutto ciò che ha sempre fatto fino a poco tempo prima, ma senza impegnarsi a risolvere i suoi dubbi! In queste miserabili e disperate condizioni il residuo Spin Egoico del fisico denso, pur essendo il denso clinicamente morto a tutti gli effetti elettrici e meccanici, si rinvigorisce e assorbe energia dal prana ambientale; ciò aggrava ulteriormente la situazione dell’Ente, che inizia a “vagare” (pensa lui!) in cerca di qualsiasi cosa che lo possa soddisfare ma che non trova mai, perché la sua tamasicità gli fa cercare solo “sue stesse proiezioni mentali”, pertanto il suo “vagare” è solo un “andare in circolo” attorno al suo asse polare jivaico. È come il cane che si morde la coda: gira in tondo su se stesso sempre più velocemente, ciò incrementa l’Energia Cinetica del suo Spin Egoico che lo fa girare più velocemente incrementando l’Energia Cinetica che lo fa girare più velocemente incrementando … e così di seguito. Se l’Ente è molto tamasico e si lascia sprofondare nell’abisso delle sue illusorie immagini e non si convince d’essere morto, succede che la sua dolorosa disperazione diventa una continua pena, perché si crea già nel corpo Pranomaya il suo personale inferno; se ciò accade la povera Anima subisce un vero e proprio dramma, che può durare molto tempo oppure poco tempo. Allorché il Jiva capisce e si convince di essere morto, la sua paura si affievolisce, si calma ed inizia a lasciare anche il corpo d’espressione pranico, con il definitivo e totale azzeramento ed appiattimento del residuo Spin Egoico fisico denso, senz’altra possibilità di recupero: lo Spin si annichilisce totalmente nell’ambiente.

        Inizia il secondo punto critico! Questa è la Fase centrale e più critica di tutto il processo di Interiorizzazione di Jiva: la fase delicatissima Mentale (Manasica) fulcro di tutto il post mortem, chiamata comunemente “morte”.
Il corpo d’espressione pranico ritorna al suo naturale serbatoio, com’era successo con i bhuta del corpo denso, e il Jiva si ritrova nel corpo d’espressione Mentale o meglio Manasico, cioè nel Manomayakosha, dove un ruolo molto importante e potente ce l’ha l’Ego Mentale, quello che comunemente viene chiamato Ente Egoico o semplicemente Ego, riflesso operativo mentale del Jiva, che è spesso il protagonista di molti momenti delicati e a volte burrascosi per il Jiva.
Nella sfera centrale Manomayakosha il Jiva, privato della sfera pranica, si ritrova in una dimensione con una Frequenza ed una Lunghezza d’Onda differenti dalla guaina pranica e non percepisce più nemmeno il fisico denso.
La “finestra” mentale molto più sottile delle precedenti, ha Frequenza elevatissima e, cosa molto caratteristica di questa sfera, una Lunghezza d’Onda variabilissima. E’ l’unico involucro di Jiva a Frequenza e a Lunghezza d’Onda molto variabile anche nei brevi tratti di tempo. Questa capacità del Mentale dava fastidio al Jiva anche da incarnato, perché l’irrequietezza mentale non permetteva all’Ente di dominare i sensi come avrebbe voluto l’Intelletto Superiore per preparare la strada al “Re dei re”: il Sé Supremo ed Assoluto.
Questa caratteristica del Manomayakosha nel post mortem è ulteriormente rinvigorita dal fatto che vengono a galla, dal profondo subconscio, Semi Energetici molto variabili per Frequenza e Lunghezze d’Onda, colorando il Manomaya con tonalità sempre diverse che si aggiungono a quelli maturati e già attivi nel Mentale vero e proprio. Inoltre, si aggiunga il fatto che di per se il Manomayakosha è un intreccio di pensieri e desideri, quindi di sentimenti-attaccamenti fatti di passioni deboli e forti: gelosia, invidia, odio, risentimento, ira, oppure amore, compassione, altruismo, non violenza, verità ecc. (tutti questi sentimenti, desideri e attaccamenti, sono ora concentrati nella sfera mentale e si sommano ai semi maturati subconsci), e si avrà un’idea della fortissima tensione, sempre variabile e quindi incontrollabile, che si ha nel Manomayakosha in questa fase del post mortem. Infine, si pensi che il promotore, l’operatore e il fruitore di tutta quest’enorme babilonia è il “Signor Ego”, e ci si rende conto dell’importanza enorme che esso assume in questa delicatissima situazione, conseguenza dello stesso Ego che spadroneggia da incarnato, attenuato dall’influenza discriminatrice-volitiva dell’Intelletto. Qui però l’Intelletto è “fuori gioco” perché prevalgono i semi karmici, cioè le reazioni alle nostre azioni fatte in vita, quella appena lasciata e le precedenti. Per tutti questi motivi il Manomaya è da considerare il veicolo di manifestazione che non può mai risolversi completamente durante il post mortem, se il Jiva non è abbastanza vicino alla soluzione-purificazione del Mentale già durante l’ultima incarnazione. Manomaya è il vero corpo dell’illusione, dello psichismo, delle cristallizzazioni consce e subconsce. In questa sfera di manifestazione molti individui, anche incarnati, spesso affogano, si perdono e ritardano notevolmente la presa di coscienza del Sé Assoluto, la Realtà Trascendente, che sia nel post mortem che incarnati è sempre la stessa Chiara Luce Bianca, che in qualsiasi fase del post mortem si può vedere, riconoscere e, solo pochi, anche identificarsi e fondersi in Essa.
Il Manomayakosha è il vero e proprio samsara Vedantico, il mondo delle proiezioni illusorie che in occidente l’occultismo chiama anche “mondo astrale”.

        In genere succede che a questo punto lo Spin Egoico Mentale vede l’Assoluto Sé, che è la bella CHIARA LUCE BIANCA, “il Fulgore di mille Soli” dice Krsna nella Bagvad Gita.
Al Jiva identificato con l’Ego Mentale poteva capitare di vedere la Chiara Luce Bianca del Sé anche quando era identificato ancora con il fisico denso o col pranico, in tal caso si sarebbe sublimato ed eventualmente fuso col Sé in quelle stesse fasi del post mortem. Credo che per l’esperienza riconoscitiva del Sé non ci siano delle regole fisse. Le modalità e il momento dell’incontro sono di ordine individuale e karmico, perciò l’incontro e il riconoscimento può avvenire prima e dopo la sfera Pranomaya, come può avvenire prima o dopo il Pranomaya anche la famosa RICAPITOLAZIONE della vita incarnata appena lasciata. Questo particolare auto-esame di Jiva, la nostra Anima, serve per “registrare nel libro akasico” chiamato “Luminoso”, tutte le nostre azioni volontarie, le buone e le cattive, cristallizzarle come semi causali (samskara) nel subconscio e proiettarli in modo indelebile sul telo della nostra Aura, nostro corpo astrale in continuum col nostro mentale. E’ scritto in tutti i Testi Sacri che chi segue una disciplina spirituale deve imparare a “morire”, pur essendo in ottima salute nel proprio corpo fisico denso, perciò la descrizione delle Cinque fasi principali del post mortem, corrispondenti ai Cinque veicoli di manifestazione, oltre che essere ricavate dal Vedanta per inferenza o dalle espressioni chiare di alcuni Saggi delle Upanisad, sono anche esperienze di quelle poche persone, realizzate o prossime ad esserlo, che hanno voluto comunicarle pubblicamente affinché quelle molte persone scettiche e miscredenti, che ritengono l’aldilà solo fantasia e la sola realtà tutto ciò che i sensi possono percepire, che sfacciatamente dicono a gran voce: “Non ci credo perché nessuno è ritornato dall’aldilà per dirmi ciò che veramente c’è!”; a tutte queste persone si può dire che non è vero che nessuno è mai ritornato dall’aldilà; coloro che hanno avuto la grazia di esperire fino in fondo il post mortem e ritornare nel corpo denso, dicono ciò che lo scrivente ha avuto la fortuna di recepire bene e a fondo dai Veda e da alcune esperienze molto significative avute attraverso la propria personale disciplina spirituale.

        Lo stesso Gesù Cristo racconta nei Vangeli, per esempio in Gv. 3, 1-15, chiaramente o con parabole a volte anche molto pittoresche, le fasi più importanti della vera morte, la reale “morte seconda” che è la totale risoluzione dell’Io-Egoico. La stessa cosa è raccontata, sotto diversi aspetti, in tutte le culture iniziatiche, orientali ed occidentali. Del resto lo stesso simbolo della croce cristiana rappresenta proprio questa metafisica “morte seconda”. Il Vedanta afferma che la vera morte si attua solo da incarnati. Voler posporre il problema della morte è sicuramente una specie d’alibi dell’Io Egoico, che cerca in tutti i modi di perpetuarsi. Fintanto che l’Ego sussiste chiaramente espresso o camuffato sotto buoni intendimenti, i veicoli d’espressione di Jiva protrarrano la loro esistenza e quindi continuamente si avranno esperienze di pre morte e incarnazioni, perché tutte le qualità che l’Ego si trascina dietro devono per forza manifestarsi. Fino a quando le azioni esprimono i desideri “dell’io e del mio”, e gli attaccamenti si camuffano da sentimenti amorosi, non si potranno evitare le loro reazioni e quindi il Samsara.
L’esperienza delle sfere superiori al Manomaya permette di recepire gli archetipi o idee universali, possibili solo all’Intelletto Volitivo e Intuitivo del Vijnanamayakosha, detta anche Buddhi-mayakosha, che è una sfera molto più sottile, con Frequenza e Lunghezza d’Onda differenti a quelle della sfera Manomaya. La Buddhimaya Inferiore è molto vicina al Piano Mentale, quella Superiore è Intuitiva e si avvicina molto alla sfera Beatifica dell’Anandamaya. L’esperienza post mortem della Buddhimayakosha Superiore e Anandamayakosha, significano che l’Ente Jivaico trapassante è andato molto vicino alla realizzazione finale durante l’ultima incarnazione; attraversando queste sfere, acquisisce la giusta purificazione che gli mancava prima della definitiva fusione col Sé Assoluto.

        È diffusa la FALSA CREDENZA secondo la quale: “I morti sanno e conoscono tutto!”; si crede che basti essere morti per diventare saggi e acquisire ogni conoscenza. Niente di più ridicolo, di totalmente falso e sbagliato!
La quasi totalità dell’umanità, deposto il “vestito fisico denso”, prima di rimettersene un altro, si ritrova nella sfera intermedia sottile ed ILLUSORIA, FALSA E BUGIARDA del Manomaya, da dove non può comunicare con nessun’altra sfera per motivi di Frequenze e Lunghezze d’Onde, come già visto, ma se per caso dovesse capitare l’impossibile, invito alla massima attenzione e a non prendere per verità ciò che dovesse apparire come un “messaggio dall’aldilà”, anche se più volte riscontrate con qualche verità più semplice. Si ricordi che il Pranomayakosha e l’Annamayakosha son sufficientemente in sintonia per la stessa Lunghezza d’Onda, ma le differenze notevoli tra le loro Frequenze esclude la facilità di comunicazione tra loro.
Tuttavia sconsiglio qualsiasi contatto con il post mortem Pranomaya, per l’enorme pericolosità che se ne avrebbe psicologicamente, basta rileggere il passaggio post mortem tra queste sfere.
Il Bardo Thötröl parla anche di alcune credenze del Buddismo Tibetano, come del resto ci sono in tutte le religioni che hanno trasportato nel campo della pittoresca tradizione e superstizione i Piccoli Misteri della Metafisica, sorti dalla paura “dell’ignoto aldilà”, fissata da millenni di cicli samsarici vissuti nella più completa Ignoranza Metafisica della Realtà Trascendentale. Così si legge nei Vangeli di “stridor di denti” e di “voi che avete per padre il diavolo”, e nel Bardo di “deità irate e pacifiche” e di “Heruka”, il demonio della disarmonia energetica.

        Personalmente ritengo che i tre mondi: Paradiso, Inferno e Purgatorio, siano tutti nell’essere umano. Penso che il Paradiso sia una situazione del post mortem nella sfera del Manomaya, durante la quale il Jiva VEDE, RICONOSCE il Sé Assoluto nella Chiara Luce Bianca, ma non ha ancora le qualificazioni giuste per IDENTIFICARSI con Esso, per cui l’Anima non si fonde con il Sat-Cit-Ananda ma ne gode solo la beatifica visione quale premio delle sue buone azioni fatte nel corpo denso. Quando tali effetti saranno terminati, prevarrà il desiderio che spingerà il Jiva verso una nuova incarnazione, dove potrà godere di una buona vita per continuare ad usufruire dei buoni frutti maturati e maturandi, oppure subire le conseguenze delle sue cattive azioni, oppure entrambe le due cose, vivendo fisicamente una vita veramente infernale oppure una vita che a volte sembra infernale e a volte sembra paradisiaca. In genere il karma che si ripete serve a correggere errori trasformati in abitudini consolidate e quindi in “mentalità”.
Per esempio, quando si dice: “È la mia mentalità, non posso farci niente!” si afferma l’impossibilità di “cambiare” con le vie ordinarie. Le conseguenze del karma da subire sono le vie “straordinarie” atte a modificare le “mentalità” totalmente non allineate alla “rettitudine dharmica”, al cammino evolutivo del Dharma Universale, che è lo scopo stesso della Vita incarnata. Spesso le vie straordinarie sono dolorose e creano condizioni di vita anche molto dure: malattie, dispiaceri e malanni vari da sopportare, che in genere servono per “ammorbidire” la durezza del cuore, l’orgoglio tracotante e l’invidia.
Il Thötröl parla dell’Inferno nel secondo Bardo, in termini di “precipitazione” delle energie accumulate e non risolte, fino alla loro massima espressione nel Manomayakosha, nel Buddismo Tibetano chiamato Sambhogakaya: proiezioni karmiche, con la cristallizzazione del contenuto subconscio non risolto, che si presenta alla coscienza jivaica sotto forma di mostri e dèmoni, di cui il trapassato deve per forza subirne le ire!
Sarebbe quasi come un incubo in questa dimensione fisica, ove capita di fare sogni paurosi con mostri e situazioni di pericolo assurde: basta svegliarsi e tutto dovrebbe finire, invece nel post mortem non si ha alcuna possibilità di “risveglio” e quindi si è costretti a subire tutto.

        Secondo me questi casi estremi di massificazione delle qualità dovrebbe riguardare solo le più cattive, fatte con una volontà precisa di fare il male!
Voglio sperare che queste persone così cattive siano veramente poche, perché fanno pensare a caratteri demoniaci, che cercano in tutti i modi solo il male degli altri solo per il gusto del male. Cercano di contrastare sempre il bene degli altri e ogni espressione di puro amore del prossimo, ma sicuramente non ci riusciranno a soffocare l’amore, e soffriranno loro le più atroci pene dell’inferno, finché anche loro capiranno che la forza maligna era ed è solo un “puro amore camuffato”, che la Realtà è l’Assoluto Uno-senza-secondo e che l’Amore è la Verità Ultima di tutto il creato, ed è anche la loro stessa Essenza.

Vincenzo Troilo