GLI EFFETTI DELLA MUSICA
SULLA MENTE E SULLO SPIRITO

Gli effetti della musica sulla mente e sullo spirito
Tutti ormai ascoltiamo musica, in ogni ambiente possiamo sentire della musica o dei suoni che ci ricordano determinate circostanze, suoni allegati ad immagini, musica in radio, musica nelle pubblicità, etc.
Ma cos'è la musica? In verità come è composta e quali sono gli effetti delle musica sul nostro spirito e sulla nostra mente? Moltissimi scienziati e moltissimi neurologi
studiano l'effetto della musica sul nostro corpo e sulla nostra psiche addentrandosi in una sfera molto piu particolare fino ad arrivare agli effetti benefici non solo sul corpo ma anche sullo spirito.
Possiamo notare che la mente dei musicisti è diversa da una mente di chi ascolta musica in maniera inesperta. Negli ascoltatori inesperti l'ascolto della musica attiva la parte destra del cervello, quella più intuitiva, nei musicisti si attiva la parte più razionale, cioè quella destra.

Un recente studio americano ha evidenziato che i professionisti della musica ascoltano in modo diverso rispetto ai semplici appassionati. I primi hanno un approccio analitico, i secondi emotivo. Per questo l'arte dei suoni non rilassa entrambi allo stesso modo. Come ascoltano la musica i musicisti? Che tipo di sensazioni provano i professionisti delle sette note quando assistono a un concerto? Qualcuno potrebbe pensare che, visto che la fonte sonora è uguale, musicisti e non musicisti provano le stesse sensazioni. Le cose, invece, non stanno esattamente così. Alla domanda ha cercato di rispondere un recente studio americano che ha individuato due tipi di ascolto: emotivo e analitico. Il primo è prerogativa degli incompetenti che, non avendo una preparazione specifica, rispondono agli stimoli di una composizione musicale in modo diretto. Un crescendo fa aumentare il battito cardiaco, un passaggio veloce - non necessariamente di grande virtuosismo - crea stupore e ammirazione. Una melodia struggente commuove subito, eccetera. Il professionista, invece, ha un ascolto analitico, "gestaltico", dal tedesco "gestalt" (forma). Ogni nota che sente deve trovare una collocazione nella struttura del pezzo. Durante l'ascolto il cervello attua una sorta di decostruzione continua. Se il brano è per orchestra vengono individuati i diversi timbri, quindi collegati ai rispettivi strumenti, poi viene fatta una valutazione sulla qualità dell'esecuzione. Alla fine, se tutto procede senza intoppi, sfiancata dal labirinto cerebrale arriva una briciola di emozione. Ho semplificato molto, ma la sostanza è questa. Naturalmente ci sono tante sfumature, insomma non stiamo parlando di una scienza esatta. I musicisti possono tirare un sospiro di sollievo. Molti di loro non hanno mai perso l'ascolto emotivo. Ci sono due casi che meritano tuttavia di essere studiati. C'è un luogo comune secondo il quale la musica rilassa. La "classica" in special modo. Per questo motivo nelle sale d'attesa degli studi dentistici viene diffuso Mozart a tutto spiano. La musica accompagna anche le sedute di massaggi, la meditazione, o più semplicemente la giornata in ufficio, o il proprio relax. Tutto questo vale per le persone "normali". Alla maggioranza dei musicisti, invece, ascoltare musica piace, ma non allenta la tensione. Per rilassarsi preferiscono il silenzio. Soltanto così il loro cervello può davvero riposarsi. Ma c'è un altro caso curioso. È il momento in cui un musicista deve esprimere una valutazione su un collega che suona uno strumento diverso dal suo. Che cosa succede, per esempio, a un pianista che siede in una commissione d'esame di violino? Come si comporta un organista che deve valutare un flautista? Nei concorsi giovanili multistrumentali ho assistito mille volte all'imbarazzo, per non dire al panico, che vivevano stimati professori di pianoforte completamente spiazzati nel dover esprimere un parere su un ragazzo che suonava la tromba. Eppure il linguaggio musicale utilizza gli stessi ingredienti: note, pause, dinamiche, agogiche. La capacità d'ascolto del pianista, ma vale per tutti gli strumentisti, è fortemente condizionata dalla propria settoriale competenza. Soltanto l'abitudine o la necessità - pensiamo al direttore d'orchestra - riescono a liberare il musicista dai vincoli dell'ascolto analitico. Arriviamo a parlare della meditazione d'ascolto ossia quella pratica che rende il corpo e la mente ricettivo a stimoli esterni quali molti affermano la sfera paranormale
ossia il parlare con il proprio spirito.
Durante la meditazione Tibetana per esempio, si nota come i cosi detti monaci “imitano” un suono assai particolare ossia l'"om" codesto suono ripetuto rilascia delle vibrazioni sofisticatissime che permetto al praticante di arrivare ad uno stato di “trance” meditativa permettendo alla mente di ricevere informazioni anche di natura
soprannaturale.

Sempre parlando di meditazione possiamo parlare delle varie tecniche utilizzare dalla musica per “condizionare” lo stato mentale dell'individuo :

Il didgeridoo: un suono assai particolare che produce suoni ad bassissima frequenza capace di “ipnotizzare” la mente rendendola vegetativa (svuotata da ogni pensiero) quindi capace di essere ricettiva. Questa tecnica non è ancora riconosciuta nella musicoterapia ma viene adoperata da moltissimi studiosi e moltissime persone di tutto il mondo di tutte le religioni appunto per la meditazione. Quante volte abbiamo detto "ah, questa musica mi fa andare in ecstasy!" oppure "questa canzone mi fa ricordare..."; eh, sì.. Non si tratta solo di sentimentalismo o nostalgia di vecchi tempi, si tratta dell'effetto delle vibrazioni musicali trasmesse al cervello rendendo gradevole e molto appagante l'ascolto. La musica suscita ricordi, pensieri, malinconia ecc.. Anche per questo che codesta viene utilizzata dagli psicologi e psicoterapeuti per le loro sedute con pazienti irrequieti o che debbano ricordare determinati fatti questo sta a determinare l'efficacia sulla nostra mente.

Parliamo un po' di storia musicale. L'effetto della musica (e dell’arte più in generale) sulla psiche e sull’animo umano era noto fin dalla antichità: nelle prime civiltà note i sacerdoti erano i depositari dei saperi ed insieme dispensatori delle terapie.
Nei rituali che dovevano scacciare il male dal corpo i movimenti, i ritmi ed i suoni erano fondamentali e tutto si basava su una intuizione elementare: il corpo era parte del cosmo che era fatto di armonia e ritmo e quindi la musica, che è armonia e ritmo, poteva mettere il corpo malato in sintonia con il cosmo.
Nella cultura cinese del III secolo a.C. il primo libro di medicina è anche il primo libro conosciuto di musica e contiene la prima scala pentatonica.
In occidente Platone è stato tra i primi a dare un tentativo di spiegazione razionale degli effetti della musica sulla psiche, partendo anche lui dalla premessa che l’intero universo è costituito su ritmi e che la vita umana è basata su ritmo e armonia: la musica parla alla parte più istintiva della mente.
Aristotele parlava di “effetto liberatorio e catartico” in grado quindi di migliorare le tensioni psichiche.
Per Pitagora la musica poteva “modificare lo stato d’animo profondo, consentendo una maggiore consapevolezza di sé ed un più sapiente uso delle proprie capacità”.
In epoca medioevale in Estremo Oriente, per gli arabi strumenti musicali come il flauto, erano anche strumenti di terapia per alcuni disturbi mentali, mentre in Europa i monaci di nuovo erano i depositari del sapere medico e di quello musicale.
Nel periodo rinascimentale scuole mediche come quella di Salerno e come quella di Montpellier, partendo da concetti “laici” arrivano comunque all’idea di un “rapporto di vibrazione che si crea tra i corpi sonori come quello umano e l’ambiente che ci circonda”.
È nella prima metà del '700 comunque che si parla esplicitamente di “musicaterapia” e lo fa il medico musicista londinese Richard Brockiesby in un trattato che si diffuse in tutta Europa suscitando perplessità e polemiche.
Alla fine del '700 si approfondisce il concetto di “Scienza Musicale”, si parla di applicazioni anche alle patologie organiche, si comincia ad individuare la relazione intercorrente tra ritmo corporeo e ritmo musicale, tra pulsazioni, ritmo del respiro e battute musicali. Nell’800 i concetti diventano più scientifici e, come tutte le nozioni mediche, si comincia a sottoporre a verifica, con studi ripetibili e testabili, gli effetti della musica sul corpo e sulla mente delle persone, mentre in Germania Karl Strumph parla di “psicologia del suono”.
Oggi i mezzi di cui dispone la scienza medica riescono ad indagare anche sulle modificazioni che si attivano nelle aree cerebrali delle persone che ascoltano musica o che si pongono davanti ad un quadro: Semir Zeki ha definito “neuroestetica” la disciplina che cerca di capire le basi neurofisiologiche dell’arte e cerca di scoprire se esistono degli “universali artistici” che possiamo trovare in tutti noi indipendentemente dalla latitudine alla quale siamo nati e alla cultura alla quale apparteniamo.E le ricerche più moderne sembrano dirci che questi “universali” esistono davvero, confermando la nozione comune che l’arte non ha confini e riesce a parlare alla psiche di tutti, senza problemi di linguaggio o di idiomi.Abbiamo la conferma che il messaggio artistico viene elaborato soprattutto nel sistema dell’ippocampo e nel sistema limbico del nostro cervello, i quali hanno ampie connessioni sia con l’ipotalamo sia con la corteccia. Ed è soprattutto alla corteccia dell’emisfero destro, quello delle funzioni analogiche e che analizza in base a criteri ritmici, musicali, spaziali, che spetta il compito di elaborare gli impulsi che vengono dalla musica e dalle forme artistiche in generaleAbbiamo detto che il linguaggio musicale ha le caratteristiche di un “protolinguaggio” in quanto prescinde dal linguaggio elaborato in maniera cosciente. Ed è forse qui che c’è tutta la spiegazione del perché la musica possa agire sugli affetti e sui sentimenti molto di più di quanto possa fare il linguaggio verbale.
Ci può aiutare a capire meglio Gregory Bateson: “gli algoritmi dell’inconscio sono organizzati in modo del tutto diverso dagli algoritmi del linguaggio. E poiché gran parte del pensiero conscio elaborato dalla neocorteccia è strutturato in base alla logica del linguaggio, esso può accedere con grande difficoltà agli algoritmi dell’inconscio”.
E’ quello che Pascal diceva in modo più poetico: “Il cuore ha le sue ragioni che la ragione non conosce”.
“L’arte” dice sempre Bateson “è una comunicazione di qualcosa di inconscio che le parole razionali non potrebbero dare allo stesso modo” e ricorda una citazione di Isadora Duncan: “Se potessi dire con le parole che cosa significa, non avrei bisogno di danzarlo”.
Ed è per tutto questo che l’arteterapia si pone oggi, con strumenti del tutto nuovi e con grandissime potenzialità, in quello che continua ad essere la frontiera più affascinante per chi voglia capire meglio la condizione umana: il rapporto tra mente e corpo, ha connessione tra la parte istintuale e inconscia dell’animo umano e quella razionale.
Spunto dal Dott Crescenzo Paliotta.
Ma Parliamo anche degli effetti della musica sulla natura: quante metodiche naturali possiamo utilizzare piuttosto che usare fertilizzanti chimici?
La musica sembra avere effetti molto positivi non solo sugli esseri umani, ma anche sulle piante. Alcuni agricoltori biologici usano vari suoni, (ad esempio il canto degli uccelli) che favoriscono l'apertura degli stomi. L'uso della musica, associata ad uno spray fogliare organico si sta rivelando un buon fertilizzante, perchè in questo modo la pianta assorbe una maggiore quantità di nutrienti (www.biospazio.it). Aggiungo anche che la musica è stata utilizzata per far crescere gli ulivi in maniera genuina e piu' veloce. Sulla musica ci sarebbe ancora molto da dire ma non voglio scrivere di più per lasciarvi la sperimentazione di codesta "dea" dell'anima al vostro discreto e sensibile giudizio. Sperimentate la musica su di voi! Può farvi solo del bene.

Simus

Fonti:
http://www.biospazio.it

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