GILLES DE LAVAL
Ovvero, la storia di Barbablù

Storia di stregoneria
Gilles de Laval 


        Giovanna d’Arco era morta innocente, ma poco tempo dopo, le leggi contro la magia raggiunsero e punirono un grande colpevole.
Era uno dei più valenti capitani di Carlo VII e i servizi che aveva reso allo stato non poterono compensare il numero e l’enormità dei suoi crimini.
I racconti di orchi e babau divennero realtà e furono addirittura superati dalle azioni di questo fantastico scellerato, che è rimasto nella memoria dei bambini sotto il nome di Barbablù.

        Gilles de Laval, signore di Raiz, aveva infatti la barba così nera da sembrare blu, come si può vedere dal suo ritratto, che si trova al Museo di Versailles nella sala dei Marescialli. Egli era un francese, sfarzoso poiché era ricco, e stregone perché era pazzo.
Il turbamento delle facoltà mentali del signore di Raiz si manifestò dapprima in forme di devozione eccessivamente fastose. Non camminava mai se non preceduto dalla croce e dallo stendardo; i suoi cappellani erano coperti d’oro e vestivano come alti prelati; teneva a casa sua tutto un seguito di paggetti e di chierichetti riccamente abbigliati.
Tutti i giorni uno di questi bambini era chiamato dal maresciallo e i suoi compagni non lo vedevano più tornare. Un nuovo venuto sostituiva quello che era scomparso e si proibiva severamente ai bambini di fare domande sulla sorte di tutti quelli che sparivano e perfino di parlarne tra loro.
Il maresciallo faceva prendere i bambini da genitori poveri che, abbagliati dalle promesse, s’impegnavano a non occuparsi più dei loro figli, a cui il signore di Raiz assicurasse un brillante avvenire.
E invece, ecco quello che succedeva.

        La devozione non era che una maschera, che serviva da passaporto per pratiche infami.
Il maresciallo, rovinato dalle spese pazze, voleva ad ogni costo crearsi delle ricchezze. Ma l’alchimia aveva esaurito le sue ultime risorse e i prestiti degli usurai gli sarebbero ben presto venuti a mancare. Decise allora di tentare le sue ultime esperienze della magia nera e di ottenere dell’oro per mezzo dell’inferno. I suoi complici e confidenti erano il suo intendente, di nome Sillè, e un prete apostata della diocesi di Saint-Malo, che era fiorentino e si chiamava Prelati.
Il maresciallo aveva sposato una fanciulla di nobile nascita e la teneva per così dire rinchiusa nel castello di Machecoul. In quel castello c’era una torretta, la cui porta era murata, perché, a detta del maresciallo, minacciava di crollare.
Nessuno mai cercava di penetrarvi e tuttavia la signora di Raiz, che il marito lasciava spesso sola durante la notte, aveva scorto delle luci rossastre andare e venire nella torre. Ma essa non osava interrogare il marito, il cui carattere tetro e bizzarro le incuteva grande terrore.
Il giorno di Pasqua dell’anno 1440, il maresciallo, dopo essersi comunicato solennemente nella cappella, si congedò dalla castellana di Machecoul, annunciandole che stava per partire per la terra santa.
La povera donna non osò chiedergli altro, tanto si sentiva tremare davanti a lui. Ma, poiché era incinta di parecchi mesi, il marito le permise di far venire sua sorella a stare con lei, per farle compagnia durante la sua assenza. La signora di Raiz approfittò di questo permesso e mandò a prendere sua sorella. Poi Gilles de Laval montò a cavallo e partì.
La signora di Raiz confidò a sua sorella le sue inquietudini e i suoi timori. Che cosa succedeva al castello? Perché il signore di Raiz era così tetro? Perché queste sue assenze frequenti? Che cosa ne era di quei bambini che sparivano ogni giorno? Perché quelle luci notturne nella torre murata?
Queste domande sovreccitavano al massimo grado la curiosità delle due donne. Ma che fare? Il maresciallo aveva espressamente proibito di avventurarsi nella torre pericolante e, prima di partire, aveva formalmente rinnovato questa proibizione.
Era evidente che doveva esserci un’entrata segreta: la signora di Raiz e sua sorella Anna cominciarono a cercarla. Tutte le sale del castello furono esplorate, angolo per angolo e pietra per pietra.
Infine, nella cappella, proprio dietro all’altare, un bottone di rame, nascosto insieme a sculture, cedette sotto la pressione della mano, e una pietra si rovesciò. Le due curiose, emozionate, poterono scorgere i primi gradini di una scala. Salendola, le due donne arrivarono nella torre murata. Al primo piano, trovarono una specie di cappella, con una croce capovolta e dei ceri neri. Sull’altare era posta una figura orrenda, che rappresentava senza dubbio il demonio.
Al secondo piano, c’erano dei fornelli, delle storte, degli alambicchi, del carbone; insomma, l’apparecchiatura completa dei soffiatori.
Al terzo piano, la camera era oscura e vi si respirava un’aria fetida che obbligò le due donne ad uscire.
La signora di Raiz urtò contro un vaso, che si rovesciò. Ella si sentì allora inondare l’abito e i piedi di un liquido denso e di natura misteriosa. Ma quando ritornò alla luce del pianerottolo, si accorse di essere tutta sporca di sangue.
La sorella Anna voleva fuggire, ma per la signora di Raiz, la curiosità fu più forte dell’orrore e del timore. Ridiscese, prese la lampada della cappella infernale e risalì nella camera del terzo piano.
Lassù, uno spettacolo orribile le si presentò davanti.
Vide, allineati in ordine lungo le pareti, dei bacilli di rame, con etichette su cui erano annotate le date. In mezzo alla stanza, su di un tavolo di marmo nero, era steso il cadavere di un bambino sgozzato da poco.
Quando la signora di Raiz aveva rovesciato uno di quei bacili, il sangue nero si era sparso abbondantemente sul pavimento di legno tarlato e mal spazzato.
Le due donne erano mezze morte dallo spavento. La signora di Raiz volle cancellare a tutti i costi le tracce della sua indiscrezione. Andò a prendere dell’acqua e una spugna per lavare il pavimento, ma la macchia si estese ancor di più e da nerastra che era divenne vermiglia di sangue vivo.
Ad un tratto un gran clamore risuona nel castello. Delle voci chiamano la signora di Raiz, si odono perfettamente le terribili parole: “Ecco il signore che ritorna!”.
Le due donne si precipitano verso le scale, ma sentirono un gran rumore di passi e di voci nella cappella del diavolo. Allora la sorella Anna fuggì, salendo fino alle mura merlate della torre. La signora di Raiz invece scese barcollando e si trovò faccia a faccia col marito, che stava salendo, seguito dal prete apostata e dal Sillè. 

        Gilles de Laval afferra la moglie per un braccio senza dir nulla e la trascina nella cappella del diavolo. Prelati intanto gli dice: “Vedete che è necessario; la vittima è venuta spontaneamente”.
“Ebbene, sia!” risponde il maresciallo. “Cominciate la messa nera.”
Il prete apostata si dirige verso l’altare; il signore di Raiz apre un armadietto inserito nell’altare stesso e prende un grosso coltello. Poi ritorna a sedersi accanto alla moglie, mezza svenuta, riversa su una panca contro il muro della cappella. Cominciano le cerimonie sacrileghe.
Bisogna sapere che il signore di Raiz, invece di prendere, partendo la strada di Gerusalemme, aveva preso quella di Nantes dove abitava Prelati. Era entrato come un pazzo in casa di questo miserabile, minacciando di ucciderlo, se non gli avesse dato il mezzo per ottenere dal diavolo ciò che gli chiedeva da tanto tempo.
Per ottenere una dilazione, Prelati gli aveva detto che le condizioni richieste erano terribili e che, prima di tutto, bisognava che il maresciallo si decidesse a sacrificare al diavolo il bambino nascituro, strappandolo dal seno della madre.
Gilles de Laval non aveva risposto nulla, ma era ritornato immediatamente a Machecoul trascinando con sé lo stregone fiorentino e l’intendente, suo complice. Così aveva trovato la moglie nella torre murata. Il resto è noto.

        Intanto, la sorella Anna, rimasta sulla cima della torre, non osando ridiscendere, si era tolta il velo e faceva segnali di pericolo. Le risposero due cavalieri, seguiti da alcuni uomini d’arme che galoppavano verso il castello. Erano i suoi due fratelli, che, avendo saputo che il signore di Laval era partito per la Palestina, venivano a trovare e a consolare la signora di Raiz.
Mentre essi entravano in fretta nel cortile del castello, Gilles de Laval interrompe l’orribile cerimonia sacrilega e dice a sua moglie: “Signora, vi faccio grazia e non si parlerà più di tutto questo, se farete ciò che vi dico. Ritornate nella vostra camera, cambiatevi d’abito e venite a raggiungermi nel salone d’onore dove riceverò i vostri fratelli. MA se, in loro presenza, direte una parola o lascerete intuire qualcosa di ciò che è accaduto, dopo la loro partenza vi riporterò qui e riprenderemo la messa nera nel punto in cui l’abbiamo lasciata. E alla consacrazione morirete. Guardate bene dove depongo il coltello”.

        Poi si alza, conduce la moglie fino alla porta della sua camera e scende nel salone d’onore a ricevere i due gentiluomini con il loro seguito. A loro dice che la moglie si sta preparando per venire ad abbracciarli.
Qualche momento dopo, infatti, appare la signora di Raiz, pallida come una morta. Gilles de Laval non cessa un istante di fissarla e la domina con lo sguardo.
“Siete ammalata, sorella?”
“No, sono le fatiche della gravidanza….” E a bassa voce, la povera donna aggiunge: “Vuole uccidermi, salvatemi…”
A un tratto la sorella Anna, che era finalmente scesa dalla torre, entra nella sala gridando: “Portateci via, salvateci, fratelli, quest’uomo è un assassino!” E indica il signore de Laval.

        Il maresciallo chiama in aiuto i suoi uomini. La scorta dei fratelli circonda le due donne e mette mano alla spada. Ma le guardie del signore di Raiz, vedendolo pazzo furioso, lo disarmano invece di ubbidirgli: Intanto la signora di Raiz, sua sorella e i fratelli raggiungono il ponte levatoio ed escono dal castello. 
L’indomani, il duca Giovanni V dava l’assalto a Machecoul. Gilles de Laval, che non poteva più contare sui suoi uomini armati, si arrese senza opporre resistenza.
Il parlamento di Bretagna l’aveva fatto arrestare come omicida; i giudici ecclesiastici si apprestavano a giudicarlo come eretico, sodomita e stregone.
Da ogni parte si levarono delle voci, rimaste a lungo mute per il terrore; chiedevano notizie dei bambini scomparsi.
Vi fu lutto e dolore per tutta la provincia. Si fecero ricerche nei castelli di Machecoul e Chantocè, e si trovarono i resti di più di duecento scheletri di bambini. Gli altri erano stati bruciati o completamente consumati.

        Gilles de Laval comparve davanti ai giudici con estrema arroganza.
“Chi siete?”
gli domandarono secondo l’usanza.
“Sono Gilles de Laval, maresciallo di Bretagna , signore di Raiz, di Machecoul, di Chantocè e di altri luoghi. E voi che mi interrogate, chi siete?”
“Siamo i vostri giudici, i magistrati in corte di giustizia della Chiesa.”
“Voi, i miei giudici? Andiamo dunque; io vi conosco bene. Siete dei simoniaci e dei dissoluti, e vendete il vostro dio per comprare le gioie del diavolo. Non parlate dunque di giudicarmi, perché se io sono colpevole voi siete certamente i miei istigatori e i miei complici, voi che dovevate darmi il buon esempio.”
“Smettete le vostre ingiurie e rispondeteci!”
“Preferirei essere impiccato che rispondervi; mi stupisco che il presidente della Bretagna di permetta di occuparvi di affari di questo genere. Voi mi interrogate soltanto per istruirvi e poi fare ancor peggio di quanto non abbiate già fatto.”

        Questa alterigia insolente crollò tuttavia davanti alla minaccia della tortura. Egli confessò allora, davanti al vescovo di Saint-Brieux e al presidente Pierre de l’Hopital, i suoi crimini e i suoi sacrilegi. Sostenne che il massacro dei bambini aveva come scopo di procurargli la voluttà esecrabile che provava nel vedere l’agonia di quei poveri esserini.
Il presidente parve dubitare della verità di quelle parole e interrogò ancora il maresciallo.
“Ahimè!” disse bruscamente costui, “state tormentando inutilmente voi e me.”
“Non vi tormento affatto,” replicò il presidente “ma sono molto stupito di quanto mi dite. Non posso facilmente dirmi soddisfatto e perciò vi chiedo e vorrei sapere da voi la pura verità.”
Il maresciallo gli rispose: “Veramente non vi era altra causa né intenzione al di fuori di quelle che vi ho già detto. Che cosa volete di più? Non vi ho già confessato abbastanza per far morire diecimila persone?”
Gilles di Raiz non voleva infatti dire che ciò che egli cercava nel sangue dei bambini sgozzati era la pietra filosofale.
La cupidigia lo aveva spinto verso quel mostruoso eccesso. Aveva creduto, prostrando fede ai negromanti, che l’agente universale della vita potesse essere improvvisamente coagulato dalla combinazione di azione e reazione derivante dall’oltraggio della natura e dal crimine. 

Lilith & Ares