I RACCONTI DI 
LARA VANNI

Odiava gli ospedali
La Casa
Irina

 

        

Odiava gli Ospedali

        Alex fissava il vuoto, mentre tutti i familiari piangevano la sua povera moglie Jenny, morta il giorno prima per un arresto cardiaco. L’anziana signora non era stata portata all’ospedale per l’ordinaria autopsia: lei odiava gli ospedali. Non vi era mai entrata se non per le normali visite e sicuramente non avrebbe mai voluto entrarci per l’esame autoptico. 
« Vuoi qualcosa da bere papà? Qualcosa da mangiare?». Come risvegliato da un sonno profondo, Alex si girò lentamente alla sua sinistra, dove vide sua figlia, Alice, che assomigliava tanto alla mamma, così tanto che Alex credette per un momento di rivedere vivi e lucenti gli stessi occhi che aveva visto per tanti anni accanto a sé, e pianse calde lacrime, senza rispondere alla domanda di Alice.
Mark, il marito di Alice, si avvicino e piano disse che era arrivata l’ora di andare:
«Andiamo papà! Dobbiamo accompagnare la mamma!» Disse Alice, ma le ultime parole furono incomprensibili perché rotte da un’ondata di pianto improvviso.
Così il corteo funebre uscì dall’abitazione di Alex e della defunta Jenny avviandosi in Chiesa per la consueta funzione religiosa.
La bara era già stata chiusa ermeticamente e venne trasportata fuori dalla casa dai portantini del cimitero che la portarono sull’auto che fungeva da carro funebre.
La funzione religiosa fu molto commovente, accompagnata da pianti e lamenti dei parenti più prossimi.
Alex sembrava che non avesse più lacrime per piangere, e fissava l’ultima dimora della moglie come se fosse un brutto incubo e la fissò così a lungo che le immagini venivano distorte, sparivano e ricomparivano in un’atroce danza, in un lugubre gioco di luci ed ombre. La cerimonia si era conclusa e Alex non seppe quanto tempo fosse passato quando di nuovo venne risvegliato dalla giovane figlia, così minuta, ma allo stesso tempo così austera in quel lungo abito nero corredato di guanti e di veletta anch’essi neri. Alex la fissava mentre senza dire una parola si lasciava accompagnare fuori dalla Chiesa senza opporre alcuna resistenza.
Il culmine della triste cerimonia fu l’inumazione. La bara venne portata al cimitero per l’estremo saluto: Alex sapeva che dopo quel momento non avrebbe più rivisto la moglie in umane spoglie.
Le corde scorrevano sotto la bara provocando un macabro rumore quasi metallico, e permettevano alla defunta di raggiungere senza troppi scossoni la fonda buca scavata precedentemente con estrema precisione.
I pianti ed i lamenti salirono alti, ed Alex era scosso indicibilmente da singhiozzi, inconsolabili, mentre la fredda terra veniva gettata sulla bara marrone e sui fiori che copiosi vi erano stati adagiati in segno di affetto per la defunta. La sera scese sulla città ed ognuno tornò alla propria abitazione con il cuore gonfio di tristezza, con gli occhi rossi di lacrime e con i ricordi ancora freschi nella mente. 
Il tempo passava lentamente, Alex riprese a vivere la sua vita. Quando un giorno, dopo tanti anni, il telefono squillò:
«Pronto?»
«Casa Morris? Volevo parlare con il signor Alex per cortesia!»
«Sono io!»
«Buongiorno, chiamo dal Cimitero di Santa Monica, la volevo avvisare che il cadavere di sua moglie dovrà essere spostato da terra e messo in un loculo cinerario. E’ per la legge!” Quando vuole e se vuole venire effettueremo la riesumazione!»
«Si….certo…io….posso venire domani…ma è proprio necessario questo spostamento?»
«Si signore! E’ per legge come le ho detto!»
«Capisco….!»
«Signor Morris è ancora in linea?» Chiese la persona all’altro capo del telefono.
«Si ci sono ancora»
«Allora a domani signor Morris!»
«A domani!»
Confuso riattaccò la cornetta; decise di non chiamare sua figlia, ma di recarsi da solo a quel cimitero dove ormai da anni andava tutti i giorni.
L’indomani, quando arrivò i lavori erano già cominciati e la bara marrone era quasi del tutto fuori dalla terra che l’aveva accolta per così tanti anni. Venne trasportata in una stanza, in un piccolo fabbricato poco distante ed Alex venne accompagnato in un’altra senza comunicante per firmare dei documenti. 
Rumori di trapano, colpi di martello, legno che schianta e scricchiolava nella stanza in cui era stata portata la bara, suoni fuori dal comune, macabre cacofonie che quasi spaventavano Alex che sentiva il cuore battere forte nel petto.
Ad un tratto si sentì il forte schianto del coperchio che cadeva a terra arresosi agli operai. Immediatamente seguì l’urlo di un uomo che di precipitò fuori dalla porta. Alex lo vide bianco in volto, tremante, gli occhi sgranati, quasi fuori dalle orbite alla ricerca di qualcosa di indefinito.
Quindi Alex corse nella stanza della bara e quello che vide fu un orrendo spettacolo al quale mai avrebbe creduto di assistere.
La donna mummificata in un’espressione di dolore che le deformava completamente il volto ormai grigio-verde, la pelle mangiata quasi fino all’osso visibile in alcuni punti. Vermi ed altri insetti necrofori che strisciavano sul vestito nero ancora intatto, gli stessi viscidi insetti che entravano ed uscivano instancabili dalle orbite vuote e dalla bocca spalancata, in un incessante opera di distruzione di quelle spoglie scarnificate.
Ma quello che sconvolse tutti furono le mani: le unghie erano consumate fino alla radice, sporche di sangue rappreso con alcune dita dimezzate dallo sforzo di farsi sentire, secche e scarnificate come alberi senza foglie in autunno, un’allucinante posizione di una belva in attacco.
Venne girato il coperchio dalla parte interna: vi erano strisciate di sangue scuro ed era appena scalfito da graffi quasi invisibili. 
Lei odiava gli ospedali e non vi sarebbe mai voluta entrare neanche per l’esame autoptico.

Lara Vanni

Irina

        Finalmente tutto era finito: era fuori da quella casa, il cielo era stellato tra gli alti palazzi della città e la luna splendeva emanando un rassicurante velo perlaceo nel cielo. Ripensava a quello che era successo quella notte, ma non si rendeva pienamente conto se quello che aveva vissuto era reale o frutto di una strana allucinazione. Decise di tornarsene a casa, e di mettere per iscritto tutto, pensando che questo l’avrebbe aiutata a capire.
Si preparò un caffè bollente e si mise davanti ad un pacchetto di fogli bianchi, avvolta in una grossa giacca di lana. E così cominciò a scrivere:

Voglio mettere per iscritto quello che ho vissuto, per capire meglio la mia strana esperienza, per ricordarne ogni particolare, cercando di non tralasciare nulla.
Questo pomeriggio ero al lavoro, nello studio privato di un vecchio palazzo del centro storico della città. Ero sola in ufficio, e così accesi un po’ di musica per rilassarmi dato che era stata una settimana piuttosto intensa. Accesi la luce e chiusi la finestra e poi mi rimisi al lavoro per finire le ultime cose. Pensai che, finalmente, il giorno dopo era sabato e la settimana era finita.
Pensavo a tutto questo, quando, verso sera mi era sembrato di sentire un rumore proveniente dal piano di sopra. Subito pensai che fosse strano perché gli uffici di sopra erano chiusi per ferie, e quindi, probabilmente me lo ero solo immaginato. Inoltre tirava un forte vento e quindi il rumore poteva essere stato causato da una finestra non chiusa. Ma quel rumore continuava; quindi abbassai la musica per ascoltare meglio. Sembrava una palla che veniva fatta rimbalzare sul pavimento e poi sulle pareti. Non capivo a questo punto da dove potesse venire, chi potesse far rimbalzare quella palla.
Allora mi feci coraggio e decisi di andare di sopra: non c’ero mai stata e non sapevo quali stanze potessero esserci . Andai quindi verso le scale. Esse erano a chiocciola a si poteva intravedere in alto una cupola in vetro disegnato, come quei rosoni che è possibile vedere solo nelle chiese. 
Il palazzo era di epoca medioevale, con le mura spesse ed umide. L’illuminazione era data da piccole plafoniere attaccate al muro dove forse una volta vi erano dei candelieri. Davano una strana luce tremolante, un’ancestrale luce di altri tempi, e l’atmosfera umida era ancora più lugubre. Ero un poco spaventata: non mi ero mai avventurata per il palazzo, da sola e di sera. Sono sempre stata una persona razionale e di sicuro non credo ai fantasmi, o almeno non ci credevo fino a quel momento, fino a questa esperienza che non dimenticherò mai più.
Ma torniamo ai fatti. Continuai a salire le scale guardando in alto. Continuavo a sentire quei colpi ancestrali echeggiare per tutto il corridoio che mi si aprì davanti alla fine della rampa di scale. Non avrei mai immaginato che sopra ci fosse un corridoio di quelle dimensioni. Pensai che fosse strano perché non tornava con il piano inferiore: di sotto infatti il palazzo finiva con una parete proprio nel punto in cui ero. E neanche fuori si vedeva un pontile o altro; lì ci doveva essere l’altro ufficio, comunicante con quello nel quale io lavoravo. Insomma quel corridoio non c’era!!! Alle pareti non c’erano più le plafoniere che erano in tutto il resto del palazzo, ma c’erano le candele, quelle in stile medioevale che si vedono nei disegni dei libri di storia. Faceva molto freddo, ed il pavimento era formato da mattonelle sconnesse di colore scuro. Percorsi il corridoio fino in fondo, arrivando ad una finestra dai vetri oscurati dal tempo e dalla polvere. Vi erano ragnatele ovunque, e questo perché probabilmente la finestra non era stata aperta da tanto tempo. Mi guardai intorno. Non avevo notato fino a quel momento che sulla destra c’era una porta di legno pesante e scuro socchiusa. Dall’interno il rumore filtrava più forte ma c’era molto buio. Così presi una delle candele e aprii quella porta. Mi assalì un forte odore di muffa che quasi mi tolse il respiro. La luce della candela rischiarò la stanza di una flebile luce, ma dovetti entrare per vedere meglio. 
Il rumore si arrestò di colpo. Vidi una bambina dai capelli molto chiari con una palla in mano, che mi guardava con degli strani occhi da gatto: essi erano rossi, e la cosa mi spaventò moltissimo dato che non avevo mai visto niente di simile. Credevo di trovarmi di fronte ad una di quelle strane creature che popolavano film e racconti in stile gotico, che tanto mi piacevano. Pensavo di sognare e così mi sfregai gli occhi, ma quando ebbi finito la bambina era ancora lì a fissarmi ed io ero lì ancora con la candela in mano. Vidi che aveva un vestitino rosso scuro con dei fiorellini neri, fermato da un grosso fiocco in vita. O almeno così mi sembrava dato che l’oscurità avvolgeva tutta la stanza. Mi guardava con quegli inquietanti occhi rossi che brillavano alla luce della fiammella e mi sentivo a disagio, spaventata come mai mi era successo prima.
Così le parlai: 
“ Ciao piccola! Io mi chiamo Liliane, e tu come ti chiami??” 
Continuava a guardarmi con quegli occhi rossi e a quel punto vidi che i suoi capelli erano bianchi, la sua pelle era quasi trasparente, e il suo visetto diafano. Aveva gli occhi cerchiati di blu, e dello stesso colore erano le unghie. Non mi rispondeva, e così continuai.
“cosa ci fai quì piccola, tutta sola, dove sono i tuoi genitori?”
A quel punto lasciò cadere la palla per terra. Non si muoveva, forse perché era spaventata, non capivo.
Ad un tratto, puntò il ditino verso una scritta sul muro. Mi avvicinai per fare luce, in modo da poter leggere. Vi era scritto: 
“1402, STANZA DI IRINA”
così seppi che la bambina si chiamava Irina. E le dissi:
“dove sono i tuoi genitori???”
La bambina guardò verso la porta socchiusa e puntò il suo ditino violaceo verso di essa. Non capivo perché non parlasse, ma forse capiva quello che dicevo. Le allungai la mano dicendo:
“vieni Irina, andiamo dai tuoi genitori.” 
Lei mi prese la mano ed io la sentii fredda, tanto fredda.Accidenti che impressione mi fece prendere quella manina scarnificata nella mia, fredda come quella di una morta.Dio santo!!! Forse era morta, forse era arrivato il mio momento, e non mi avrebbe portato dai suoi genitori, ma chissà dove, chissà quale posto nell’aldilà. Il cuore mi batteva forte nel petto, ma una forza sconosciuta mi imponeva di non abbandonare la bambina, ma di continuare la mia strana impresa.
In quella vecchia soffitta c’era molta umidità e non vi era il riscaldamento: avevo tanto freddo, ma le mie mani sudavano, e le tempie mi pulsavano. 
Uscimmo così dalla porta e percorremmo buona parte del corridoio fino a quando la bambina si fermò, guardando una porta sul lato destro dello stesso corridoio. La guardai un istante e così, senza dirle niente, mi avvicinai a quella porta; provai ad aprirla: era aperta. Non la avevo notata quando ero salita.
Vi entrai e vidi due persone, un uomo ed una donna con vestiti molto antichi. Non fecero caso a noi, ma continuarono a discutere tra loro davanti ad un camino acceso che emanava una vivace luce che faceva ballare le ombre dei mobili, sui muri ingialliti ed ammuffiti. 
“Salve!!” dissi “E’ permesso?”
Loro si girarono. Io indietreggiai spaventata: i loro volti erano scarnificati, le loro mani erano scheletriche e i loro occhi....inesistenti: le loro orbite erano vuote, due lugubri buchi neri contornati da ossa spolpate, spaventosamente macabri. Volevo fuggire veloce, lontano da lì, ma accanto a me c’era quella bambina indifesa in cerca dei suoi genitori.
“io...io...ho...incontrato questa bambina....era sola...voi...voi siete i suoi genitori?” balbettavo per lo spavento, non sapevo che fare, chi fossero, perché fossero in quelle condizioni...soprattutto perché mi trovavo lì al cospetto di quelle due strane persone...
I miei occhi erano ormai abituati all’oscurità, ma le due figure erano in controluce ed io non le vedevo molto bene. 
Si avvicinarono, ma notai che non camminavano, fluttuavano a mezz’aria. Feci qualche passo indietro, ma loro mi furono vicini molto più di quanto pensassi....solo allora li vidi bene: erano due scheletri con brandelli di carne attaccati alle ossa logore e gialle. I loro vestiti erano in stile medioevale, sgualciti come se le persone vi avessero dormito sopra.
“Irina!!!!!!!chi ti ha dato il permesso di uscire????” 
Mio Dio che voce orrenda!!!! Profonda, echeggiante, lugubre...spaventosa!!!la donna guardava la bambina con un’aria che doveva essere severa, non curandosi minimamente di me della mia presenza. 
La piccola spaventata si nascose dietro le mie gambe sbirciando, sempre senza dire una parola.
“Scusi, signora...io...insomma...sono stata io a farla uscire dalla stanza...ecco non sapevo che fosse in punizione...è stata...” 
la donna mi interruppe: 
“ non è in punizione!!!!lei è il demonio!!!!” 
Sentii una cascata di brividi scendermi lungo tutto il corpo. Guardai la bambina per la prima volta con una luce abbastanza forte e vidi che lei era...albina...i suoi occhi erano rossi, i suoi capelli bianchi e la sua pelle quasi trasparente: potevo vedere le vene blu correrle lungo il visetto.
“non siamo ridicoli...una bambina così dolce...il demonio!!! Cosa ve lo fa pensare?”dissi tutto di un fiato. Forse non pensavo nemmeno a quello che dicevo, ma le parole mi sono uscite dalla gola quasi contro la mia volontà.
“lo vedi bene anche tu, straniera, che non è come noi. I miei capelli sono neri, e così anche i miei occhi, ci osservi...!”
quello che vidi furono solo due orbite vuote, ed alcuni capelli sfilacciati sul cranio scheletrito della donna.
L’uomo non parlava, ma continuava ad osservare il fuoco sempre rimanendo accanto alla moglie.
“la bambina è il demonio!!! È il demonio, è il demonio!!!!” parlava con voce crescente, sempre più lugubre e metallica, ero spaventata, irrigidita.
Ma riuscii a dire: 
“la piccola Irina è solo albina, non ha colori come noi, ma su di lei ha vinto il bianco, il candore del bianco...secondo lei di che colore è la luce del paradiso, di che colore sono le ali degli angeli...???”
“sono bianche ,è vero, le ali degli angeli sono bianche... ma i suoi occhi sono rossi, come quelli del demonio!!!! Deve stare chiusa in quella stanza perché porta sventure!!! Tu non sei di questa zona, altrimenti sapresti bene che quelli come lei non portano niente di buono!!” disse la donna con la voce d’oltretomba. A quel punto capii che stavo sognando, che quella non era un’esperienza reale, o forse lo speravo. Ero sicura che quelle persone erano frutto della mia immaginazione, in fondo i fantasmi non esistono...forse ho letto così tanti libri e visto così tanti film che le mie fantasie si sono realizzate.
“se provate a dare amore e comprensione a questa piccola creatura, vedrete che non porta sventure.”
“noi proveniamo dalla famiglia Quarantesi, una vecchia famiglia d’alto rango, noi siamo conti, e tutti sanno che questo palazzo appartiene da anni alla nostra distinta famiglia e la gente parla...come ci giudicherebbe se venisse a sapere che abbiamo accolto il demonio???”
“non dovete pensare ai giudizi degli altri...non so da quanti anni voi non uscite da questo palazzo, ma i tempi sono cambiati...non ci sono più le altre famiglie che giudicano i vostri comportamenti e il demonio oggi è la tecnologia, tutte quelle macchine infernali che sono state inventate in tutti questi anni...l’affetto per una figlia oggi è la cosa più lodevole che una famiglia possa fare...statele vicino, e vedrete che la gente vi ricorderà negli anni come una buona famiglia, affettuosa e generosa...”
Mi guardavano mentre parlavo ed io cercavo solo di dire quello che pensavo per trascorrere il meno tempo possibile in quel posto umido, buio e freddo in compagnia di quelle strane presenze uscite dal tempo e dai secoli. I brividi si susseguivano sulla mia schiena e la bambina era ancora nascosta dietro di me. Mi sorpresi che tremavo, ma non so se di freddo o per la paura, per quello che vedevo, per le mia immaginazione diventata reale, non so, non saprei dirlo.
La signora distolse lo sguardo da me e cominciò a guardare la piccola Irina con le sue orbite vuote: vidi due gocce, due lacrime che le rigavano gli zigomi sporgenti e caddero a terra evaporando in una piccola fumata istantaneamente.
Irina spuntò da dietro di me e si fece coraggio avvicinandosi alla mamma. Fu un momento molto commovente che sciolse ogni mia paura: la mamma si abbassò a braccia tese e la piccola le corse incontro. Si abbracciarono per un po’ di tempo piangendo. 
Ad un tratto ci fu una forte luce che ci avvolse in un turbinio brillante di piccole stelline che seguivano un percorso rotatorio. Le tre persone scheletrite ripresero per un momento le loro sembianze originarie. Sembrava un quadro rinascimentale dai colori vellutati e dai contorni sfumati. I vestiti erano bellissimi nelle loro fogge originarie e i capelli della donna erano effettivamente neri raccolti in una crocchia sulla nuca dalla quale sfuggivano alcuni ciuffi molto lunghi. Anche il padre nel frattempo si era abbassato per abbracciare la piccola: i suoi vestiti denotavano un rango sociale alto, i suoi capelli erano biondi, lisci e lunghi alla moda medievale, legati dietro con un laccio di cuoio. Fino ad allora il padre non aveva mai parlato, ma in quel momento mi guardò dicendo 
“Grazie, piccola straniera, grazie di cuore”. Lo disse con una calda voce rassicurante, con una voce che denotava la sua gentilezza d’animo.
In questo turbinio dorato le tre persone sparirono legate in quell’abbraccio fuori dal tempo e dallo spazio. 
Mi ritrovai alla mia scrivania, il computer acceso, e credetti di essermi addormentata. Non mi sembrava dato che non era passato tanto tempo. Mi alzai dalla scrivania, spensi il computer e uscii dall’ufficio, per andare a casa: era arrivato il momento di andare a casa. Non mi importava niente se non avevo finito di fare quelle cose che mi erano rimaste.
Andai alle scale che avevo percorso poco prima...ma con mia enorme sorpresa esse non erano a chiocciola, erano delle scale normali, dritte e finivano con la porta di un ufficio. Non c’erano altri corridoi o altre porte, non c’era nient’altro se non quella porta. Pensai che forse avevo sbagliato strada, che non fossero quelle le scale che avevo salito prima. Mi aggirai per il palazzo ma non vi erano altre rampe. 
Quindi mi decisi a scendere fino al piano terra, ma non presi l’ascensore come facevo sempre. Al piano di sotto c’era un dipinto strano che non avevo mai notato. Raffigurava una famiglia sorridente, padre, madre e una piccola bambina dai capelli bianchi in braccio alla donna. Riconobbi in essi le persone che avevo incontrato poco prima e rimasi ad osservare il quadro per diverso tempo, quando mi accorsi di una scritta. Essa così recitava: 
1403: NOBILE LUIGI, CORRADINA E LA PICCOLA IRINA, 
LORO ADORATA FIGLIA DELLA FAMIGLIA DE’ QUARANTESI
Non sapevo perché, ma mi sentivo felice, anche se frastornata dall’incredibile esperienza. Non saprò mai se l’ho vissuta o l’ho sognata o solo immaginata, ma nel mio cuore sapevo di aver sconfitto una superstizione ricorrente nel medioevo e questo l’ho fatto con l’amore, l’unica arma capace di sconfiggere ogni ostacolo, capace di superare ogni confine spazio-temporale, capace di infrangere ogni regola esistente.
Uscii finalmente da quel palazzo, e respirai a pieni polmoni l’aria pungente di quell’inverno inoltrato. Mi accesi una sigaretta pensando. Mi sembrava di aver vissuto quell’esperienza in modo incosciente, mi sembrava lontana, strana. Forse ero impazzita o stavo impazzendo, ma non mi sembrava vero. Ero in tumulto, la testa mi girava, non sapevo cosa pensare.

Era ormai l’alba nella città e già tiepidi raggi dorati si insinuavano tra i palazzi ancora addormentati. L’aria era fredda, e le stelle cominciavano a scomparire lasciando spazio al nuovo giorno. Liliane si alzò dalla scrivania, si girò e notò una cosa strana dietro al divano: c’era una palla, uguale a quella con cui giocava la bambina che aveva conosciuto. Pensava che quell’esperienza fosse frutto di un’allucinazione, di un sogno...almeno fino a quel momento.

Lara Vanni

LA CASA

“Nonno! Me la racconti una storia di paura? Stanotte poi c’è anche il temporale” disse il piccolo Philip. 
Aveva solo 12 anni, ma gli piacevano le storie di misteri, di avventure e di fantasmi inquieti. 
Il bambino guardava il nonno con i suoi occhioni sgranati e supplicanti. 
Non aveva intenzione di dormire se non dopo aver ascoltato una storia.
“Piccolo, è tardissimo! Dovresti andare a dormire...poi la mamma si arrabbia” 
rispose amorevolmente il nonno accarezzandogli la testa. E poi, sospirando, aggiunse: 
“Va bene! Ti racconterò una storia, ma poi mi prometti che andrai a dormire!!”
“Si nonno, si!!! Dopo dormirò” disse tutto felice.
Così si accese la pipa e cominciò il suo racconto:

        Da tempo, in quella casa, vi erano i lavori di ristrutturazione, lavori mai finiti: i progetti venivano continuamente cambiati senza un preciso obiettivo. I proprietari erano i coniugi Labrois, Anna e James, due giovani archeologi ancora senza figli. Si erano trasferiti da poco per dei lavori di scavo appena cominciati poco lontani da lì ed avevano accettato di continuare a sostenere le spese per i lavori.
I proprietari precedenti erano morti alcuni anni prima, non proprio in circostanze misteriose, ma nessuno capì mai in che modo effettivamente accadde. L’unica cosa certa era che vennero rinvenuti i cadaveri in avanzato stato di decomposizione, dopo che il postino, cominciò a notare che la posta non veniva ritirata da diverso tempo, ed intorno si cominciava a sentire uno strano odore. I poliziotti entrarono sfondando la porta, e videro, ai piedi della scalinata i cadaveri ormai putrefatti: la signora aveva il collo spezzato, probabilmente a seguito di una rovinosa caduta dalle scale, e il marito steso accanto alla moglie, anch’egli nelle stesse condizioni. Eppure vivevano soli e nessuno o quasi andava a visitarli. L’inchiesta venne chiusa quasi subito, e venne archiviato come un semplice incidente domestico. E da quel fatto, nessuno più volle andare a vivere in quella casa.
Così dopo anni che la casa era stata messa in vendita, arrivarono i coniugi Labrois che se ne innamorarono alla prima occhiata.
I lavori prevedevano la costruzione di una torretta, con relativa terrazza. La villa era in stile coloniale con un luminoso porticato con colonne bianche tutte ricoperte di edera verdissima. La porta principale era enorme, in legno massiccio con piccoli vetri rossi a forma quadrata. Era circondata da un giardino che un tempo doveva essere bellissimo, ma che adesso era pieno di piante infestanti che gli davano un aspetto molto tetro: lavorandoci un po’ sarebbe potuto tornare come un tempo, rigoglioso e pieno di bellissime rose. Così almeno dicevano gli abitanti della cittadina poco distante. La casa infatti si trovava in campagna, ma nessuno mai parlava della casa, o dei proprietari che da sempre vi erano vissuti. Secondo tutti erano persone cattive, prive di scrupoli, e solitarie che avevano misteriosamente ereditato una fortuna da non si sa chi. Gli anziani del paese dicevano che quella casa era stregata, in quanto la notte emanava strani bagliori sinistri. Ma nessuno mai disse di più.
I signori Labrois venivano da una grande città e lì in quella campagna sarebbero vissuti tranquilli, e poi non credevano assolutamente alle strane voci che sentivano e che riguardavano la casa o i proprietari.
Dopo qualche mese la torretta venne ultimata, ed il giardino tornò al suo antico splendore, con fiori colorati e rose dall’inebriante profumo.
Nello stesso periodo Anna rimase incinta e nove mesi dopo nacque una bellissima bambina, dai capelli biondissimi e gli occhi celesti. Così i giorni scorrevano tranquilli e la bambina cresceva scorrazzando per i prati, cadendo e rialzandosi: era la gioia dei suoi genitori ed essi erano orgogliosi della piccola Emma. Era molto curiosa e riempiva la mamma ed il papà di domande. Girava continuamente per la casa in lungo e in largo, a volte correndo e a volte con il triciclo che le aveva costruito il papà.
I genitori spesso erano in biblioteca per visionare l’enorme quantità di libri che vi erano stati lasciati dai proprietari precedenti.
La biblioteca era una stanza molto ampia con le librerie a più piani. Una delle pareti era libera, e vi erano alcuni quadri, di cui uno raffigurava un disegno molto strano: vi erano ricamati un 3, un 2512 ed un 126 in mezzo a fiamme colorate. Pensarono che fosse una data, oppure una stravaganza dei precedenti proprietari. Infatti non era l’unico quadro strano della casa. Vi erano anche cornici vuote appese al muro con il centro dipinto di un unico colore, a seconda dello stile della stanza in cui si trovava, oppure vi si poteva trovare quadri che ritraevano satiri, unicorni cavalcati da leoni, il ritratto di due persone irriconoscibili perché ormai il quadro era annerito dal tempo e dalla polvere, con i colori sfumati orribilmente...insomma più incubi notturni che opere d’arte. 
Un pomeriggio Anna, rimase fino a tardi nella biblioteca, così tanto a lungo che vi si addormentò. Si svegliò solo al mattino, quando il sole era appena spuntato all’orizzonte. Era la mattina del 21 giugno, il solstizio d’estate. Si svegliò di soprassalto e fece per correre fuori dalla stanza, quando ad un tratto la sua attenzione venne catturata da una cosa molto strana: il sole filtrava dai vetri decorati della finestra, passando da un disegno di colore rosso, e battendo proprio su di un vecchio orologio appeso alla parete. Mai era stato notato prima di quel momento, in quanto nascosto dall’enorme libreria. Così Anna si fermò, e tornò indietro. Staccò l’orologio dal muro e lo portò fuori dalla biblioteca: probabilmente era rotto, ma era così bello e così antico che valeva la pena di farlo sistemare.
Così, nei giorni successivi, decise di portarlo dall’ orologiaio. Dopo qualche tempo, quando andò a ritirarlo, l’orologiaio le disse:
“Gran bell’esemplare signora! Molto antico ed ancora perfettamente funzionante. Il meccanismo era bloccato da questa! “E le porse una chiave dorata al cui occhiello vi era legato un laccio nero. Anna la mise nella borsetta, senza pensarci. “Per il resto l’orologio funziona! Ecco a lei! “ disse porgendoglielo.
Anna tornò a casa, e rimise l’orologio al suo posto: effettivamente era molto bello, tutto dorato ed intarsiato con disegni floreali.
Un giorno la piccola Emma andò dalla mamma e disse: 
“Mamma, ma tu conosci bene questa casa?”
“Certo amore, la conosco bene ci viviamo ormai da qualche anno! “Rispose Anna ridendo divertita della domanda postale dalla figlia.
“Allora mi sai dire che cosa c’è dietro a quella porta lì? “Disse la piccola indicando una delle mensole della libreria.
“Tesoro, lì non c’è nessuna porta! Lo vedi? Ci sono solo tantissimi libri, che se vorrai, un giorno potrai leggere!”
Così la bambina, scuotendo la testa, si avvicinò alla mamma e prendendola per mano cercò di tirarla a sé, inducendola quindi ad alzarsi dalla poltrona, e quindi portandola verso il punto che aveva indicato poco prima. La mamma guardò la piccola e le disse:
“Lo vedi? Qui ci sono solo libri, non c’è nessuna porta!” e tornò alla sua poltrona. Quando si girò per vedere la bimba, con sua enorme sorpresa vide Emma che tirava un candelabro attaccato alla libreria come lucerna, ed improvvisamente una sezione della libreria si spostò lasciando vedere dietro di essa una porta di legno scuro e piena di ragnatele. Anna era sbalordita da questa scoperta, e si alzò nuovamente avvicinandosi lentamente alla porta finora sconosciuta fissandola. Tento di aprirla, ma effettivamente era chiusa.
“Te lo avevo detto, mamma che c’era una porta! Dove porta, mamma? Cosa c’è dietro? Mamma, mamma!” insisteva la piccola: infatti Anna era come immobile, e quasi non sentì la bambina, ma disse incerta:
“ Non lo so....io...non lo so...!” disse continuando a fissare la porta.
Ad un tratto, entrò nella biblioteca anche il papà della piccola, ed senza dire una parola si avvicinò anche lui alla porta guardandola incredulo.
“E questa cos’è?” chiese.
“Emma l’ha scoperta, ma non so cosa sia...è strana questa porta...!!! non sapevo che ci fosse” disse Anna. 
“Un momento... aspettate qui... aspettate qui!!!”, continuò Anna concitata e corse fuori dalla stanza.
Pochi minuti dopo tornò, con una chiave in mano. 
“Era in quel vecchio orologio da parete...me la ero dimenticata...” spiegò brevemente fissando la chiave che aveva tra le mani. Così la diede a James ed egli provò così ad aprire la porta.
Con loro grande sorpresa la porta si aprì. Un odore molto sgradevole aggredì i tre e la piccola cominciò a tossire. 
“Marie!!! Marie!!!” urlò Anna
“Dica signora! “ rispose la balia della piccola.
“Porta Emma nella sua cameretta e dalle il latte con i biscotti” e poi, rivolgendosi alla bambina disse affettuosamente accucciata davanti a lei:
“Vai con Marie, amore, e non preoccuparti!” e poi le dette un bacio.
“Certo Signora, come desidera” e così la balia uscì dalla stanza con la piccola, che stranamente non fece alcun capriccio.
James, nel frattempo prese una torcia dalla parete ed alcuni strumenti essenziali utili al loro mestiere e così fece anche Anna, ed penetrarono nell’apertura offerta dalla porta aperta quell’antro segreta con molta circospezione.
Il fetore era insopportabile così tanto che Anna si mise un fazzoletto sul viso. Scesero per una scala umida e scivolosa: gli scalini erano usurati e coperti di muschi. Anna rischiò di cadere diverse volte, anche per l’immensa oscurità che regnava sovrana in quel posto: nemmeno le loro torce riuscirono a rischiarare appieno il corridoio scendente che stavano percorrendo. 
La visione che si presentò ai loro occhi era spaventosa: le pareti erano coperte da disegni oscuri, raccapriccianti, orrendi e raffiguravano scheletri che danzavano, demoni che torturavano uomini e donne tra fiamme altissime. Tali disegni erano fatti con una cura indicibile ed erano inframezzati da scritte che inneggiavano alla morte. Anna e James esaminavano con attenzione le pareti guardandosi di tanto in tanto con occhi increduli, anche perché mai avevano visto prima di allora una cosa simile. Certo di cose strane, nelle loro perlustrazioni ne avevano viste, avevano scoperto tante stranezze nella loro carriera di archeologi, ma mai avevano fatto una scoperta tanto terrificante.
Procedettero nell’esame della stanza, fino a quando le loro torce illuminarono un grande altare in pietra nera, ricoperto da drappi neri fatti a brandelli. Subito dietro vi era uno scranno scuro anch’esso. Al di sopra di questo spaventoso altare vi era un’apertura a forma cilindrica sul soffitto che lasciava filtrare una livida luce che lo illuminava tenuemente rendendolo ancora più sinistro. Probabilmente era il pozzo inutilizzato da tempo che si trovava nel giardino. James, infatti non era mai riuscito a farlo funzionare ed ora ne capiva anche il motivo: infatti il secchio per l’acqua era assente, e non capiva nemmeno perché mancasse il meccanismo proprio di un pozzo. Così Anna decise di abbellirlo facendovi crescere edera e fiori tutto intorno.
Quando i loro occhi si abituarono a quella luce, notarono che sopra all’altare vi era un libro aperto, ingiallito dal tempo, con alcune pagine quasi illeggibili. Era un manoscritto. Accanto vi era un calamaio con l’inchiostro ormai seccato ed una penna ormai incastrata in esso.
“Mio Dio!!! Cosa è tutto questo???” Si domandò Anna.
“Non lo so... ma è raccapricciante, mi mette i brividi tutto questo...” rispose Anna guardandosi intorno. “Non ho mai visto niente di simile!”
Così presero il libro e tornarono fuori da quella stanza. Si assicurarono quindi di chiudere quella porta di nuovo a chiave. 
Durante la cena, nessuno dei due fece alcun riferimento alla porta, o al suo interno neanche dietro le insistenti domande della bambina, fiera di aver fatto una scoperta così sensazionale.
La sera stessa andarono in biblioteca, come ormai facevano sempre e cominciarono a leggere quel libro. Il suo titolo era scritto in lettere dorate ed era ricamato sulla copertina di velluto rosso. Il titolo era:

Il libro maledetto dei morti

Anna, seduta sulla sua poltrona della biblioteca, cominciò a leggere le prime pagine al marito, a voce alta. Vi era scritto:

Attenzione, o voi inesperti lettori, attenzione! Se siete venuti in possesso di questo mio manoscritto è perché siete entrati nel Tempio della Morte, dove l’aldilà regna sovrano, e dove i morti possono parlare tramite questo antico libro riportati a questo mondo terreno dalle forze oscure che lo accompagnano. Voi stessi lettori rischiate di unire i due mondi, aprendo la porta dell’Inferno, come è successo allo scrittore di questo libro magico e maledetto allo stesso tempo.
Fuggite adesso che siete ancora in tempo per farlo, perché dopo non avrete più scampo: l’aldilà invaderà la vostra povera anima di mortali. In guardia quindi se continuate nella lettura, in guardia!!!


Questa è un’antica formula usata dai monaci per riaprire le porte del mondo ultraterreno, per richiamare anime pure o anime dannate.

O tu che ci ascolti impassibile e supremo
Dal basso del mondo dell’inettitudine.
Ascolta un tuo umile servitore 
E manda in questa casa un segno della tua magnificenza, 
o che io sia maledetto per sempre.

        Un tuono all’improvviso fece tremare le finestre della biblioteca. Si stava velocemente avvicinando un forte temporale: tuoni e lampi si avvicinavano minacciosamente; Anna dette uno sguardo fuori dalla finestra e vide che tutto intorno il cielo era libero da nubi: era come se il temporale fosse circoscritto solo alla loro abitazione. Pensò che la cosa era un poco strana, ma non si fece impressionare minimamente. E continuò nella lettura:

...tu che hai la visione delle anime dannate
sai che da ora scelgo di essere dannato anche io
e nessuna differenza c’è tra me ed un soldato del tuo esercito.
La ricchezza parte di me sarà
la tua benevolenza mi basterà.
Manda il vecchio barone De La Croi
Ed io gli parlerò donandogli la mia anima per te.

        Il candelabro lì vicino ai due tremò, ed una folata di vento improvvisa spense alcune delle candele, e le tenebre calarono nella stanza illuminata solo dai lampi. Anna riaccese le candele, e quando l’ambiente circostante fu nuovamente visibile, notarono spaventati che la porta che avevano chiuso quello stesso giorno era di nuovo aperta. Anna scattò in piedi e lanciò un urlo. James lasciò cadere un bicchiere di brandy, che si ruppe in mille pezzi.
“Cosa sta succedendo? Mio Dio...Cosa stiamo facendo? Che sta succedendo?” chiese Anna al marito guardando il libro che aveva tra le mani. Gli occhi di James erano sgranati e fissi sull’apertura del Tempio. Anna seguì il marito ed anche lei notò la stessa cosa: una luce rossa filtrava da uno specchio all’interno della stanza, uno specchio che prima non avevano notato, uno specchio che rifletteva la figura di un essere demoniaco; vestito elegantemente, aveva gli occhi rossi, ed uno sguardo così malvagio che Anna abbassò gli occhi a terra. In quello stesso momento notò che i loro piedi erano circondati da un fumo denso in continuo movimento, che usciva dalla stessa stanza buia ed oscura.
Anna rialzò lo sguardo e vide James che lentamente si avvicinava allo specchio. Lo chiamò a gran voce, urlò il suo nome quanto più forte poteva. Tentò di andare da lui, ma si accorse che non riusciva a muoversi, come paralizzata da una forza misteriosa e soprannaturale che la teneva bloccata al pavimento.
James continuò il suo lento cammino verso lo specchio fino a che vi sparì dentro. La porta si richiuse, il fumo a terra rientrò nella stanza e tutto tornò come prima.
Anna era spaventata, disperata. Aprì la porta con la chiave, ma tutto era esattamente come era come quando la avevano chiusa quel giorno. Non capiva: dov’era lo specchio che aveva rapito suo marito? Da dove venivano il fumo e la luce rossa? Cosa stava accadendo?
Presa da un moto di sgomento scagliò quel libro urlando contro quella porta maledetta. Il libro si schiantò contro il legno, cadde a terra sul tappeto con un tonfo sordo e si aprì su una pagina sulla quale vi era raffigurato uno specchio. Anna continuava a piangere, ma si avvicinò al libro, lo raccolse e cominciò a leggere.

Lo specchio ruberà la vostra anima ed il vostro corpo tra atroci sofferenze. Non tornerete mai indietro se qualcuno dal cuore puro non aiuterà un’anima persa a tornare alla sua antica origine, cancellando ogni peccato e rendendola immortale. Questa, mio devoto lettore è una forte maledizione di vita o di morte, ma sta a te decidere. Non rompete lo specchio alla sua visione: le anime all’interno non torneranno mai alla loro dimora, ma si perderanno negli oscuri meandri degli eterni Inferi.

“Cosa devo fare? Perché?” chiese a se stessa la povera donna tra le lacrime, accasciandosi a terra come svuotata da ogni voglia di vivere. Stesa sul tappeto della biblioteca teneva il libro tra le braccia e piangeva tutte le lacrime di cui era capace.
Ad un tratto ripensò al Barone De La Croi: il nome non le era nuovo, ma dove lo aveva sentito? Ecco dove lo aveva sentito: la foto che trovò in una delle stanze della casa. Si alzò da terra più in fretta che poteva e corse fuori dalla biblioteca; andò, quindi, in una delle numerose camere da letto di quella villa, in fondo ad un lungo corridoio buio illuminato solo dalle torce da parete. Cadde inciampando sull’orlo di un tappeto, si rialzò. Arrivata alla stanza, spalancò la porta facendola sbattere sullo spigolo di un mobile dietro di essa, andò allo specchio della toeletta, e prese violentemente una cornice. La guardò e poi la buttò a terra per romperla e per rubarle la foto ivi custodita.
Poi guardò attentamente la foto. Vi erano un uomo ed una donna, vestiti impeccabilmente in abiti ottocenteschi. Con suo enorme spavento, Anna notò che l’uomo era uguale a quello dello specchio del Tempio. Aveva gli stessi occhi, lo stesso sguardo torvo e maligno. Chi era quella donna? Forse la moglie. 
Tornò in biblioteca e cominciò a scaraventare a terra tutti i libri che non le servivano fino a quando non le capitò tra le mani un libro che aveva visionato un po’ di tempo prima.
Era la cronaca di un misterioso omicidio: una donna venne uccisa dal marito nelle vicinanze di quella casa, uccisa perché sospettata di tradimento, uccisa alla giovane età di 16 anni. Il marito sospettava, ma non aveva alcuna prova di questo tradimento e la sua malsana gelosia lo accecò a tal punto da uccidere la ragazza nel bosco, da farla a pezzi e poi bruciarne i poveri resti proprio davanti all’entrata della casa. Questo assassino senza scrupoli, altri non era che il Barone. La sua gelosia era il suo peccato, la sua morbosa ossessione di avere una moglie giovane e bellissima. Il suo infinito amore che si era trasformato in odio profondo quando trovò in quella stessa biblioteca la lettera di un gentiluomo che invitava la ragazza per una scampagnata. E così, accecato dall’odio e dalla passione, la uccise barbaramente in una notte di luna piena. Essendo il Barone una persona molto facoltosa ed influente, giocò sul processo facendo passare l’omicidio della moglie come un caso di allontanamento: infatti il corpo venne sotterrato dallo stesso poco distante e mai venne rinvenuto.
Nessuno voleva parlare di questa triste storia né del Barone il cui nome era ormai divenuto innominabile: gli anziani del paese erano convinti che l’anima della donna fosse in cerca di vendetta e vagasse per la casa lamentandosi facendo macabri scherzi agli abitanti della stessa.
Anna dopo che lesse questa storia, capì che se voleva salvare il suo James, avrebbe dovuto scoprire che la ragazza era innocente e capì anche che dietro a tutta questa storia vi era l’anima dannata del Barone. 
Lei, con la sua lettura lo aveva richiamato dagli Inferi, ed aveva in questo modo dato vita alla maledizione. Cominciò a piangere amaramente in ginocchio davanti alla oscura porta del Tempio, invocando il nome del marito.
Non aveva idea da dove cominciare. Pensò che forse poteva esistere un diario della ragazza, ma dopo aver cercato per giorni in tutta la casa, non trovò mai niente. Pensò affannosamente ad una soluzione: ormai mangiava pochissimo, dormiva ancora meno, ma vagava per la casa senza una minima idea per poter risolvere in qualche modo quella situazione; i suoi occhi erano scavati dalle tante lacrime versate ed il senso di colpa per aver cominciato a leggere quel libro per curiosità, la uccideva lentamente; era diventata scontrosa, ed ormai non curava nemmeno più la sua stessa figura: i suoi vestiti erano sempre sporchi e stracciati, ed i suoi lunghi capelli ricci e biondi si erano ridotti una folta massa disordinata; addirittura, ormai da tempo, trascurava la figlia, evitandola, per non dover raccontare ad un’anima così innocente quello che era accaduto. Un anima così innocente...un’anima dal cuore puro... proprio come diceva la profezia. Corse, quindi, nella cameretta della figlia, la prese in braccio e la portò nella biblioteca. La piccola abbracciò felice la mamma, e poi, ovviamente chiese di suo padre. Anna cercò di spiegarle cosa era successo, dicendole anche la storia del barone De La Croi. La piccola Emma ascoltava interessata la strana storia e non sembrava per nulla spaventata. Alla fine del racconto, Anna disse tra le lacrime:
“Ora sai tutto quello che è successo, aiutami ora ad aiutare tuo padre.” 
La piccola aveva solo 7 anni e la mamma non aveva più alcuna speranza di riportare indietro il marito, se non affidarsi alla profezia. 
Lei mai e poi mai avrebbe creduto a cose non obiettive, ma sempre aveva creduto alle cose materiali, alle cose scientifiche e spiegabili, ma quella e solo quella era l’ultima sua speranza. Fino ad allora rideva alle superstizioni, ai racconti sui fantasmi, e non credeva minimamente ad Inferno e Paradiso: insomma quella che stava vivendo, era una di quelle esperienze che solo nell’immaginario poteva capitare, e lei stava vivendo tutto questo in prima persona.
La bambina, alla fine del racconto, si guardò intorno senza dire una parola. Passò sotto lo sguardo il libro maledetto, ma senza aprirlo. Uscì dalla stanza girovagando per casa, senza una meta. Ma in tutti i giorni che passarono la soluzione non venne trovata.
Anna capì che ormai non vi era alcuna possibilità per suo marito. Andò alla Chiesa del paese, per preparare il funerale del marito e parlò con il parroco. Entrò nel confessionale e disse al prelato:
“Padre, ho perso mio marito: non è più tornato da un lungo ed oscuro viaggio, e quindi vorrei preparagli il funerale per questa domenica. Si è disperso nell’oscurità delle tenebre e mai più è tornato da me.” Disse piangendo Anna.
“Calma figliola, stai tranquilla. Apri il tuo cuore al Signore ed egli ti aiuterà a trovare la forza di andare avanti.” 
Così fecero una lunga chiacchierata, ed Anna si sentì molto più sollevata aprendo il suo cuore e la sua anima alla speranza.
Tornò a casa, e decise di trasferirsi dai genitori che non vedeva più da tempo, ormai, una volta fatto il funerale al marito.
Entrò nella biblioteca quando il sole era già calato, e seduta sulla sua poltrona si addormentò come ormai non faceva più da tempo. Dormì un sonno profondo, stanca ed esausta com’era da tutta questa incredibile storia. 
Al mattino si svegliò e notò che come era già successo una volta la luce del sole filtrava da uno dei disegni rossi della finestra picchiando sul vecchio orologio come già era accaduto in passato. Da lì tutto era partito, ma questa volta il pendolo si muoveva, e a sua volta rifletteva la sua luce su un quadro appeso alla parete opposta allo stesso orologio. Il quadro era quello che raffigurava un "3", un "2512" ed un "126" in mezzo a fiamme colorate. Anna lo staccò dalla parete e cominciò ad esaminarlo attentamente. Perché qualcuno si sarebbe preso la briga di fare quello strano ricamo? L’opera era firmata e riportava il nome di Isabel. Chi era questa Isabel? Passò ore a fissare quel quadro senza capirne il suo significato. Poi appoggiò la testa allo schienale della poltrona sulla quale era seduta fissando il soffitto. Poi, ad un tratto notò che i piani della libreria portavano sui rispettivi pavimenti numeri e notò che arrivavano proprio fino al numero tre. Si alzò in piedi, guardando quei numeri, e poi guardò il ricamo che aveva tra le mani. Salì senza pensarci fino al terzo ripiano. Guardò il quadretto, ed il secondo numero era "2512". così, con molta calma, contò tutti i libri, fino al numero "2512". ci mise molto, ma valeva la pena di tentare, per suo marito. Arrivata a contare fino a quel numero, estrasse un libro dal quale caddero alcuni fogli. Essi si trovavano proprio a pagina "126", come riportava il ricamo. Li raccolse e portò tutto al piano terra.
Non arrivò neanche a sedersi sulla poltrona, ma si inginocchiò direttamente in terra.
Quello che lesse era la corrispondenza di una ragazza che si chiamava Isabel, che declinava gli insistenti inviti di un certo lord Blackwood, innamorato di lei: lei diceva di essere innamorata dell’uomo che aveva accanto a sé, dell’uomo che era diventato suo marito, e con il quale avrebbe passato il resto della sua vita: quell’uomo era il Barone De La Croi. Isabel era, quindi, la giovanissima moglie del Barone. Lei amava suo marito e non aveva intenzione di tradirlo con nessuno. Ecco la verità. Ecco che il mistero era stato svelato. Ma come fare adesso per salvare il marito dalle tenebre e dare la pace eterna ed infinita al Barone? La profezia diceva che ci sarebbe riuscita solo una persona dal cuore puro. Ma la piccola Emma non sapeva ancora leggere e scrivere. 
Probabilmente la soluzione era lei stessa: si era confessata da poco ed aprendo il suo cuore a Dio, lo aveva purificato.
Prese il Libro Maledetto e, sfogliandolo convulsamente, lesse questo passo della profezia.

O ignaro viaggiatore che credi di avere la verità tra le mani, fai un passo avanti, e fa che la verità risplenda di una luce vera.
Confrontati con l’anima perduta nelle tenebre perché con essa rischiarerai la sua impervia via. 
Non temere gli orrori che vedrai e non lasciarti abbattere da uno sbarramento. Tenta finché non riuscirai , tenta e vuoi ciò che desideri.

Certamente non era molto chiara come soluzione. Prese la chiave, ma la porta non si aprì, tentò e ritentò, e poi, stanca e ormai senza speranza cadde in ginocchio ed urlò tra le lacrime:
“James, James, non lasciarmi per sempre da sola!!! Ti prego, ho bisogno di te, non lasciare che le tenebre vincano sulla luce della tua anima, James!!! Maledetto Barone, hai preso il mio James, ridammelo!!! ho la verità che volevi!! Vigliacco, vieni a prendere le tue prove e lasciami la mia vita!!!”
Un’esplosione di luce invase la stanza, ma Anna non vide da dove veniva perché tanto era forte che si coprì gli occhi con il braccio, altrimenti ne sarebbe quasi rimasta accecata. Quando riaprì gli occhi vide che la porta era aperta, così, come per magia. Senza indugio, vi entrò dopo aver preso la torcia. Doveva solo stare attenta a non scivolare sulle scale ripide ed umide. Le figure sulle pareti avevano preso vita e si muovevano in una terrificante danza malefica. Si udivano gli urli delle anime punite e le sataniche risate degli scheletri e dei demoni che godevano nel torturare le membra dei dannati. Le fiamme bruciavano i corpi e le loro carni si contorcevano violentemente in una scena di dolore e di morte perpetua. Anna guardava inorridita il sangue che a fiumi fuoriusciva dalle pareti, arrivando ai suoi piedi e sporcando le sue scarpette di raso celeste. Un forte odore di putrido si diffondeva nell’antro malefico, aggredendo le sue narici e facendola tossire spesso. Alcuni demoni si sporgevano dal dipinto cercando di afferrarla con le loro membra ossute: volevano portarla in quello scenario raccapricciante tra indicibili urla di sofferenza secolare. Anna poteva sentire il calore infernale delle fiamme dell’Inferno che a volte lambiva il suo lungo vestito, ma il suo unico obiettivo era di trovare suo marito e così arrivò faticosamente fino all’altare evitando di venire risucchiata in quello scenario terrificante... Improvvisamente i drappi neri presero fuoco, le urla si alzavano sempre di più, le risate echeggiavano macabre tutte intorno a lei. 
Non sapeva che fare, l’orrore la sopraffaceva e quasi si sentì svenire, quando ad un tratto tutto fu silenzio e buio intorno a lei ed anche la sua torcia si spense. Il panico si fece strada nel suo animo, ma una luce rossa si alzò dall’altare nero e vide davanti a sé lo stesso oscuro essere demoniaco che tramite lo specchio aveva rapito suo marito, vide l’uomo della foto, vide il Barone in piedi sull’altare, imponente e spaventoso. 
Titubante e terrorizzata, senza dire una parola, gli porse le lettere di Isabel, che aveva strette nella mano. Lui le prese violentemente, facendola sussultare. Anna dette uno sguardo intorno a sé e vide che tutti i demoni e gli scheletri raffigurati sulle pareti erano come in attesa di qualcosa, di un giudizio, di una decisione. Il Barone era lì, di fronte a lei, non parlava, ma guardava quelle lettere. Ad un tratto il sangue ai piedi di Anna si ritirò finendo chissà dove, risucchiato da invisibili fessure senza lasciare alcuna traccia: così come era comparso allo stesso modo sparì. Anna guardava le pareti e i demoni erano fissi, immobili in uno strazio agghiacciante. Poi volse il suo sguardo verso il Barone: vide, con sua enorme sorpresa che egli piangeva e dai suoi occhi, adesso non più rossi, sgorgavano lacrime dorate, e finivano tintinnando come perle sul pavimento formando un sottile filo che portava verso un oscuro corridoio che prima non era stato notato.
Anna seguì quel filo fosforescente ed arrivò in una stanza nella quale trovò suo marito James, steso dentro una bara nera sorvegliato da alcuni demoni impazienti di torturarlo con forconi infiammati. 
“Andate via schifosi esseri della tenebre, Andate via! Lui è mio, e mai lo avrete!”
gridò Anna. Ed essi sparirono tra le fiamme dell’Inferno sogghignando orrendamente.
Così Anna si inginocchiò accanto alla bara e pianse moltissimo prima di dire: 
“James, amore mio, sono qui...sono accanto a te...finalmente tutto è finito, James, svegliati, ti prego!!!” piangeva e supplicava la donna, ma James non si svegliava.
“Papà, io ti voglio bene, svegliati, fallo per me e per la mamma!!!” La flebile voce di Emma pronunciò queste poche parole che bastarono a convincere l’oblio a sparire dal corpo di James. Il cuore puro di un’anima innocente aveva spezzato il maleficio. Si abbracciarono a lungo e commossi e poi uscirono da quell’antro mortuario. Decisero di murarlo non appena possibile, con il Libro maledetto al suo interno. A volte si possono sentire ancora i lamenti delle anime dannate torturate dai demoni, nelle notti di luna piena.
Ma tu nipotino non le senti, perché la notte dormi cullato dalla dolce notte, ed inoltre la tua stanza è lontana dalla biblioteca.
“Ma Nonno...allora Emma era...era...”
“Sì, piccolo tesoro, era proprio la tua nonna.” 
“Ohhh...Ma cosa vide James mentre dormiva dentro la bara ???’’
“Lui dormiva, non vedeva niente, era come in uno stato di morte apparente... ma adesso è l’ora di dormire”
“E poi cosa successe? Dai, nonno...finisci la storia!!! Per favore!!!!” disse Philip supplicando il nonno.
“Va bene...allora...quando uscirono dal Tempio, la porta non si chiuse subito! Vicino ad essa una forte luce dorata li avvolse ed insieme a loro uscì il Barone: era etereo, pallido, con le guance scavate: era il fantasma del Barone. Egli si avvicinò ai tre, ma non camminava, bensì fluttuava come spinto da un alito di vento impercettibile; spaventati indietreggiarono, ma quello che successe fu incredibile: il Barone si avvicinò a loro, e li sorpassò passando proprio in mezzo a loro...per andare a ricongiungersi con la bella Isabel. La ragazza illuminata da una luce soprannaturale che lei stessa emanava, vestita di un bellissimo abito bianco candido, lo aspettava con gli occhi pieni di luccicanti lacrime, sorridendo commossa alla vista del marito stando in piedi dietro di loro.
Il Barone ed Isabel si ricongiunsero e si abbracciarono in un turbinio di luce e di colori, poi si girarono con lo sguardo riconoscente verso Anna, James, e la piccola Emma e, senza dire nulla, sparirono all’interno di un muro della biblioteca. Anna corse fuori dalla stanza e trovò appeso al muro corrispondente un grande quadro in cui vi erano raffigurati due persone amorevolmente abbracciate e felici in un paesaggio arcadico. 
Essi vivono ancora qui con noi e ci proteggono guardandoci dal quadro che si trova ancora all’ingresso in cima alla scalinata...ed i lamenti che si sentono in certe notti, sono i lamenti dei demoni che non hanno vinto sull’anima del Barone, che non hanno vinto sull’amore.”
Il piccolo Philip ascoltò estasiato fino in fondo quella incredibile storia e poi, come era nei patti si addormentò felice.
All’uscita della stanza c’era Emma, ormai anziana, che aspettava il marito.
“Mica gli hai raccontato la vecchia storia del Tempio e del Libro, vero?’’
“Sì Emma, gli ho raccontato proprio quella, la più bella storia d’amore che sia mai stata raccontata.” E dandole un bacio sulla fronte, entrarono abbracciati nella loro stanza, in fondo al corridoio.

Vanni Lara