STREGHE E STREGONI NEL
MEDIOEVO RUSSO

La foresta è una miniera di materie prime per fabbricare moltissime cose, ma nel Medioevo il suo sfruttamento (fortunatamente!) non era così intenso e distruttivo come è generalmente oggi nelle foreste del mondo, pensando in negativo a quel che accade nella foresta del Mato Grosso, in particolare. Infatti, molta parte della foresta europea si è conservata, sebbene moltissima altra sia scomparsa per… ricavarne terreno da coltivare e aumentare il latifondo!
L’idea che si andava affermando in quegli anni dell’alto Medioevo di gran fervore missionario (IV-V sec. d.C.), propagata a tutti i livelli e in tutti i modi possibili (anche cruenti!) dai molti santi perlopiù irlandesi, era: Distruggere la selva, per eliminare i templi del demonio e i suoi servi! Inoltre aumentando l’estensione del terreno da coltivare si offriva la possibilità a sempre più numerose famiglie di vivere una vita cristiana lavorando e guadagnandosi il paradiso col sudore della fronte, secondo l’indicazione delle Sacre Scritture e, soprattutto, legando la gente al latifondo signorile dove queste persone svolgevano il proprio lavoro. Tutto questo è detto meglio con le parole lapidarie di un grande studioso francese, Roland Bechmann, che noi qui ripetiamo: “Distruggere la foresta fu per la Chiesa una soluzione per eliminare questi rifugi agli spiriti maligni, questo nido di superstizioni diaboliche e di pratiche di stregoneria. Allo stesso tempo si allargava lo spazio coltivabile e si aumentava la produzione dei prodotti di sussistenza e si affrontavano i problemi di una popolazione in aumento.”
Nonostante quella sistematica distruzione, che rimanesse pure qualche lembo di bosco per la caccia dei cavalieri nobili e per l’indispensabile raccolta di qualche prodotto fondamentale per la vita elegante delle corti! Allo stesso tempo però che tutto fosse sotto controllo, parcellizzato e… santificato!

Nell’Europa Occidentale il Papa, essendosi con la sua Chiesa affermato come un’autorità molto forte in tutti i campi, con le sue politiche “ecumeniche” (specialmente quando erano in gioco il rafforzamento e l’espansione della Chiesa Romana stessa e minacciava il pericolo dello scisma e dell’eresia dal barbaro nord) s’insinuava persino nelle politiche di quegli stati indipendenti che non rientravano nella giurisdizione ecclesiastica diretta di Roma.

La deforestazione dunque fu consacrata come un atto santo cristiano e addirittura dopo ogni grande carestia la si spinse più a fondo perché, si fece notare, queste calamità erano dovute proprio ai peccati di chi non aveva molto da fare a causa della…mancanza di terreno da coltivare! In questo modo la distruzione della foresta giunse ad essere intesa come un obbligo morale di ogni signore cristiano, di ogni re timoroso di Dio e perciò eseguita ed approvata con “santa” convinzione. Per fortuna (dobbiamo dirlo!) nell’Europa settentrionale e nordorientale dove il Cristianesimo non si era ben affermato fino al X-XII sec., il piano di intenso disboscamento non fu attuato e in particolare il Bassopiano Sarmatico dall’Elba agli Urali con la sua fitta foresta vergine rimase momentaneamente quasi intatto! Non solo!

Quando la domanda per i prodotti silvicoli andò aumentando nei secoli XI-XIII sec. in Occidente, la foresta nordica europea diventò l’unica risorsa dove trovare le indispensabili materie prime! Si capisce dunque che la protezione e lo sfruttamento dell’ambiente si trasformò in un interesse primario per la Rus’ di Kiev dove dominavano i Rjurikidi. Già s’iniziò simbolicamente con l’atto arbitrario di santa Olga di Kiev a metà del X sec. quando costei riservò a suo uso personale alcune zone forestate del nord. Naturalmente la foresta restò a disposizione di tutti coloro che vivevano intorno con quasi nessuna limitazione giuridica purchè lo smierd continuasse a raccogliere non solo ciò che serviva per la propria vita, ma anche ciò che serviva per produrre prodotti pronti e semifiniti da passare come tributo all’élite al potere che ne traeva guadagno.

A quei tempi inoltre, non esistendo alcun contratto sociale definito fra il potere e i sudditi del tipo obbligo di assistenza sanitaria o economica in caso di cataclismi, alla foresta fu affidato un ulteriore compito: Quello di rappresentare letteralmente il luogo dove cercare e trovare la soluzione a qualsiasi tipo di problema quotidiano! Vediamo di capir meglio quest’ultima nostra affermazione…
Nella concezione mitologica slava, all’uomo erano assegnati dalla nascita un certo numero di anni da vivere (rok/po?) trascorsi i quali si passava ad un altro tipo di vita nel mondo dei morti. Osservando la natura, in cui ogni anno il ritmo alterno delle morti e delle nascite si ripeteva fedelmente senza grandi mutamenti, non c’era ragione per non credere che non dovesse accadere lo stesso nel mondo degli uomini. Durante il periodo “attivo” della vita però capitavano imprevisti che potevano abbreviare o allungare, danneggiare o deviare il rok personale. Se il corpo umano era costruito più o meno come quello degli altri animali, doveva funzionare regolarmente per il tempo assegnato e, solo quando una forza maligna penetrava nel suo interno, ne scombussolava il funzionamento e ne seguivano dolori, malattie, disagi psichici e simili. Non necessariamente però doveva seguirne la morte! Questa arrivava comunque per consumazione o vecchiaia, purchè non prima del previsto e nei modi ammessi! Morire prima o vivere troppo… questo era l’imprevisto! E sull’imprevisto provocato dalla capricciosa intromissione di forze invisibili il Creatore non interveniva, se non opportunamente implorato e pregato. Inoltre gli Slavi Orientali erano certi che fra gli alberi abitassero degli esseri viventi dai poteri soprannaturali i quali, se la Cristianità ne riconobbe successivamente l’esistenza reale definendoli però “esseri diabolici”, per lo smierd regolavano l’andamento del mondo per conto del Creatore persino insidiando l’uomo. Dunque, se c’è un evento è possibile contrastarlo o evitarlo rivolgendosi anche a loro oppure, alla stessa maniera e perciò col loro intervento, si può impetrare che avvenga qualcosa che desideriamo.
Ma di quali problemi stiamo parlando? Un malanno fisico? Un disagio psichico? Un problema economico? E davvero è possibile trovare soluzioni efficaci a tutte queste cose vagando nella selva?
Sicuramente lo smierd si trovava ogni giorno ad affrontare ostacoli personalissimi di varia natura, ma come membro di una grande famiglia trovava sempre assistenza e aiuto concreti da parte dei congiunti e non sempre occorreva ricorrere all’intervento dei poteri soprannaturali. E non è per questa ragione che il tempio degli dèi slavi si trova qui fra gli alberi? Per questo anche la mediazione del volhv per i problemi della vita umana rimase indispensabile!
Tuttavia c’erano pure casi in cui ci si poteva di certo arrangiare da soli. Tutti sapevano che l’infinita provvidenza del Creatore aveva creato gli animali e le piante proprio allo scopo di aiutarsi reciprocamente e in questo creato erano compresi naturalmente gli uomini! In particolare il Creatore deve mantenere l’uomo efficiente, se vuole essere nutrito a dovere. E sì! Nutrire! Gli dèi devono vivere ed hanno destinato l’uomo a questo servizio indispensabile e sacro di mantenerli in vita (in russo si diceva proprio così, nutrire gli dèi ossia kormit’ più che servire adorare o venerare)! E allora in momenti di crisi di salute o di debolezza come fare a riconoscere la pianta o l’animale che avrebbe porto l’aiuto giusto all’uomo affinché questi tornasse in piena salute al servizio degli dèi?
E qui s’innestava la secolare esperienza che gli antenati avevano accumulato e tramandato di uomo in uomo e (soprattutto) di donna in donna nella grande famiglia slava. Bastava chiedere alle “persone che sanno” (e non solo al volhv) ed esse avrebbero aiutato a trovare la pianta o l’animale destinati ai bisogni “sanitari” nel misterioso mondo della foresta. C’erano però delle regole da rispettare. La foresta è viva e nessuno ha il diritto di uccidere i suoi abitanti a proprio piacere! Può farlo solo se debitamente “autorizzato”!

Questo sì! Insomma occorre capire che nella selva si è ospiti in casa d’altri e quindi si deve sempre chiedere il permesso allo spirito (fra gli altri) che qui governa, al Lescii. Questo essere, se implorato nel modo corretto, si presterà volentieri a sacrificare sia le sue piante sia i suoi animali, perché sa che un giorno anche l’uomo gli potrebbe essere sacrificato nel caso ce ne fosse bisogno! Ne segue che è inutile affannarsi a cercare piante e animali particolari a caso e senza una concessione “divina” perché se così facessimo ce ne potrebbe cogliere male in quanto attireremmo l’attenzione delle solite forze maligne che stanno ad osservarci le quali alla minima nostra esitazione sono pronte a ridurci a loro ostaggi (zalòzhniki). E questa sarebbe per noi la fine… E’ bene quindi aver pazienza, chiedere quanto ci serve col rito giusto e la pianta o l’animale comparirà davanti a noi senza neppur fare un gesto. Evitare l’ingordigia poi è molto importante perché non è ammesso accumulare riserve e occorre sempre lasciare alla foresta quella parte di ciò che si usa, non come rifiuto senza valore, ma come offerta sacra, scusandosi se è troppo poco o se abbiamo preso troppo.

Ecco! Questo è, schematizzato, il comportamento che lo smierd mantiene di fronte agli alberi, agli animali, alle piante etc. Di qui, lo ripetiamo, la necessità non tanto di conoscere bene piante e animali quanto invece di celebrare tutti i riti necessari per accostarsi a questi esseri della foresta, visibili ed invisibili, senza offenderli!


Sappiamo bene che la ricerca del benessere fisico e psichico (se è possibile fare tale distinzione!) è un bisogno naturale e diffuso! Anche qui però per lo smierd ha gran valore l’osservazione degli animali. E’ certo! Questi subiscono talvolta, ma rarissimamente a quanto pare, disagi fisici, ma poi in breve tempo ritornano come prima… dopo essersi aggirati nel folto! Evidentemente hanno trovato qualche sostanza che ha ridonato loro il benessere! Qualche esempio? Tutti coloro che hanno in casa un gatto sanno benissimo che ogni tanto questo piccolo dolce carnivoro ha bisogno di cercare la cosiddetta erba gattaia. Questa erba ha effetti vomici che serve per rigurgitare i peli che il gatto ha accumulato nello stomaco a causa delle varie “pulizie” con le leccate periodiche che fa sulla propria pelliccia. Anche qui il gatto ha un disagio e deve liberarsene e lo fa ricorrendo ad una pianta. Dando allora per scontato che questo accade sempre, per farla breve, se gli animali sanno tenersi in forma, così gli uomini, non molto diversi da loro, possono scoprire ciò che serve in tutti i casi di disagio… proprio fra le erbe della foresta! In un Inno dei Rigveda si legge: “Nelle erbe si trova tutta la potenza dell’Universo. Colui che conosce le segrete facoltà delle piante è una persona onnipotente.” E, se ben riflettiamo, questa è un’antica verità universale che, se valeva nei millenni passati, non c’è ragione per negarne il valore oggi (e tanto più nel Medioevo) giacchè le piante curano e guariscono, uccidono o danneggiano il nemico o ci sollazzano e ci fanno sognare! Noi oggi sappiamo che questi effetti sull’organismo sono dovuti ai composti chimici che esse elaborano partendo dai minerali del terreno, ma, rispetto all’antico, è soltanto cambiato il modo di esprimere quel principio vedico, ma non il suo contenuto! In altre parole forse è vero che nella foresta c’è il rimedio a tutto! Dunque erbe, più che animali, possono aiutare l’uomo a ritrovare il benessere…
Lasciamo un momento da parte questa conclusione e facciamo un’ulteriore osservazione. Ciò che mette in ansia l’uomo però non è forse il malanno o il guaio in sè, ma, come abbiamo detto, fa paura non poterlo prevedere o non aver colto i segni che ne indicavano l’approssimarsi! Ogni qual volta è possibile prevedere e premunirsi, l’uomo vive meglio! Per questo si ricorre all’osservazione degli astri di cui lo smierd è un attento osservatore, ma poi bisogna trasformare la previsione ottenuta in atto pratico usando tutto un apparato di riti “profilattici” scaturiti dalla conoscenza antica per trovare la maniera di deviare o piegare il destino ai nostri bisogni. Il potere dello znahar’ o della znaharka talvolta era talmente grande che poteva trasmettersi (in bene o in male) attraverso qualsiasi oggetto o cibo e perciò, ad esempio, un’erba insignificante diventare per azione del potere magico di queste persone un potente amuleto o una potente medicina. Per il Medioevo Russo interi libri di scongiuri per ogni caso della vita sono stati raccolti dalla viva voce dei “sapienti” popolari, così come i numerosissimi amuleti, sempre fatti da costoro, specialmente di pietre semipreziose (come la magica ambra!). E non solo! Vari luoghi “sacri” (i crocicchi lungo le rive dei fiumi e dei laghi specialmente, le fonti e i pozzi, il luogo della presenza di grandi massi morenici, i labirinti di pietra, etc.) sono stati individuati e descritti e tutto questo materiale è così minuzioso e preciso che è impossibile immaginare che lo smierd si sentisse senza difesa nel suo ambiente, benché non avesse né le medicine né gli specialisti di cui noi oggi (a pagamento!) disponiamo! Quanto poi queste difese fossero efficaci, rimarrà per noi un mistero… Infatti, benché esista una raccolta fatta da personale ecclesiastico russo chiamata Erbario del Mago (in russo Ciarodeinyi Travnik, le erbe utilizzate dai kolduny/volhvy/znahari etc. erano soltanto 8, ma, siccome costoro non svelavano mai ai neofiti o ai curiosi quali esse in realtà fossero, ci sono rimasti soltanto i nomi e i loro fantastici effetti, senza però poterle individuare. Le erbe “magiche “ sono dunque: Travà-koljuka (La Pungente), Adamova golovà (Testa d’ Adamo), Travà-prikrysc’ (L’invisibile), Razryv-travà, Kocedysc’nik (forse la Felce), Travà-tirlic’, Son-travà (La Sognante) e Neciui veter.
Riflettendo bene, oggi non è cambiato molto nell’atteggiamento degli uomini davanti alle forze della natura e persino i mezzi materiali per affrontarle sono ancora gli stessi. Dopo un secolo di intense ricerche chimiche e fisiche ci siamo accorti che le molecole che noi fabbrichiamo nelle nostre industrie farmaceutiche per curare o lenire tutta un’infinità di malanni e disagi, siano essi provocati dal modo di vivere siano essi inventati per ragioni di economia o di pubblicità, cominciano a costarci troppo in inquinamento e in risorse sprecate. Ci siamo accorti che varrebbe forse la pena di cercare le stesse molecole nelle piante o nel mare o negli animali senza sprecare energia e vite umane in inutili e complicati procedimenti artificiali brevettati. Perché non utilizzare quelle delicate fabbriche, sperimentate da milioni di anni di evoluzione biologica che sono sotto i nostri occhi sotto forma di erbe e di animali piccoli e grandi? E non è già con questo che si comincia a convivere in armonia con l’ambiente? Non stiamo auspicando un ritorno al tempo antico o un regresso tecnologico! No! Crediamo che sia giunto il momento di organizzare meglio il nostro pianeta senza trasformarlo ulteriormente in un mucchio di rifiuti irriciclabili, altrimenti fra non molto non troveremo più posto neanche per viverci noi stessi! E noi nel fondo del Paganesimo Slavo e nelle tradizioni conservatesi in questa parte d’Europa abbiamo letto proprio questo umile desiderio: Mantenere un tale equilibrio con il resto della natura al di là di chi l’abbia creata, un dio cristiano o un dio pagano…
E’ tempo allora di addentrarci fra gli alberi e di cercare quanto ci serve, con l’aiuto di “chi sa”, come abbiamo già annunciato. Queste persone in realtà sono molto caute ad accompagnare un estraneo come noi nella “loro” foresta perché non vogliono che gli estranei scoprano i loro segreti e poi perché, dopo l’introduzione del Cristianesimo, furono considerate pericolosi maghi e streghe, appunto! Nell’Antica Rus’ erano chiamati Zeleisc’ciki ossia Erboristi!
Abbiamo già dato una rapida occhiata alle tante piante che oggi, magari, non sapremmo neppur riconoscere e che tornavano invece utili nell’Antica Rus’. Ci ripromettiamo ora di continuare il nostro viaggio per vedere come, oltre al cibo, la foresta fornisce tutta una serie di altre sostanze che in modi diversi potevano liberare dai disagi. Tuttavia, come abbiamo sempre ribadito, non è possibile strappare un’erba, un fiore, una bacca senza il consenso del suo spirito protettore e la raccolta non è mai una semplice operazione di routine, ma un rito sacro! Un rito che non può essere eseguito semplicemente da chiunque in qualsiasi momento libero… come faremmo noi oggi con l’attuale ignoranza e poco rispetto del mondo intorno a noi! Nella mitologia slava infatti l’erba, le piante erano niente altro che i capelli della Madre Umida Terra!
Solo se ci mettiamo in quest’ottica, possiamo fare il viaggio partendo dal più straordinario e dal più sacro degli esseri viventi, la Quercia!

Se mai vi capiterà di trovarvi davanti a quest’albero vivo con un’età di qualche secolo, rimarrete certo folgorati dalla meraviglia poiché lo spettacolo è indescrivibile quanto a grandiosità. Si è di fronte ad un essere vivente di altezza impensabile (fino a 50 m e oltre!) che domina su tutta una vasta zona da solo poiché intorno raramente crescono altre piante. Solo alcune specie di funghi vegetano alla sua base! Ciò è dovuto alla secrezione di sostanze che la quercia immette nel terreno dalle proprie profonde radici, inaccettabili al metabolismo di moltissime specie vegetali del sottobosco o di altri alberi. Volgiamo ora lo sguardo verso l’alto. Ecco! La chioma che incombe enorme e con le sue grandi foglie lobate copre tutto il cielo sopra di noi! Se non sapessimo che quest’albero, quantunque grandioso ed alto, ha comunque una cima, penseremmo che esso davvero raggiunga le nuvole.

Mettetevi nei panni di uno smierd che si muove sempre in pianura e non ha mai occasione di dare un’occhiata al paesaggio da un’altezza da cui poter ammirare il suo inferno verde dal di sopra! Potrebbe immaginare tranquillamente che la quercia raggiunge la dimora degli dèi! La quercia per lui tocca il cielo! E’ l’albero primordiale!
Se poi avrete l’occasione di recarvi sul Dnepr, nei dintorni di Zaporozhe (l’ultima grande cataratta prima di arrivare al Mar Nero) a sud di Kiev c’è un isola chiamata Hortiza, famosa anche perché era una base dei famosi Cosacchi del Don. Visitatela perché qui esiste una quercia davvero enorme. La chioma ha un diametro di poco meno di 60 m e il tronco di base ha una circonferenza di oltre 6 m. A quanto pare ha oltre 600 anni e si dice che alla sua ombra si riposasse l’eroe cosacco nazionale ucraino Bogdan Hmelnizki. E non è la sola in Europa con tale veneranda età! Roland Bechmann ne nomina qualcuna per le foreste di Francia ed ultimamente è stato pubblicato un atlante delle querce annose tedesche!
Insomma stiamo parlando della regina (o del re, in russo quercia è maschile: dub!) degli alberi della selva. Giustamente la denominazione latina contiene la parola che significa forza (ossia Quercus robur sp.) proprio perché, finchè l’uomo non ebbe gli arnesi adatti, una quercia era difficilissima, se non impossibile, da abbattere. Per di più il fatto che la vita di un uomo non riuscisse a vederla morire insinuò l’idea che l’albero fosse eterno e che il fulmine l’evitasse, sebbene vi fosse più esposta di altri alberi a causa del suo isolamento. E che dire dei frutti, delle ghiande? Suscitavano l’idea del maschio, del dominatore, della potenza dell’uomo rispetto alla donna, debole e coatta. In latino il nome per glande umano è uguale a ghianda e così in russo e in tedesco per la grande somiglianza fra il frutto e la parte superiore del fallo! Quest’albero, una volta diffusissimo nelle foreste europee, con la sua dissacrazione imposta dal Cristianesimo (contro il Paganesimo Druidico!) e con l’uso delle asce di ferro a poco a poco si ridusse di numero e moltissimi individui furono abbattuti e ridotti a materiale da costruzione e da arredamento sacro (i cori dei conventi!). La toponomastica europea malgrado ciò ne conservò il ricordo ed è piena di nomi che ancor oggi ricordano la sua presenza come Rovereto, Eichstatt, Oakwood, Chêne-Pignier… Forse più di altri è così nell’area slava dove la città croata di Dubrovnik (ossia Luogo dove si vendono querce, da dove Venezia trafficava questo prezioso legno, ma chiamata da loro Ragusa) ne è l’esempio più clamoroso! Nella Pianura Russa poi i nomi che ricordano la quercia sono parecchie centinaia e molti di essi sicuramente si rifanno alla presenza dei piccoli querceti sacri (dubràvy) dove il volhv celebrava i riti pagani fino a qualche secolo fa in onore di Perun e della sua paredra. Addirittura, come ci informa A. A. Korinfskii, presso i popoli “russificati” dei Ciuvasci (turcofoni) e Mordvini (finnici) il rispetto e i riti intorno alle querce si erano tramandati senza interruzione e le processioni propiziatorie nei querceti del Volga erano celebrate ancora nel XIX sec.!
Alla quercia intanto era legato un mito slavo della creazione dell’universo.
In esso si racconta che due querce primordiali esistettero nell’oceano primitivo. Da questi due alberi erano volate giù fino al fondo del mare due colombe per portare al Creatore un po’ di sabbia e di sassi dai quali poter creare terra e cielo.
Abbiamo già nominato questo dio slavo-baltico, Perun, in relazione con la quercia Aggiungiamo che lo ritroviamo nel polacco Piorun, nello slovacco Perom e addirittura in Pargianja della mitologia vedica e in Fjorgyn norreno e, se ci è permesso azzardare un’ipotesi, potrebbe essere persino identificato con Quirinus (dal latino *quir-c- per quercia), il dio cittadino di Roma. I Celti davano alla foresta della Gallia lungo il Reno il nome di Hercynia Silva (come ci informa Cesare) in cui si nasconde la variante della stessa radice *hercu- di quercia per la grande diffusione (allora!) di questo albero sacro! E un altro mito slavo dice che c’era in qualche parte del mondo una quercia che cresceva continuamente ed era ormai diventata tanto alta da raggiungere il cielo di Perun e proprio qui c’erano i tre elementi fondamentali: il fuoco la terra e l’acqua…Una cosa però non è certissima: Che Perun fosse in cima all’olimpo slavo! Perun viene già nominato al tempo di Igor e di Oleg nelle Cronache Russe che poi aggiungono nell’anno 980: “… (Vladimiro) si mise a governare da solo a Kiev e pose i kumiry (i simulacri divini) sulla collina vicina allo spiazzo davanti al suo terem: Perun di legno (di quercia, naturalmente!) con una testa (ricoperta) d’argento e con i baffi d’oro…” con evidente atto di devozione in quanto quel dio lo aveva protetto fino a quel momento e quindi, da vincitore, Vladimiro ora lo elevava al rango di dio maggiore di ogni altro preesistente e lo imponeva ai suoi soggetti! Dai documenti ci risulta infatti che prima di questo evento ogni clan o tribù della Pianura Russa aveva i suoi dèi particolari fra i quali Perun non era assente, ma non era il dio supremo! Anche perché, se lo ricordate, fra gli Slavi (occidentali) il dio supremo è un altro ed ha nome Svantevit/Svjatovit, a cui era dedicato il famoso sacrario di Arkona detto anche il tempio per tutti gli Slavi!
Dunque la quercia e il suo legno sono sacri e non possono essere destinati ad altri usi se non quelli sacri onorando il dio che “abita” nella pianta. Attenzione! Ciò non significa che non possano essere abbattute delle querce per elevare costruzioni consacrate, come le fortificazioni di difesa di una città. Per far questo però il taglialegna incaricato deve sempre fare gli scongiuri dovuti prima di intaccare il legno con la sua accetta. “Ciur menja!” E’ l’invocazione da lanciare affinché il padrone della selva, il Lescii, sappia che è il ciur che ha autorizzato il taglio!
E non solo! Sotto lo spazio libero da vegetazione intorno a questo albero si riunivano i consigli di guerra, prima di mettersi in cammino, se si voleva tornare vincitori. In questi particolari casi quando tutto era stato deciso il volhv, presente quale garante della sacralità del rito, strappava dall’albero le foglie più grandi e li metteva sul petto di ciascun guerriero dopo averle cucite alla loro maglia. La foglia doveva rammentare la forza, la patria e lo scopo dello scontro che si stava affrontando. Di solito la cerimonia era abbastanza complicata. Si facevano dei piccoli serti di foglie di quercia che venivano posti in un piatto d’argento (lasciato poi come dono sacrale dal capospedizione al tempio) e ciascun guerriero prima di lasciare il luogo sacro prendeva un serto con entrambe le mani e inginocchiato lo baciava chinando la testa fino a terra e finalmente lo poneva sulla gamba piegata giurando fedeltà, prima di farselo cucire sulla maglia o di riporlo nella sua bisaccia da guerra (così ce lo narra G. J. Riljuk).

Al dio della quercia appartiene sicuramente il Porco. Esso si ciba delle ghiande e sotto la quercia è il suo posto preferito nella tarda estate, prima che la sua padrona lo richiami dalla foresta. Proprio qui la scrofa addirittura si accoppia con il cinghiale e qui anche figlia. In tutto questo si può riconoscere la sacralità del legame con Perun ed è anche chiaro perché, ancora oggi in Bielorussia, all’ospite gradito e onorato venga offerto come piatto speciale il lardo di porco tagliato a dadini e fritto! E’ un’offerta sacrale! E che dire dell’Orso? Anche lui è grande amante delle ghiande… E non soltanto gli animali raccoglievano le ghiande per cibarsene. Nel lontano passato esse venivano tostate e dalla farina che se ne otteneva lo smierd si faceva un infuso che oggi possiamo raffrontare nel gusto al caffè, sebbene un po’ meno amaro di questo. Probabilmente anche questo consumo era sacro presso gli Slavi… in quanto rafforzava la potenza del fallo!

Le foglie di quercia poi, abbastanza grandi (fino a 20-25 cm), quando l’albero in autunno se ne spoglia parzialmente nel mese di Listopad, vengono raccolte con cura e servono ad avvolgere il karavài e dargli quella bella crosta bruna lucida di cui abbiamo detto, in seguito all’imbrunimento dei tannini esposti alla temperatura di cottura nella pec’ka. La corteccia dell’albero poi coll’avanzare dell’età si fessura e si spacca e le sue schegge, raccolte e pestate, erano usate per conciar le pelli sempre sfruttando l’azione dei detti tannini.
La quercia però non è il solo monumento vivente perché ce ne sono molti altri e altrettanto (sebbene un po’ meno) notevoli nella selva. Di solito ogni regione ha i suoi alberi caratteristici ai quali la gente del luogo è affezionata e, come dice V. J. Propp, nella Pianura Russa dopo il Cristianesimo specialmente, la Betulla è l’albero al quale i russi sono legati di più e che i loro antenati considerarono addirittura indispensabile per la propria vita e per la riproduzione. Della nordica Betulla (berjòza in russo, Betula sp.) generazioni di Slavi hanno goduto (e godono), delle sue proprietà e dei suoi prodotti utilissimi. Era così caratteristica che ha dato il nome a vari fiumi e laghetti, a cittadine e a villaggi del nord. In particolare è probabile che il Dnepr abbia preso il nome “classico” del suo corso superiore, registrato nelle Storie di Erodoto come Boristhenes, proprio dalle betulle e cioè dal suo affluente Berezinà (inteso come Fiume di betulle o qualcosa del genere) e lungo questo fiume secoli dopo fu battuto Napoleone nella sua sfortunata Campagna di Russia!
L’aspetto più clamoroso di questo albero è il colore della sua corteccia, bianco argentato! Non tutte le cortecce della specie Betula però sono di questo colore e ce n’è anche con la corteccia nera, ma che non appartengono alla foresta russa europea. Nella Pianura Russa se ne conoscono circa una cinquantina di specie e sottospecie e la più comune è quella che ha ricevuto il nome di Betula alba sp. L’albero è molto longevo e vi sono individui con oltre cento anni di età! Lo si trova nelle poesie e nei canti russi quando si descrive l’eleganza delle sue forme, il lungo e sottile tronco, la bianca e lucente corteccia che scintilla alla luce della luna. Soprattutto però lo smierd aveva un rapporto speciale con quell’albero. Gli comunicava ogni giorno, attraverso l’aspetto della sua chioma e delle sue foglie, come stava andando il tempo! Era come un calendario delle stagioni poiché la Betulla ha degli abiti che muta non appena sente cambiare temperatura, pressione dell’aria e umidità. Comincia a dominare il colore dorato? Ormai l’inverno è vicino! Appare il verde? E’ arrivata la primavera! Per di più se il verde appare prima del solito lo smierd se ne rallegra perché vuol dire che l’estate sarà più calda…
Riportiamo un vecchissimo indovinello russo sulla betulla che dice: C’è un albero che conosce quattro arti. La prima illuminare il mondo, la seconda far tacere il grido (klikuscestvo v. più oltre su questa strana malattia medievale), la terza guarire i malati e la quarta mantenere la pulizia del corpo! E davvero la Betulla esaudisce tutte queste necessità.

Col suo succo (la linfa chiamata berezòviza, che si può tirar via in gran quantità dalle betulle destinate ad essere abbattute durante il podsek e cioè del taglia-e-bruci), con gli infusi dalle sue foglie, con i suoi rami (veniki) usati per battere il corpo nudo nella banja per ravvivare la circolazione sanguigna e mantenere la pelle giovane. Con la primavera sale lungo il tronco il succo nuovo, il più prezioso dei suoi prodotti, che sgorga lentamente al taglio leggero sulla corteccia e si può raccoglierlo (senza uccidere l’albero!) per berlo fresco o allungato con acqua e persino leggermente fermentato. Ha un sapore fra il dolce e il salato, ma è molto diuretico e perciò aiuta alla pulizia interna del sangue provocando l’urinare frequente. Sulle biforcazioni dei rametti giovani poi si formano delle verruche (borodòvki) gonfie di resina (djògot) che si usa come unguento medicinale e si usava (ma ancor oggi!) per guarire gli erpeti facciali!

Usato sulla pelle delle donne, la ringiovanisce e tutti sanno che le ragazze, quando si devono preparare per la festa, in segreto vanno nel bosco dove ci sono betulle e si spalmano con questo balsamo (oppure col succo, detto pasok) per acquistare un bel colore rubizzo sulle guance. A maggio quando appaiono i suoi fiori è il tempo invece di raccogliere le foglie per gli infusi. I rami di betulla si usano da bruciare nella pec’ka quando si cuoce qual cosa di speciale e i rametti più fini per far luce (la cosiddetta lucìna usata dalle tessitrici per illuminare il lavoro serale d’inverno!) per l’effetto del sopradetto djògot che brucia bene, lentamente e non fa fumo. E che dire della corteccia? Ottima come supporto per scrivere, la scorza di betulla (berjòsta) è rimasta importantissima nella storia russa per essere stata usata come carta da lettere fra il XI e il XIII sec. specialmente nella zona della coltissima Novgorod-la-Grande.
Un altro albero della foresta che ci indica il “sapiente” è il Ginepro (russo buzinà, Juniperus communis sp.). Se lasciato crescere lentamente come avviene nei climi più freddi l’individuo può raggiungere l’altezza di 6 m dal suolo, se invece lo si lascia vivere nelle vicinanze delle case (terreno che la pianta preferisce per l’umidità e il calore) allora diventa un arbusto magico dalle proprietà misteriose ma utilissime: Probabilmente è la pianta dell’Ovinnik poiché dove c’è il Ginepro topi e sorci non si avvicinano, aiutando l’Ovinnik nel suo lavoro! Le bacche del ginepro erano mangiate dagli uccelli, ma aborrite dall’uomo a causa dell’odore…di cadavere!
Possiamo poi dimenticare il Tiglio? In verità quest’albero oggi è diventato raro, ma nell’antichità medievale (Tilia tomentosa in russo lipa oppure lyko, se l’albero è giovane) era rinomato non solo per il profumo che emanavano i suoi fiori verso giugno, ma perché con la sua scorza intrecciata lo smierd si confezionava le scarpe di casa chiamate lapot’ (al plurale lapti) che facevano respirare il piede e lo tenevano profumato. E’ da notare che questa era l’unica attività “tessile” del maschio russo del Medioevo! Dai lapti in un famoso scontro con i Bulgari del Volga il principe Andrea Bogoljubskii riconobbe ed evitò di uccidere gli Slavi Vjatici. Il legno era usato poi per farne il più famoso strumento musicale russo: il gusli (per le corde si usava il lino o la canapa)! Quanto poi a riuscire a rubare al tiglio legno o scorza o foglie per gli infusi, era un’impresa difficilissima perché su questo albero abitavano di solito le Rusalke ammaliatrici!
Chi ci ha accompagnato fin qui è naturalmente la donna che conosce meglio di qualsiasi altro i prodotti vegetali (e non solo!). Una volta raccolti, fatti seccare oppure ancora vivi e croccanti, che ne farà? Come li userà?
C’è uno stereotipo cristiano del ‘700 che ci piace più di altri: Quello in cui una donna scarmigliata gira e rigira col mestolo una qualche zuppa magica in un pentolone! E il pentolone era un oggetto diffusissimo proprio qui nel nord dell’Europa per raccogliere il sangue delle vittime sacrificali a scopo religioso-magico! Dalle ricerche di J. Frazer, di M. Eliade, di H. v. Glasenapp ed altri, alla donna è sempre stato impedito l’accesso ai recinti sacri dai diversi popoli del nord Europa e quindi non potrebbe essere diverso nel caso degli Slavi Orientali. Per questo nel kapisc’c’e, dove il fuoco acceso dalla brace generata dal fulmine arde in eterno vegliato dal volhv, le sacerdotesse molto probabilmente non erano previste. E allora come mai la donna può avere accesso al sacro fuoco proprio per trasformare i prodotti della foresta con le sue arti? Sappiamo che il fuoco viene acceso nell’izbà per la prima volta e poi rinnovato una volta all’anno con tutti i riti prescritti… affinché soltanto la donna possa impiegarlo! Insomma è giusto vedere nell’arte culinaria – un “processo alchemico” lo chiama G. Rebora! – un certo mistero magico, come pure nella segretezza delle ricette che si usano o nei riti connessi con la preparazione del cibo o di qualsiasi altra pozione? Il fuoco non serve solo come simbolo di potenza divina, ma anche per mantenere puro e libero da influenze malsane l’aria e l’ambiente e quando arde nell’izbà, nella pec’ka della casa dello smierd, è vegliato esclusivamente dalla donna! La pec’ka è perciò il sacrario femminile (il tempio della donna è la cucina, si dice nelle byline). Spegnere il fuoco era un sacrilegio e la donna che lo lasciava estinguere nella pec’ka era punita con la morte!
Nella mitologia slavo-orientale esiste il dio del fuoco celeste, ma non ne sappiamo il nome con certezza! Svarog, che abbiamo già nominato, e suo figlio Svarozhic’ sono invece ben presenti nella Slavia Occidentale con distinte funzioni sul calore e sul fuoco e qui useremo i loro nomi per nostra comodità espositiva! Evidentemente con le sue arti sensuali, come la donna fa innamorare l’uomo così riesce ad ammaliare Svarozhic’. Lo vezzeggia e lo corteggia, lo chiama Nonno Focherello! La notte lo mette a dormire coprendolo con la cenere con molta attenzione affinché nessuno lo disturbi all’interno della pec’ka e di giorno lo ravviva con legna nuova degli alberi che a “lui” piacciono. E in più, visto che la donna è sempre vicino a lui evidentemente ne subisce la sua azione purificatrice (il di lui amplesso sessuale) e per questo acquisisce nuove abilità usando le quali riesce a trasformare in cibo commestibile e bevande bevibili con piacere tutto ciò che le passa fra le mani che altrimenti non sarebbe indigeribile! Dunque in parecchi modi la donna è a diretto contatto con gli dèi…
Il fuoco però non solo distrugge e purifica, ma trasforma qualsiasi cosa in vapore talmente fino che riesce a salire fino alla casa degli dèi. Quindi anche il fumo e gli odori e i profumi che l’arte culinaria femminile produce sono un nutrimento per gli dèi. E questa proprietà purificatrice e divinizzante del fuoco si mostrava nel lontano passato durante la cerimonia, conservatasi per qualche tempo dopo l’introduzione del Cristianesimo, di bruciare i morti con un corredo dei loro arnesi e con i frutti a loro più graditi. E non solo, attenzione! La donna del defunto era obbligata anche lei a sacrificarsi nel fuoco prendendo posto sulla stessa pira funebre! In questo modo (krada o klada) il morto si ricongiungeva al suo Creatore e viveva la sua vita più lunga fino al Giorno del Giudizio (Strasc’nyi Sud), portando con sé anche la donna che lo aveva amato e che lo aveva nutrito e forse curato! Svarozhic’ è inviolabile e ha bisogno di nutrirsi bruciando il suo cibo e chi gli sta vicino è altrettanto sacro e le sue fiamme lo eviteranno. Di qui ne segue il biasimo per colei che sputa sulle fiamme o anche per colui che offende la cuoca al lavoro col fuoco! Addirittura abbiamo registrato che il fuoco di origini sconosciute (e quindi divino) poteva essere spento col… latte (un prodotto assolutamente femminile!). La mitologia slava suggerisce che il fuoco proviene dalla terra, come si sa con grande evidenza dai vulcani che, si racconta, eruttano fiamme verso il cielo, ma poi ritorna nel grembo della Madre Umida Terra come fulmine o sotto forma di serpenti di fuoco come chiunque può osservare al 10 di agosto quando tanti fuochi celesti (stelle cadenti) precipitano sulla terra e scompaiono nelle sue visceri.

E la donna non è paragonabile alla Madre Umida Terra? Non c’è il fuoco nel suo grembo? E’ evidente che solo lei riesce ad avere contatti con questi serpenti di fuoco e, siccome di questi strani animali se ne possono trovare in buche e caverne addirittura a guardia di tesori, solo una donna può congiungersi col drago guardiano per portar via quelle ricchezze nascoste! Ecco dunque un’altra potenza della donna… ben confermata dalle byline! Trovatrice di tesori!
La figura femminile affaccendata davanti al fuoco di una pec’ka genera perciò paura, ma anche rispetto, a causa di tutte queste relazioni con le potenze invisibili e misteriose, come li suscita il maniscalco o il fabbro che sprizzano scintille di fuoco da tutte le parti! Col fuoco però la donna prepara il cibo e ne mangiano tutti! Se la donna vi ha messo delle sostanze velenose o erbe magiche ecco che il cibo diventa esso stesso magico e pericoloso (avvelenare e speziare con erbe in russo era espresso sempre con la stessa parola: otravit). Prima di mangiare è bene quindi premunirsi contro qualsiasi forza malefica che vi sia stata nascostamente mescolata e solo dopo una “benedizione apotropaica” appropriata si può consumarlo! Non solo! Una volta che il pranzo sia terminato e che tutto sia filato liscio, chi ha finito deve ringraziare le forze benevole che l’hanno protetto e l’hanno preservato da qualsiasi danno intenzionale o inconscio che la cuoca perversa può aver cercato di produrre! A quale scopo però chiamare la donna che sa “cucinare”, strega malefica? A quale scopo assimilarla ai sacerdoti pagani anch’essi chiamati figli del demonio (dopo l’introduzione del Cristianesimo)? Non usa forse negli scongiuri e nelle invocazioni che pronuncia i nomi delle divinità cristiane? E le sue pozioni e i suoi cibi non hanno forse una funzione sanitaria e sociale, sia in modo positivo che negativo?

Vediamo allora che cosa succede quando ci si sente male a causa di cibo “avvelenato” non adatto al commensale! E’ il caso più frequente dei malanni del contadino, sebbene non sempre riconosciuto come vero “avvelenamento”.
Se il disagio è accusato molto dopo aver mangiato infatti, si penserà subito che il suo corpo è stato assalito e penetrato da qualche forza malefica. In primo luogo occorrerà definire quale forza malefica ha agito e, una volta individuato il nemico invisibile, cercare il rimedio e chi lo sappia applicare. Se le condizioni di un malato sono gravi, il primo tentativo è proprio quello di purificarlo col fuoco. Lo si porta su al kapisc’c’e e si preparano secondo le istruzioni del volhv due o tre fuochi all’aperto e si fa passare il malato attraverso le fiamme e se ne vede l’effetto. Se la situazione migliora, bene! Se il fuoco non ha effetto bisognerà ricorrere ad altri interventi prima di abbandonare il malato alla sua sorte. Sebbene ammalarsi fosse una cosa abbastanza poco comune a quei tempi per il semplice fatto che un bimbo che sopravviveva dalla nascita e attraversava un’adolescenza di privazioni dure e di fatiche pesanti, quando arrivava all’età adulta, era sicuramente molto più resistente ai malanni di un adulto di oggi sterilizzato e facilmente esposto ad allergie e ad epidemie. Per questo motivo la malattia più preoccupante per lo smierd era… la fame! Mangiare era la prima necessità e la cucina la prima fabbrica di cose “mangiabili”. Dolori, ulcere, ferite? Passavano col tempo oppure si conviveva con essi… ma non la fame!!! Un malato per fame che non guarisse con le cure tradizionali era considerato ormai una proprietà dello spirito che lo aveva “occupato” e quindi abbandonato da tutti al margine della foresta.
Confessiamo che allo stato attuale delle nostre conoscenze tutte queste rappresentazioni contraddittorie della vita, della malattia e della morte sono malgrado tutto incomplete, specialmente se dobbiamo metterle in un certo ordine storico. Nelle tradizioni “russe” quanto sopra descritto è rimasto per secoli nell’uso giornaliero quasi immutato e, sebbene per questo motivo il nostro racconto qui possa sembrare raccogliticcio, non possiamo far altro che scusarcene col nostro lettore e proseguire.
Se la donna può vantare un rapporto preferenziale col fuoco, come mai è reputata inferiore all’uomo? E se è inferiore all’uomo, quale donna può essere considerata la “sapiente” che abbiamo ripetutamente nominato? Normalmente la figura della “sapiente” russa è una donna anziana e cioè che ha superato la menopausa. La storia perciò, secondo noi, è più complicata e si collega ai cicli del tempo e del firmamento oltre che a quelli della fisiologia femminile.
Il russo vremja (ossia tempo) e il latino fortuna (ossia il destino che gira e ritorna) sono la stessa parola (collegate entrambe a *vartaman ossia giro, una delle più antiche parole indoeuropee documentate) e indicano fondamentalmente, in entrambe le lingue, il tempo e il suo ciclo che si ripete. Il tempo che “gira” così regolare chiaramente non può essere attribuito al sole che invece ha cicli variabili di luce e di buio sempre diversi durante l’anno. C’è però un altro astro che non cambia mai il suo ritmo! La Luna! Ogni 28 giorni ritorna nel cielo splendente come prima (salvo le rarissime e malevole eclissi)! La luna però, al contrario del sole, non suscita timori di “non-ritorno” poiché il suo “giro” nel firmamento è senza interruzioni o variazioni sensibili, né da essa sembra dipendere la crescita delle piante coltivate e quindi la produzione del cibo, ergo la Luna è una dea di rango inferiore! L’universo però può esistere senza la Luna? Certamente no! Essa governa la notte che è un altro mondo a sé…
E la donna? Questo essere è molto strano! Per un certo periodo della sua vita perde sangue con lo stesso ritmo lunare e, invece di morire per questo, rinnova la sua potenza creatrice che mette a disposizione dell’uomo. Anche questo avviene ciclicamente e questi cicli sono anch’essi di 28 giorni! La luna e donna devono essere perciò in qualche modo legate. Forse la donna è la personificazione terrena della Luna? Può darsi! Intanto per via delle mestruazioni la donna diventa padrona “del tempo che si misura dentro il corpo” e della sorte che lo cambia (sia la luna, in russo mesjac che mat(er) ossia madre hanno la stessa radice che significa misuratrice!). Dalla donna, dopo l’uscita dalla sua vagina, comincia il tempo per il nuovo uomo. E’ impossibile persino immaginare un altro sesso che governi così bene questi ritmi vitali e, se i Greci, i Romani e i Germani avevano tre dee che gestivano la vita dell’uomo, per gli Slavi c’era soltanto la donna che, in tutti i vari modi possibili delle sue arti dava la nascita., ma anche la morte!
Non solo! Il sangue mestruale è velenosissimo e può essere usato contro chiunque con l’aiuto dell’astro notturno. Spiega il Pseudo-Paracelso (XVI sec.!): “Poiché non appena una donna (mestruata) espone la sua veste di notte ai raggi della luna nuova o, anche se di giorno alla luce solare, subito si leva nel sole il veleno di basilisco… Quindi gli uomini vengono avvelenati in vari modi tanto che non contraggono solo la peste, ma anche molte e diverse malattie.” Per questo motivo sia la Luna quando è all’ultimo quarto che la donna in premestruo sono pericolose. E chiunque sa che molti processi di trasformazione delle sostanze nelle piante e negli animali non avvengono o si corrompono proprio a causa… della vicinanza di una donna mestruata!

Capace di legarsi alle forze invisibili, pure e impure, della notte e del sottosuolo a questo punto è facile immaginarla di giorno come una persona normale e di notte, con la protezione della Luna… come una strega! La donna troppo sapiente, lo ribadiamo, faceva perciò paura perché, nel caso più deteriore, si trasformava persino in una strega cattiva (Babà jagà) capace di mutare le proprie sembianze in quelle di esseri demoniaci e quindi da mandar via e isolare, a meno che non scegliesse “spontaneamente”, ancor prima di morire, di ritirarsi “al di là del fiume”. Di lei non si sapeva più nulla, sebbene si trovasse sempre qualcuno che giurava di averla vista in qualche cerimonia sabbatica (sciabasc’) nei dintorni di qualche vecchia quercia durante la notte. C’è però una spiegazione più prosaica nell’evoluzione del ruolo della donna, da madre a mammana e poi a medichessa e sapiente del mir. Indubbiamente il ciclo vitale della donna è molto diverso da quello dell’uomo e con la menopausa interviene in lei non soltanto l’interrompersi dell’apparente legame lunare, ma anche un mutamento psicologico tale che la porta ad essere esclusa dall’economia domestica che finora nella sua casa è stata tutta la sua vita. La donna normalmente sopravvive all’uomo e perciò senza più un uomo al fianco (da vedova) o senza poter più generare deve cercarsi una nuova posizione nell’antica famiglia, se vi vuol rimanere. Ecco! Si renderà utile con il sapere che ha accumulato in tutti questi anni. Ma quale sapere? Quello della conoscenza delle erbe e delle sostanze medicamentose per curare e guarire, oltre che per insaporire i cibi che ormai non farà più. E così, sempre sopportando il marchio di essere inferiore, di essere malvagio per principio, si trasforma in sapiente (znaharka o ved’ma), veggente (vesc’cia), maga (koldunja) e riesce a mantenere un’antica dignità, aumentando la stima (o l’invidia e la paura) degli altri verso di lei. Esistettero le streghe russe come tali oppure erano delle vere sacerdotesse della Luna e della Notte nei loro sabba condannate ad un rango inferiore dispregiativo affibbiato loro dalla propaganda della Chiesa Russa già a partire dal X sec.?
Molto si è scritto in Occidente su questi argomenti: streghe e magia! E’ difficile perciò prescindere dalle conclusioni a cui si è giunti in ambito occidentale, non applicandole anche alle Terre Russe. Ad ogni buon conto se la strega è assimilabile qui nelle Terre Russe con la “sapiente”, possiamo affermare con tranquillità pure che, se scienza si accumulò nella società del mir, essa si conservò proprio per opera delle znaharki!

Quando i Rjurikidi di Kiev e la Chiesa Russa cercarono di imporre la nuova scienza proveniente da Costantinopoli, dovettero ridicolizzare queste “sapienti” e il loro potere, proprio per impedire loro di accrescerlo o di migliorarlo visto che non si trovò una ragione valida per eliminarle fisicamente, senza causare sommosse popolari. L’élite intellettuale nuova (leggi qui la Chiesa Russa) le accuserà di inganno, di desiderio di far male, ma non riuscirà a proporre un’alternativa altrettanto valida alla loro attività sociale nel mir, se non convincendole… a chiudersi in convento! E’ strano intanto che, benché si fondassero conventi femminili, non ci siano state nelle Terre Russe monache della levatura di Ildegarda di Bingen nel campo della farmacognosia!
Insomma occorreva operare, ma in segreto e nascosti! A questo riguardo siamo d’accordo con A. Sinjavskii che insiste sul fatto che la Chiesa si lamentasse a gran voce perché questi “operatori malefici” (comprendendo qui i volhvy che erano anch’essi operatori sapienti ora privati delle loro antiche funzioni) nel Medioevo Russo si circondavano di mistero per ingannare e imbrogliare, mentre al contrario rispondevano ancora ad un bisogno interno del mir. Dice: “…sarei poco propenso a ridurre la questione (degli stregoni e delle streghe) ad un inganno e una messinscena. Gli stregoni avevano le loro buone ragioni per evitare ogni contatto. Erano effettivamente degli emarginati della società e li si sospettava dei crimini più abominevoli; i poteri costituiti li perseguitavano e li sterminarono nel corso dei secoli e il popolo stesso bastonava e bruciava gli stregoni … Era dunque naturale in queste condizioni vivere una vita solitaria e mostrarsi poco socievoli, cercando di incutere paura per proteggersi…” Una reazione abbastanza logica e conseguente…
La soluzione applicata in Occidente di distruggere la foresta per impedire la proliferazione di streghe e stregoni, come abbiamo detto, non era auspicabile nelle Terre Russe poiché c’erano dei forti motivi economici e politici e l’unico modo per combattere queste figure del Paganesimo concorrente restò quello di penetrare direttamente nel folto degli alberi fondando conventi e chiese! Solo nel XIV sec. però e a partire dalle vicinanze di Mosca sarà applicata a pieno regime questa politica da san Sergio di Radonezh! In quel secolo infatti, addirittura con ripetuti scontri armati con la gente, si fondarono centinaia di conventi nel grande nord, si distrussero molti boschetti sacri (quelli che si riuscivano a trovare!) e non sempre si ottenne l’esito desiderato.
Intorno all’XI sec. invece, presso il Monastero delle Grotte, viene fondato un primo ospedale dove un monaco, chiamato in russo lecèz, cura i confratelli ammalati ed eventualmente, ma solo eccezionalmente, anche i feriti dei continui scontri militari fra i Knjaz di Kiev. A poco a poco vi giungono ammalati da tutte le parti per eventuali cure ed un certo monaco Antonio che ha studiato a Monte Athos diventerà un famoso lecèz proprio operando qui. Dopo di lui un altro, a nome Agapito (morto ca. 1095 d.C.) con un miscuglio di erbe medicinali da lui stesso raccolte addirittura riuscì a guarire nientedimeno che il futuro Velikii Knjaz di Kiev, Vladimiro Monomaco! Naturalmente la concezione di malattia e di guarigione o di morte è basata su una visione del corpo umano ben descritta dalle parole dell’Ecclesiastico (38,9 e 12,14) che più o meno corrisponde ai dettami del Santo Paterik della Chiesa Ortodossa usato nella gestione dei malati: “Figlio mio, non irritarti per la malattia, ma prega il Signore e ti guarirà!…Poi chiama pure il medico poiché lo ha creato (anche) il Signore e non lo allontanare, c’è bisogno anche di lui. Tempo verrà in cui la salute sarà nelle loro mani ed essi pregheranno il Signore che conceda loro il sollievo del malato e la cura per conservarlo in vita!” In un modo o nell’altro sono sempre gli dèi (o l’unico dio) che decidono se far guarire o se far morire e quindi l’intervento o l’intermediazione del medico (o di chi sa esercitare l’arte medica) è un’azione sacra solo se quest’ultimo con le sue preghiere o con le sostanze divine fornite dagli dèi riesce a far guarire. E chi è autorizzato ad avere questo legame speciale con il dio cristiano? Il pop, il monaco, l’ecclesiastico! Dunque nessuno spazio per i laici (di solito armeni o ebrei) o per le donne (queste serve del Diavolo), se non previamente riconosciuti e autorizzati ad esercitare dalla Chiesa! Ad esempio, benché si spargesse la voce delle eccellenti arti del lecèz del Monastero delle Grotte non risulta che Agapito usasse le sue arti con gli smierd, mentre, al contrario dalle Cronache Russe sappiamo che spesso il Knjaz si fidava più delle cure delle znaharki che dei monaci-medici! Dal “servizio sanitario cristiano” perciò lo smierd ferito o contuso viene escluso e respinto e ciò praticamente fino al XVII sec.!
Nel mir si continuò ad usare la sapienza delle donne e la loro arte medica e, non solo per guarire le ferite o un mal di denti, ma soprattutto per ridare il benessere psichico all’amato membro della famiglia che lo aveva perso a causa del dolore fisico. Quando parliamo di sapere medico ribadiamo che esso curava e tentava di guarire con i pochissimi ed inefficaci farmaci a disposizione, ma in primo luogo si sforzava di intermediare fra le forze della natura (buone o cattive) e il corpo umano in disagio.
Nella misoginia innata della Chiesa Bizantina una donna deve essere solo la serva di suo marito, far figli e dargli il piacere sessuale quando le è richiesto, curare il bestiame, mantenere in ordine la casa, allevare i bambini, tessere e, appunto!, far da mangiare. Altro non le è permesso (così recita il Domostròi, una galateo russo del XVI sec.). Una donna che sa non può esistere, se non come personificazione o succuba di forze diaboliche! A questo punto si disegnano ormai chiaramente due caratteristici personaggi femminili: La donna di casa (zhenà) buona, brava e poco misteriosa e la donna che sa (znaharka) molto misteriosa e potente, ma utile! Nella credenza popolare russa la seconda può essere dunque la “strega” ed è ancora di due tipi: Quella che ha ereditato il sapere dai suoi antenati (detta perciò rozhdjònnaja) e colei che ha imparato (ucjònaja) da quelle “ereditarie”. La differenza sta nella qualità delle fatture rispettive: Quella ereditaria sa di più ed è molto affidabile, benché libera di fare fatture maligne o benigne, mentre quella “che ha imparato” sa far solo fatture maligne. Ciò sarà importante nella Russia Moscovita specialmente nell’istruzione dei processi nel XVI sec.
Si dicevano molte cose sulle “streghe” nelle Terre Russe, ma per la stragrande maggioranza non erano negative. Quando poi, con l’avvento del Cristianesimo e la diffusione delle famiglie mononucleari, il numero delle vedove abbandonate e solitarie che rimanevano ad invecchiare in un’izbà isolata si accrebbe, molte byline raccontano come queste “nonne” (bàbusc’ki) fossero delle streghe e come potessero ammaliare il viandante che veniva da esse attirato per aver con lui un incontro sessuale. Un sicuro indizio della loro presenza era quando la notte di Kupala queste vecchie venivano a “rubare” della brace per riaccendere il fuoco nella propria pec’ka… un peccato imperdonabile!

Si diceva ancora che le “streghe” di solito si circondassero di tanti inservienti sotto forma di animali talvolta spregevoli, quali rane, rospi specialmente o gatti. Questi servi erano sapientemente addestrati e mandati in giro nella notte di Kupala per svuotare, le cantine dei vicini, succhiando loro il latte e la panna acida (smetana) che poi rigurgitavano per dar modo alla loro padrona di preparare il proprio pasto! Un segno dell’accostarsi di una ved’ma era l’improvviso scomparire del latte nella vacca, nella notte fatidica di Kupala. Un altro segno era come queste donne sedevano a causa… della loro coda!

Come si va da una strega per chiedere aiuto o cure? E costei come fa una diagnosi? Ecco come: Essa osserva il colore della pelle delle guance, il movimento degli occhi (!), l’eventuale anoressia, i gonfiori sul corpo, la natura della tosse e soprattutto l’alito… Grande importanza si dà agli ultimi sogni del paziente perché in essi l’“invasore” si fa riconoscere!
Le nostre streghe (o znaharki che fossero) sapevano che le malattie che potevano colpire il corpo umano (ossia gli spiriti “femminili cattivi” che potevano penetrarlo) erano dodici altre streghe chiamate Febbri o Tremori (Lihodarki oppure Trjasovizi) e la loro residenza era la palude, i laghi, le radure oscure ossia, in altre parole, la foresta! Per ogni spirito “febbrile” c’era una pianta curativa apposita (karkoliste)… Prima di ogni intervento farmacologico però c’erano gli scongiuri coi quali si poteva tentare di ricacciare le donne scarmigliate (zhensc’c’iny prostovolosya) nella “loro” capanna tenebrosa fra gli alberi e lasciare libero il malato. Accenniamo al fatto che queste donne scarmigliate erano conosciute dagli Slavi meridionali col nome di vily…
Che poi l’uso delle pozioni, del decotto e della bevanda che la znaharka preparava potesse essere il più diverso e persino il più pericoloso, non ricadeva nelle sue responsabilità, ma nell’uso che la gente ne faceva a sua insaputa o non seguendo i riti prescritti! Rarissimamente infatti nei racconti popolari una donna del popolo, che vive ed è ben nota nel villaggio come znaharka, possa essere eliminata fisicamente per aver sbagliato una cura. Tutt’al più la si batterà in pubblico o la si esporrà al ludibrio di tutti costringendola a fuggire via per relegarsi in un’izbà piantata su una zampa di gallina nella foresta acquisendo la mala nomea di Baba jagà…

Lista dei nomi degli spiriti maligni femminili apportatrici di febbri
secondo F.S. Kapiza, 1999

Treseja Avvarjuscia Hrapuscia
Otpeja Puhleja Zhjolteja
Gladeja Aveja Nemeja
Gluheja Karkuscia Ciumà (la peste)

Una sola malattia però era sicuramente provocata da fatture di streghe malefiche: La consunzione (in russo porcia)! Male assolutamente inguaribile, ammenocché non si riuscisse ad eliminare la fattura “rimandandola” alla donna che l’aveva fatta!
Una fattura maligna immediata e efficace era invece il malocchio (in russo si dice sglaz, ma si usano tantissime altre espressioni) contro il quale occorreva prendere sempre tantissime precauzioni. Ad esempio, il malocchio è pericoloso per i bimbi perché può condizionare tutta la loro vita. E allora? Diffidare di quelle persone che fanno loro complimenti e cercano di attirarli con dolci e giocattoli e munire i figli sempre di un pezzo di ferro consacrato da portare addosso. Tuttavia il bimbo ha una speciale sensibilità per l’aura che una strega o uno stregone emanano e, appena questi si avvicinano, istintivamente si rifugia dietro la gonna della madre! Diffidare quindi di quelle donne sconosciute che guardano con insistenza i vostri arnesi di lavoro, l’izbà, gli alberi che avete piantato nel giardino. Diffidare di chi è zoppo o strabico, etc.
Come faranno le donne a scoprire nella foresta le piante più curiose che poi propongono per curare i vari malanni dei propri congiunti? Ormai lo sappiamo: adescano e convincono le forze impure della foresta affinché indichino loro le piante giuste!
Il più notevole vivente per stranezza, ma ottimo per la sua efficacia curativa, che le donne riuscivano a trovare è di certo il fungo detto ciagà (Inonotus obliquus sp.). Non solo è il più longevo fungo che si conosca – si sviluppa e cresce per circa 15 anni – ma anche il più grosso, visto che riesce a raggiungere il peso di 5 kg e più! E’ inutile però cercarlo nei nostri boschi giacchè la ciagà cresce sulla corteccia della Betulla (se lo trovaste sul Tiglio e sull’Olmo, sappiate che questi individui sono giudicati inefficaci) formando degli strani ed enormi tumori orizzontali di color gialliccio-brunastro. Una volta che una donna ne abbia scoperto uno, deve tenere il segreto per sé poiché se lo propala, la ciagà sparisce o si disfa. La ciagà una specie di panacea per qualsiasi tipo di ferita o tumore esterno (trattamento omeopatico) e, siccome ne basta qualche grammo per farne una miscela efficace, per anni si può (e si deve) sfruttare sempre lo stesso fungo. E’ chiaro che col passar del tempo il fungo invecchia e diventa sempre più compatto e più duro, ma allora lo si può ancora usare per intagliarvi amuleti contro… gli spiriti delle febbri!
E che dire della polvere dei palchi di corna delle alci o degli escrementi delle capre o quelli del maiale, animali entrambi sacri? Questi ultimi prodotti, raccolti sui campi sempre dalle donne, seccati sulla pec’ka e ridotti in polvere erano utilissimi farmaci…
Forse l’unico contributo veramente maschile a questa farmacopea medievale “russa” era il fegato fresco dei grandi pesci di fiume che serviva non solo come boccone prelibato, ma anche come medicamento per gli occhi infiammati dalla congiuntivite.

Dai libri di medicina (lecebniki) medievali russi
(raccolti da V.V. Korpacev, 1989)
Il cervello del gallo ferma la diarrea.
Strofinandosi il palato col cervello di porco aiuta a tenere i denti più sani.
Il polmone di porco soffritto e mangiato a digiuno impedisce di prendere la sbornia.
Nella testa del porco vicino alle orecchie vi sono degli ossicini che seccati e triturati aiutano nel mal caduco.
La membrana interna dello stomaco di gallina, seccata e macinata in polvere agisce da diuretico, migliora la digestione nello stomaco e ferma la diarrea.

E non solo i medicamenti vegetali o animali si trovano nella foresta! Anche la famosa Acqua Acidula (kislaja vodà o narzàn) che sgorgava da una sorgente probabilmente identificabile oggi nel villaggio di Izhiza, vicino al lago Valdai (regione di Novgorod-la-Grande) era in definitiva un “prodotto della foresta” e la si raccomandava a scopi terapeutici o per usarla esclusivamente per cuocere pozioni (chi riusciva a procurarsene!) e si diceva che qualsiasi audace appena caduto in uno scontro poteva ritornare in vita bevendone.
E qui ci fermiamo pur raccomandando al nostro lettore di leggersi il bellissimo racconto fiction di A. Pusc’kin, Ruslan e Ljudmila in cui un vecchio finnico (il mago Fin) fa rivivere l’eroe del racconto, Ruslan, proprio con l’acqua viva di una fonte magica per la gioia di Ljudmila oppure la storia (vera!) del principe (XV sec.) di Murom, Pjotr, che ammalatosi di una fastidiosa dermatite trovò sollievo e rimedio presso Fevronija, figlia di un raccoglitore di mjod, nella vicina Rjazan’. Questa gli preparò un unguento a base di miele. Ritornato a Murom e finito l’unguento, la dermatite ritornò e Pjotr non trovò altro modo di curarsi, se non sposando la sua giovane znaharka!

ALDO C. MARTURANO

dal libro VITA DI SMIERD, CIBO E MAGIA NEL MEDIOEVO RUSSO
© 2006 di Aldo C. Marturano