PETROLLA

In Basilicata sorge un luogo ricco di fascino,
sia perché immerso nella natura incontaminata
sia perché al centro di molte leggende e storie interessanti.

Uscendo dallo sterrato si percorre la statale 103 verso Craco; dopo 1,6 km si offre l’occasione per visitare una delle curiosità meno note della zona. Si svolta a destra per una strada sterrata in vista di un’azienda agricola posta su un’altura; prima di giungervi, si prosegue sempre sulla destra per 500 metri fino ad un bivio. Imboccando la strada di sinistra per altri 500 metri si giungerà in prossimità di un laghetto. Da qui si prosegue a sinistra in salita per altri tre km fino ad una sconfinata distesa di argilla dominata da un enorme monolito di circa 200 metri di base per 50 d’altezza, detto "Petrolla". La “Petrolla” (nei vari dialetti locali “a’ ptrodd”) è il nome di una singolare località posta nelle campagne tra Montalbano Jonico e Pisticci. Si tratta di un grosso affioramento calcareo dovuto a forti spinte tettoniche, confermate dalla verticalità degli strati (foto 1) e dalla notevole fratturazione della parete strapiombante (foto 2), uno sperone roccioso che sembra inspiegabilmente uscire dal terreno argilloso. Se non si trattasse di carbonato di calcio, ossia di marmo, come i ruderi di una vecchia cava di estrazione (foto 3) testimoniano in modo inconfutabile, verrebbe da dire che si è di fronte a un meteorite, piombato lì in un'apocalisse di fuoco. Nelle immediate vicinanze sono conficcati e spuntano altri massi più piccoli e altri ancora più piccoli sono diffusi sul territorio quasi fossero schegge di un'immane esplosione. La Petrolla, nel gergo locale, è la "piccola grande pietra": un luogo particolare, che nel vissuto popolare evoca il brigantaggio.

Le strade che vi conducono sono tutte in terra battuta in molti tratti mista all’argilla dei “calanchi”; molto difficile il percorso per arrivarci con le automobili. La roccia si staglia a strapiombo sulle campagne circostanti, (foto 4) offrendo uno spettacolo unico nel suo genere. Ma guardando bene la sommità della roccia, si nota un’altra cosa molto interessante. C’è una costruzione, un residuo di fortificazione del IX secolo (foto 5), che presenta addirittura i resti di un soffitto a volta (foto 6).

È una specie di fortino, che sembra prolungare in altezza la pietra, con un'unica finestra che guarda verso valle (foto 7). In origine la costruzione doveva essere costituita da più livelli, di cui quello inferiore è sottoposto al piano di campagna della cima. Dal lato posteriore, dalla parte della pietra più accessibile dove gradini scavati nel calcare (foto 8) portano alla sommità, un'altra costruzione, forse anch'essa in origine sviluppata in altezza ma di cui oggi rimane solo una specie di ipogeo (foto 9): un pozzo, da sempre punto di sosta obbligata lungo un antico percorso, è situato proprio sotto la verticale dello strapiombo,dove la pietra mostra la sua quinta rocciosa piatta e inaccessibile.

A mezza altezza, da una spaccatura del calcare fratturato, sbuca una pianta (foto 10), un arbusto antichissimo, che sembra così librato nell'aria, come a indicare e nel contempo custodire un passaggio diversamente negato, evocando il sesamo davanti alla grotta dei quaranta ladroni. A ridosso della roccia, opere murarie e costruzioni confermano l’importanza militare del sito, da cui si gode un amplissimo panorama dalla valle del fiume Cavone sino allo Ionio (foto 11). Il controllo sul territorio, che era possibile esercitare dalla cima, fa vedere la “città fantasma” di Craco e quella di Pisticci (foto 12), ma il territorio “sotto controllo” è più vasto.

Dai reperti archeologici, ritrovati nel territorio di Petrolla e conservati nel Museo Ridola di Matera, si è potuto stabilire che la zona è stata abitata sin dall’epoca ellenistica-romana. Il territorio fu fortificato dai Longobardi e in seguito alla conquista normanna appartenne ad Albereda, signora di Colobraro e di Policoro. Le prime attestazioni in età normanna di un insediamento in località “ la Petrolla ” possono essere desunte da una notizia riportata dal Rondinelli, che dice di aver visto nell’archivio di Napoli (prima del rogo nazista del 1943) un documento del 1110 in cui era attestato un «Ubaldo signore di Petrolla». Inoltre Dino D’Angella, richiamando Bartolomeo Capasso ed il Catalogus Baronum (secolo XII), ci informa che la contea di Montescaglioso comprendeva, tra gli altri territori, anche «Petrolla (presso Montalbano)». Data la conformazione stessa del sito è possibile ipotizzare che la fortificazione fosse una “motta” e cioè una costruzione eretta sul terreno ammassato. La Petrolla, nel suo essere una specie di castello costruito dalla natura, sembra dialogare con quelli veri costruiti dall'uomo che gli stanno di fronte e non è escluso che una volta questo dialogo realmente avvenisse, a mezzo di fuochi o altri segnali, nell'ambito di un sistema di fortificazioni integrato che solo l'abilità e il genio militare del grande Federico potevano partorire. Verso ovest è il torrione normanno di Craco, a nord il castello svevo di Pisticci, a sud Anglona dove forse sorgeva Pandosia e a est il castello di San Basilio, primo avamposto lungo la via di penetrazione dal mare verso l'interno. Che si snodava come dai tempi della colonizzazione greca per mezzo dei fiumi una volta navigabili che scorrono paralleli dagli Appennini allo Jonio. La Petrolla è sullo spartiacque delle due valli, del Cavone e dell'Agri: un punto strategico, ripreso dalla moderna cartografia a far parte della rete geodetica italiana. Sulla sommità della Petrolla c'è quella che i contadini e i pastori chiamano la "lammia": che significa costruzione con copertura a volta, a differenza dei tuguri della misera gente fatti con copertura di canne. Si narra che lì si nascondevano i briganti, dopo le scorrerie consumate nel fondovalle. E che lì nascondessero il bottino, coprendolo del cadavere di un compagno assassinato al momento, perché ne custodisse, con il suo spirito senza pace, l'integrità. A questo spirito,sicuramente spaventevole ma incerto nella sua natura, si attribuiva il nome di "luato": che letteralmente significa "lievito", perché il lievito, che faceva crescere il pane, era ritenuto un'entità magica, un folletto capace di combinare disastri. La Petrolla si erge a dominare il terreno circostante, dove prevale la macchia mediterranea,densa di effluvi resinosi, il lentisco, la mortella,mentre tra i sassi spuntano il cardo selvatico e la "scalera". Un tempo il cinghiale era di casa, come il lupo e il cervo. I costoni verso valle, appena violati da antichi sentieri,sono meta ideale dei tordi nel loro instancabile trasmigrare e più sotto, dove la Salandra confluisce nel Cavone sverna la beccaccia, mentre nelle distese seminative nidifica il calandro. Stormi di pavoncelle seguono gli aratri a beccare quanto i solchi dischiudono: in dialetto sono le "monacedde", così dette perché la livrea fa somigliarle a monachine e nei primi pioppeti, circondati da salici che preannunciano il mare, si fermano le cesene. Corrono ancora le lepri a stancare i segugi mentre il tasso ("melogna", dal latino meles) continua a razziare gli orti alla ricerca della sua leccornìa, il "rognoso", un melone ormai raro.

Antonio Lasala

                   

Links:

http://it.wikipedia.org/wiki/Petrolla

http://www.mondimedievali.net/castelli/Basilicata/matera/petrolla.htm

http://www.mailartmontalbano.it/MailArt/Montalbano/Storia%20di%20montalbano.htm

Bibliografia:

Prospero Rondinelli, Montalbano Jonico e i suoi dintorni, memorie storiche e topografiche, Taranto 1913.

Dino D’Angella, Saggio storico sulla città di Pisticci, Pisticci 1978.
Bartolomeo Capasso, Sul Catalogo dei feudi e dei feudatari delle provincie napoletane sotto la dominazione normanna, Napoli 1870.
Licinio, Castelli medievali, Puglia e Basilicata, dai Normanni a Federico II e Carlo I d’Angiò, Bari 1994.

 

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