LORENZO BORGHI

IL NUOVO MUSEO DELLE STATUE DI CERA 

        State entrando in un museo, ma non sapete ancora ciò che vi troverete. Scostate il portone e sentite l'odore della cera che si mescola col rumore dei condizionatori, tutto il resto è silenzio.
Capite che si tratta del Nuovo Museo delle Statue di Cera.
Dietro una tenda che separa l'ingresso dal salone, vi sentite quasi intimoriti dai brusii di voci e musiche che ora udite… credevate di essere soli?
Entrate. Vedete le statue, così concrete e solide, ma contemporaneamente vitree ed impotenti. Vive, però.
Nessuno di voi crede che questi inutili colossi possano parlare: la statua è la morte del momento in cui è stata costruita, se ne sta lì immobile, ma ricorda un tempo mai passato nella memoria. Ognuna di loro ha uno strumento che presto sentirete suonare ed ognuna di loro ha una storia da raccontare.
Prestategli il Vostro cuore, esso si riempirà di emozione, e vedrete che non ve ne pentirete: la statica espressione del loro viso muterà, non noterete movimenti della bocca, ma sentirete battere il loro petto e noterete calde lacrime scendere da occhi vivi.
Oppure tutto ciò non esiste.
Ogni frase sembra musica, o è solo una stupida fantasia che sta nella testa di un'altra statua…
Comunque sia, proseguite: la prima statua sta iniziando già a parlare…

1995 - 2000

PANEGIRICO I NUOVI SANTI  LA CELLA
LE VISIONI IL PRIMO GIORNO DI PRIMAVERA L'ALTRA PARTE DEL CUORE
LA MUSA D'ORIENTE ASTEROIDICA IL GIUDIZIO DEL POPOLO
IL SEPOLCRO DI GHIACCIO GOTICO MODERNO
QUANTO PUÒ DURARE UN MOMENTO? LA FINESTRA SUL PARADISO

PANEGIRICO

        Cara amica mia,
faceva freddo quando mi sono seduto nel campo affianco a casa, pensando a te. Immagino che ti chiederai cosa mi ha spinto nel freddo della notte, rischiando chissà quali malanni…
Vedi, quando l'aria è così gelida e l'ora tarda blocca tutti i movimenti, i bagliori lontani appaiono molto più strani ed iridescenti al nostro occhio: le luci dei paesi sembrano più vicine e pulsano, sono vive, sembra quasi che vogliano parlare. Le particelle ghiacciate dell'aria funzionano come le lenti di un potente telescopio: le cercano, le attirano e le ritrasmettono, amplificate. Dimentico che si tratta di lampioni ed immagino che un piccolo universo si sia posato come a creare un dialogo, fra il cielo e la terra.
E' in queste sere che riesco a sentire ciò che i paesi mi raccontano: narrano le loro storie, quello di cui sono stati testimoni, tutto ciò che hanno visto… Ma questa sera i paesi sono muti, non dicono nulla, od io non riesco a sentirli… questa sera sto pensando a te e ci sei solo tu nella mia mente, nei miei occhi.
Non sono solo le luci terrestri ad attirarmi. Dopo poco ho alzato lo sguardo verso le amiche stelle, anche loro pulsanti e vive, fantastiche… "Le stelle sono fori da cui filtra la luce dell'infinito", recitava Confucio, ma io credo che gli astri siano vivi e perfettamente consapevoli della loro esistenza.
Pulsano ed ammiccano, le vedi?

"Come vorrei che ci fossi anche tu qui ad osservare il cielo", non ricordo di averlo mai visto così nitido e ricco di stelle… forse potrebbero aiutarmi… forse…
"Forse non potremmo fare nulla…"
Se ci fossi stata anche tu, avresti sicuramente sentito quella strana voce che riempiva l'immenso, ed avresti visto le stelle vibrare. Dovevo ancora capire cosa stava succedendo e senza stupirmi ho visto la costellazione di Orione avere un fremito e scostarsi leggermente. Ho visto la bocca invisibile muoversi allo stesso ritmo delle parole che diceva… mi ha parlato di te… Mi ha detto ciò che facevi a quell'ora della notte: dormivi, logicamente, e sognavi. Cosa sognavi? Neppure lui lo sapeva. Poi la voce di Cassiopea ha interrotto Orione. La sua caratteristica forma a v doppia è mutata, girandosi e guardandomi negli occhi. Mi ha descritto i tuoi pensieri senza specificare ciò che riguarda noi, facendomi capire quanto sei tranquilla e serena.
La Chioma di Berenice mi ha parlato di come i tuoi capelli scendevano sulle spalle e di come si sono poi sparsi sul cuscino, di come risplendevano anche al buio… Callisto, la ninfa trasformata in animale da Giunone, mi ha detto di credere nei miei sentimenti, e mi ha raccomandato di ascoltare sempre il mio cuore: "…esso conosce la verità!". Poi Sirio, la più luminosa stella del cielo, mi ha ricordato la bellezza e la luce dei tuoi occhi, mentre Procione, l'occhio del cane minore, mi ha citato la profondità e la dolcezza del tuo sguardo…
Poi tutto è diventato un unico tremore… credo proprio di essere diventato pazzo…
Alla fine, il saggio Toro ha zittito tutti.
"Esiste un motivo di questo evento, e non è la tua pazzia…", Orione, cercando di distrarmi, mi ha parlato dei miei amici e della musica, e di tutto ciò che amo. Di nuovo, viene fermato.
"… sei tu quello che può ascoltare le stelle… e sarai il solo a sapere quello che ti sarà svelato." E' inutile che cerchi di spiegarti la mia sensazione nel vedere e sentire ciò che ho visto e sentito. Ho creduto, e credo tuttora, di essere impazzito: le stelle parlavano! E se anche fosse, verrebbero a parlare con me? Intanto il Toro continuava il suo proclama:
"… non chiedere perché succederà o perché sarai tu a venirne a conoscenza, neppure io lo so: il mondo, oggi, finirà. Non ci saranno catastrofi o distruzioni, tutto si concluderà senza farsi sentire: una tremenda stanchezza vi prenderà. Presto, ti sarà impossibile alzare anche un solo dito… la terra morirà d'inedia e sonno, e l'universo attenderà che rinasca qualcuno che, come te, ci contempli da lontano…"
Una pioggia di asteroidi… forse anche il cielo piangeva quel momento, poi tutto è ritornato nella posizione originaria, tutto silenzioso.
Cosa avrei dovuto fare io?
Il mondo dormiva e solo io sapevo che forse non si sarebbe neppure svegliato.
Tutti dormivano e solo io sapevo che l'alba che stava nascendo era l'ultima, io solo che avrei voluto che l'alba che stava nascendo non fosse l'ultima. Perché questo peso, perché questa responsabilità? Forse questo è il prezzo da pagare per essere una stella: il firmamento che ho sopra la testa è forse il grande cimitero dei mondi perduti?
Alla fine ho deciso: non posso rivedere tutto il "mio mondo", tutto ciò che amo, ma almeno tu… devo rivederti, anche se non sei mia, anche se non lo sarai mai. Ti ho scritto questa lettera sperando che tu abbia il tempo di leggerla: credo che sarò troppo occupato ad osservarti. Inoltre, credo che riordinare le idee mi diventerà difficile, forse mi limiterò a piangere…
Ora partirò, ti infurierai per questa sveglia improvvisa, ma poi so che capirai ed accetterai che questo povero pazzo ti saluti per l'ultima volta.
Leggerai questa lettera, e spero solo che avrai il tempo di capirla…
E se tutto questo non fosse vero?
Non importa. Anzi, se tutto questo è falso, sarà soltanto una nuova occasione per vederti, una nuova occasione per essere felici di viv 

***

LE VISIONI

        Mancavano soltanto un paio d'esami e finalmente Antonio avrebbe finito l'università. Il suo impegno era sempre stato discreto, anche se non eccezionale, ma decise che la sua tesi doveva essere il massimo, qualcosa di totalmente diverso da ogni altra presentata nella sua facoltà di storia ed umanistica.
Dopo vari progetti, concordò con un suo docente lo studio sull'antico regno di Villa Majolica: nel paese vivevano ancora persone che conobbero il regno, ed era ancora possibile trovare documenti e testimonianze. Nessuno aveva mai scritto di quel luogo e le fonti cui attingere erano molte. Ma non era ancora soddisfatto: voleva una leggenda, un fatto, una storia che potesse rendere la sua relazione speciale, memorabile. 
Perciò, dopo mesi di lavoro si decise a parlare con le persone di Villa Majolica, lasciando perdere i documenti ufficiali. Si diresse verso il bar del piccolo paese, pensando che avrebbe sicuramente trovato qualche vecchietto disposto, magari con l'aiuto di un paio di bicchieri, a raccontare qualche bella storia del regno. Si presentò ad un gruppo di anziani e descrisse le sue intenzioni. "Se vuoi strane storie devi chiedere a Giuseppe. Quel vecchino seduto giù in fondo…". Stava, infatti, in un angolo buio del bar un vecchietto minuscolo e curvo, intento alla lettura di un giornale sportivo: "…beve sempre volentieri un bicchiere di toscano!" lo consigliarono. Così si sedette vicino a lui, ordinandogli ciò che più gradiva.
"Signor Giuseppe?" esordì. Il viso del vecchio s'alzò, scrutando il giovane interlocutore.
"Si, chi lo vuole sapere?" rispose, non si capiva se fosse infastidito o falsamente scontroso.
"Mi chiamo Antonio, sono uno studente…" appena si mise a parlare di leggende, gli occhi grigi dell'anziano signore s'illuminarono. Parlarono a lungo di narrazioni che Antonio aveva già sentito, ma quando pensava che ormai non avrebbe ascoltato niente di nuovo, Giuseppe lo stupì.
"C'è una storia che ormai sono l'unico a conoscere, e in cui nessuno ha mai creduto. Non la racconterò qui dentro, ora dovrai seguirmi."
Così detto, s'alzò prima che Antonio potesse rispondere e s'incamminò su di un sentiero. Aveva almeno ottant'anni quell'uomo, ma sembrava arrampicarsi sul camminamento come uno stambecco sui dirupi delle montagne.
Dopo circa mezz'ora di cammino, giunsero in un luogo dove il bosco si apriva e lasciava spazio ad una visione stupenda e spaventosa: una piccola valle a forma di ferro di cavallo con al centro una specie di scoglio, un torrione naturale enorme ed imponente. Sulla sommità una spianata infinita, a detta di Giuseppe.
"Vedi quei ruderi lassù?" si potevano distinguere, infatti, dei resti di abitazioni: "Quella è Roccasasso". Giuseppe continuò il suo cammino verso una strada che aggirava l'ostacolo. "Inizierò qui a parlarti, lo farò in prima persona: ti sembrerà più reale, e a me verrà molto meglio…"

Era finita… dopo l'ultimo sanguinoso scontro, le parti concordarono un'intesa di pace.
Io ero rimasto lì, più morto che vivo, stanco, dolorante. L'acre odore del sangue versato stava nell'aria, coprendo il buon odore della terra: neppure il mio naso schiacciato al suolo riusciva a sentire l'odore dell'erba, lo strato di terrore poteva coprire anche i pensieri. Tra l'incredibile distesa di corpi inerti, il mio era finito sotto quello di un tamburino, colpito come me dalla pioggia di frecce scagliate dal nemico, moribondo: "…voglio tornare a casa…" ripeteva incessante, con un filo di voce.
Stavo per morire, ne ero sicuro, non c'era parte del mio corpo dove non sentissi dolore… il tamburino tacque.
"Selmo!" urlarono da qualche parte. "Selmo da Roccasasso!"
'Sono io Selmo da Roccasasso…' pensai. Con la forza della disperazione, riuscii a spostare il tamburino ed alzare un braccio. Mi avevano trovato! Ero salvo, ora dovevo sopportare solamente il tremendo viaggio sulla barella di lamiera, prova terrificante per ogni corpo ferito. Sopravvissi anche a quello, ma svenni, sfinito.
Erano passati due giorni quando mi svegliai: i dolori erano passati, permaneva solamente un leggero male al petto, ma una nuova forza fisica mi inebriava e non c'era più nessuna paura, non più ora.
"Ben sveglio, vecchio Selmo, hai passeggiato al fianco della morte! Ma te la sei cavata: l'erba cattiva non muore mai!" era Pablo, l'amico che mi aveva cercato e trovato.
"Fortunatamente," risposi, "dove siamo?"
"Su di un carro, tra poco arriveremo a Villa Majolica: è finita, la guerra è finita! Ti ho cercato dopo l'ultima battaglia e tu hai risposto proprio mentre stavamo per rinunciare a trovarti vivo."
"Tu stai bene?" chiesi, prima di rendermi conto che gli mancava un braccio. "Ehm… scusa, ritiro tutto…" rise, non so se con spirito o per un attacco isterico.
"Non ti preoccupare… ascoltami bene ora: pare che al tuo paese ci sia stata una rappresaglia, ma nessuno ha saputo dirmi di più…"
"Speriamo bene…" dissi pensieroso. Io lo sapevo già… ma come facevo a saperlo?
"Spero che sia un buon ritorno a casa, Selmo."
"Anche il tuo, grazie di tutto!"
In quel momento il carro s'era fermato, una grande confusione ci avvertì che eravamo arrivati a casa!
Smontammo e subito fummo accerchiati dalla gente di Villa Majolica. Per lo più erano donne in cerca dei propri mariti, fidanzati, padri, amici, dopo otto anni di inutile distanza… ma non tutte sarebbero state soddisfatte. Mi trovai dentro un marasma di eccitazione e fretta, visi sconosciuti mi scrutavano nella speranza di potermi riconoscere. Vidi Pablo abbracciato ad una ragazza bruna, il suo viso in lacrime e la sua bocca tirata in un sorriso felice, incurante del fatto che a lui mancasse un braccio. Una voce femminile chiamava un certo Cyril, che ancora non rispondeva. Qualcuno mi afferrò violentemente da dietro, girandomi. Era una ragazza bionda che mi fissava: non conoscendomi si chinò piangendo e pronunciando frasi incomprensibili. Intanto Cyril era saltato fuori con le stampelle, e la madre che l'aveva chiamato fino ad ora gli si buttò contro, facendolo cadere. Lentamente, vicino alla delusa giovane che ancora urlava e piangeva inginocchiata al mio fianco, si unirono altre donne donando e cercando consolazione a vicenda. Pablo mi chiamò.
"Questa è la mia sposa… Ho chiesto a mia madre, ma neppure loro sanno nulla di Roccasasso, nessuno è più salito lassù dal giorno della rappresaglia…"
Il lamento della giovane divenne straziante quando riconobbe (nessuno capì come) il corpo del tenente Alestat: dentro la cassa non rimaneva altro che il busto e la testa (staccata), il resto…
"…probabilmente mangiato da qualche volpe, ah ah!"
"Taci Alpen, non vedi che c'è sua moglie!"
"Cosa te ne frega, Selmo! Lui è morto, io no!" improvvisamente l'urlo della donna si spense, svenuta sotto una tale carica di dolore. "Ho capito, toccherà a me dare una svegliata alla mogliettina del tenente!"
"Taci idiota! E abbi un po' di rispetto!" dissi. Alpen, in fondo, non era cattivo… era decisamente stronzo!
"E tu, bastardo di un Selmo, come hai fatto a salvarti?"
"Tutta fortuna Alpen…" che male al petto, però…
"Chiamalo culo!" disse ridendo. "Vieni a dormire da me? E' tardi, ormai, e la strada è lunga." mi propose.
"No grazie, saresti capace di derubarmi nella notte!" risposi. "Addio Alpen."
"Crepa!"
Mi misi in viaggio verso casa. Era ancora giorno, ma la frescura della sera si stava già insinuando dentro la mia armatura, così pesante, ad ogni passo avevo la compagnia del fodero della spada che picchiava contro i gambaletti di ferro. 
Ed intanto pensavo. Erano passati otto anni (che male al petto) e non avevo più rivisto nessuno del mio paese… oltretutto ero l'unico di Roccasasso ad essere partito. Arrivato al punto dove il bosco si riapre, vidi le case del mio paese e mi tranquillizzai un po', vedendole ancora integre: 'Come troverò mia moglie? Ed i miei figli… mio Dio, avevano solo due e quattro anni quando partii… mio Dio…'
Ero convinto che non avrei trovato nessuno ad aspettarmi, ed infatti il paese era quasi deserto.
"Selmo!" era lei, era la sua voce. Mi girai ed apparve Nora… i suoi capelli… sono corti, ora, il suo sorriso…
"Nora…" rimanemmo a fissarci per qualche secondo, poi ci scagliammo l'uno contro l'altra abbracciandoci.
…come fu debole l'abbraccio, in quell'incontro…
"Nora, non sai quanto ti ho pensata, non sai quanto mi sei mancata!"
"Anche tu, Selmo…" non sorrideva, non piangeva, sembrava non provare alcuna emozione. Lentamente, tutti i paesani si strinsero attorno a me, riconobbi i miei figli solo perché si erano sistemati dietro a Nora. Tutti avevano un'espressione indifferente. Che male al petto…
"Cosa succede Nora. Tu mi abbracci come se non avessi più forza nelle braccia, i miei figli neppure mi salutano e tutti hanno un'espressione spenta… spettrale, direi!"
"E' tutto normale," disse. Sembrava stanca e rassegnata: "tutto normale: noi siamo morti…"
"Dai, non dire stupidaggini! Che scherzo è questo? Come potete essere morti se vi posso toccare!" diedi una pacca sulla spalla di un mio vecchio amico. Esso cadde senza mutare la sua espressione, sembrava una statua di gesso. Mi accorsi che tutti erano diventati statue… solo Nora poteva ancora muoversi.
"Ogni sera ci riunivamo in casa nostra, pregavamo per te, per vederti tornare sano e salvo. Una sera, però, avvenne un fatto incredibile: sul soffitto si materializzò una visione, un armigero ti sorprendeva e ti infilzava… eravamo sconvolti, pregammo con ancora più forza, promettendo di donare il nostro cuore per salvarti. Subito dopo, un forte dolore al petto ci segnalò che la nostra richiesta era stata esaudita. Inesorabilmente tutti smettemmo di respirare, senza morire, aspettando il tuo ritorno: se ora tu sei vivo è perché noi siamo morti… Quando poi arrivarono i nemici per rappresaglia, trovarono solamente un paese abbandonato e distrussero ogni casa…"
Mi inginocchiai, incredulo e disperato. Abbracciai le gambe di Nora ed appoggiai la testa sulla sua pancia.
"Ho paura che abbiate donato il vostro cuore per nulla, amici…" presi le mani di Nora e le baciai. "Una notte, mentre ero di guardia, ebbi anch'io una visione: cavalli e cavalieri entrare a Roccasasso per uccidere tutti. Così pregai e donai il mio cuore, sperando di potervi rivedere sani e salvi… un forte dolore al petto non fu sufficiente a farmi capire che la mia inutile richiesta era stata accettata… dunque anch'io sono morto!"
Lei mi abbracciò, e questa volta riuscì a stringermi.
"Forse è meglio così, forse ora, una volta per tutte, saremo di nuovo uniti…"
Due visioni, due gesti di estremo amore, stavolta fecero ciò che neppure la guerra era riuscita a fare.

"…lentamente, Nora, Selmo e tutto il paese scomparvero sotto gli occhi di un giovane pastorello, sconvolto per quella che credette per sempre una semplice visione… Allora, giovane amico, ti è piaciuta questa storia?"
"Si, anche se mi sembra proprio incredibile…"
"E' vero, è incredibile, anche quel povero pastore lo pensava, ma sono certo che non ha ancora dimenticato ciò che ha visto."
"Non mi starà dicendo che fu lei a vedere la visione!"
"Ma non diciamo baggianate!" dalla cima del colle c'era uno spettacolo stupendo. "Ti pare che io possa essere un pastore?" 
"Beh… non saprei…" ma il vecchio si stava incamminando dentro i ruderi di Roccasasso.
"Ricordati che devi seguire il sentiero." mi disse, mentre il suo corpo, piano piano, svaniva sotto le luci della sera.

***

LA MUSA D'ORIENTE

I° MOVIMENTO
PRELUDIO


        La neve scendeva veloce e scintillante nell'aria gelida, là fuori, ed io me ne stavo seduto e rilassato nella mia vecchia poltrona: il buio, la musica ed il delicato torpore del calorifero mi stavano facendo sprofondare in un sonno quasi inesorabile. Le note scivolavano nel mio cervello e mi cullavano con lo stesso ritmo della neve, là fuori… Non avevo alcun pensiero in testa: ogni problema, ogni ricordo, ogni "disturbo" che avrebbe potuto occupare la mia testa aveva lasciato spazio ad una strana, ma sensuale serenità. Non sentivo neppure la solitudine, tutto, quella sera, mi faceva compagnia: le lontane luci dei paesi (ancor più iridescenti col gelo), lo scricchiolio della neve, là fuori…
Aria, improvvisamente. Un vento mi accarezzò il viso come una gelida mano e m'investì il resto del corpo.
Poi mi lasciò di nuovo al calore.
Sveglio, mi interrogai per capire da dove poteva venire quell'alito di gelo; era finita la musica. Nonostante l'ora tarda mi alzai per cercare un altro CD e godermi ancora un po' tutta quella rilassatezza. Goffamente, mi tirai in piedi e mi accorsi di una figura che in un angolo nascosto mi stava fissando.
Paura! Mi nascosi il viso tra le mani: 'Sto sognando, sto dormendo… non è vero?!'
Dopo qualche secondo, riuscii a distogliere le dita dagli occhi trovando la pallida figura a pochi centimetri dal mio naso. Mi trovai un evanescente e biancastro fantasma di fronte… reale! Una silfide dell'aria? Uno spirito luminoso e longilineo, vestito di una setosa tunica scura dalla quale traspariva il corpo fosforescente, ma confuso. Il suo viso, invece, era perfettamente nitido: la moltitudine di colori che mostrava era in fantastico contrasto con quel corpo in bianco e nero. Era una fanciulla orientale, gli occhi naturalmente a mandorla erano di un verde smeraldo lucido e profondissimo, si notavano subito su quel viso pallido. Anche le sottili labbra avevano un rosso artificiale, un rosso mai visto, completavano il tutto una corona di lunghi capelli nerissimi e lisci. Ero affascinato ed impaurito, avevo smesso di respirare ed i miei muscoli non avevano più nessun potere.
Sorrise, mi prese una mano e la guidò fino alla fila dei CD, sotto lo stereo. Estrasse quello di Bach e selezionò il primo brano: "Preludio alla I° suite in sol maggiore per violoncello", sembrava sapesse che l'adoravo. Poi iniziò a danzare, sorridendo… quel sorriso! Velocemente mi rassicurò; mi attirava, anche se la sua espressione poteva sembrare addirittura maligna. Finita la canzone, svanì. Mi convinsi di aver sognato e me ne andai a dormire.
Da quel momento, invece, quella misteriosa orientale non mi lasciò più, trasformandosi in una nuova preziosa amica; la sua fedeltà era incrollabile: bastava un mio pensiero verso di lei per farla apparire, ma ben presto iniziò a venire di sua spontanea volontà. Il tempo di queste apparizioni era variabile, ed essa interagiva con il mio pensiero e con i miei sentimenti: nei momenti peggiori era sempre pronta a regalarmi un nuovo sorriso: mi accarezzava, mi faceva ballare con lei e mi abbracciava, ed anch'io l'abbracciavo… abbracciavo una forma di solida e calda nebbia. Poteva capitare che mi baciasse, ma sempre, subito dopo, si ritraeva come se si vergognasse.
Non parlava, anche se i suoi occhi e le sue espressioni potevano sostituire la voce. Spesso tentava di scrivere: aveva una predilezione per le penne nere, di qualsiasi forma fossero. Tracciava caratteri confusi e spesso illeggibili, ma quando si capivano risultavano essere di una lingua simile al greco, ma che greco non era. La chiamavo Silyen: una volta, alla mia domanda di come si chiamasse, lei scrisse queste cose: SS lyen. Glielo pronunciai e le piacque.
Poteva capitare che Silyen si mettesse a piangere ed allora toccava a me "curarla": solo in questi momenti poteva trasmettermi le sue sensazioni tramite il pensiero, e diceva cose bellissime.
Pian piano iniziò ad apparirmi non solo nella mia stanza, ma anche in auto e nei locali, dove nessuno naturalmente la poteva vedere, tranne me. Ed ogni apparizione era favolosa: mi ero affezionato ad una figura inesistente… e le volevo bene.
Non ho mai saputo chi o cosa fosse e da dove venisse, avevo troppa paura di offenderla o di perderla. Tenevo troppo a quel radioso ed affascinante sorriso, quegli ipnotici occhi. Ieri sera le ho detto che Silyen sarà il suo nome, le ho detto che lei è la mia musa, la mia musa d'oriente e ne è stata felice. Mi ha dato il suo accordo, sorridendo.
Forse non ho ancora nulla di lei.
Forse ancora non la conosco neppure.
Non voglio lasciarla…

II° MOVIMENTO
MUSA D'ORIENTE

        Torna a parlarmi ancora, musa d'oriente.
Posso vedere i tuoi occhi, sottili e pieni di vita, anche se non conosco la tua fisionomia. Vedo il tuo movimento leggero e sinuoso: ti giri, rotei lentamente e ti fermi, guardi, come se non vedessi nulla e muti la sua espressione con caratteristiche dolci e acide… Ma tu vedi; vedi e mi osservi cercando qualcosa. Neppure tu sai cosa, ma lo cerchi comunque.
…silenzio…
No. Forse non ero io ciò che guardavi…
…perplessità…
Poi ti giri di nuovo, come danzando una musica che non puoi sentire: le troppe parole ed il tempo ti hanno assordato. Ma tu senti, musa d'oriente, e le tue orecchie possono trasmetterti ciò che captano… Danzi di nuovo.
…silenzio…
Forse danzi sulla mia musica, che ti ho dedicato, forse è il suono della mia vecchia chitarra che t'ispira. No… forse non è proprio la mia musica che vuoi sentire, è la mia voce (…eppure è così sgraziata e brutta).
…silenzio…
…già, come ho fatto a pensarci? Balli.
Forse su Bach, Chopin o Beethoven?
…silenzio…
Di nuovo ti fermi. Ridi. Guardi ancora verso di me (ma non mi vedi) e ti siedi, dolce, sensuale. Le gambe si piegano al tuo fianco e fanno da cuscino al tuo corpo.
Se tu potessi pensare, ne sono certo, penseresti ai nostri giorni mai vissuti, ed a me. Ma tu puoi pensare, musa d'oriente. Pensi, certo… i tuoi verdi occhi a mandorla sono rivolti verso l'alto e le tue labbra hanno un sorriso piacevole e concentrato, ti accarezzi i capelli.
Lentamente.
Con calma.
…silenzio…
Ma a chi pensi, musa orientale, forse hai dimenticato i nostri giorni mai esistiti, hai dimenticato le tue giovani parole antiche, hai forse dimenticato anche che mi amavi?
No. Non reagire così. Perché il tuo viso ora si è corrucciato?
…perplessità…
Ti alzi e mi vieni incontro.
…riflessione…
Il tuo viso torna lentamente sereno.
…smarrimento…
Cammini indecisa nel tuo spazio infinito, esamini i luoghi e poi ritrovi la via. Ora mi sei di fronte. Posso sentire di nuovo il tuo profumo delicato e dolciastro: se tu fossi un fiore, ne saresti sicuramente uno mai esistito. Sono inchiodato al tuo ipnotico sguardo, musa d'oriente. Con quali mani ora, mi stai toccando il viso? Perché, se tu potessi passare le tue dita tra i miei capelli lo faresti, vero?
…silenzio…
Tu puoi farlo! Peccato che la tua mano, che sembra proprio sopra di me, devia verso… non vedo, ma non viene a guidarmi di nuovo.
Poi torni indietro.
…tristezza…
Torna a parlarmi di nuovo, musa d'oriente. Parlami ancora, anche se non esce nessun suono dalla tua bocca. Ma tu puoi parlare!
…malinconia…
No… forse… le tue parole non sono dirette a me.
…silenzio…
Torna a parlare ancora, musa d'oriente.
Torna, perché posso guardare i tuoi occhi ed il tuo corpo, ma so che non balli la mia musica e non sbrogli più i nodi che si formano sulla mia testa e nel mio cuore…
…silenzio…
Tu…
…silenzio…
Vivresti, se esistesse una vita che potresti vivere: saresti troppo eterea per il mondo: finora eri esistita attraverso di me, col mio aiuto ed aiutandomi, e continuerai, lo so.
Continuerai a farlo attraverso di me!
…silenzio…
No… forse non lo farai, musa d'oriente: hai trovato una vita tua ora.
E la vuoi vivere.
…silenzio…
E' giusto.

***

IL SEPOLCRO DI GHIACCIO

"Il terreno di un cuore umano è più roccioso, un uomo vi coltiva ciò che può… e ne ha cura! …Non andare oltre: la barriera è fatta per non essere abbattuta…"

Pet Sematary - Stephen King

PROLOGO

        Il grande Regno del Nord non era perennemente coperto dalla neve. Il freddo lo accompagnava tutto l'anno, ma esisteva una sola regione che si svegliava ogni giorno sotto un velo bianco… sopra, si dovrebbe dire, visto che l'unica città della zona, Krieningard, sorgeva su di un'immensa lastra di neve e ghiaccio dello spessore di qualche metro. Le case degli abitanti erano costruite sulla neve e "saldate" al ghiaccio con l'acqua che velocemente solidificava. Nessuno a Krieningard odiava quella neve: "…almeno qui il freddo ha un senso…", solevano dire agli abitanti delle grandi pianure, dove c'era sempre e solo freddo, "tutti i migliori pattinatori vengono da Krieningard!".
Ma non solo loro: Krieningard era anche la patria del più famoso e valoroso guerriero del regno, e la gente era orgogliosa di avere un così forte e nobile rappresentante.
Il Gran Capitano Waller da Krieningard era da molto tempo lontano da casa, a causa di una ribellione sui confini estremi del paese. Non era famoso solo per la sua forza, ma anche per la sua umanità: era l'unico capace di sedare le rivolte versando poco sangue.
Era una sera di dicembre quando Waller tornò, vittorioso di ori ed onorificenze e con un piccolo tesoro in più. Si chiamava Ekra, i suoi lunghi capelli intrecciati ed i suoi occhi celesti come il ghiaccio più profondo mascheravano i suoi vent'anni.
"Questa sarà la mia sposa, padre. Attendiamo il tuo consenso." Disse il guerriero tra la folla, riunita a festa per il suo ritorno.
"E' il risultato di una tua vittoria? O forse il pegno per la libertà di qualche prigioniero?" ribatté il padre, osservando la ragazza. Ekra abbassò lo sguardo.
"Né uno, né l'altro. L'ho incontrata nella capitale ed è riuscita ad emozionarmi. Suo padre è il ricco Thyenka ed ha acconsentito subito alle nozze: il mio stato di Capitano lo ha inorgoglito."
"E tu? Sei sicura di quello che stai per fare?" Ekra non lasciava trasparire nuove emozioni.
"Voglio bene a suo figlio, signore. Capitano o contadino che sia." Rispose e lasciò che il vento le portasse i biondi capelli, ora sciolti davanti al viso, per nascondere l'emozionato rossore agli abitanti.
"Preparate dunque ciò che serve… e che il drago vi aiuti!" 

IL MATRIMONIO

        Non solo la popolazione di Krieningard, ma tutto il regno fu invitato a partecipare alle nozze del Gran Capitano Waller con la bella Ekra, figlia di Thyenka.
Anche il Re Kaimoo IV ed il Principe Frijia II intervennero al rito che fu officiato dallo Stregone Capo Mikirjia. Quando il corpo bandistico del luogo intonò il "canto della felicità" la cerimonia ebbe inizio.
Gli sposi erano chiusi in due capanne improvvisate, messe frontalmente a trenta metri di distanza. Al cenno dello Stregone, i due ragazzi uscirono e s'incamminarono l'uno verso l'altro: Waller, con l'armatura d'ordinanza, suonava lo stesso pezzo della banda con il suo liuto. Nessuno riusciva a riconoscere il determinato sguardo del guerriero in quello perso e felice che aveva ora. Ekra camminava leggera, vestita di un abito setoso e chiaro che le copriva tutto tranne parte del viso, suonava un flauto di acero. Una volta di fronte, i due sposi vennero uniti in un abbraccio da Mikirjia, e dopo il giuramento al cielo, si baciarono, circondati dalla gente in delirio.
Canti, balli, suoni e tanta felicità, ma i folletti non si fecero vedere né sentire… brutto segno, brutto davvero…
"…ma non lasciamoci spaventare da questo strano caso, i folletti sono burloni e sono sicuro che avranno già benedetto questa importante unione nel loro silenzio!" disse in tono rassicurante Mikirjia, "Felicità saggio guerriero, felicità dolce damigella!"

LA MORTE

        Era passato poco più di un mese quando Ekra morì. Venne ritrovata nella cucina di casa, apparentemente addormentata. Waller rientrava dalla capitale nel tardo pomeriggio, dopo una riunione al Quartier Generale. Vedendola seduta ed incosciente, s'avvicinò per svegliarla, ma quando la toccò, lei rimase immobile e fredda come la neve. L'uomo s'inginocchiò speranzoso, accarezzandola e sussurrandole frasi dolci nell'inutile illusione di rivederla viva. Ekra, però, non riaprì più gli occhi.
Quando la giovane Kaal, amica della coppia, entrò nella stanza, vide il disperato e piangente Waller, accasciato al fianco della poltrona dove Ekra giaceva ancora immobile: "è morta…" ripeteva automaticamente. Kaal, incredula, allungò le sue mani verso il viso inerte e leggermente sorridente, lo sentì freddo… e credette.
Nella notte un'orda di medici e stregoni fecero processione verso il corpo di Ekra, tentando di capire la ragione del decesso, che sfuggiva a tutti: nessuna traccia di sangue, nessun segno di droghe o veleni nei suoi organi.
Dopo molte consultazioni ed autopsie, i medici proclamarono a Waller: 
"Perché è morta? E' solo e semplicemente successo…"
Servirono molte persone per evitare che il guerriero infuriato uccidesse il medico.

LA SEPOLTURA

        A Krieningard anche i cimiteri erano scavati nella neve: la terra era sia troppo lontana che troppo dura per poterla scavare, inoltre, la neve rappresentava un comodo e morbido giaciglio per la salma. Il ghiaccio venne così tagliato secondo le misure della ragazza e sul fondo venne ammucchiata un po' di neve fresca che non si sciolse, quando il corpo di Ekra, senza cassa, vi fu adagiato…
Non solo la popolazione di Krieningard, ma anche tutto il regno fu chiamato a partecipare al dolore di Waller. La sepoltura venne officiata dallo Stregone Capo Mikirjia:
"Ekra, avevi vent'anni. Ora non li hai più. Raffredda il tuo cuore e rendilo come la pietra, ghiaccia la tua anima e lascia a noi il tuo eterno ricordo…"
Anche il Re Kaimoo IV ed il Principe Frijia II piansero quando i primi blocchi di neve iniziarono a coprire la ragazza. Anche il popolo pianse nel vedere il Grande Waller sconfitto dal suo stesso cuore. Anche questa volta i folletti non si fecero vedere. Brutto segno…
"…ma non lasciamo che quest'altra coincidenza avvilisca ancora il nostro Waller", disse Mikirjia, "la sua vita tornerà felice!"
Tutti ne erano convinti, tranne lui.
Ed i folletti…

LA DISPERAZIONE

        Una mente allenata alle crude visioni delle più tremende battaglie, un corpo pronto a sopportare i dolori più atroci, muscoli potenti come quelli degli eroi antichi… tutto inutile… tutto finito…
Centinaia di persone pronte ad aiutarlo e consolarlo non poterono nulla, anzi, aumentarono la sua rabbia. Nella sua capanna accettava solamente poche delle tante persone ferme davanti alla porta: Kaal, per prima, fedele e vecchia amica di Waller e nuova, preziosa amica nella breve permanenza di Ekra a Krieningard, la persona che poteva dargli maggior comprensione (suo marito perì in battaglia) ed il maggior calore. C'era suo padre Pioka, la madre Cèlin e la sorella Junia. Il Re fu fatta passare a stento da Waller e si trattenne per pochi minuti, avendo paura della furia che poteva esplodere da un momento all'altro nel guerriero.
Il suo diario, normalmente ricoperto da racconti di battaglie e guerre, presentava pagine su pagine con la sola scritta "Ekra" intervallata da un'altra: "trovo difficile non pensare a te ogni momento". Lamenti, nenie e disperazione riempivano le sue solitarie giornate: accettava nel suo esilio volontario solamente Kaal e Junia, anche se per pochi momenti.
Ed ogni giorno le due ragazze riscoprivano un abbattuto Waller che chiedeva poco cibo, libri ed offriva sempre la stessa ossessione: Ekra, Ekra, Ekra, Ekra… Non gli interessavano più le cronache delle battaglie e le evoluzioni delle rivolte, ora aveva mente soltanto per la magia e la medicina e non dimenticava mai di annunciare la sua sfida agli dei: doveva rivederla, a tutti i costi: 
"…sono stati loro a togliermela e so che possono ridarmela!".
Passò così le sue notti immerso nella preghiera, con gli occhi rivolti al cielo, formulando le sue richieste con poemi mielosi e tristi ad Orione, Aldebaran e tutte le Grandi Stelle. Una notte particolarmente malinconica lo scoprì armato di pala di fronte alla tomba di Ekra, ma una riesumazione gli sarebbe costato il linciaggio da parte del popolo, neppure il Re sarebbe scampato a questa punizione. Si sedette affianco al sepolcro fissando il ritratto protetto dalla teca di vetro: "trovo difficile non pensare a te ogni momento…" aveva scritto sulla neve fresca, sopra la tomba.
Si continuò: lo studio di giorno e la preghiera di notte.
"Potente Orione, voglio di nuovo accarezzare la sua lunga treccia… Stelle, voi potete!"
"Il Messere si degnerebbe di risparmiarci di sì patetica lagnanza?". La voce apparve dal nulla, stridula.
"Chi ha parlato?" chiese Waller, calmo.
"Chiunque o qualsiasi cosa tu voglia!" rispose la voce.
"Chi sei, ho chiesto."
"Stolto Messere, usi un po' del cervello che le è rimasto!" la voce non era più la stessa di prima.
"Ora guardami negli occhi, bastardo!" Waller si alzò e menò minacciosamente un bastone in aria.
"E' troppo alto, il nostro valoroso eroe. Porti le spalle verso il terreno e porti una luce per far funzionare la sua vista umana. Poi potrò soddisfare la sua richiesta."
Waller prese la candela e l'abbassò. Tre piccoli folletti apparvero dal buio, la pelle verde rifletteva un alone magico e straniero alla conoscenza del guerriero. Lo guardavano con un sorriso di scherno.
"Come posso esservi utile, vostre bassezze?" …non sarebbe consigliabile offendere i folletti…
"Grosso e stupido poeta, vogliamo solo che si renda conto del male che sta facendo al regno, a Krieningard, a Kaal, a Junia ed ai suoi genitori. Si ricordi: chi è morto deve rimanere morto e chi è vivo deve vivere… pensi a chi le vuole bene, ora, e la dolce Ekra vivrà per sempre nel suo cuore."
"Ma che cosa ne sapete voi folletti di queste cose da umani? Dopotutto siete voi che non vi siete presentati al matrimonio. O ve ne stavate celati tra le pietanze? Potreste essere voi i responsabili della morte di Ekra!"
"Noi conosciamo l'amore meglio di voi… Esiste una spiegazione della nostra assenza: senza dire il perché, la natura ci aveva avvertito del pericolo di questo matrimonio: 'distruggerà Krieningard!" ci disse… ma per nessuna ragione avremmo tolto la vita a Ekra."
"Potete farla tornare?" il tono di Waller era supplichevole.
"Dopo ciò che vedrai," disse il folletto senza rispondere, "dovrai far cessare le tue preghiere: gli Dei sono inquieti!"
"…forse…" rispose l'uomo con un sospiro.
Due folletti si scostarono lasciando spazio al più vecchio dei tre che bevve un liquido da una borraccia, senza ingerirlo. Lo sputò, vaporizzandolo. Sullo specchio cristallino creato dalle minuscole gocce, si formò il viso di Ekra. L'immagine durò qualche minuto durante il quale Waller lo aveva fissato in apnea.
"Ora basta Waller!" i folletti erano svaniti insieme all'immagine e la loro voce pareva uscire dalle pareti, dal fuoco della candela, dalle travi, ovunque: "ciò che è morto rimarrà morto!".
Sereno, un ritrovato Waller riuscì, per la prima volta dalla morte della sua donna, a riposare in pace.

LA FOLLIA

        Sembrava tanto rinsavito, quella notte, quanto indemoniato si svegliò la mattina dopo. La morbosità del suo desiderio aumentava in maniera esponenziale. Presto, la sua stanza divenne tabù anche per Kaal e Junia e per cinque giorni e per cinque notti recitò le sue invocazioni al cielo. All'ultima notte una forte impressione lo convinse: aveva raggiunto la sua meta, l'indomani l'avrebbe rivista. Subito, s'addormentò.
Krieningard si svegliò come tutte le mattine ed una nuova neve dondolava leggera nel cielo. Era da poco spuntato un debole sole e Kaal si destò vedendo la neve dalla finestra e pensando ai suoi impegni quotidiani, quando dal vetro apparve il viso pulito e sbarbato di Waller. Stranamente calmo… "felice?!" pensò.
Un turbine di emozioni colpirono la ragazza: dunque ce l'ha fatta, è guarito, è di nuovo felice! Arrivò addirittura a pensare di amarlo, con l'incertezza della vastità dell'affetto che provava per lui, pensò che forse l'avrebbe dovuto sposare… "ma ci penseremo più tardi!" concluse. Aprì la porta e l'uomo entrò assieme ad un alito fresco della mattina.
"Waller! Sei proprio tu?" esordì l'amica.
"La mia identità non è mai stata in dubbio!"
"Lo dici tu! Nessuno qui in città ti avrebbe riconosciuto. Il dolore ti aveva stravolto!"
"Già, ora però è tutto passato: tra poche ore la rivedrò!"
Ad un tratto, tutta l'emozione di Kaal fu rimandata vorticosamente nel fondo dell'anima, per lasciare spazio ad una nuova e tragica certezza: era definitivamente impazzito… bastavano quelle poche parole a dimostrarlo.
"Bene, ora devo andare, ciao!"
"Ah… ciao…" la sua risposta usciva dal fondo dei suoi pensieri: Kaal non stava salutando Waller, ma stava congedando ciò che in lui era già partito…
Il guerriero uscì tra la neve e s'incamminò verso il cimitero, la gente di Krieningard, rivedendolo sorridente, lo salutavano con calore. Si sedette al fianco della tomba di Ekra: "ti rivedrò!" le disse.

EPILOGO

        Era normale che a mezzogiorno un leggero tepore (che non scioglieva la neve) investisse Krieningard, ma quel giorno il calore iniziava ad essere eccessivo. Molta gente aveva iniziato a togliere parte dei pesanti cappotti e nonostante risultasse anomalo, nessuno si preoccupava. Waller se ne stava a petto nudo, contento, godendosi quel caldo.
Quando anche le nubi lasciarono il cielo, scoprendo l'azzurro dell'infinito ed un cocente sole, la gente iniziò ad avere paura. Tutto era così strano, così diverso… e la neve iniziava a sciogliersi.
Solo Kaal capì, o così credette, quello che stava per succedere ed iniziò una folle quanto inutile corsa verso il cimitero. Vide la gente di Krieningard uscire dalle case, diventate fornaci, vide la pelle degli uomini scurire per poi spaccarsi, vide gli occhi chiarissimi abituati all'ombra divenire presto ciechi e vide gente ardere. Vide vesti di cuoio fondersi sulle persone che le indossavano, capelli bruciare in un lampo di luce. Anche la sua pelle bruciò ed anche lei iniziò ad urlare, a sperare che tutto fosse solo un sogno, i suoi occhi le trasmettevano un'unica macchia biancastra, ma continuava a correre.
Gli edifici di Krieningard stavano crollando uccidendo chi non era ancora morto e seppellendo chi era già trapassato. Anche l'equilibrio iniziò ad abbandonare la ragazza, picchiò contro un paio di sassi e cadde, esausta. Quando anche il cervello smise di funzionare, chiuse gli ormai inutili occhi, senza più muoversi.
Waller, intanto, parlava con la tomba di Ekra, i tagli sulle labbra e sul petto non intaccavano il suo spirito: "…ed il gelo ti ha conservato: sarai ancora bellissima!". I folletti, unici immuni al disastro, uscirono dalle loro tane e videro l'uomo sorridente e felice nonostante il suo viso fosse ora grinzoso e scuro, poi videro la città crollare.
Ma come mai ancora Ekra non appariva?
Come mai alla fine del tessuto della manica non spuntava la sua rosea mano?
Il dubbio prese la mente di Waller che, concitatamente, si mise a scavare nella neve molle. Non era vero che Ekra non appariva, solo, non si distingueva: Waller svelò uno scheletro bianco (come la neve attorno) vestito di velluto rosso.
"No, non può essere…" tentò di far uscire dalla sua gola, ormai incapace di emettere alcun suono. Tentò di alzarsi, scoprì la sua debolezza e si stupì nel vedere le sue braccia di quel colore bruno. Instabile e disorientato, sentì che anche l'udito lo stava per abbandonare, non così la vista che gli permise ancora di vedere il corpo carbonizzato di Kaal a pochi metri da lui, poté ancora distinguere le macerie di Krieningard e l'espressione serafica dei tre folletti, che ora sembravano mostri dei quadri di Hieronymus Bosch.
"No…" avrebbe voluto urlare, ma anche la sua lingua era ormai un pezzo di carne secca e rugosa. Tentò di muoversi, ma incespicò nelle ossa di Ekra, scomponendole, e cadde pesantemente a terra, e anche lui non si mosse più.
Il sospiro dei folletti risuonò tra le macerie silenziose, che anch'essi s'apprestavano ad abbandonare e tra le quali, da allora, non vi avrebbe più messo piede nessuno…


"…le favole… nelle favole, nonostante i travagli, le avventure e le lotte finisce sempre alla stessa maniera: tutto si aggiusta e tutti vivono felici… è per questo che odio le favole…"

***

QUANTO PUÒ DURARE UN MOMENTO?

I
Casalvelino, Salerno.

        La campagna risplende nel giorno e tutto è tranquillo presso il vecchio casolare ormai disabitato e cadente, ma non brutto… Tutto ha un'aria calda ed accogliente, suscita la voglia di passeggiate lungo quei campi di grano ed erba medica, tra i quali esce qualche fiore selvatico ed ammiccante di colori.
Un posto sereno e dolce, invitante e bello, ma in esso, inesorabile, aleggia anche una piccola tristezza, o malinconia, che sembra concentrata su di una splendida ragazza dai capelli neri. Cammina stancamente con l'espressione corrucciata e malinconica, come di chi pensa all'amore lontano, al marito morto in guerra, ai figli smarriti nel tempo o ad un mondo perso, che si amava e che solo ogni tanto si può rivisitare… "solo un momento…", pensa… è solo un momento, il 1988, l'ultimo avvistamento del fantasma di Casalvelino, Salerno.

II
Londra, Inghilterra.

        Un ingranaggio gocciolante di grasso ed olio corre lentamente, innestando un intero piano di altre molle e sistemi per far muovere perfettamente a tempo quel colosso di precisione chiamato Big Ben.
Scandisci il tempo, il tempo che passa, grande orologio… ed il custode guarda con scarsa attenzione quel primo ingranaggio della catena, guarda che tutto fili per il verso giusto, che nulla si rompa, che il tempo continui la sua corsa. E intanto pensa, quel guardiano, pensa al tempo ed alla sua inutilità, ricco di sensi di colpa derivati dal passato (essendo ormai vecchio) e dal presente con una gran voglia di morire, morire e riposare per sempre… dimenticare amici, nemici, donne e tutto il mondo.
Quel pensiero viene interrotto improvvisamente da un "tak" secco e pesante: il sistema di ingranaggi è arrivato in fondo ed il contatore dei secondi è scattato: "solo un momento…" pensa il custode del Big Ben di Londra, Inghilterra.

III
Ancora Londra, 1888.

        Notte, una gelida nebbia avvolge tutto lo squallido quartiere di Whitechapel. E' uno dei posti peggiori della città: delinquenti e prostitute che si vendono per pochi soldi al primo passante, a volte anche donne d'alto borgo che, per vincere la noia, scendono in quelle strade. "Venite a Whitechapel," sogghignano i ricchi, "l'unico quartiere di Londra che è più affollato di notte che di giorno!" come era sul serio.
Quella notte, una prostituta di nome Mary Ann Nicholls viene avvicinata da una figura che si tiene nell'ombra, di lui può solo notare un impermeabile nero ed un cappello a larghe falde. Qualche parola per decidere il prezzo e poi la fine, nella squallida strada di Buck's Row… "è stato solo un momento…" dice l'uomo (etichettato poi come Jack lo Sventratore) a quel cadavere in Buck's Row, Whitechapel.
Londra, 1888.



IV
Pompei, Napoli.

        E' ormai sera nell'antica città di Pompei, e tutto è ormai immobile come se gli edifici fossero ancora sotto la cenere che li ricopriva: i turisti sono scomparsi, le urla gioiose dei bambini sono ora silenzio ed i guardiani hanno già rastrellato i resti addormentati.
E' proprio allora, in uno dei quartieri meglio conservati, dove i colori, i mattoni, gli affreschi sono tutti come nell'antichità, ed in lontananza brilla uno scintillio di lava sul Vesuvio (causata da una leggera attività), proprio allora, in quella notte dove Pompei è tornata dal passato, una casa si risveglia dal suo torpore e vede una Pompei solitaria, ma ancora all'aperto, come 2000 anni fa, vede poi anche i bagliori del Vesuvio, lassù… "E' passato solo un momento," pensa, "e quel vulcano poi, dicono che erutterà molto forte, ma è passato un solo momento…" e si riaddormenta, nel 1994 (e non 2000 anni fa come credeva) sulle sue fondamenta a Pompei, Napoli.

V
Asta, Reggio Emilia.

        Ora, nel 1995, io, Lorenzo Borghi penso… penso e sogno… sogno un successo, sogno una vita felice e piena di eventi fausti e gioiosi, sogno i desideri e rivivo tutto il passato, con rabbia pacata gli sbagli, con forte malinconia il resto, e con amore le ragazze che amai; penso alle ragazze di ora, ai posti visitati ed al mio futuro, con le persone, con l'amore e con me stesso, penso e sogno… ma: "è solo un momento", dico e me ne accorgo… ora devo andare al lavoro…
Asta, Reggio Emilia.

***

I NUOVI SANTI

        "…ho parlato di te ad un buio che non ho mai visto, ne ho parlato a quelle stelle che non posso distinguere. Ho parlato di un viso che non conosco e che mai conoscerò… un destino triste, una cosa destinata a morire prima di nascere… già, siamo in nuovi santi… eppure non sappiamo neppure cosa voglia dire amare…", le lunghe pause tra una frase e l'altra avevano creato una grande tensione. Luca prese la testa di Lucia tra le mani, si fissarono lungamente (senza vedersi). "Sei pronta?" le chiese, accarezzandole i capelli. "Si…" rispose lei con un sospiro, tremando…

        Alla fine del secondo millennio, spinto dall'utopica illusione di trovare rimedio ai malanni fisici dell'uomo, il biologo egiziano Brewin Kope tentò di 'giocare' con la genetica. Non era il solo, certo: la manipolazione genetica era molto in voga in quel periodo, ma Kope ne aveva una concezione molto diversa dal resto del mondo medico. Teorizzava che gli illuminati, i santi, e chiunque si fosse distinto nel mondo avessero gene finora sconosciuto.
Divideva il suo tempo tra la ricerca di mummie, resti, corpi incorrotti e le lotte giuridiche per avere i permessi (generalmente negati) necessari per studiarli liberamente. I suoi studi lo portarono in giro per il mondo; un giorno arrivò a San Pellegrino in Alpe, paesino e santuario sugli Appennini tra Reggio Emilia e Lucca.
Era stato informato da un collaboratore dell'esistenza dei corpi mummificati di San Bianco e San Pellegrino, e finalmente, dopo aver ottenuto il permesso dalle autorità, Kope li poté studiare profondamente. Nell'aprile del 2000, le mummie vennero portate all'Ospedale Maggiore di Parma, che aveva messo a disposizione i propri impianti.
Kope lavorò giorno e notte: il frutto di anni di sacrifici poteva essere nascosto in uno di quei due corpi. San Bianco non svelò nulla di anomalo, San Pellegrino, invece, diede allo scienziato la soddisfazione che stava cercando: in esso riuscì a trovare il gene che cercava.
Nel dicembre 2001, in occasione del ritorno delle mummie sugli Appennini, Kope organizzò una conferenza stampa in cui dichiarò di aver isolato un gene sconosciuto, presente sul solo corpo di San Pellegrino, il gene della 'santità': "questo gene dovrebbe donare una mentalità profondamente 'migliore', da santi. Abbiamo già selezionato 20 coppie volontarie ed avvieremo subito una importante sperimentazione: abbiamo gettato le basi per un miglioramento di questo nostro mondo!"
Notevoli le reazioni politiche, decisamente contraria quella del Papa, che giudicava questa pratica immorale ed inutile, se non dannosa, costatando che non si è mai scelto un santo a tavolino. Kope non ne fu neppure preoccupato ed avanzò col suo esperimento.
Tra il novembre ed il dicembre del 2002, dopo una normale gravidanza, i venti bambini videro la luce. Tutti apparentemente sani, ma con una particolarità: una specie di aureola, una palla luminosa della grandezza di una boccia da biliardo che fluttuava a pochi centimetri dal capo del neonato. La luce era tiepida, azzurrognola e talmente potente da non permettere all'occhio umano di penetrarvi, nascondendo il viso e parte del busto.
Questo evento si presentò del tutto inaspettato, Kope rimase perplesso cercando di capire l'utilità di quella "palla di fuoco". Lentamente, si scoprì che neppure il bambino poteva vedere le cose troppo vicine a lui: tra il suo occhio e il mondo si ergeva un invincibile muro luminoso, resistente ad ogni filtro. Kope attribuì il fatto alla "condizione angelica", promettendo di studiare qualcosa per poter attenuare quella luce.
Purtroppo, però, le cose non proseguirono come il medico aveva previsto ed all'età di due anni uno dei santi morì. Nonostante il calcolo ferreo degli eventi, altri dieci santi scomparvero tra i tre ed i cinque anni, vittime di gravi handicap. Nuovi problemi fisici ne portarono via altri cinque prima del compimento del decimo anno di età. 
Solo quattro di essi risultavano essere perfettamente sani, Kope non accettava la sconfitta e si raccomandò di non dire mai ai ragazzi chi, o meglio, cosa erano: era meglio evitare un trauma che si sarebbe potuto rivelare preoccupante.

Alla fine rimasero solo in due: Luca, un ragazzo di Reggio Emilia, e Lucia di Castelnovo Garfaganana (Lucca).
Entrambi sani, entrambi perfetti, entrambi ignari dell'esistenza dell'altro e del loro destino, entrambi orgoglio di Kope. Su di loro il medico riponeva la sua fiducia e le sue speranze: "Mi raccomando! Non devono incontrarsi!" aveva detto alle famiglie. Sia Kope che i genitori avevano paura di un eventuale incontro…
Fu il destino, però, a decidere per tutti…
Una bella giornata di sole; cosa sarebbe più bello per una famiglia di un pomeriggio all'aperto, salendo fino a San Pellegrino in Alpe: aria pura, il verde ed un paesaggio bellissimo, l'unico che Lucia poteva rimirare nella sua completezza, uno spazio libero, l'unico in cui la sua luce poteva disperdersi senza riflettere… e poi, aveva un antenato da visitare…
Lucia scese dall'auto, felice per quel posto mai visitato, e subito fu indirizzata dalla madre verso la chiesa dove riposano le spoglie dei santi. Nell'avvicinarsi, la ragazza notò qualcosa di diverso nell'aria: una sensazione famigliare, come se stesse per incontrare qualcuno come lei… Fu suo padre a notare quel bagliore dalla porta socchiusa: una luce tanto simile a quella di Lucia, mai nessuna lampada l'aveva emanata! Prima che potesse reagire, Lucia s'era già precipitata dentro la chiesa, attirata da quella luce.
Luca era di fronte alla teca, stava guardando i due corpi mummificati. Lei gli si affiancò: le due luci si unirono, creando un bagliore affascinante.
"Cosa strana, vero?" esordì Lucia.
"Si…" rispose Luca, cercando di scrutare chi gli stava parlando: "Riesci a distinguerli?"
"No, non del tutto…"
Luca era rimasto allibito da quella persona gentile che gli rivolgeva una così sincera attenzione: era come lui… anche questa ragazza aveva quello che lui chiamava il "sole". Dunque non era il solo!
"Chi sei?" le chiese. Sorridevano, ma nessuno dei due lo sapeva.
"Mi chiamo Lucia, abito a pochi chilometri da qui, ma non c'ero mai venuta."
"Io sono Luca, anch'io non ero mai stato qui."
Al cospetto del comune antenato, i due parlarono sinceramente, quasi dimenticando il mondo attorno, i genitori, e le due mummie chiuse nella teca. Tutti i presenti, vedendo la scena, pensarono a quanto di ciò che succedeva era realmente giusto, tutti convinti che fosse un unico "sole" a brillare sulle loro teste.
Il sospetto di essere due casi unici fece sì che i due ragazzi si unirono. Passavano molto tempo al telefono e varie volte trovarono il modo di vedersi. Kope era perplesso e pregava i genitori di frenare il loro entusiasmo. Alla fine, però, si rese conto che doveva dire la verità a Luca e Lucia: tutte le domande che ponevano ai genitori rimanevano senza risposta ed ormai si era giunti ad un vicolo cieco.

Poco tempo dopo, Kope li convocò nel suo studio a Parma, per raccontare una storia iniziata quasi vent'anni prima. 
"Cavie da laboratorio, dunque…" disse con finta calma Lucia, il suo "sole" pulsava freneticamente.
"Oh! Che parolone!" replicò secco Kope, "Siete stati eletti, siete i nuovi santi!"
"Certo… io sono la Monaca di Monza?"
"Io credo che dobbiate mostrare un po' di riconoscenza… in fondo io vi ho dato qualcosa di superiore!"
"Allora spiegami come mai non riusciamo ad accettarlo!"
Lucia parlava, mentre Luca era fermo e pareva quasi non partecipare alla discussione. Kope aveva paura… non aveva spiegazioni, non aveva risposte e non riusciva a districarsi in quel dedalo. Cercò di impressionarli.
"Dovresti essere felice!" replicò: "A nessuno è mai stata data la possibilità che avete voi! Avete mai sentito un santo lamentarsi delle sue stimmate? Anzi, essi accettavano quel supplizio consci di essere illuminati! Siete delle menti superiori, solo grazie a me siete dei santi!"
"Che non possono neppure vedere il proprio creatore!" irruppe furioso Luca, "O forse siamo i santi solo perché altri diciotto sono morti? Morti!". Luca stava piangendo: "Non vedo il mondo, non vedo una persona in faccia… non so che forma, che colore, che espressione può avere un occhio umano, non distinguo porte o finestre se ci sto troppo vicino. I veri santi non sono nati santi… e neppure noi…"
Kope era impotente, non riusciva più ad aprire bocca. Luca si avvicinò alla finestra e rimase a guardare fuori.
"…credo che lei non possa capire… sa quante di queste infinite cose posso distinguere? Se anche ci fosse un muro dietro questa finestra non me ne accorgerei. Nessuno si è mai rivolto a me dimenticandosi che sono un santo… e solo ora capisco perché questa melensa gentilezza si ripeteva continuamente in tutte le voci che sentivo…". La sua voce era tornata calma, sembrava stesse parlando con l'aria, più che col medico. "Non ho una volontà: la mia vita è stata segnata prima che nascessi…" Lucia si strinse a Luca, poi disse: "Immagino che anche questo sia sbagliato…"
Kope non rispose. Un gelido silenzio scese sulle tre figure, la luce dei "soli" veniva riflessa dai vetri, illuminando tutta la stanza.
"Ragazzi, domani dovremo fare un paio di esami, vi aspetto qui alle 14. Puntuali, mi raccomando. Potete dormire qui, se volete…"
"Grazie, ho già prenotato un albergo." disse Luca. "Puntuali? Sempre se riusciamo a vedere l'orologio."

Il rosso del tramonto stava colorando tutta Parma. Una leggera brezza gelida accompagnava il loro girovagare senza meta, ed un irreale silenzio regnava tra i due, in contrasto con la confusione della città.
"Non sapevo che avevi prenotato un albergo… Kope mi aveva detto che avremmo dormito in ospedale." disse Lucia.
"Non l'ho prenotato… era una bugia, voglio che non possano rintracciarci."
"Perfettamente d’accordo!" rispose la ragazza. Piangeva, ma in quel momento era felice che Luca non la potesse vedere. La sua voce era flebile e tremolante: "Allora cerchiamo un posto, da soli, nessuno deve trovarci o vederci, come due fantasmi…"
"…troppo luminosi per passare inosservati…"
Erano sconvolti, si diressero verso la periferia e trovarono rifugio in un palazzo in costruzione, apparentemente deserto. Uno stanzone interno fu il loro rifugio.
"Normalmente questo posto deve essere il regno di drogati e barboni… credo che nessuno ci disturberà." sentenziò Luca. Poterono accendere un fuoco con alcuni pezzi di legno lasciati dai muratori. Il silenzio tornò a regnare per qualche tempo.
"Cos'è il nostro, Luca?" chiese Lucia. Era seduta accanto al fuoco ed appoggiava la testa sulle ginocchia. Lui le porse una scatoletta di tonno che avevano comprato poco prima.
"Come?"
"Cosa proviamo? Fin da piccola mi hanno parlato d'amore. Solo che dovevo amare tutti, così, senza ragione, ed ora non so più cosa sia l'amore!" il cellulare di Lucia iniziò a squillare, la sua luce verde si mischiò all'azzurro dei "soli" ed al giallo del fuoco. Nessuno dei due se ne curò. "Io so di volerti bene, ma non so se ti amo… credo che questo 'amore universale' facesse parte del gioco. E' normale sentirsi così vicini? E' amore il nostro, o siamo così legati perché abbiamo lo stesso destino?" il telefonino smise di suonare, solo allora la ragazza lo spense. Luca divenne pensieroso. 
"Non so…" disse infine, "anche per me vale lo stesso discorso. Anche a me era stato insegnato 'l'amore universale'… anch'io ti voglio bene e credo che il nostro sia amore… anche perché siamo i soli santi rimasti? Beh… forse anche per quello…"
"Posso amare una persona che non potrò mai vedere? E' possibile?… Ho le idee così confuse…"
"Forse potremmo vederci," propose Luca, "ci deve essere un modo per spegnere i 'soli'"
"Significherebbe morire, credo…" rispose Lucia, pensandoci.
"Viviamo senza avere una scelta… e preferisco morire piuttosto che essere ad ogni costo uno dei nuovi santi!" Luca tradiva una certa paura nel dire queste cose: "ne saresti pronta, tu?"
"Si… credo proprio di si…" Lucia riaccese il telefono e chiamò una sua amica in Toscana. Rispose la segreteria telefonica: le spiegò più o meno dove erano, pregandola di non avvertire nessuno prima della mattina successiva, ed omettendo ciò che stavano per fare.

Si inginocchiarono uno di fronte all'altra:
"…ho parlato di te ad un buio che non ho mai visto, ne ho parlato a quelle stelle che non posso distinguere. Ho parlato di un viso che non conosco e che mai conoscerò… un destino triste, una cosa destinata a morire prima di nascere… già, siamo in nuovi santi… eppure non sappiamo neppure cosa voglia dire amare…", le lunghe pause tra una frase e l'altra avevano creato una grande tensione. Luca prese la testa di Lucia tra le mani, si fissarono lungamente (senza vedersi). "Sei pronta?" le chiese, accarezzandole i capelli. "Si…" rispose lei con un sospiro, tremando…
Le loro mani si chiusero ai lati della boccia luminosa.
"Al tre, dovremo stringere forte… e speriamo che funzioni…" spiegò Luca. Kope si era spesso raccomandato di non stringere o colpire con troppa forza il "sole"; su questo si fondava la speranza dei ragazzi.
Dalla finestra entrò una musica lontana, si potevano sentire voci indistinte alla base del palazzo: forse un paio di auto s'erano fermate nel cortile. L'aria era ferma, un odore acre vagava nell'aria accompagnato dal crepitio del fuoco, ormai ridotto a brace.
"Ho paura…" sussurrò Lucia.
"Anch'io… possiamo fermarci se vuoi… siamo ancora in tempo…"
"No… voglio essere libera…"
Rimasero lì fermi per molto tempo. Uno stridio di gomme portò via con se le voci e la musica. Alcuni flebili rumori della città riuscivano a penetrare ed arrivavano fino a loro. Aspettando il coraggio di agire, persero la cognizione del tempo. Fu Lucia a riempire quel lungo vuoto:
"Uno" disse.
"Due" le fece eco dopo qualche minuto Luca.
"Tre" insieme.
Alla sollecitazione imposta, i "soli" scoppiarono in una miriade di cristalli luminosi, che si stesero attorno ai due ragazzi. Non avvertirono nessun dolore, solo una grande stanchezza.
I loro occhi, intanto, si studiavano nella semi oscurità: vide il suo viso, un viso come un altro, che però a Lucia parve il più bello possibile. Quella visione le durò per qualche secondo, sorrise, e poi morì appoggiandosi a Luca.
Lui, a sua volta, vide il suo sorriso, gli sembrò stupendo. Si sentì libero e morì anche lui, abbracciato alla sua unica compagna.
Era dicembre e faceva freddo.
Poco dopo, su avvertimento dell'amica di Lucia, i carabinieri li trovarono. Abbracciati. 
Sopra un tappeto di cristalli.

Qualche tempo dopo, Brewin Kope tornerà a San Pellegrino, tentando di trovare i motivi del suo fallimento. Solo allora, osservando con ancor più attenzione i corpi, noterà sulla spalla sinistra del santo un leggero rilievo. Una piccola pergamena, cucita a fior di pelle, di cui non s'era accorto. 
In quella pergamena leggerà ciò che aveva scritto San Pellegrino, che in realtà si chiamava Kristian Rosencreuz, alchimista fondatore dell'ordine dei templari ROSA+CROCE, morto assiderato sui monti appenninici e trovato dai monaci assieme al suo scudiero (San Bianco).
Leggerà la spiegazione del suo insuccesso: Rosencreuz cercava un "elisir della saggezza", ma riuscì solo a creare una falsa luce, una pozione che avrebbe portato solo infelicità. Ingurgitò il risultato dei suoi esperimenti perché nessuno potesse utilizzarlo, creandosi un "sole" sul capo.
Non poteva, però, sapere che il suo elisir avrebbe avuto effetti tali sul suo corpo da permettere a Kope di impossessarsene secoli dopo…
"…e non cerchi, l'uomo acuto, di innalzare lo spirito con una falsa luce. Cerchi, invece, di accontentarsi dei propri limiti e di migliorarsi con la sola volontade. Acuto non è lo santo, ma colui che trae insegnamento da se stesso, dagli altri e dal mondo… con umiltà e pazienza ascenderà al cielo…"

***

IL PRIMO GIORNO DI PRIMAVERA

        Non ero preparato per una cosa simile. Ne avevo già passate tante, è vero, ma in quest'ultima mi colpì in maniera devastante: il dolore, la paura, il mio cuore non poteva reggere il peso di tutto quello che era successo. Il cuore resse, ma l'anima no: l'entità dell'accaduto fu di tale portata… 
Successe il primo giorno di primavera, già un giorno era passato ed io mi sentivo in pieno autunno. Già, autunno, segno che il peggio doveva ancora passare e che si sarebbe protratto nel tempo…
Ero disteso in camera mia ed osservavo tristemente la porta socchiusa, studiandone minuziosamente le venature, cercando così di distrarmi e di non pensare. Insieme a me c'era un carissimo amico che avevo pregato di restare e lui, conoscendomi, aveva capito che quello che volevo era una compagnia silenziosa, soltanto la presenza, per combattere la solitudine. Era immerso in un libro ed ogni tanto mi osservava per vedere se avessi bisogno di qualcosa, sospirava vedendo la mia espressione e poi tornava a leggere. Ben presto lo vidi addormentato.
Fu allora che entrò lei, vestita di malinconia e tristezza. Probabilmente aveva saputo e non appena trovato il tempo era corsa in mio aiuto, per tentare di sollevarmi come solo lei avrebbe potuto fare. Il mio amico continuò a sonnecchiare e non s'accorse di nulla.
Lei pareva agitata come ogni volta che riceveva una brutta notizia, poi, com'era solita fare, ritornò subito in se: i suoi capelli neri, per niente arruffati, le ricoprivano le spalle e brillavano alla luce del neon come i suoi occhi vispi e vivi, il suo corpo avanzava leggero e le sue gambe modellate dai jeans neri parevano quasi non muoversi, come sempre… Si fermò ai piedi del letto e con la dolcezza della sua giovane età mi sorrise.
Era arrivata anche lei: ora era il momento di riprendersi, di tornare felici, di rivivere, nonostante il dolore. Risposi a quel bellissimo viso sorridente, Dio, com'era bella quel giorno…
"Ciao", le dissi.
"… scusa? Come dici?" chiese l'amico, svegliandosi all'improvviso.
"No, nulla, scusami…" gli risposi. Riprese subito a dormire ed io tornai a sorriderle.
Era arrivata anche lei e con lei l'amore ed una nuova felicità… e poco importava se il primo giorno di primavera i suoi capelli neri e la sua bellezza cessarono di esistere…

***

ASTEROIDICA

        Cado nel vuoto, e non so perché… da tempo cado, non so da dove vengo né dove vado. Precipito, e basta…
Dapprima era un vagare assopito, credevo di dirigermi verso qualcosa e mi bastava. Poi, progressivamente, le mie domande sono aumentate: cado verso qualcosa… ma ne sono sicuro? Cosa o chi sono? Esisto? Credo che quelli della mia "specie", sempre che ne esistano altri, abbiano una "memoria comune" in quanto mi sono accorto, man mano che mi svegliavo, di conoscere tutto ciò che mi circonda: pianeti, stelle, tutto, insomma.
Questo mi successe quando, dopo aver attraversato chissà quali costellazioni e galassie, entrai nel sistema solare. Vidi, infatti, Plutone ed iniziai a sentire un po' di calore trasmessomi dal Sole, mi stupii quando il mio cervello mi "disse" che per l'unico pianeta abitato, la Terra, Plutone era un pianeta freddo. Questo pianeta sembrava riverirmi mentre passavo; guardando in avanti vidi l'incredibile spettacolo: tutti i pianeti in fila. Nonostante le mie frequenti interrogazioni, il mio "computer" non riuscì a spiegarmi se questo fenomeno fosse o no possibile (che aspettassero me?).
Non sono umano: l'uomo può vedere quasi tutto il proprio corpo… io vedo solo davanti a me: posso vedere cose simili a me (forse, poi…), ma inanimate, solo io corro!
Non passò molto tempo per veder apparire Nettuno ed Urano, l'uno celeste di ghiaccio, ancor più del precedente, quasi vitreo e trasparente, in esso pareva di veder pulsare il nucleo incandescente. Un po' più colorito apparve, invece, Urano, ma non mi colpì molto.
Intanto iniziavo a stancarmi delle mie domande; prima di entrare nel sistema solare, mi capitava di giocare con i buchi neri, mi avvicinavo a loro e scappavo al tremendo risucchio e ridevo, ridevo perché la mia velocità inerziale non gliela dava vinta e potevo continuare la mia corsa… ora avrei cercato di fermarmi e farmi prendere da quel buco senza neppure sapere dove mi avrebbe portato.
Così, dopo aver ammirato gli interminabili colossi, chiamati Saturno e Giove, mi ritrovo qui. Questi due pianeti mi ricordavano fantasiosamente due occhi umani (li avevo mai visti, io?): Saturno aveva un'iride fatta di pietre e polvere e formava una colorata pupilla col pianeta. Fermo, mi fissava, come se sapesse tutto di me. Tutti i pianeti sembravano conoscermi, ma quando ero lì, davanti a loro, mi ignoravano come si ignora con pietà un condannato a morte. Giove trovava la sua pupilla nella famosa nube di gas sempre colorata di rosso dai computer: essa si spostava con me, mi guardava con pietà… e mi fece ricordare…
Non avete mai pensato dove si va quando si muore? Paradiso? Inferno? No, non proprio… Reincarnazione? Forse… ma non in un altro essere umano. Quando partii mi spiegarono tutto per poi farmi dimenticare, ma qualcosa non ha funzionato: ho ricordato, in ritardo, ma ho ricordato.
Ebbene sì, signori, ogni pianeta ha dentro di se gli spiriti dei morti, i più grossi ne hanno di più dei piccoli ed ognuno di loro è simbolo di colpe e meriti. L'unica che mi fu detta fu la Terra, il pianeta celeste: dovrebbe avere nel suo nucleo gli spiriti "giusti", coloro che dovrebbero aiutare chi sta sulla superficie, ma ormai, con santi ed eroi, se ne sono andati in molti, chi sulla Luna, chi sulle stelle… ecco perché il nostro caro pianeta sta peggiorando.
Io? Bof… nonostante non abbia né meriti né colpe, o forse proprio per questo, sono qui, nel peggiore, nel posto di chi non merita neppure la vita statica e noiosa di una roccia nell'anello di Saturno: sono un asteroide… e morirò.
Ho appena passato il rosso Marte ed ora conosco la mia destinazione: la Terra è la che aspetta e l'atmosfera la sta proteggendo, i telescopi hanno segnalato la mia presenza, ma non farò del male a nessuno… ancora pochi istanti… ecco, ci siamo.
Addio…

"…il pericoloso meteorite, al contatto con l'atmosfera, si è sbriciolato. La nostra équipe di scienziati esclude dunque ogni pericolo e tutti noi contiamo sulla vostra calma: il temuto asteroide che avrebbe potuto far scoppiare il mondo, è ora un mucchietto di polvere..."

Conscio degli errori scientifici, ho scritto questo racconto senza una realtà e Vi prego di leggerlo lasciando l'Astronomia agli scienziati.

***

GOTICO MODERNO

- I -

        "Benvenuto nella nostra città, mio buon amico. Vista l'ora: permettetemi di offrirle una pizza, che so sua grande passione, vero?"
Erano le 19.30 e la giornata era pessima quando arrivai in città per incontrare l'ingegnere. Un mio amico gli aveva parlato dei miei lavori ed esso ne era rimasto soddisfatto ed incuriosito, perciò mi aveva invitato a casa sua per parlare di alcuni progetti che aveva in mente.
"Molto volentieri, grazie." risposi.
"Bene, insieme a me ci sono anche mia moglie e mia figlia con un'amica… sono tutte ansiose di conoscerla. Prego, mi segua, la pizzeria è qui vicino."
Il Sig. Assi mi aveva aspettato all'uscita dell'autostrada (a causa della mia scarsa conoscenza della città). Dopo un brevissimo tragitto ci fermammo davanti ad un locale. Ci sedemmo.
"Permette che le presenti la mia famiglia? Oltre a me, ing. Claudio Assi, c'è mia moglie Celeste, mia figlia Eleonora e la sua amica Jolly (la chiami così anche lei!)"
"Agostino Giudici" feci, porgendo la mano con timidezza.
Venni subito attirato dall'aspetto delle due ragazze: Jolly aveva un viso crudele e stranissimo, certe volte pareva avesse più di sessant'anni, altre volte sembrava una bambina e spesso una tranquilla (ma non troppo) adolescente. La sua espressione era perennemente ironica: un leggero ed inquietante sorriso le era stato marchiato a fuoco sul volto e sembrava deridere chiunque la guardasse. Non era bella, occhi e capelli erano neri e trasmettevano un'atmosfera di tensione, attorno. Molto diversa era, invece, Eleonora. Mi stupii subito di come, da due persone decisamente brutte come l'ingegnere e sua moglie, fosse uscita una bellezza come lei. Era biondissima ed i capelli le scendevano lunghi con curve sottili e precise. Gli occhi si sarebbero detti gialli tanto erano chiari e sembravano intonati alla chioma, ad essi s'aggiungeva un leggero pallore del viso che rendeva quella figura molto luminosa. Era molto dolce ed evidentemente felice, come se dovesse accadergli (o le fosse già successo) qualcosa di molto bello e desiderato da tempo…
Mentre si mangiava mi capitò spesso di guardare quelle due ragazze che m'erano sedute di fronte e che quasi non parlavano. I genitori, al contrario, erano una fonte inesauribile di parole. Verso la fine della cena successe un primo strano cambiamento nelle due: dopo aver scambiato qualche parola sottovoce con l'amica, Eleonora prese a fissarmi molto attentamente, come se fossi un oggetto da memorizzare, da studiare. Tentai di ignorare quello sguardo e continuai a parlare col padre, ma non passò molto tempo che una sensazione di tensione mi prese: qualcuno (o qualcosa) mi stava frugando nel cervello… Dovetti così decidermi ad affrontare quello sguardo. Con la complicità di una discussione tra i genitori, incollai i miei occhi ai suoi. Rimanemmo fissi così per qualche minuto, mentre Jolly sghignazzava un riso soffocato, come un gatto impaurito. Infine, Eleonora sorrise e distolse gli occhi. La sensazione precedente dovette lasciar spazio ad un'altra di rilassamento. Jolly smise di ridere, prese il gelato che aveva davanti da oltre dieci minuti e ne versò il contenuto ormai sciolto per terra, ridendo come una stupida ragazzina.
"Bene, mi sono permesso di farle preparare una stanza nella mia villa, così potrà riposare. Domani sarà un intenso giorno di lavoro!" mi disse l'ingegnere.
Mentre ci dirigevamo alla macchina, Eleonora e Jolly insistettero per venire con me fino alla villa. Il padre acconsentì senza problema costatando che una guida sull'auto mi sarebbe stata più utile che fuori.
"Agostino," esordì salendo Eleonora, "posso sapere quanti anni hai?" fece quella domanda con un'apprensione incredibile, come se la mia età fosse di importanza vitale.
"Ne ho 22, e voi?" risposi.
"Io 18 e lei… 19!" disse in tono rassicurato. Per tutto il tempo lei e Jolly mi tempestarono di strane domande su di me e sulla mia vita, soprattutto Eleonora sembrava molto interessata a me. Non capii, però, in quale maniera.

- II -

        La villa dell'ing. Assi era molto larga e spaziosa, poteva sembrare una cattedrale moderna: 'Di certo, non deve avere problemi finanziari' pensai. Scese dall'auto, le due ragazze confabularono tra di loro in tono molto eccitato, soprattutto Jolly. Riuscii a sentirla dire: "…non vorrai tirarti indietro adesso!" con uno strano tono, si sarebbe detta minacciosa. Notarono che i genitori di Eleonora erano già entrati in casa. Mentre anch'io stavo per entrare, Eleonora mi chiamò. Mi girai, Jolly iniziò ad imprecare come una dannata, poi prese a ritorcersi per terra, la sua pelle scura venne nascosta da peli e tutto il suo corpo mutò in quello di un gatto. O meglio, una specie di gatto.
Guardai verso Eleonora in tono interrogativo e rabbrividii vedendola: la sua dolce espressione era totalmente mutata, mi guardava con un sorriso maligno e deciso, ma più di un sorriso, esso sembrava il muso di un cane che mostra le zanne per intimorire il nemico. I suoi occhi sprigionavano odio… Quando la trasformazione di Jolly fu completata, riprese quello strano riso che già le avevo sentito fare ed iniziò una folle corsa nel giardino: ogni volta che incontrava un albero, invece di scartare, vi passava attraverso ed all'altezza della coda, un piccolo batuffolo di pelo le schizzava via finendo sul corpo dell'altra ragazza che, non senza dolore, l'assorbiva immediatamente. 
Mi gettai in casa, sbattendo la porta e rimanendo impietrito appoggiato ad essa, ansimando… dopo qualche minuto ebbi la forza di allontanarmi: dovevo chiamare l'ingegnere, stava succedendo qualcosa là fuori ed io non sapevo cosa fare! Camminando a ritroso urtai contro qualcosa: era Eleonora. Dov'era passata?!
Le luci si abbassarono e l'interno della casa mi sembrò, ancor più di prima, una cattedrale. Lei, intanto, era cambiata di nuovo: aveva indosso una vestaglia bianchissima, quasi trasparente, che la rendeva ancor più pallida… l'espressione di odio che la caratterizzava poco prima aveva lasciato spazio nuovamente alla dolcezza ed alla sensualità, anche se velata da un'ombra di timore. 
"Non devi aver paura, vedrai… andrà tutto bene…" 
Avrei voluto chiederle cosa sarebbe andato bene, dov'erano i suoi genitori, dov'era Jolly? In un angolo del salone, intanto, era misteriosamente apparsa una bara. Non riuscivo a parlare, ero completamente bloccato.
"Si, andrà tutto a meraviglia…" ripeté. Iniziò ad avvicinarsi ed anche se avessi voluto scappare, qualcosa, non so se trasmesso da lei o no, mi tratteneva qui. Un nuovo sorriso, quando mi arrivò di fronte: "Non avere paura…" sussurrò passandomi le braccia attorno al collo, "nessuna paura…". Mi baciò.
Fu allora che credetti di capire. Si, un vampiro… ecco quelle strane cose che erano successe… un vampiro, il bacio avrebbe poi lasciato spazio al morso… iniziai a pensare alle meravigliose sensazioni di passione descritte da scrittori come Bram Stoker, Anne Rice ed altri. Il bacio ancora non finiva ed io aspettavo quell'orgasmo che ormai speravo di poter provare: 'Si,' pensai, 'se deve finire, spero che finisca così!'. Il bacio non finiva ancora, quanto tempo era passato: qualche secondo, dieci minuti, anni? 'Coraggio Eleonora, coraggio, sono pronto!'.
Lei, però, staccò le sue labbra senza fare altro e mi guardò con i suoi stranissimi occhi… mi strinse a se. "Grazie…" disse. Improvvisamente mi svegliai dall'estasi in cui ero caduto e riuscii finalmente a dire qualcosa:
"Eleonora, cosa sta succedendo, cosa… insomma, spiegami qualcosa!". Si staccò da me scurendosi in volto.
"Presto…" e si allontanò; qualcosa la preoccupava.
"Eleonora, ti prego…" mi chiuse la bocca con un dito prima che io potessi finire e mi indicò di seguirla verso la bara. Nonostante la paura la seguii, ormai ero in un gioco più grande di me e dovevo arrivarci in fondo, cos'altro avrei potuto fare? Arrivati lì, un riso soffocato mi segnalò la presenza di Jolly, tornata umana. Era evidentemente eccitata per quello che era successo, mi guardava ed intanto saltellava intorno all'amica coprendola di carezze e complimenti: "Ce l'hai fatta, lo sapevo che ci saresti riuscita!". Poi, s'inchiodò a terra fissandomi: i suoi occhi erano rimasti felini e brillavano alla fioca luce della stanza.
"Ora tocca a te! Guarda qui!". Alzò una mano per mostrare le unghie affilatissime, le manovrò davanti ai miei occhi ed improvvisamente le piantò nel coperchio della bara, squarciandola, "Forza vieni qui, vieni a vedere chi c'è qui dentro!".
Eleonora non parlava più, sembrava morta. Mi avvicinai alla bara guardando in quel buco creato da Jolly e vidi il corpo… il mio corpo! Rimasi stupidamente a fissarmi mentre la ragazza al mio fianco stava chiamando qualcosa. Quel qualcosa era una specie di cane, un ammasso di pelo con una testa da mastino. Saltò in cima alla bara ed azzannò il legno lentamente, ma inesorabilmente.
"Ancora non succede niente, ora il mio amico sta solo assaggiando il legno, ma finito 
quello arriverà a te, e succederà questo!" Jolly afferrò un braccio del corpo steso e lo morse.
Immediatamente, un dolore atroce mi devastò il braccio. La scena che seguì fu delle più brutte che la mia mente potrà mai ricordare: Jolly appoggiata sulla bara con la bocca sanguinante, Eleonora piangente e sconvolta ed io, tenendomi il braccio, che urlavo di dolore: "Nooo…"

- III -

        "…Ooo!"
Mi svegliai di soprassalto, ero sul divano del salone e l'ingegnere e sua moglie mi accudivano:
"E' stato male, Giudici, inoltre deve aver avuto un incubo, si agitava continuamente!" sentenziò l'ingegnere.
"Si, un maledetto incubo…" confermai, "scusate, deve essere stato il viaggio…". Vidi anche Eleonora, sembrava molto preoccupata del mio stato. Fin troppo.
Avevo davvero sognato? Non lo capivo e la preoccupazione della ragazza mi metteva ancor più nel dubbio, come anche la mancanza di Jolly (non doveva stare anche lei quella notte?).
"Sarebbe meglio andare a riposare, non crede?" mi consigliò Celeste, "Eleonora le mostrerà la sua stanza."
"Grazie, seguirò di certo il suo consiglio."
La ragazza mi precedette su di una lunga scalinata che portava ai piani superiori. Mi ritrovavo solo con lei e non sapevo assolutamente cosa dire, ma volevo sapere a tutti i costi se davvero era successo qualcosa o no. Provai così a rompere il ghiaccio:
"Stai bene, Eleonora?"
"Certo! Non dovrei?"
"Sei sicura di non dovermi dire nulla?"
Non rispose. "Ecco la tua stanza, buonanotte." Tentai di leggere qualcosa nei suoi occhi, ma non vi riuscii. "Buonanotte" le augurai.
Entrai e richiusi subito la porta rimanendo nel buio più assoluto per qualche minuto, dovevo tentare di rilassarmi: dopotutto era normale che lei fosse preoccupata, dovevo esser stato molto male prima. Che stupido. Certo, avevo sognato e tutto era a posto! Dopo una bella dormita, certamente, tutto sarebbe apparso chiaro! Mi decisi così a cercare un interruttore e mi spostai nell'oscurità tastando il muro con le mani. Ben presto esse ne incontrarono uno. Accesi la luce: una bella luminosità da neon mi accecò e non appena mi ritornò la vista mi trovai a fianco una persona: lei. Urlai.
"Avevi ragione," si scusò, "ho proprio bisogno di parlare…"

- IV -

        "Ma da dove sei sbucata stavolta?!" chiesi ancora impaurito.
"Tra poco lo capirai…" La stanza era tutta bianca e alta con solo il letto al centro di essa. Ci sedemmo.
"Ti ho fatto del male, ma tutto si risolverà, non corri nessun pericolo, ora…"
"Dunque è successo tutto davvero prima."
"Si!" singhiozzò. Si dovette fermare per cercare di dominarsi. "Si, ora vorrai delle spiegazioni, è chiaro. Vedi, fino a qualche anno fa ero una ragazza tranquilla e buona, poi, per mia disgrazia, conobbi Jolly: fu lei ad insegnarmi ad odiare e mi trasmise tutta la malignità possibile… mi incantò, ero molto insicura, mentre lei era così forte…"
"Scusa un secondo," chiesi interrompendola, "ma chi… cosa diavolo è Jolly?"
"Appunto… lei è proprio un diavolo, un demone, una strega, un vampiro, è tutto e niente, può tutto e nessuno può combatterla. Jolly… il suo vero nome è Jolanda, ma ancor prima, quando nel 1530 venne al mondo si chiamava Jolans… Ogni tanto cambia città e cerca adepti a cui insegnare. Subito non volevo seguirla, poi con quel suo modo di fare piegò anche le mie deboli resistenze."
Era pazzesco: in quella moderna città, nel 1996, mi trovavo improvvisamente proiettato nel medioevo più nero, quello della magia e dell'eterna lotta bene-male!
"Si," continuò, "volevo essere anch'io una strega, volevo avere il potere, l'eterna giovinezza. E dopo anni di studio, questa sera dovevo sostenere l'esame: tu dovevi essere il sacrificio che mi avrebbe permesso di ascendere al titolo di strega. Avevo sacrificato solo animali finora, ma ero stanca anche di quelle morti… Quando siamo arrivati io avrei voluto fermarmi, fu Jolly ad obbligarmi… devi capirla, lei è una che prende le sembianze di una giovane per poi portarsi a letto degli uomini che regolarmente uccide: io non potrei mai riuscirci! 
Ora non voglio più essere una strega, non a queste regole, non facendo del male alle persone…" pianse. "No, a te non potrà accadere nulla finché io sarò in vita, penserò io a proteggerti."
"E a te? Cosa ti succederà?"
"Non so… credo che mi toccherà affrontare Jolly: quando decisi, anni fa, lei mi fece firmare un contratto col sangue ed ho proprio l'impressione che non ci sia una clausola per chiuderlo!"
"Non c'è nulla che posso fare per te?" 
Sospirò senza rispondere, probabilmente non avrei potuto fare niente di buono.
"Cosa vuoi fare tu, stupido uomo!" Riconobbi la voce di Jolly, era venuta per punirci? Subito, ci trovammo nell'occhio di un ciclone formato da lunghe luci azzurrognole che giravano intorno.
"Ci hai traditi, vero?" riprese Jolly, "Avevi proprio ragione, ora dovrai vedertela con me. Poi verrò da te, mortale!"
"No! Dovrai combattere solo con me!" Nonostante io non vedessi nessuno, Eleonora parlava verso un punto preciso della stanza.
"Taci!"
A quel comando Eleonora cadde in ginocchio. Rimase schiacciata da una forza devastante, il riso soffocato del demone riempiva tutto ed io non riuscii a fare altro che notare la mia impossibilità di intervenire. Poi, però, mi tornò in mente una frase: 'Solo l'amore è più forte della morte'… benché non ne fossi assolutamente convinto mi precipitai ad abbracciarla. "Credici, Agostino, credici!" mi gridò. Era gelida. La tirai in piedi e la strinsi ancora più forte, concentrandomi… qualcosa successe: Eleonora reagì e si legò a me stringendomi con le poche forze rimaste. Il riso di Jolly cessò. Dopo qualche minuto, tutto tornò come prima.
"Non ci posso credere, ha funzionato!" dissi.
"Si, ha funzionato…" ma in cuor suo sapeva benissimo che non era vero. "Agostino vattene, spiegherò io a tuo padre, tu devi fuggire!".
"Cosa succederà a te?"
"Nulla, tu non dovrai più temere nulla," divagò, forse neppure lei lo sapeva, "ti proteggerò io!"
Mi accompagnò all'uscita. Ero sconvolto nel salutarla: quella ragazza prima mi aveva condannato a morte, poi salvato la vita, poi io avevo salvato la vita a lei ed ora non capivo se il mio compito sarebbe stato andarmene o proteggerla.
"Ti darò mie notizie, tutto finirà bene!". Ci abbracciammo. "Sei tu che mi hai aperto gli occhi… Addio…"
La riguardai e presi la corsa verso la mia città.

- V -

        Dopo qualche giorno mi arrivò una raccomandata dall'ingegner Assi. Pensai subito al lavoro sospeso e l'aprii senza preoccupazioni, ma non mi stupii troppo nel veder spuntare una foto di Eleonora.
Rimasi molto a guardarla: non doveva essere stata scattata da molto tempo, la riprendeva mentre, seduta alla sua scrivania, scriveva chissà quali cose. Girai la foto, sperando di non trovare quello che poi lessi:

ELEONORA ASSI
31/05/1978 - 22/12/1996

Piansi. Nella lettera il padre mi informava del suo decesso e di come nessun medico, neppure dei migliori, fosse riuscito a spiegarne la causa. Parlava anche di un fatto strano: la sera che Eleonora morì, il parco della villa fu praticamente invaso da grossi gatti (che poi non avevano lasciato nessuna traccia).
Forse ero la sola persona che sapeva la causa della sua morte, mi pesava tale responsabilità. Forse, se fossi rimasto là si sarebbe salvata, forse… ma che senso aveva ormai?
Immerso nei pensieri e nei ricordi, sentii una mano posarsi delicatamente sulla spalla. Mi girai con ancora gli occhi pieni di lacrime
E sorrisi.
"…non sarai mai solo…" disse.

***

LA FINESTRA SUL PARADISO

        Stamattina mi sono svegliato ed ho aperto la finestra sperando in un caldo sole, invece della solita triste nebbia… e sono rimasto impietrito! Si, perché quello che avevo davanti a me non era il solito paesaggio, ma una prateria estranea al mio sguardo, con monti alti e possenti, non saprei dire quanto. In questi campi, fanciulle e uomini (angeli?) giocano con animali sconosciuti, pacifici e per niente feroci. Una scala mi invita a scendere…
Appena ho posato il piede nudo su quell'erba morbida e fresca, ma solida sotto i passi, bellissime ragazze mi vengono incontro per darmi il benvenuto. La prima, con capelli d'oro, occhi verdi come l'erba e pelle di velluto, mi dona un fiore mai visto:

"… L'aria non è spinta dal vento qui… Vedi, gli alberi vengono scossi da una forza misteriosa e come il cane si scrolla l'acqua di dosso, essi si tolgono le foglie ormai ingiallite che non cadono a terra, no, si trasformano in leggere farfalle, le vedi?"

Intorno a noi, strani esseri mi fanno le feste: cinocefali (1), grifoni (2), satiri (3), ma non pericolosi, anzi, saggi. Fratelli siamesi aggraziati nella loro coppia e per niente infelici. Arriva anche la seconda ninfa (4), i suoi occhi azzurri come il cielo mi stregano:

"… Il sole è caldo qui e la notte non opprime il nostro paradiso, non c'è bisogno di dormire e possiamo trovare intimità ovunque. Il sole è caldo qui, ma refrigerante e piacevole… il nettare delle nostre sorgenti potrà deliziare la tua sete d'amore e conoscenza…"

I fiori sono di mille specie diverse e tutto è ricoperto da un cielo azzurro infinito. Qualche pianeta, come tante lune, rotea intorno al paradiso… tutto sembra "soffice"… 
La terza ragazza appare come se volasse, i capelli neri lunghissimi si uniscono al nero dei suoi grandi occhi:

"… Tutto è pace qui… nessuno ha dei problemi e nonostante questo non ci annoiamo. Vedi l'erba: sembra un cuscino su cui riposare. Tutto è bello qui, tutto è perfetto: sarai immortale e felice per sempre, potrai suonare e divertirti, resta con noi, resta in questo sogno: che senso ha poi, la realtà?"

Persone con strumenti simili a liuti e violini suonano una musica mai sentita. Perché mai dovrei tornare nella realtà? Perché mai dovrei andarmene…
…ma lei non c'è qui ed ecco che all'improvviso il vento inesistente si trasforma in una bufera invisibile e le foglie, che cadono numerose, diventano calabroni grossi e feroci… i cinocefali iniziano ad abbaiare e ringhiare, non più docili come prima… il sole inizia ad opprimere col caldo e le sorgenti sputano un nettare scuro e sporco, animato da insetti poco rassicurabili, le tre meravigliose ragazze diventano streghe voraci e crudeli…
…Lei non c'è qui, così torno sulla scala ed il paesaggio si riassesta, tornando come prima.
…Lei non c'è qui, e forse è solo una mia idea anche nella realtà… ora sono di nuovo affacciato e vedo le tre ragazze che mi guardano tristi… quanto vorrei averle qui?
Malinconicamente, chiudo la finestra affacciata sul paradiso, sperando che la visione possa non tornare più: sarei capace di andarmene di nuovo?

1 - CINOCEFALI: leggendari esseri umani dalla testa di cane che sarebbero vissuti anticamente in varie zone del Medio ed Estremo Oriente. Parlavano, abbaiavano frequentemente e si cibavano di carne umana. Sono ricordati da Marco Polo ed altri viaggiatori.
2 - GRIFONI: animali fantastici ritenuti sacri con corpo d'aquila e testa di leone (o il contrario, per alcuni). "Mostri alati" per Erodoto, ma "uccelli fantastici" per Plinio. Ricordati da molti viaggiatori.
3 - SATIRI: divinità agresti pagane originarie del Peloponneso e dell'Arcadia. Corpo umano tozzo e peloso, corna a gambe caprine, coda, orecchie aguzze.
4 - NINFA: personificazione di fenomeni o forse della natura, immaginate come bellissime ragazze. Abitavano le acque, i monti e le valli, le piante (mitologia). 

***

LA CELLA

        I peggiori momenti di solitudine, passati all'età di 14 anni, mi portarono più volte a passeggiare nel parco della città: mi divertivo a vedere quelle variegate persone che mi aiutavano a non pensare alle mie paranoie inutili ed eterne. Passavano senza neppure notarmi: persone cariche di valigette, amanti infuocati di diabetica passione, pagliacci in tuta che correvano sino allo sfinimento ed altri, altri come me, per dimenticare la solitudine…
Il parco si estendeva in un piccolo boschetto odoroso di resina e noia, qualche busto dimenticato e pieno di muschio faceva capolino tra i cespugli assieme a fontane zampillanti acqua verdognola e sporca. Ma la vera attrazione personale per quel parco era una piazzola da dove potevo ammirare tutta la città, caotica e triste, ma altrettanto bella ed emozionante. Proprio verso questa piazzola si estendeva il carcere. 
La forma del San Biagio (così si chiamava) era a croce ed ogni ramo segnava un polo, in modo che verso la piazzola segnasse SUD. Nonostante la sua grandezza, esso rimaneva molto basso, lasciando lo sguardo libero sulla città.
Ero immerso tra le case quando lo sentii parlare. Era il 12 aprile ed una leggera nebbiolina aleggiava intorno, una voce disse:
"Salve, sono GianLuca Spiroso, ho 56 anni, sono le 16 e tutto va bene."
Quasi mi spaventai per quell'improvvisa presentazione e costatai, girandomi, che nessuno poteva aver detto nulla: c'ero solo io quel giorno. La voce si fece viva di nuovo dopo qualche minuto, capii così che essa proveniva dall'ultima cella in alto, in cui potevo intravedere qualcuno seduto nella penombra. Il sedicente Spiroso, con tono grave e sicuro, recitò una poesia eterea ed incredibilmente bella che m'incantò per una decina di minuti. Poi, all'improvviso: "Sono GianLuca Spiroso, ho 56 anni e vi ringrazio!".
Frastornato, ma felice di questa nuova scoperta, capii che questo nuovo amico non mi avrebbe più lasciato. Il giorno dopo, infatti, alle 16 il detenuto tornò ad allietare la mia giornata, stavolta con una canzone. Una chitarra, forse suonata da lui, scandiva la sua tragedia… ed io non potevo che rimanere estasiato dalla bellezza.
Da allora, l'appuntamento delle 16 rimase per me una cosa fissa, non sarei mai mancato agli insegnamenti di quel detenuto. Anche quando iniziai a lavorare feci sempre in modo d'essere la a sentire ciò che Spiroso mi "dettava". Oltre alla bellezza delle opere, ciò che mi spingeva nella piazzola erano alcune stranezze che sempre si ripetevano: non c'era mai nessuno oltre me durante i suoi spettacoli e stranamente gli amici che vi portavo o non volevano restare (come se fossero impauriti) o sentivano soltanto brusii indistinti. Ogni volta che tentavo di registrare, qualcosa non funzionava nel registratore… ah, dimenticavo: Spiroso aveva sempre 56 anni.
L'amico soleva dire che tutto quello che si sentiva era frutto d'improvvisazione, così iniziai a riscrivere le sue opere (che restavano stampate nella mia testa) riuscendo ad ottenere un discreto successo. Oltre al mio nome, mettevo anche quello di Spiroso, ed a chiunque mi chiedesse chi fosse, rispondevo che era un amico ispiratore, nulla di più.
Poteva accadere qualche volta, ma soprattutto quando ero molto felice, che il poeta non si facesse sentire o che, molto semplicemente dicesse: "Salve, sono GianLuca Spiroso ed oggi non ho nulla da dire". Esso non mancava mai, invece, quando ero triste o giù di morale… poche volte s'era fatto vedere, sempre rimanendo nell'ombra.

Pochi mesi fa ho raggiunto i 56 anni e solo oggi ho deciso di cercare quella voce che mi aveva permesso di raggiungere qualcosa nella vita, così, sono entrato nel penitenziario.
"Salve, vorrei vedere il detenuto dell'ultima cella in alto, verso il parco…" come mai non riuscivo a dirgli il nome? Il poliziotto, dopo un attimo di sorpresa:
"…non credo di poterla aiutare: quell'ala del carcere è chiusa da ben 42 anni, proprio perché verso il parco. Se vuole dirmi il nome del detenuto… ma dove sta andando?"
Sono fuggito dal penitenziario ed ho corso più veloce che potevo. Sono arrivato proprio mentre il mio fantasma iniziava a parlare:
"Ora sai tutto caro amico, io sono te stesso, Andrea Gelfi: avevi solo bisogno di un aiuto…"
Una canzone inizia a girare nel cuore e nella mente e, piano piano, un senso di dolorosa malinconia mi prende: la fine… bene amico, canta, sarà dolce finire insieme alle tue note…
Appoggiandomi, perché le gambe iniziano a non reggermi più, casualmente ho scoperchiato dal muschio di anni qualcosa di brillante: una targa.

A
GIANLUCA SPIROSO
MORTO IL 14 APRILE 1970
POETA


… un anno prima di quando lo conobbi… non avevo ami sentito parlare di lui…


Un uomo di 56 anni venne poi trovato morto sulla piazzola e nessuna autopsia poté rivelarne la causa.
A fianco di quella già esistente apparve una piccola lapide d'oro luccicante:

A
ANDREA GELFI
MORTO IL 14 APRILE 2013
QUI
POETA E SOGNATORE


…ma essa venne ben presto coperta dal muschio, mentre quella di Spiroso rimase ben visibile.

Precisamente un anno dopo, il 14 aprile 2014, un giovane di 14 anni si spinse su quella piazzola per vincere la solitudine: "Salve, sono Andrea Gelfi, ho 56 anni, sono le 16 e tutto va bene…", quel giovane non aveva mai sentito parlare di lui, ma rimase incuriosito da quello che diceva il detenuto della cella più alta…

No, un momento solo, forse non finì così sul serio: questa è la fine che sia Gelfi sia Spiroso avrebbero desiderato, Andrea morì convinto di dover sostituire Spiroso e quest'ultimo avrebbe continuato con lui. Quando però il ragazzo arrivò di fronte alle placche d'oro (visibili entrambi), lesse due nomi sconosciuti e sentì una voce. Una ragazza dietro di lui, l'aveva notato e lo avrebbe voluto conoscere. 
Da allora l'ultima cella in alto rimase muta ed un altro, diverso miracolo si stava compiendo nel parco. 

***

L'ALTRA PARTE DEL CUORE

        Gregorio dormì male quella notte e si svegliò in un mare di sudore. Niente incubi, niente sogni, niente di niente… eppure, pareva che avesse fatto qualcosa di molto faticoso ed estremamente importante, in quanto si sentiva molto preso, pur non sapendo da cosa. Niente fiatone, niente batticuore, niente di niente… eppure si sentiva strano e svuotato. 
Pensò che tutto derivasse dal momento brutto che stava passando: al lavoro, ultimamente, le cose andavano storte e sembrava attirasse i guai come una calamita attira il ferro. A peggiorare la situazione c'era stato un pesante litigio, scaturito da una stronzata, con la sua ragazza, Claudia. Probabilmente il tutto lo stava colpendo più di quanto potesse immaginare, ma poi cercò di liquidare la cosa dando colpa al caldo ed a quello che aveva mangiato la sera prima. 
Fece colazione con un caffè che sembrava catrame e biscotti duri come il cemento. Era da tanto tempo che non riguardava ciò che aveva in casa, era sempre stato disordinato, per questo la spesa la faceva per lui Claudia. Lei era appena partita per lavoro e sarebbe tornata solo dopo 15 giorni. Si promise (cosa strana per lui) di prendere qualcosa al ritorno e ripensò a lei, al litigio fatto la sera prima che partisse… si erano sentiti per telefono e lei sembrava aver capito lo stato d'animo di Gregorio, e lo aveva già perdonato. Ora era soltanto lui a non perdonarsi la sua agitazione.
Uscì di casa cercando di non pensare a niente, ma appena aprì la porta di casa rimase impietrito: davanti a lui vide una persona che lo fissava con uno sguardo concentrato e rimproverante, come se volesse qualcosa da lui, ma non fu questo a colpirlo: quell'uomo era lui stesso! Neppure uno specchio avrebbe potuto dare un'immagine così perfetta di Gregorio… l'"immagine" si girò e scomparve camminando.
Disorientato, Gregorio cercò di rivederlo tra la gente, ma non riuscì. Poi, però, ricomparve dietro di lui, questa volta senza neppure guardarlo, scappando prima che Gregorio riuscisse a fare qualcosa.
"Un'illusione, una maledetta illusione!", fece segno ad un taxi che si fermò davanti a lui. Non poté credere ai suoi occhi quando dall'auto scese lo stesso strano personaggio. Si fermò in piedi e, con aria decisa, lo squadrò, poi lo spostò con una mano e fuggì di nuovo. Come mai non si meravigliava della somiglianza? Chi o cosa era? Non era un'illusione, quando il "fantasma" lo spostò per passare lo sentì in carne ed ossa: era reale, diavolo, reale!
"Scusi mister, si è incantato?" chiese il tassista.
"Certo… una domanda: lei conosceva l'uomo che è sceso?" indagò.
"Io non ho caricato nessuno prima di lei."
"Ma… è appena sceso, non può non averlo visto!"
"Desolato mister, sono appena entrato in servizio."

Da quella maledetta mattina, quell'ombra apparve continuamente a Gregorio, che non sapeva come reagire, ne aveva paura. Sembrava che lo volesse rimproverare di qualcosa, ma col tempo s'accorse che voleva soltanto parlargli, pur non potendo (o non volendo). Il suo sguardo nascondeva una sofferenza od una angoscia strana.
Il nervosismo di Gregorio aumentò moltissimo: la via della calma era fortemente ostruita anche dal lavoro, che continuava a mettergli i bastoni tra le ruote, lui non riusciva più a reagire… e quel personaggio, fantasma, spirito o se-stesso continuava a tormentarlo.
L'unica cosa positiva era stato il ritorno di Claudia: come ogni sera si ritrovarono a casa di Gregorio, ma non si respirava quell'aria di amore e serenità consueta. Lei, che conosceva il suo ragazzo ormai molto bene, s'era accorta che qualcosa non funzionava: "I tuoi occhi non brillano come sempre, e questo succede dal giorno che ti ho rivisto… non sembri più tu!". Infatti Gregorio era sempre nervoso ed assente… non era più lui. Quando sentì dire queste parole, non sembri più tu, ripensò alla mattina che si sentiva vuoto, come se qualcosa o qualcuno si fosse staccato da lui.
Continuò a vedere quella che lui definiva "proiezione di se-stesso" per molti mesi; la sua fragile mente iniziò a dare gravi segni: ancora poco e sarebbe definitivamente impazzito. Claudia tentò di capire cosa si nascondeva sotto quella storia che Gregorio le aveva raccontato più volte ed anche la sua pazienza dovette cedere: sentì che non sarebbe riuscita a stare con una persona che, certo, amava ancora… ma come avrebbe potuto amarlo e stargli vicino nelle condizioni in cui s'era ridotto? Pensò che l'unica maniera di riportarlo in sé sarebbe stato lasciarlo solo, dargli un colpo molto forte.
E così fece. Gli parlò molto duramente e poi fuggì, prima di piangere. Gregorio non reagì subito a questa provocazione: capiva che non poteva biasimarla, e da questo capì anche che stava andando fuori di testa. Forse fu anche questo a salvarlo.
La teoria di Claudia risultò, così, giusta: da quella sera Gregorio non vide più quella misteriosa figura, il nervoso ed i problemi diminuirono velocemente. Tutto parve risolversi, iniziò a pensare e si rese conto di quanto male aveva fatto a Claudia: pochi giorni dopo corse a dirglielo, pregandola di tornare con lui. Lei non esitò.

Tutto stava tornando alla normalità, senonchè un piccolo particolare turbasse ancora la quiete dei due: lei aveva sempre notato la particolare brillantezza degli occhi di Gregorio, che ora erano spenti ed inespressivi. Lui minimizzava, ma Claudia gli faceva sempre notare che "gli occhi sono l'altra parte del cuore e la brillantezza dei tuoi è sparita insieme ad una parte di te con l'apparizione di quello strano fenomeno…". L'allegria, l'affetto, la dolcezza erano "usciti" da lui e loro lo sapevano bene.
Qualche sera dopo Gregorio sembrava molto agitato e non capiva il perché… suonò il campanello. Lui saltò sulla poltrona e corse ad aprire, Claudia lo seguì e vide, senza poterci credere: era tornato.
Il "fantasma" fissava Gregorio con occhi severi, ma allo stesso tempo comprensivi, nessuno dei due si muoveva, come se stessero conversando con lo sguardo. L'immagine sorrise e parve dissolversi, non prima però di spostarsi in avanti, sovrapponendosi a Gregorio. Claudia non riusciva più a capire se l'immagine esistesse ancora o no. Gregorio cadde in ginocchio ed il suo doppio scomparve definitivamente.
Claudia poté vedere tutto, ma rimase bloccata come se una forza superiore gli avesse vietato d'intervenire. A quel punto, Gregorio iniziò a lamentarsi, o a ridere e si girò per vedere se Claudia era ancora dietro di lui. Le sorrise.
Contemporaneamente Claudia aveva cercato il suo viso, come per cercare una conferma ai suoi pensieri: rivide i suoi occhi, finalmente brillanti ed azzurri come prima, rivide quello che le mancava tanto e che tanto amava… rivide, finalmente, il Gregorio che aveva perso molti mesi fa!
Lei non capì cosa successe, non capì se quella visione fosse stata creata da Gregorio stesso, se quello fosse un demonio od un Dio crudele, o che fosse, molto più semplicemente, davvero una parte di Gregorio, che era fuggita… né lui sarebbe mai riuscito a spiegarglielo.
Lei non capì cosa successe, ma quando rivide i suoi occhi (i suoi veri, vivi e luccicanti occhi!) s'inginocchiò davanti a lui e lo strinse con tutte le forze.
E tutto tornò come prima.

N.B.
Questo racconto vuole simboleggiare le situazioni in cui i troppi problemi o le avversità insorgono, facendoci perdere di vista noi stessi od una parte di noi, che ritorna solo con la ritrovata serenità e calma. Vi prego perciò di non pensare al "doppio" di Gregorio come al frutto di un sortilegio o di qualche cosa di simile, ma soltanto al simbolo scelto da uno scrittore visionario. Grazie.

***

IL GIUDIZIO DEL POPOLO

L'ACCUSA

        Vaga tristezza, umida notte di novembre.
Le colpe di quest'uomo sono gravi e molteplici: egoismo e viltà al pari nel massimo del suo peggio! Fu ghigliottina che tranciò la testa all'amico, pur di sopravvivere, e questo non è il solo dolo che s'intende giudicare. Fu tuareg che negò un sorso d'acqua al disperso nel deserto, derubandolo, anzi. La sua apparenza non inganna: solo un essere come lui può sconvolgere una persona col solo sguardo (come successe a me), esso attira antipatia ed odio perché emanati dal suo viso orribile!
Fu sasso che colpì l'escursionista sul monte in cui s'era avventurato, è l'antagonista del buono, come nei film. E' immondo, è da colpevolizzare: è acido che sgorga dallo stomaco, è sabbia tra i dischi dei freni dell'auto.
Non è felice ed odia chiunque lo è, inoltre vuole infelici tutti gli altri. Vuole essere tutto o niente, a seconda della situazione: è solo e necessariamente da eliminare!

LA DIFESA

        Vaga tristezza, nebbiosa notte di novembre.
Permetti a questo corpo di proiettare ancora la sua ombra: perdonalo, esso non è altro che una spiaggia solitaria affacciata sull'oceano, innamorata di una conchiglia che il mare tempestoso ha portato via… Perdonalo: esso ha perso la dritta via ed ora piange in ginocchio il suo terrore. Non permettere che il suo dolore permanga fino alla distruzione, fai in modo di distrarlo ed indirizzalo verso la serenità e felicità. 
Non odia, anche se può sembrare: ama, ma non è amato, false immagini gli oscurano la vista: "sto forse seguendo la strada sbagliata?" lo fanno pensare, è perciò che è uscito dal cammino.
Gentili Signori, era un mattino d'estate che per poco tempo al giorno poteva amare la sua stella, poco tempo davvero, ed una volta, inspiegabilmente, essa sparì. Scrutando in lui, si può trovare un mare d'oro e di preziosità immense, ma come può farle ammirare? Qualità bellissime, che però possono solo essere richieste: l'eventuale offerta le minerebbe di falsità e bruttezza, chi ha goduto di queste doti ha giurato l'onore che hanno.
Come biasimarlo: fu sole che amò la sua luna durante un'eclissi per poi fuggire da lui… Come incolparlo? Amici hanno per lui stima ed affetto, è una persona semplice e facilmente amabile… fu deserto che perse il granello più caro in una tempesta di sabbia, e ne soffrì, come incolparlo, Signori della corte, come incolparlo…

IL GIUDICATO

        Vaga tristezza, nebbiosa notte di novembre…
Io so soltanto il mio principio, a voi cedo la mia fine…

Lorenzo Borghi