MITI CELTICI
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In tempi antichi, i Celti popolavano il nord dell'Europa. Le loro origini sono oscure, ma probabilmente, giunsero in Europa dall'Asia centrale nell'età del ferro, circa 5000 anni fa. . Già conosciuti dai Greci, che li chiamavano Kheltoi, successivamente, divennero i Galli per i Romani (dal termine Galati, cioè "bianchi", per via della loro pelle chiara), col quale venivano chiamati nell'Europa dell'est nell'Ellenismo. Essi si insediarono tra l'attuale Francia e Germania. Successivamente si spostarono a ovest, giungendo anche in Gran Bretagna e nella Penisola Iberica, dove acquistarono il nome di Celtiberi. Erano un popolo di guerrieri liberi, diviso in tribù a loro volta divise in clan o genti, che facevano capo a un re. Solo al contatto con i Romani, conobbero anch'essi la schiavitù. Giulio Cesare ci parla di questi popoli germanici nel suo "De Bellum Gallicum" (metà del I secolo a.C.), una sorta di diario in cui racconta il contatto coi Celti della Germania di allora e la sconfitta del loro capo Vercingetorige, che aveva tentato fino all'ultimo di aggregare intorno a sé le sparse tribù galliche. Anche in nord Italia si è riscontrata la presenza di tribù celtiche, già dal VIII secolo a.C. (cultura di Golasecca). Nel III secolo a.C. i Romani conquistarono definitivamente in nord Italia, sconfiggendo i Celti, costretti ad emigrare a nord o a diventare schiavi. I culti e i miti celtici, successivamente, si fusero con le altre religioni dell'Impero. Ciò portò alla scomparsa, da lì a breve, dei Druidi, i sacerdoti celtici, a cui la tradizione attribuisce la costruzione del complesso megalitico di Stonehenge, in Inghilterra. Non sappiamo molto della loro cultura e dei loro usi e costumi, perché prevalentemente venivano trasmessi oralmente, da padre in figlio. Non possediamo forme scritte nel vero senso della parola, se non grandi e piccoli complessi megalitici, come a Carnac in Francia e Stonehenge, e altri isolati menhir, cui significato è ancora oscuro. Si pensa che questi blocchi di pietra, tra l'altro molto pesanti, potessero essere serviti ai Druidi come osservatori astronomici, grandi orologi solari, oppure come catalizzatori di energie telluriche cui uso si è andato perdendo nei secoli. Al tempo, molto più che nel nostro presente, era molto più importante l'osservazione degli astri, che i saggi collegavano al ciclo delle stagioni, utile per l'agricoltura, fonte primaria, insieme all'allevamento, per la sopravvivenza di quei popoli. I Celti usavano predire eventi futuri tramite divinazione, osservazione di segni naturali, che interpretati correttamente, potevano fornire importanti indicazioni per vivere correttamente. Il loro sistema di scrittura, trovato impresso su molti monoliti, era costituito da Rune, usate anche per predire il futuro. La caduta dei Celti fu dovuta soprattutto per via della loro mancanza di unità (un po' come accadde anche più tardi per i Longobardi). Ma i loro culti, le loro pratiche religiose, la loro mitologia, sopravvisse fino ai giorni nostri, passando attraverso i secoli bui del Medioevo e la più recente e meravigliosa età moderna.
GIORGIO PASTORE
Il pantheon celtico è molto vasto, qui di seguito riportiamo soltanto le divinità più importanti:
| Arawn |
Artio |
Coventina |
Dagda |
| Arianrhod |
Cernunnos |
Epona |
Brigit |

Re
dell'Annwn (l'oltretomba) e guardiano dei luoghi pericolosi. Pregando questo Dio
un mortale potrebbe avere accesso alla saggezza delle anime degli antenati
assimilate da Arawn.
Nel primo ramo del Mabinogion egli è
accompagnato da una muta di cani bianchi dalle orecchie rosse detti Cwn annwn (i
cani dell'oltretomba). Narra la leggenda di Arawn e Pwyll che i due si scontrano
durante una battuta di caccia durante la quale Pwyll, principe del Dyfed,
sottrae una preda ai cani di Arawn. Il dio profondamente offeso offre a Pwyll
una via di scampo: i due dovranno scambiarsi le sembianze e regnare sui
rispettivi regni per un anno, alla fine di questo periodo Pwyll dovrà uccidere
con un solo colpo Hafgan, un dio-re che insidia il trono di Arawn. Pwyll riesce
nell'intento e tra lui ed Arawn si instaura un rapporto di profonda amicizia.
Arawn è anche signore dell'inganno e del
doppio gioco e fa di tutto per accaparrarsi le anime dei mortali. Meschino,
crudele, affascinante, non ha un aspetto vero e proprio, ma si presenta sotto
molteplici forme e aspetti.
Egli può dare consiglio a chi lo prega,
rivelando a lui il passato e il futuro, i pensieri più segreti dei vivi e dei
morti, ma spesso questi consigli sono raggiri, frasi sibilline o vere e proprie
armi a doppio taglio, finalizzate sempre al raggiungimento da parte di Arawn del
suo unico e solo obiettivo: altre anime di cui cibarsi.
Arawn si diverte inoltre ad avvicinare
fanciulle mortali, mostrandosi loro con le sembianze del loro amato, o di un
uomo bellissimo, corteggiandole per poi depositare nel loro grembo un figlio
dannato, dal destino segnato e legato ad Arawn per l'eternità.
Egli dimora di preferenza nella parte più
buia dell'Annwn, dove gode nell'ascoltare i gemiti e i lamenti delle anime che
vi vagano senza pace.
Arianrhod ("la ruota d'argento", ovvero la Luna) è una delle
discendenti di Don. Sorella di Gwydion (consigliere di Math ap Mathonwy) e madre
di Dylan e Llew Llaw Giffes.
Arianrhod presiede all'aurora, alle fasi
lunari e quindi per associazione a tutte le questioni femminili, alle nascite,
ai matrimoni, alla fertilità ed ai riti lunari. E' una Dea dalla connotazione
fortemente sessuale ed i riti a lei dedicati comprendono accoppiamenti ed orge.
La sua dimora è Caer Arianrhod, ovvero l'aurora boreale.
Nel quarto ramo del Mabinogion si narra
che il Dio Math ap Mathonwy (Math figlio di Mathonwy) aveva il bisogno di posare
i piedi sul ventre di una vergine per calmarsi. Quando la vergine Goewin che era
preposta a questo compito fu stuprata durante una battaglia Arianrhod venne
scelta per sostituirla. Per provare la sua verginità ella dovette camminare sul
bastone magico di Math. Appena compiuta la prova Arianrhod dette alla luce due
figli. Uno venne chiamato Dylan, l'altro ebbe dalla madre tre Geis (veti): egli
non doveva aver un nome, non poteva sposare una donna mortale nè portare armi
che non gli fossero state donate dalla madre. Gwydion convinse con l'inganno
Arianrhod a chiamare questo ragazzo Llew Llaw Giffes ("lo splendente
dall'abile mano").
Dea
della caccia e dell'abbondanza, spesso raffigurata come un'orsa (o in compagnia
di un orso). Il suo nome significa infatti "orsa". Pare che il nome di
Artù sia collegato a questa divinità di cui ad oggi non restano che pochissime
tracce.

Dio
delle foreste e degli animali selvatici, , il cui nome significa "colui che
ha le corna" o "colui che ha le corna appuntite". La sua figura
è fortemente sessuale in quanto Cernunnos simboleggia la forza, la virilità e
la fertilità.
La prima immagine conosciuta di Cernunnos
è l'incisione rupestre di Paspardo, in Val Camonica, del IV secolo a.C., nella
quale il dio è ritratto con le corna di un cervo, porta un torquis ad ogni
braccio ed è accompagnato da un serpente con corna d'ariete e da un piccolo
fedele col pene eretto.
In altre rappresentazioni egli ha un
serpente al posto di un braccio e dalla sacca che tiene in grembo cadono monete
o semi, simboli anch'essi di abbondanza e fertilità.
Cernunnos figura anche sul famoso
Calderone di Gundestrupp, nell'atto di gettare un uomo al suo interno, forse
come simbolo di rinascita o rigenerazione.
Coventina era la personificazione della sacra fonte di Carrawburgh situata lungo
il Vallo di adriano. La sorgente alimentava un piccolo pozzo circondato da un
muro ed era usanza per i celti di quelle zone di andare a gettare al di là del
muro monete, monili od oggetti di uso quotidiano come offerta alla Dea. Erano
soprattutto le donne a fare queste offerte per propiziarsi un parto sicuro.
Coventina era anche considerata una dea
guaritrice, si credeva infatti che le acque della sua fonte potessero guarire
molti malanni.
E' spesso raffigurata come una ninfa
acquatica seminuda sdraiata in mezzo alle onde oppure nell'atto di versare acqua
da una coppa.
Epona è la dea dei cavalli per antonomasia, il suo nome deriva infatti dalla
parola celtica "epos" che significa appunto "cavallo". Per i
celti il cavallo era molto importante, al punto tale che essi non ne mangiavano
per alcun motivo le carni, per questo Epona era una delle divinità più
venerate.
Il suo culto era diffuso soprattutto in
Gallia e in Renania tra le tribù degli Edui, dei Lingoni e dei Treveri ma
compare anche in aree più remote come la Britannia e l'Iberia.
Viene rappresentata sempre in compagnia
di uno o più cavalli, con ceste di grano o frutta ai suoi piedi. In alcune
raffigurazioni ella porta appesa alla cintura una chiave che secondo alcuni
studiosi rappresenta la sua capacità di aprire le porte dell'oltretomba e di
favorire così una "rinascita". Epona era inoltre associata all'acqua
e al latte, nutrimento essenziale per i Celti.
In
origine era chiamato Dagodevos ed era la principale divinità dei danesi che si
spostarono in Irlanda. Padre di Angus (o Oengus), dio dell'amore e di Brigit,
dea della sapienza e della poesia, sposo di una dea con tre nomi (Breg
"menzogna", Meng "astuzia" e Meabel "disgrazia")
era considerato come un dio benevolo, protettore degli uomini e padre dei Tuatha
de Danann. Altre divinità come Bodb il rosso, Ceacht, Midir e Ogma sono
talvolta indicate come suoi figli.
Il suo nome significa "il buon
dio" ed eraassociato alla magia e all'abbondanza, egli infatti possedeva un
caderone magico chiamato Uldry che poteva nutrire tutta la terra.
Viene rappresentato con un'enorme clava
in mano, la quale ha una particolarità: quando colpisce da una parte uccide i
vivi e quando colpisce dall'altra resuscita i morti.
Il Dagda è una figura paradossale,
dotato di infinita saggezza è però rozzo e volgare ed ostenta una voracità
smodata oltre ad una perenne, smisurata erezione.
Fu costretto dal figlio Angus ad
abdicare.
"Alta, forte o gloriosa", dea
della sapienza, del fuoco, del focolare domestico e della poesia. Brigit è una
delle divinità più complesse del Pantheon celtico ma anche una delle più
amate, tanto che la Chiesa Cristiana per eradicarne il culto la trasformò in
Santa Brigida. Era una dea una e trina, a volte legata a due "sorelle"
e talvolta veniva associata anche alla guarigione ed alla fertilità tanto che
la festa di Imbolc (1° febbraio) era a lei dedicata in quasi tutta l'area
celtica.
Brigit era conosciuta anche con i nomi
Berecyntia, Brigindo, Brid, Bridget e Brigantia, in quest'ultima forma era la
dea protettrice dell'omonima tribù dei Brigantii del nord della britannia. Per
i briganti la Dea Brigit era anche una divinità della guerra e veniva da loro
raffigurata con elmo, lancia e scudo.
In Irlanda era la figlia del dio buono
Dagda e quindi legata alle "cose buone", alla fertilità, al parto, ai
mestieri ed alla poesia.
In Scotia era chiamata Bride, dal cui nome pare derivi il moderno Bride (sposa, in inglese) ed era la dea preposta ai matrimoni e al parto.
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IL
CULTO DELLA TESTA
(By Oisin)
"…per i Celti la testa umana è
venerata sopra tutto, poiché la testa è l'anima, centro delle emozioni così
come di vita in sè, un simbolo delle divinità e delle alimentazioni dell'aldilà."
Paul Jacobsthal, Arte Celtica Iniziale
"è un simbolo potente degli
atteggiamenti religiosi della gente celta. La testa corrisponde alle divinità.
E’ considerata l'essenza dell’essere, la sede dell'anima, il simbolo
dell’alimentazione divina. Ann Ross, "testa", uomo, mito &
magia, un'enciclopedia illustrata del Supernatural
Una funzione della religione celtica, che
tende ad essere ignorata è la riverenza per la testa umana.
Per i Celti, la testa umana rappresenta una manifestazione fisica di
quel centro di vita, quell'essenza che i cristiani conoscono come l'anima.
TESTE MOZZATE
La testa è un
trofeo stimato nella battaglia, le teste dei nemici sgominati, vengono divise
fra i Guerrieri e conservate come bottino di guerra:
"quando i loro nemici cadono, tagliano le loro teste e le fissano
sui colli dei loro cavalli e cantando una canzone di vittoria, vengono
trasportate come bottino di guerra e vengono inchiodate sulle loro case. Le
teste dei nemici più distinti vengono imbalsamate con olio di cedro, conservate
con attenzione in una cassa e mostrate con orgoglio agli sconosciuti perchè,
per questa testa, uno dei loro antenati, il padre, o egli stesso, hanno
rifiutato una grande somma di soldi. Dicono che alcuni di loro si vantano perchè
hanno rifiutato il peso della testa in oro..." Scrittura di Diodorus
Siculus nell’ANNUNCIO di I° secolo
SCAVI
Lo stato e la
posizione dei crani umani scoperti durante gli scavi negli sterri, compresi tra
la collina di Bredon e di Stanwick, suggerisce che le teste venivano appese sui
cancelli o sui pali ai lati dei cancelli del villaggio.
MITOLOGIA
Nella storia di
Branwen contenuta nel Mabinogion si narra che la testa di re Bran dopo essere
stata riportata in Irlanda (la terra natale), fu sepolta sotto una torretta
sulla collina bianca come un talismano protettivo per custodire la fertilità
della terra e per evitare il terreno incolto.
Una storia anche accennata nella triade 37 – “i tre concedimenti
dell'isola della Gran-Bretagna”.
L'ANNWN - L'oltretomba dei celti
Diodoro Siculo riporta che tra le popolazioni dette “Galli” dai romani era diffusa la credenza che le anime degli uomini fossero immortali e che dopo un determinato periodo di tempo tornassero a vivere in un altro corpo.
L’ingresso dell’Annwn (Cruachan) è situato su di un'isola in mezzo al freddo mare del nord, sulla quale si trova una grande montagna sul cui lato ovest si trova una grotta. Da qui si discende verso l’abisso.
Secondo le tradizioni celtiche le anime dei defunti vanno a finire nell’Annwn (l’abisso) composto da tre cerchi a spirale, il che riflette l’idea sia l’idea del “passaggio” che quella del tre come numero sacro.
Il primo cerchio è l’Abred (la migrazione) in cui l’anima viene purificata e liberata dai ricordi della sua vita terrena. Le anime che non riescono a liberarsi della loro componente umana non proseguono il cammino ma tornano in vita sotto forma di animali o piante. Coloro che sono morti da vigliacchi o hanno compiuto in vita azioni disonorevoli invece non possono tornare in vita ma soffriranno per l’eternità nella parte più buia dell’Annwn, tormentati dai Cwn Annwn, i cani bianchi dalle orecchie rosse del dio Arawn.
Le altre proseguono nel secondo cerchio, il Gwnfyd (luogo di felicità) dove lo spirito del defunto viene sollevato da ogni dolore. Per la maggior parte degli uomini questo è il luogo d’arrivo prima della rinascita, solo pochissimi eletti possono arrivare al terzo cerchio.
Il Ceuhant (luogo infinito) è il cerchio più
interno dell’Annwn, ove è possibile incontrare gli Dei ed apprendere da essi
i misteri dell’universo.
Coloro che tornano in vita dopo aver dimorato nel Ceuhant sono destinati a
rinascere come druidi.
Dopo un determinato ciclo di vite lo spirito viene considerato purificato ed elevato e viene quindi ammesso nel Tir Na Nog, la Terra dell’Eterna Giovinezza, una sorta di paradiso celtico dove non si invecchia mai, si beve idromele e si mangia a volontà.
Le feste
celtiche celebrano i momenti dell'anno nei quali il mondo terreno e il mondo
degli Dei si sovrappongo.
Per i celti il tempo è ciclico: le ore si
susseguono per ritornare a quella originaria, le giornate non iniziano all'alba
ma vengono contate partendo dalla notte, le stagioni scandiscono i ritmi della
vita e della morte.
Le feste celtiche sono divise in due cicli:
il primo ciclo è quello del viaggio del sole
attraverso il cielo, e comprende quindi i due solstizi e i due equinozi.
Il secondo ciclo è quello delle stagioni,
legato alle tradizioni contadine quali il tempo della semina, della fioritura,
della maturazione e del raccolto.
LE FESTE DEL FUOCO E LE FESTE SOLARI
FESTE
DEL FUOCO (SAMHAIN,
IMBOLC
SAMHAIN
Cade la
notte del 31 Ottobre ed è la festa dei morti.
Samhain segnava il capodanno ed era il tempo
quando la notte era più lunga del giorno, fredda e buia.
I rituali iniziavano con lo spegnimento di
tutti i fuochi (che venivano poi riaccesi a partire dal fuoco acceso dall'Eildeir
dei druidi e tenuti accessi tutto l'anno).
Samhain era il tempo quando le porte tra
questo mondo e il mondo ultraterreno si aprivano e gli spiriti dei morti (e a
volte anche i mortali) potevano passare liberamente da un mondo all'altro.
Era consuetudine lasciare del cibo e delle
bevande davanti alle abitazioni per placare le anime dei defunti.
In alcune regioni, in particolare in Scozia, i
giovani uomini percorrevano i confini delle fattorie, dopo il tramonto, tenendo
in mano delle torce fiammeggianti per proteggere le famiglie dalle Fate e dalle
forze malevole che erano libere di camminare sulla terra quella notte.
Samhain era per i druidi il momento in cui si
poteva più facilmente prevedere il futuro.
Come nelle altre principali Feste del fuoco,
Samhain era una celebrazione del passaggio da una stagione all'altra.
IMBOLC
Imbolc
cade il 31 Gennaio e significa letteralmente "in latte", in quanto
corrispondeva al periodo in cui iniziava la produzione di latte delle pecore e
delle mucche.
Il latte era basilare per l'economia celtica e
quindi Imbolc era una grande festa.
La tradizione voleva che si facessero passare
i primi agnelli nati in cerchi infuocati,
le donne si cospargervano le parti intime con
le ceneri rimaste credendo che aiutasse le gravidanze,
per questo veniva chiamata la festa della
fertilità e i figli concepiti in quel periodo venivano detti figli del fuoco.
Durante i rituali di Imbolc era consuetudine
versare latte per terra, una piccola offerta e per propiziare il ritorno della
fertilità e generosità della terra.
BELTANE o BELTAIN
Cade il
30 aprile ed era la festa della primavera, si celebrava solitamente su alture e
colline, in luoghi più "vicini al cielo".
Beltane era anche chiamata talvolta Cetsamhain
che significa "opposta a Samhain".
La parola "Beltaine" letteralmente
significa "splendente" o "fuoco brillante".
A Beltane il dio cornuto, impersonato talvolta
da un "re d'estate" moriva, per poi rinascere, recuperando così il
suo ruolo di consorte della dea e la fecondava (la Dea solitamente era
rappresentata da una sacerdotessa), dando inizio alla propria rinascita.
Beltane preannunciava l'arrivo dell' Estate
vera e propria.
Si credeva che la rugiada del mattino di
Beltane facesse fiorire la bellezza di una donna per tutto l'anno.
Alla Vigilia di Beltane i druidi preparavano
due grandi falò con i nove legni sacri. Le greggi venivano ritualmente spinte
fra i due fuochi, per purificarle e proteggerle per il resto dell'anno. I fuochi
ovviamente simboleggiavano il ritorno della terra alla vita e alla fecondità .
I festeggiamenti includevano scherzi e
divertimenti in giro per le campagne, balli intorno all'Albero di Maggio (tipo
albero della cuccagna al quale venivano appesi cibi e altre chicche), ed era
consuetudine, per gli innamorati, trascorrere la notte insieme nelle foreste.
Moltissimi sono i cosiddetti figli di Beltane, nati proprio dai rapporti avuti
in questa magica notte.
I giovani saltavano sopra il fuoco per
propiziarsi la fortuna nella ricerca della sposa o dello sposo, i viaggiatori
saltavano il fuoco per assicurarsi un viaggio sicuro e le donne incinte per
assicurarsi un parto facile.
Si usava anche tagliare rami da un albero di
Biancospino per decorare l'esterno delle case. Il Biancospino è l'albero della
speranza, del piacere e della protezione. Il forte tabù che proibiva di
tagliare rami di biancospino e di portarli in casa era annullato
tradizionalmente alla Vigilia di maggio.
Beltane, e la sua controparte Samhain,
dividevano l'anno nelle sue due stagioni primarie, Inverno ed Estate.
LUGHNASAD
Lughnasadh (chiamata anche Lammas dai sassoni) cade il 1° agosto e segnava
l'inizio della stagine dei raccolti.
Tutti i riti di Lughnasad miravano ad
assicurare una stagione di frutti generosi, in quanto un raccolto abbondante
assicurava la sopravvivenza della tribù durante i freddi e sterili mesi
invernali.
Si praticava anche la raccolta dei mirtilli a
scopo divinatorio: se i mirtilli erano abbondanti, si riteneva che il raccolto
sarebbe stato più che sufficiente.
All'alba della vigilia di Lughnasad si
costruivano piccole capanne coperte di fiori, possibimente vicino a corsi
d'acqua, dove gli innamorati dormivano insieme la notte del 31 Luglio.
A Lughnasadh si onoravano Lug, Dio associato sia con il Sole che con la fertilità agricola, e Arianrhod, Dea delle Luna e dell'Aurora. In loro onore si tenevano gare di destrezza sportiva.

LE FESTE SOLARI O
ALBAN (ALBAN ARTHUAN, ALBAN EILER, ALBAN HERUIN, ALBAN
ELVED)
ALBAN ARTHUAN
Ovvero il solstizio d'inverno, cade il 21 dicembre, è il giorno più breve
dell'anno ed è chiamato anche:
Yule,
Mabon, Jul, Saturnalia, Sol Invictus, Sol Index, Sol Indigens.
Il 21 dicembre il giorno raggiunge il
minimo della durata per poi iniziare ad "allungarsi" nuovamente.
Questa festa segnava la notte più lunga,
più buia dell'anno ma era una festa di pace.
Molti onoravano l'avvento del Sole
bambino bruciando il ceppo di Yule e onoravano la Dea nei suoi molti aspetti di
Madre.
Era usanza scambiarsi piccoli doni quali
biscotti od oggetti utili.
ALBAN EILER
E'
conosciuto anche come Ostara, cade il 21 marzo, il suo nome significa,
"Luce della Terra,"
E' uno dei due momenti dell'anno in cui
notte e giorno sono uguali (l'altro è Alban Elved).
Questo equilibrio tra luce e buio è raro
in natura e quindi Alban Eiler era considerato un potente momento per i rituali
magici dei Druidi
In questo periodo si seminavano i campi e
quindi i rituali per questa festa erano di carattere "primaverile" e
propiziatorio.
Si usava seminare una nocciola nella
terra davanti alla propria abitazione. Se la nocciola germogliava entro
Lughnasad si considerava un ottimo auspicio per la nascita di figli sani,
robusti e numerosi.
ALBAN HERUIN
Cade il 21 giugno e rappresenta il solstizio d'estate, il giorno più lungo
dell'anno.
Ad Alban Heruin (letteralmente"La
Luce della Spiaggia") il sole raggiungeva il suo zenith e gettava tre raggi
di luce sul mondo.
Era conosciuto anche come Litha.
I rituali avvenivano tradizionalmente
all'aperto o nei boschi con giochi, cibo, bevande e un grande falò.
I campi erano colmi di grano, la
vegetazione era fitta e lussureggiante... per questo Alban Heruin è la festa
della fruttificazione, della maturazione dei frutti, della prosperità.
Per i druidi era il giorno ideale per la
raccolta delle erbe, per le divinazioni e per i piccoli e grandi riti protettivi
legati all’elemento fuoco.
Anche durante questa notte altissimi
fuochi salutavano e onoravano la potenza degli Dei.
ALBAN ELVED
Alban Elved, (letteralmente"La Luce dell'Acqua") è il primo giorno di
Autunno.
Era chiamato anche Harvesthome e Mabon.
Il 21 settembre il giorno quando il sole
cominciava di nuovo a calare e la metà scura dell'anno si avvicinava.
Come nell'equinozio primaverile, giorno e
notte erano di lunghezza uguale ed era quindi un altro giorno importantissimo
per i Druidi.
Alban Elved è il momento in cui il dio Sole inizia a declinare per fare posto alle divinità femminili, lunari. Il ciclo produttivo e riproduttivo è concluso, le foglie cominciano a ingiallire e gli animali iniziano a fare provviste in previsione dell’arrivo dei mesi freddi.
La
religione druidica conosce i sacrifici e ne fa uso. Sacrificare, è rendere
sacro un oggetto o un essere, è farlo passare altrove, vale a dire nel mondo
divino, caricandolo di tutti i desideri, di tutte le pulsioni, di tutti i
sentimenti della comunità che opera il sacrificio. Ciò non ha niente a che
vedere con la concezione ridicola e degenerata comune in cui il sacrificio è un
atto negativo: da una parte, il sacrificio è un atto per placare, grazie a
delle offerte, una divinità temibile, dall’altra, permette di liberare dal
senso di colpa l’individuo o il gruppo sociale “inventando” un capro
espiatorio.
Presso i Celti, i sacrifici, consistono in
diverse oblazioni: vegetali, primizie del raccolto, rami d’albero e fiori. Al
pari ci sono sacrifici di animali: tori, soprattutto arieti, ma sempre, o quasi,
giovani maschi. Per contro, uno dei Riti di Intronizzazione del Re, comporta il
sacrificio di una giumenta dopo che il Re si è unito sessualmente con essa.
Dopo di ciò, si fa bollire la carne dell’animale, il Re si bagna nel brodo e
mangia la carne. In un Rito di Elezione regale, un uomo ingerisce la carne e il
brodo di un toro bianco prima di dormire e di vedere in sogno il futuro Re. La
carne di porco, animale sacro e cibo del Banchetto d’Immortalità, è
ugualmente utilizzata nel Rito, soprattutto per la Divinazione.
Per quanto riguarda i sacrifici umani, i Celti
custodiscono i malfattori per un periodo di cinque anni e poi, in onore dei loro
Dei, li impalano e ne fanno degli olocausti. Talvolta essi uccidono le vittime a
colpi di frecce, oppure le crocifiggono nei loro luoghi sacri o le fanno
soffocare con la testa in un calderone, ne appendono altre ad un grande albero e
le sgozzano o anche le bruciano in gabbie di legno o in fantocci di vimini.
L’avvampamento dei fantocci di vimini si tratta di un simulacro, come accade
in ogni Rito di passaggio, con morte apparente – ed estasi – seguita da una
risurrezione non meno simbolica. L’impiccagione all’albero e il soffocamento
nel calderone devono essere della stessa natura e si tratta di un atto di
rigenerazione. Durante la morte sacrificale del Re, si sviluppa il
ringiovanimento di quest’ultimo, il suo rinnovamento interiore, senza i quali
la sua potenza rischia di decrescere con pregiudizio della collettività nel suo
insieme. I Druidi non praticano sacrifici umani se non per sostituzione, per il
tramite di un simulacro o di un simbolo.
Il Rituale delle Teste Tagliate non è un atto sanguinario in quanto non si taglia la testa di un essere vivente: è quella di un morto che viene tagliata. I Celti tagliano la testa dei loro nemici abbattuti e inchiodano questi trofei alle porte delle loro case. Accade anche che si tagli la testa di uno dei propri compagni morti, per evitare che questa testa cada nelle mani dei nemici. Le teste tagliate costituiscono un Tesoro Sacro. E’ una sorta di “deposito di garanzia” attraverso il quale gli esseri umani stabiliscono un contatto con gli Dei. Anche in questo caso vi è un sacrificio nel senso che ogni Tesoro materiale viene trasceso e trasmutato in Tesoro spirituale. In quest’ottica i Celti accumulano dei Tesori, principalmente Oro, che vengono deposti in laghi o in stagni sacri. Secondo la legge religiosa, non deve accadere che un uomo osi nascondere presso di sé il proprio bottino o toccare le offerte riservate agli Dei; un simile crimine è punito con un’orribile morte tra i peggiori tormenti. Non si può commettere impunemente un sacrilegio, e i Celti sono particolarmente sensibili a questa nozione. Giacchè, nel pensiero druidico, per mezzo del sacrificio, un oggetto o un essere viene elevato al rango divino.
LE
SACERDOTESSE CELTICHE
(By Kashmir)
Non abbiamo prove storiche certe del fatto che le “Druidesse” fossero delle Sacerdotesse appartenenti all’ordine dei Druidi, e neppure del fatto che le donne fossero effettivamente ammesse a far parte dell’ordine druidico.
Esaminiamo a questo proposito gli scritti dei biografi
imperiali:
Tacito nei suoi Annales, XIV, 29-30 narra della battaglia combattuta nel 61 d.C.
sull’Isola di Mona (l’odierna Isola Anglesey) in cui i Romani, guidati da
Svetonio Paolino, distrussero il Sacro centro dei Druidi di Britannia
massacrandone tutti gli appartenenti.
Tacito descrive la presenza, accanto ai Druidi, di donne vestite di scuro con i
lunghi capelli sciolti al vento che agitavano fiaccole.
Questa può essere considerata senz’altro una prova che le donne avessero una
certa influenza nelle questioni spirituali anche se non possiamo dire con
certezza che si trattasse di Sacerdotesse appartenenti all’ordine druidico.
“Stabat pro litore diversa acies, densa armis virisque, intercursantibus feminis, [quae] in modum Furiarum veste ferali, crinibus disiectis faces praeferebant; Druidaeque circum, preces diras sublatis ad caelum manibus fundentes, novitate adspectus perculere militem, ut quasi haerentibus membris immobile corpus vulneribus praeberent. dein cohortationibus ducis et se ipsi stimulantes, ne muliebre et fanaticum agmen pavescerent, inferunt signa sternuntque obvios et igni suo involvunt.”
Flavio Vopisco nel suo Historia Augusti, XIV, 2-3 fa
riferimento alla profezia di una Sacerdotessa druidica nella seconda metà del
III secolo:
“Diocleziano, che militava ancora nei ranghi inferiori, ed era di stanzia in
Gallia nel paese dei Tungri, si trovò in una locanda a fare i conti dei suoi
costi giornalieri con una donna che era una druidessa. Questa a un certo punto
gli disse “Diocleziano, sei troppo avaro e spilorcio!”. Ed egli le rispose
scherzando: “Quando sarò imperatore, allora sì che largheggerò”. E si
dice che la druidessa abbia risposto: “Diocleziano, non scherzare, sarai
infatti imperatore, dopo aver ucciso il cinghiale”.
In effetti quando Diocleziano uccise il prefetto Arrio soprannominato “il
cinghiale” divenne imperatore e si avverò così la profezia della Druidessa.
Ancora Vopisco nel suo Historia Augusti racconta che Aureliano avesse consultato
le Druidesse di Gallia chiedendo loro se l’Impero sarebbe rimasto in mano ai
suoi discendenti, ma che queste risposero che nessun nome sarebbe stato più
famoso di quello dei discendenti di Claudio:
“Quindi, secondo Diocleziano, Aureliano un giorno consultò le Druidesse di
Gallia per chiedere loro se l’Impero sarebbe restato in mano ai suoi
discendenti, ma quelle risposero che nessuno nello Stato avrebbe avuto un nome
più eclatante di quello dei discendenti di Claudio” Lampridio nel suo
Historia Augusti LX racconta che nel 235 d.C. Alessandro Severo aveva iniziato
una spedizione in Gallia per liberarla dai romani e che, mentre si accingeva a
partire, una profetessa druidica gli urlò in lingua gallica: “Va’ ma non
sperare nella vittoria e non fidarti dei tuoi soldati”. E infatti Alessandro
Severo morì poco tempo dopo per mano dei suoi soldati.
Di queste donne chiamate dai Romani “druidesse” sappiamo soltanto che
predicevano la fortuna ed è quindi possibile che il nome dryades, o una forma
simile, sia stato loro attribuito dagli autori latini a causa di un
fraintendimento originato da una scarsa conoscenza dello status e delle funzioni
dei veri Druidi: le “druidesse” possono aver di fatto rappresentato, agli
occhi acritici dei biografi imperiali, quel che restava di una funzione ben
documentata tra i druidi fin dalle origini cioè la divinazione; e per questo
possono averle chiamate con quel nome, incuranti di un loro autentico legame con
l’ordine dei Druidi, solo per indicarle come donne sapienti. Tuttavia sappiamo
che in passato figure di interpreti e indovini erano considerate un sottordine
dei druidi e quindi è possibile che queste donne, continuando l’opera dei
vati, fossero investite di un’autorità tradizionale che autorizza in un certo
senso a considerarle membri dell’antica casta sacerdotale. Di conseguenza non
c’è nulla di improbabile nell’immagine di donne che in Gallia avevano la
reputazione di druidi, anche se l’associazione del loro ruolo di indovine con
una vita da locandiere, come emerge dal brano di Vobisco, dà chiaramente il
senso del livello molto basso a cui era sceso il druidismo nel III secolo.
Esistono invece prove, seppure incerte, della presenza tra i Celti di
Sacerdotesse nel vero senso del termine chiamate spesso in lingua irlandese
Bandrui:
La donna nella Società Celtica rivestiva ruoli più importanti rispetto a
quelli rivestiti in altre civiltà contemporanee, ruoli paragonabili a quelli
degli uomini poiché non esistevano discriminazioni sessuali, e quindi le donne
godevano spesso di una grande considerazione; la storia e le leggende sono
ricche di importanti figure femminili che furono non solamente guerriere ma
anche Sacerdotesse e profetesse.
Ricordiamo la Regina Boudicca, guerriera e Sacerdotessa della Dea Andrasta (dea
dei corvi e delle battaglie simile alla divinità irlandese Morrigan); Medb, il
cui nome significa “esaltazione” e che era considerata una profetessa;
Scathach, Regina guerriera che istruì l’eroe irlandese Cu Chullain; Banbhuana,
figlia di Deargdhualach e maestra del Druido irlandese Mogh Roith; Camma,
Sacerdotessa della dea Brigit; Nessa, madre del Re Conchobar che prese il nome
di sua madre invece che quello di suo padre e fu così chiamato mac Nessa
Conchobar; Fidelma cui si fa riferimento nel famoso ciclo epico irlandese Tain Bò
Cuailnge, druidessa dotata di capacità di preveggenza e descritta come una
giovane armata, vestita di una tunica rossa, con capelli biondi e lunghissimi
raccolti in tre trecce, occhi dotati di tre iridi e una bacchetta leggera in
mano.
Ricordiamo infine la figura di Véleda (I secolo d.C.) appartenente alla Tribù
dei Bructeos che, grazie al compimento delle sue predizioni durante la rivolta
delle Tribù gallo-germaniche contro i romani nel 69 e 70 d.C. fu rivestita di
un prestigio sacro tra i celti e i germani. Tacito a questo proposito racconta
che nessuno poteva parlare personalmente con Véleda e che la donna dava i suoi
responsi chiusa in un’alta torre: “Tencteris legati ad Civilem ac Veledam
missi cum donis cuncta ex voluntate Agrippinensium perpetravere; sed coram adire
adloquique Veledam negatum: arcebantur aspectu quo venerationis plus inesset.
ipsa edita in turre; delectus te propinquis consulta responsaque ut internuntius
numinis portabat” (Historiae, IV, 65).
Importante è anche il mito delle c.d. Insulae Feminarum. Nell’VIII secolo
Immram Bran scrive “Non poltrire su un inetto giaciglio, e non lasciare che lo
smarrimento ti assalga: intraprendi un viaggio sul limpido mare, per scoprire se
è in tuo potere trovare Tir na mBan, la Terra delle Donne”. Queste Isole
magiche popolate di misteriose maghe, a cui si fa riferimento in alcune leggende
celtiche, non sono senza rapporto con l’isola di Avalon della leggenda
Arturiana. Terra mitica di Druidi e Sacerdotesse devote alla Luna, Avalon era
perennemente avvolta dalle nebbie per far sì che non fosse trovata;
quest’isola era anche detta Albion o Emain Ablach cioè Isola delle Mele ed
era considerata il luogo magico dove tutto cresce in abbondanza e
spontaneamente. Avalon era posta tra il mondo reale e quello ultraterreno della
tradizione celtica e infatti nessuno degli antichi scrittori ha mai identificato
una località reale con quest’isola mistica.
D’altra parte però anche molti autori latini hanno fatto riferimento a isole
su cui si trovavano organizzazioni religiose femminili: Posidonio racconta
dell’esistenza di un isola sulla foce del fiume Loira su cui vivevano delle
donne consacrate a Dioniso (Dionyso Katechoménas: evidentemente sotto la
denominazione greca attribuita al dio si nascondeva un dio celta locale) e narra
come in questa Isola -santuario fosse proibito l’accesso agli uomini;
Artemidoro fa invece riferimento a una Sacerdotessa Celta chiamata Gallizena che
era legata al culto di Demetra (ancora una volta l’autore denomina una divinità
celta con un nome greco) e abitava un’isola del litorale Britannico.
Pomponio Mela nella De Chorographia III, 6, 48 descrive un’organizzazione
religiosa femminile in Gallia: quella delle nove vergini dell’Ile de Sein.
Queste donne riservavano i loro rimedi e le loro predizioni a chi avesse
intrapreso la navigazione per consultarle e, secondo il geografo romano, erano
chiamate Bandrui ed erano ordinate in tre diverse categorie. La categoria di
minore autorità era quella delle Sacerdotesse che vivevano perennemente recluse
sull’Isola ed erano tenute ad osservare un voto perenne di castità, queste
Sacerdotesse avevano il compito di alimentare il sacro fuoco perenne in onore
delle divinità femminili cui erano consacrate; la seconda categoria di
Sacerdotesse aveva il permesso di sposarsi ma doveva comunque rimanere all’
interno del santuario fatta eccezione per pochi giorni l’anno in cui potevano
allontanarsi per compiere i propri doveri coniugali, queste Sacerdotesse
potevano parlare con la gente e compiere profezie e, secondo Mela, leggevano il
futuro sulle foglie del vischio; le Bandrui della classe più alta invece
accedevano al loro ruolo solo dopo molti anni di studio e un rito di passaggio,
potevano circolare liberamente e avevano il compito di mantenere vive le
tradizioni religiose, praticavano l’astrologia e leggevano il futuro
osservando le vittime dei sacrifici umani (sacrifici che comunque potevano
essere compiuti solo dai Druidi maschi); Pomponio Mela racconta infine che le più
potenti di queste Bandrui avevano il potere di comandare i venti e le tempeste,
di trasformarsi in uccelli e di curare le malattie più terribili; queste donne
erano riverite come divinità dal popolo, potevano dominare la magia delle
pietre e delle erbe curative, preparavano i moribondi a una dolce morte, e si
occupavano delle nascite e degli incantesimi d’amore.
Continuando ad analizzare miti e leggende scopriamo come le epopee irlandesi
fanno spesso riferimento a delle maghe dotate di poteri straordinari e
iniziatrici dei giovani tanto in campo guerresco che in campo sessuale. In
Irlanda si narrava dell’esistenza di indovine che venivano comunemente
associate ai Druidi e che alcuni scribi medioevali hanno definito bandrui;
leggende ed iscrizioni citano spesso le “nove maghe” preposte a custodire le
acque, e compaiono riferimenti alle banfhlaith vergini custodi dei fuochi sacri,
e a sacerdotesse in grado di suscitare tempeste, provocare malattie, uccidere i
nemici con maledizioni ed evocare le nebbie; le Sacerdotesse che compaiono nelle
leggende irlandesi sono descritte come guaritrici ed erboriste, veggenti e
profetesse, donne sagge e “streghe”.
Anche il culto della Dea Brigit è un culto prettamente femminile: tre mesi dopo
Samain e quaranta giorni dopo Yule, il 1 febbraio, i Celti celebravano la festa
di Imbolc dedicata alla Dea Brigit, festa di purificazione in cui si esaltava il
Fuoco ma anche l’Acqua Lustrale. La Dea Brigit portava il soprannome di
Belisama “la Splendente”, al suo culto non erano ammessi gli uomini e le
erano invece consacrate 19 sacerdotesse che vegliavano su un Fuoco perpetuo. Il
numero 19 non è casuale: è infatti legato ai cicli lunari poiché secondo il
Ciclo Metonico ogni 19 anni la Luna presenta la stessa combinazione di fasi
rispetto ai giorni del Calendario Solare. (c.d. Ciclo Metonico dal nome
dell’ateniese Metone che lo scoprì già nel 433 a.C. calcolando che ogni 235
lunazioni medie i noviluni si riproducono nelle medesime date).
Bibliografia e Links:
T.D. Kendrik “I segreti del Druido” Ed. Nuovi Misteri - Oscar Mondadori
http://www.arbre-celtique.com/
http://breizhvibes.free.fr/mythologie/index.htm
http://www.bretagne-celtic.com/
http://www.bibrax.org/celti/documenti/doc_religione_druidi.htm
http://www.beltain.it/biblioteca/index.htm
http://www.aheartsease.com/html/print.php?sid=9
http://www.digitalmedievalist.com/index.html
http://perso.wanadoo.es/getn/magiablanca/druidas1.htm
http://www.celtiberia.net/verrespuesta.asp?idp=1547
http://membres.lycos.fr/magikgwen/druide.html