MISTERI DELLA MONGOLIA

UN RACCONTO DALLA MONGOLIA

        Questa, che potrebbe essere una buona storia per i tanti film di avventura che oggi si producono, il quale farebbe la gioia di Steven Spielberg, è in realtà una storia veramente accaduta (sebbene poco conosciuta) nell’enigmatiche terre dell’Asia, nel lontano 1920, periodi in cui gli studiosi stavano appena assaporando gli aspetti di questa cultura così nuova, così diversa. Non dimentichiamo le numerose leggende che vogliono questo luogo della terra sede, in tempi remoti, di una raffinata civiltà estintasi poi misteriosamente. Altri racconti narrano che Gesù abbia attinto il suo sapere proprio in questi posti, dove fu condotto in giovane età. Tornando al nostro racconto, esso ha per protagonista un certo John Spencer che fece un’importante scoperta archeologica, sebbene non si trattasse di una classica scoperta, bensì del ritrovamento di qualcosa che sarebbe stato, a mio avviso, molto più prezioso di un ritrovamento di monete o di oggettistica preziosa; per i pochi che lo conoscevano, sapevano che non era un uomo impeccabile, forse per via delle sue attività in quelle terre; infatti, si diceva che commerciasse armi e stupefacenti e, nei tempi liberi, coniasse monete false; ma fu proprio per questo suo modo di essere che decise di lasciare la Manciuria, dov’era nel 1920, decidendo di continuare a girovagare ma, come si sa, quelle terre non sono oasi dove ci si può trattenere a lungo e, infatti, dopo un lungo viaggio dalla Manciuria, giunse nelle terre della Mongolia, dove svenne stanco per la febbre e per la fatica Caso volle che la sua temporanea sosta avvenne proprio su una strada dove erano soliti camminare monaci buddisti che, impietositosi per quell'individuo, decisero di portarlo al loro convento, a Tuerin, per curarlo. Soggiornando al convento, strinse amicizia con un suo compatriota: il commerciante William Thompson, affascinato dal mondo lamaista, invitato dal convento che gli parlò con grande entusiasmo dei tesori custoditi dal convento di Tuerin. Spencer, ancora malaticcio ma incuriosito, decise di mettersi a caccia di quanto sentito. Un mattino infatti, per caso, mentre vagava per il convento, trovò un’insignificante scaletta di legno che condusse a una porta di metallo di poco valore che, apertasi, portò il nostro avventuriero in una stanza a pianta poligonale, di dodici o tredici lati. Guardando le pareti notò degli strani disegni e, tra i tanti enigmatici, né riconobbe uno che rappresentava la costellazione del Toro; la riconobbe sia per il semplice fatto che era nato sotto quello segno, sia perché, nella catena del suo orologio, vi era un amuleto cinese che riproduceva fedelmente quella costellazione. Da questo punto del racconto iniziano le vere e proprie sorprese per l’esploratore, infatti, toccando con la punta di un dito il contorno della costellazione giunse alla fine di questa a scoprirne un’altra: le Pleiadi (rammentiamo che Spencer non sapeva dell’esistenza delle Pleiadi, riconosciute poi da Thompson); e, un secondo dopo, il tracciato vide la porta aprirsi e vi era una lunga stanza completamente buia che, all’inizio, decise di non esplorare. Poi, incuriosito da una luce verde nel fondo della sala, cambiò idea. Dopo aver messo una pietra dietro la porta per evitare che si chiudesse, continuò a camminare e, mentre si domandava l’origine della luce verde, vide che il lungo corridoio presentava varie ramificazioni e, non avendo niente da perdere in quel momento, decise di imboccare il corridoio di destra senza sapere che rispecchiava l’esatto percorso misteriosamente indicato dalle stesse Pleiadi, stavolta tracciate anche nel soffitto percorso dall’avventuriero. Dopo un lungo camminare giunse alla fine del misterioso corridoio e entrò in una stanza dove la luce verde, che in un primo momento aveva ipotizzato venire dall’alto, brillava molto intensamente; quasi sembrò accecarlo ma questo non gli impedì di notare che sulle pareti della stanza vi erano allineate delle casse rettangolari (che a detta dell’esploratore avrebbero dovuto essere tra le venticinque e le trenta) sospese a mezzo metro dal pavimento; incuriositosi su quanto aveva appena visto decise, stavolta senza più paura di avvicinarsi, di vedere di che cosa si trattasse e, nell’avvicinarsi, notò che erano dei sarcofagi, ragione ancora più importante per continuare a indagare, poiché già fantasticava sui possibili tesori che avrebbe potuto trovare. Alzando, fortunatamente senza nessuna difficoltà i i primi tre coperchi, vide dei cadaveri ancora vestiti da monaci buddisti; nel quarto, una donna con abiti maschili e nel quinto, un indio con un manto di seta rosso. Infine, nel sesto, un uomo con abiti del settecento. Per chi sente per la prima volta questa storia, tutto può sembrare abbastanza strano; sorge una domanda spontanea: come vi erano andati a finire quegli uomini di diverse epoche e di diverse culture in quella stanza? Probabilmente è la stessa domanda che si pose il nostro amico, infatti egli si sorprese soprattutto del fatto che tutti i cadaveri esaminati avevano un eccellente stato di conservazione; proseguendo nella ricerca e accantonando per un momento la domanda postasi, trovò un uomo avvolto in un lenzuolo bianco, nella penultima, una donna di ignote origini e, a sorpresa, nell’ultima bara, trovò qualcosa che il ricercatore, interessato solo a far soldi e, come abbiamo detto prima, alla ricerca di qualche prezioso bottino, non si sarebbe mai aspettato di trovare: un uomo con una specie di maglia d’argento che aveva una testa simile a una sfera, anch’essa di colore argento, con due buchi circolari invece degli occhi e una cosa ovale piena di buchi al posto del naso. Scioccato ma non completamente spaventato, si fece avanti con coraggio per vedere meglio di cosa si trattasse ma, improvvisamente, gli occhi dell’essere si aprirono sprigionando una accecante luce verde che destò un forte senso di terrore nell’avventuriero che, in fretta, decise di richiudere il coperchio e di andarsene. Sebbene Spencer sia stato descritto come un uomo non del tutto impeccabile, certamente non era uno sprovveduto, infatti, nella sua corsa per scappare da quel qualcosa più grande di lui, qualcosa che certamente nel lontano 1920 non si sapeva neanche cosa fosse, ebbe la freddezza, che si addice solo al più abile esploratore, di fermarsi e mettersi a riflettere su quale direzione prendere perché, se non lo avesse fatto, non sarebbe sicuramente uscito da quel enigmatico labirinto; scelta saggia ma sicuramente non rapida che, solo dopo un lungo cammino, lo portò all’uscita ma, ancora una volta con qualche elemento di sorpresa per il nostro eroe che, non appena fu libero, trovò notte nella zona del convento chiedendosi come potesse essere, visto che in totale stimò di aver camminato due o tre ore al massimo. Impossibile che abbia perso nozione del tempo fino a questo punto! Rientrato nel tempio, riferì la sua avventura al suo amico Thompson che non rimase sorpreso da quanto gli fu riferito. Questi lo tranquillizzò dicendo che avrebbe riferito l’accaduto ai monaci. 

Qui si apre l’ultimo capitolo della storia dove, grazie a un monaco, Spencer riuscì a capire, seppure in parte, quanto aveva visto. Infatti, il mattino seguente, fu chiamato da uno dei monaci del convento che lo accolse con un grande sorriso esclamando: 
"Mio povero amico, la febbre le ha giocato un brutto scherzo, perché non ha aspettato di guarire prima di vedere i nostri luoghi sacri?" 
e Spencer approfittò della benevolenza del monaco per chiedere di quanto era stato testimone e, di nuovo, il monaco disse:
"Non esistono né labirinti, né cadaveri; venga con me se si sente forte”.
Entrarono dunque nella stanza situata subito dopo la porta di metallo, aperta il giorno prima da Spencer, e il monaco toccò con le punta delle dita una parete che si aprì. Camminarono per non più di dieci minuti e arrivarono nell’ultima stanza dove vi era una mensola e, su di essa, piccoli sepolcri. Spencer, sorpreso in un primo momento dal fatto, sia di non trovare sarcofaghi lunghi, sia dal fatto di non vedere la luce verde, vide che il monaco aprì tutte le bare dove, all'interno, vi erano figurine che rappresentavano fedelmente le persone viste il giorno prima. Dopo aver aperto l’ultima, si rivolse verso il suo amico con un sorriso dicendo:
"Questo è ciò che lei ha visto in realtà, sono immagini di persone che hanno arricchito la terra con la loro scienza, al quale noi rendiamo culto; è stata la febbre a farle credere di vedere veri e propri sarcofaghi e a farla credere di vedere la luce verde. Quella, in realtà, è solo la luce gialla delle nostre lampade". 
Spencer, molto allibito da quanto il gentile monaco gli aveva appena riferito, ma non del tutto soddisfatto, gli chiese chi fosse l’uomo con la testa sferica e la maglia d’argento e il monaco rispose: 
"Un grande maestro venuto dalle stelle..." indicando alcune linee tracciate sulla parete che riproducevano esattamente quelle viste quando entrò per la prima volta da solo nella sale: la costellazione del Toro, che portò ancora una volta al nostro avventuriero a porsi tantissime domande mentre il suo sguardo lentamente scivolava lungo le linee della costellazione. Un avvenimento molto bello quanto suggestivo ma, inevitabilmente, il dubbio sull’autenticità del fatto rimane sempre: veramente è accaduta questa storia? Se rispondessimo di sì, probabilmente, ci ritroveremmo di fronte a un caso straordinario, il primo ritrovamento di una creatura extraterrestre vecchia di chissà quanti anni, custodita con cura da un gruppo di isolati monaci mongoli ma la domanda più immediata è: come mai c’erano persone di diverse epoche e culture il quella stanza? Come, quando, e perché avevano "arricchito" il mondo? Infine, chi era quell'essere con la testa d’argento? Quando era venuto in quelle terre? Come abbiamo detto prima, le scoperte e i racconti, e quindi le teorie circa una favolosa civiltà progredita con l’arrivo di esseri intelligenti da altri mondi nell’estremo dell’Asia, abbondano; e questa sarebbe solo l’ennesimo caso; ma, la cosa che colpisce di più di questa storia è il fatto che questa cultura conservi ancora oggi, nei propri templi, testimonianze di esseri superintelligenti, di tavolette, di miti che raccontano la venuta di esseri diversi, di altre galassie; ma, più di tutto, notiamo il fatto che i monaci non vengano in un certo senso sorpresi da quanto sanno! Forse, nella loro cultura, in una cerchia stretta di persone, vengono tramandati saperi, e quindi, leggi, tecniche, proprie di esseri di altri mondi che, un tempo, vennero in quei posti? Oggi, di certo, ancora poco si sa di questo mondo, a detta di qualcuno ancora così arretrato, ma custode di saperi straordinari. 

Pasquale Arciuolo