DOMENICO ROTINO

RACCONTI

 
LA SPADA DEL GUERRIERO ERRANTE
IL TAPPETO BLU
LE AVVENTURE DI STEPHAN IVANOF
 

LA SPADA DEL GUERRIERO ERRANTE

        La freccia si piantò sul mio stivale, numerose ombre spuntarono dalla nevosa boscaglia, eravamo circondati. Il caporale ordinò repentinamente il ritiro immediato della squadra, ma una freccia scagliata sul suo collo ruppe il tono della sua voce, un urlo provenne da uno dei bianchi cespugli ed una pioggia di frecce piombò sui nostri corpi.Alcuni dei miei compagni sollevarono gli scudi per difesa, ma erano troppo piccoli e la frecce arrivavano da ogni lato, altri si gettarono a terra ma le punte delle frecce raggiungevano ogni angolo, altri ancora tentarono di scappare disperatamente, perforati da mille di quelle saette crollavano per terra gemendo ed urlando disperatamente. Anch'io mi gettai a terra, pur sapendo che ormai non avevo scampo, mentre annusavo l'odore della terra mischiato a quello del sangue dei miei compagni,vidi il caporale sguainare la spada, dalla ferita causata dalla freccia al collo sprizzavano copiosi fiotti di sangue vivo, alcuni di loro lasciarono cadere gli archi, uscirono dai cespugli, e con lunghe accette si scagliarono su chi ancora respirava. Il più grosso di loro indossava una gigantesca pelle di orso nero, nascosto nell'ombra delle sequoie, si scorgeva il suo sguardo luccicante di un rosso purpureo, impugnava un enorme martello da guerra, si diresse verso il caporale che ancora stentava a mantenere l'equilibrio, si trovò dinnanzi a lui e con un poderoso urlo piantò il martello sulla spalla destra del caporale, quasi si divise dal resto del corpo, stava per crollare per terra, quando il nemico lo colpì un'ultima volta con un violento colpo che scaraventò la carcassa del caporale su di un albero, era ormai privo di vita.Uno di loro si accorse di me, dal cespuglio in cui si trovava cominciò ad urlare e a corrermi incontro. Non avevo altra scelta, se dovevo morire avrei almeno dovuto opporre resistenza, così mi alzai di scattò e impugnai la mia spada. Il terreno cominciò a tremare, non erano le mie ossa, era il suolo sottodi me, di colpo sprofondai nell'entro terra. Non so per quanto tempo continuai a rotolare giù infrangendomi tra una roccia e l'altra. Ripresi i sensi, non riuscivo a muovermi, sentivo il sangue scorrere sulla mia testa, il braccio destro e la gamba sinistra erano rotte, il dolore era acuto e muoverli era impossibile, lo scudo ed il resto dell'armatura erano in frantumi.Non c'era luce, doveva essere un cunicolo molto profondo, c'era uno strano odore, non era un buon segno. Poi cominciai a sentire dei gemiti, erano dei cuccioli di orso, era davvero una gran bella situazione, non so se sarebbe stato meglio essere ucciso dai Khomantes o diventare cibo per orsi. Cominciai a trascinarmi col braccio sinistro verso quella che sembrava l'uscita, mi diressi dove scorgevo un pò di luce e aria, poi vidi i cuccioli, erano tre, molto piccoli, due neri ed uno sul marrone scuro. Dovevo fare in fretta e uscire al più presto, se la madre fosse arrivata mi avrebbe sbranato, sopratutto vedendo il mio sangue ovunque. Il dolore era immenso, ma il timore dell'orso era ancora più grande, dovevo sopravvivere, ero l'unico della mia compagnia e dovevo informare l'esercito, probabilmente i Khomantes avevano organizzato agguati simili su tutto il territorio della foresta, sarebbe stato un massacro.Alcuni passi sulla neve, poi proprio davanti l'entrata della grotta, l'enorme orso. Un boato tremendo provenne dalla sua bocca spalancata, vidi con limpida paura le poderose zanne della sua mascella. Si alzò in piedi in tutta la sua grandezza, era alto almeno 3 metri, spalancò le immense braccia artigliate e si preparò a caricare sulla mia carcassa inerme. Di colpo un sibilo, 5 lance lo colpirono sul dorso, poi numerose frecce sulle zampe, l'orso cominciò ad urlare e si girò di scatto verso le rocce e gli anfratti dietro di lui. 5 uomini,vestiti in armatura lo accerchiarono con lunghe lance biforcute. Uno di loro,capelli e barba lunghissimi, biondo, in armatura scintillante d'argento vivo,rivolse il suo sguardo verso di me "...non preoccuparti straniero, ti tireremo noi fuori da qui!..", mostrava un sorriso sicuro di se e la cosa mi rassicurò inspiegabilmente, persi i sensi stremato dal dolore e dalla stanchezza.Un forte calore destò la mia mente, mi ritrovai su di un soffice letto, sia il mio braccio che la mia gamba erano fasciati alla meglio, non sentivo più dolore, ....pensai subito che fossero in cancrena e che presto li avrebbero amputati, poi mi accorsi di avere addosso numerose erbe, forse era il loro effetto a narcotizzare il dolore.La stanza era molto grande, in pietra, un asse di legno sul soffitto e finestre di legno chiuse, qualche mobile in legno e null'altro. La porta si aprì, entrò una donna, so che non era davvero il caso in quel momento particolare, ma non potei fare a meno di ammirare la sua bellezza, non era certo una incantevole e luccicante dama di corte, ma aveva quei particolari a cui non sapevo davvero resistere. Capelli castani corti fino al collo, occhi azzurri, labbra vellutate a forma di cuore, viso marmoreo e un corpo aggraziato ed esile nella sua forma,un vestito da cortigiana con gonna lunga copriva le sue grazie.Aveva in mano delle bende e dei panni puliti. Mentre chiudeva dolcemente la porta mi guardava come una madre osserva il figlio, si accorse che i miei occhi erano aperti "...come vi sentite oggi sir?, avete dormito per due giorni consecutivi, la vecchia Dhomitir confidava nella vostra volontà, ma tutti credevamo che le vostre condizioni eran troppo gravi...comunque sono contenta che vi siate ripreso", cercai di mettermi seduto sul letto "...ma chi siete voi?, dove mi trovo?...ehm! perdonatemi, il mio nome è Stephan, Stephan Ivanof,quarta divisione del Grifone d'oro, sono soldato di sua maestà Ludvig III..".La giovane donna si avvicinò accompagnando con le calde mani il mio movimento sul letto "...sir. Stephan, io sono Leila, figlia del capo Contea di questa zona, siete a Rathen Loft, Contea di Mithril, siete stato ritrovato dai guerrieri della nostra cittadina nel cuore della foresta di Norfair, come mai la vostra divisione si è spinta così avanti? di solito il sovrano non espone così tanto il suo esercito prediletto per aiutare le Contee oltre la foresta di Norfair...".La sua acutezza mi stupii molto, ne fui felice, perché oltre ad essere bella d'aspetto mostrava anche un'intelligenza molto acuta, cercai di spiegarmi al meglio per eliminare dal suo sguardo qualsiasi segno di diffidenza nei miei confronti "..so cosa pensate del sovrano Ludvig, e anch'io come voi non ho mai approvato il suo atteggiamento assolutista, più volte i miei superiori hanno presentato petizioni per convincere il sovrano ad aiutare questa parte del regno contro i Khomantes, ma niente distoglieva la sua mente dai suoi primari interessi individuali, ma poi, l'abile maestria del Consigliere Folkehn, che conoscerete anche voi, ha convinto il sovrano ad intervenire, facendogli presente che l'avanzata dei Khomantes si dirigeva sempre più verso il centro dell'impero e che prima o poi avrebbero minacciato anche i giacimenti di diamanti dall'altra parte del regno, purtroppo però la nostra strategia non ha avuto successo, siamo stati mandati allo sbaraglio nella foresta di Norfair senza alcun criterio, sopratutto se si pensa che i Khomantes sono dei nomadi selvaggi che trovano in questi luoghi, il loro ambiente naturale....,probabilmente sono uno dei pochi sopravvissuti dell'esercito di 300 uomini mandato all'avanguardia delle armate per l'offensiva...". Leila tolse le coperte e cominciò a togliermi le bende di dosso, ero un pò imbarazzato, lei lo notò e sorrise "..non abbiate timore, per anni ho cambiatole bende e le cicatrici dei corpi dei miei fratelli,...da tanto resistiamo alle incursioni dei Khomantes e ogni volta è sempre più dura, i raccolti sono sempre minacciati dal freddo e dalla neve e il nostro sovrano si preoccupa solamente dei suoi preziosi diamanti..", così dicendo fasciò dolcemente le mie ferite.

IL TAPPETO BLU.

Prologo:
Si narra che nel 1300 d.c., un oscuro signore dell'alchimia e delle arti magiche riuscì dopo lunghi studi e ricerche, a costruire un potente artefatto magico dagl'incredibili poteri. Si disse che era un tappeto volante, che esso godesse di volontà propria come un vero essere vivente in grado di pensare e che potesse esaudire tre desideri di chi lo aveva al suo servizio.La tela che componeva il tappeto era di colore blu, numerosi filamenti dorati ornavano la sua intelaiatura raffigurante uno splendente drago ondeggiante tra le nuvole.Non si sa che fine possa aver fatto il creatore del tappeto, alcuni dicono che sia stato ucciso da alcuni banditi che bramavano la preziosa reliquia, altri dicono che grazie ad un desiderio esaudito dal tappeto è divenuto il nostro attuale Dio dei mortali.Fatto sta che il tappeto blu ha continuato a vivere, come un'artista accolto da vari mecenati nel tempo, è stato accolto dai più potenti personaggi della storia dell'umanità, coloro i quali nella società del tempo erano semplici insetti insignificanti, grazie al tappeto erano divenuti potenti sovrani, da Carlo Magno, che espresse il desiderio di divenire semplicemente imperatore di un grande impero, a Hitler che chiese di infliggere il più grave dolore all'umanità e al popolo che più in assoluto odiava.Ma il tappeto era scaltro e la sua volontà non era neutrale, volando da un'epoca all'altra, egli esaudiva i bramosi desideri di buoni e cattivi applicandole sue rigide leggi di contrappasso, infatti coloro che bramavano il potere,alla fine ne vennero sopraffatti, coloro che adoravano il denaro ne vennero sommersi, egli si divertiva ad esercitare il suo potere in tal modo, chi credeva di dominare tale oggetto ne diveniva alla fine schiavo e succube,chiave di desiderio e strumento di tortura allo stesso modo.Molte sono le leggende raccolte nelle polverose biblioteche dei monasteri, che raccontano dei bislacchi incontri tra il tappeto blu e povera gente comune, la cui unica colpa fu quella di accogliere nella propria dimora il suddetto oggetto di ornamento casalingo.....

Capitolo 1. 
Il servo della gleba. Mhir era un povero bracciante delle terre del feudatario Ihshkemar, nella regione del Nord Europa, egli viveva in un piccolissimo casolare ai piedi dell'immenso castello del suo signore. Una stanza grande quanto un cavallo, un pò di fieno sparso per terra e qualche buco sul soffitto da cui poter guardare le stelle quando la stanchezza del lavoro massacrante impediva il riposo notturno, questo era il mondo di Mhir, nato in mezzo a quel fieno dalla povera madre Dohnàt in mezzo ad asini e pecore, gli altri braccianti lo chiamavano il messia dei bifolchi e lo deridevano per la sua infantile ingenuità.Il tramonto era all'orizzonte delle immense coltivazioni di Ihshkemar, il gelido vento invernale penetrava fra le ossa sgretolandole e i primi fiocchi di neve iniziavano a posarsi dolcemente sulla terra, un corno cominciò a risuonare dal lontano castello, erano le guardie del feudatario che richiamavano i braccianti al termine della giornata lavorativa. Così come gli altri, Mhirprese la rozza zappa e se la mise sulle fragili spalle coperte da uno sporco straccio di lana, era sempre l'ultimo a lasciare le terre del padrone, seguiva da lontano gli altri e non capitava mai che camminasse insieme a loro per evitare di essere deriso per l'ennesima volta, così rimaneva li da solo a camminare con gli occhi bassi fissi sugli scarponi bucati, pensando a cosa avrebbe potuto escogitare quella notte per poter dormire. A volte rimaneva li sul fieno ad ascoltare le voci degli altri servi che rimaneva la notte a banchettare e a bere vino, altre osservava le stelle dalle fessure del soffitto del suo giaciglio, oppure nelle notti tempestose, contava con minuziosa attenzione le gocce di pioggia fin dove le sue scarse conoscenze matematiche potevano inoltrarsi.....dallo zero al dieci.Un giorno come tanti Mihr tornava, alla fine della solita giornata di lavoro sui campi, verso la sua piccola dimora, ormai gli altri braccianti nemmeno lo degnavano di uno sguardo, quasi fosse un animale della fattoria del signore,per tutti era un giorno speciale, era la vigilia di Natale e il castello del feudatario era pieno di luci e colori, numerosi erano le nobili famiglie che quella sera avrebbero preso parte al meraviglioso banchetto organizzato da Ihshkemar.Anche i servi erano contenti, il loro padrone aveva concesso loro alcuni giorni di riposo e la possibilità di festeggiare dopo una messa comunitaria celebrata dal cappellano del castello al tramonto di quella stessa giornata.Mentre il crepuscolo precipitava lentamente nell'entroterra per lasciar spazio alla notte, Mihr per la prima volta dopo tanto tempo, distolse gli occhi dai suoi vecchi scarponi, una strana ombra nel cielo aveva attirato il suo pacato sguardo. Vide un nuvola blu, fluttuava velocemente nel vuoto a grande velocità,poi d'un tratto scomparve, come un lampo che non lascia alcun segno. Forse era un'allucinazione, guardò gli altri, nessuno sembrava aver notato quella stranezza, come potevano?...immersi nella loro accogliente e banale quotidianità!...Mhir si fermò, era la prima volta che la sua mente pensava a cose simili, per la prima volta si sentì superiore a quella marmaglia, sembrava quasi che quel pensiero non fosse suo, così nuovo e bello, continuava a ripeterselo dentro sempre più forte, immobile nella sua posizione sembrava quasi una pianta che metteva le sue prime radici.Uno degli altri lo chiamò "...ehi idiota! vuoi rimanere li a gelarti??..", Mhirnon abbassò lo sguardo, ricominciò a camminare a testa alta passando tra i braccianti che smisero di ridacchiare come iene, il giovane arrivò dinnanzi a colui che lo aveva chiamato, ad un palmo di naso dal suo viso rispose con semplice chiarezza "..no..", poi sorpassò il resto degli altri e continuò a camminare fino al castello, tutti rimasero a guardarlo con gli occhi incuriositi come se non lo avessero mai visto prima d'allora, poi il bracciante sbuffò a ridere "..ma guarda, quell'idiota ha ancora la lingua!..", e tutti continuarono come se nulla fosse successo, troppo presi dalla gioia della festività non avevano proprio voglia di pensare alle stranezze di Mhir.Il ragazzo era fiero di se, quasi non si riconosceva in ciò che aveva appena fatto, riguardava la scena più volte come fosse una rappresentazione teatrale,di quelle che una volta aveva visto di nascosto osservando i giullari che dalle steppe dell'est, erano venuti ad allietare il suo padrone, poi fece un lungo sospiro e si chiese se mai avrebbe potuto ripetere un'azione simile, forse bastava ripetersi in testa quelle geniali parole....o forse no, in fondo rimaneva solo e sempre un misero servo, niente, neanche mille parole avrebbero potuto cambiare la sua miserabile vita. Arrivò alla sua piccola dimora, già le risate di festa degli altri echeggiavano dal grosso fienile ai piedi del castello, dove gli altri servi stavano preparando il banchetto, si tolse lo sporco straccio di lana che aveva addosso,prese una coperta e si rannicchiò in un angolo a sorseggiare un pò di vino,rubato di soppiatto dalla riserva.Era ormai la luna piena in cielo, quando i canti dei braccianti riuniti al fienile, svegliarono Mhir, si era assopito sorseggiando quel vino e mangiandola sua razione di cibo, "...buon natale Mhir, oggi è il tuo giorno fortunato...", il giovane rispose tranquillamente continuando a bere le ultime gocce del suo prezioso nettare, poi uno scatto improvviso e fu subito in piedi,si guardò attorno ma la stanza era completamente vuota, non aveva il coraggio di rispondere....forse era quella stessa voce che prima aveva risuonato nella sua testa, facendogli sputare quelle parole e quegli atteggiamenti così innaturali per un'essere umile come lui, "...gradirei che togliessi i tuoi sudici piedi dalla mia stoffa!...è già tanto che ti abbia permesso di dormire su di me per qualche ora!...", il ragazzo sentì un formicolio sotto i piedi,guardò per terra e vide con sua grande sorpresa un pregiato manufatto, un tappeto blu finemente ornato, era tutto troppo assurdo, un tappeto di grande valore, che parla e si muove?!?...il vino doveva essere marcio oppure sto sognando!!!...questo continuava a ripetersi dentro la sua testa, fin quando la voce del tappeto penetrò dentro di lui....-sono la tua unica possibilità di salvezza, mi trovavo a passare di qui per caso, quando ho notato quell'inutile marmaglia di servi della gleba, ero deciso a passare oltre, magari a fermarmi dal tuo padrone per vedere che tipo fosse, ma poi ho visto te e ho deciso di farmi notare dai tuoi occhi fissi per terra,...no, quello che hai pensato dentro di te in quei momenti non è opera mia, sei tu che hai dentro di te un dolore immenso chiuso in una striminzita gabbia d'acciaio, non io, che sono solo uno strumento al tuo servizio, la chiave che accende ogni tuo desiderio di rivalsa, e sono state proprio quelle parole che ho percepito dentro di te che mi hanno convinto a darti una possibilità,...adesso sei il principe dei desideri, devi solo scegliere quello che brami di più, scava e zappa dentro dite, come quando lavori la terra e cerca quello che vuoi veramente!!!-.Le parole di quell'essere cominciarono a fluttuare dentro la mente del giovane sempre più velocemente, come un vortice tempestoso dei mari del nord, fin quando sopraggiunse un collasso, Mhir cadde a terra privo di sensi.E' stato solo un sogno, non c'è più nessuno demoniaco essere nella mia casa...si disse sorridendo, "...e tu questa la chiami casa?!..." proruppe il tappeto svolazzando dietro il giovane, poi lo avvolse dolcemente come la madre che difende il proprio cucciolo impaurito "...non c'è fretta padrone!...hai tutto il tempo che vuoi per decidere, e sopratutto per capire, maricorda...ogni tuo attimo di indecisione, è un attimo in più di sofferenza e di umiliazione,...e adesso, mio caro padrone, ti regalerò il più bel natale che tu abbia mai visto...", Mhir non ebbe nemmeno il tempo di fiatare, bastò un battito di palpebre e il vecchio casolare non esisteva più, un'immensa sala la cui estensione era paragonabile al cielo, grandi finestre ai lati, grandi quadri con dorate cornici prendevano vita magicamente, candelabri d'argento sul lungo tavolo, il giovane si ritrovò seduto a capo tavola, ai suoi fianchi centinaia di persone ben vestite, cortigiani e nobili, Mhir ebbe subito timore e mortificato di sè, guardo i suoi stracci, ma al loro posto sentì pregiate stoffe di rara bellezza, bottoni di perla bianca e un lungo mantello blu, tutti parlavano e gesticolavano finemente annuendo ogni tanto verso di lui con cenni di approvazione, d'un tratto decine di servitori costeggiarono la tavola ambo i lati con migliaia di piatti diversi, cibarie che non aveva mai visto, polli e tacchini fumanti imbandivano la tavola al fianco di lucenti posate e piatti di porcellana, alcuni suonatori sedevano ai lati della stanza intonando armoniose melodie.Tutti si alzarono in piedi "...lunga vita a Mhir!..." dissero alzando i calici in alto, poi iniziò la cena, il povero servo della gleba non aveva parole migliori di sogno o miraggio per tale situazione, ma l'odore del cibo era come un vortice irresistibile, così agguantò con le mani la selvaggina ben cotta che si parava dinnanzi a lui, il mantello blu cominciò a muoversi sinuosamente"...sarebbe bello avere queste prelibatezze ogni volta che le desideri, vero padrone?..ma prima devi essere cosciente della tua natura, e di quello che stai vivendo in questo momento!", d'un tratto, al termine della cena, un servo si avvicinò a lui con uno specchio, l'immagine del sudicio Mihr era riflessa, gli abiti erano ancora addosso al suo corpo, ma lo specchio mostrava ancora il vecchio Mihr, quello di sempre.Un grido ruppe la visione, il cibo sparì insieme alla sala e ai nobili, tornò il piccolo casolare....era solo un sogno, ma...il cibo era vero, e anche quella gente!....significa che tu puoi rendere realtà tutto questo?..., "...basta volerlo mio caro padrone" rispose il tappeto posandosi dolcemente sul suolo"...adesso dormi padrone, e rifletti sulla mia proposta...domani parleremo conc alma".Il sonno di quella notte sembrava così caldo, così accogliente e piacevole,credeva di aver dormito per dieci notti di fila, su di un letto di piume, non aveva sentito i soliti brividi o spifferi di vento, che come ogni notte venivano a destare la sua esile veglia. Aprì gli occhi stirando con ozioso fare le braccia e le gambe, ma vide con suo stupore che aveva dormito di nuovo sul gelido fieno, sotto quella vecchia e piccola coperta che a mala pena copriva il suo busto e le gambe, la stessa coperta in cui era stato avvolto alla nascita,il pensiero andò subito alla madre, morta di polmonite alcuni anni fa, una forte rabbia cominciò a circolare nelle sue vene, forse se il feudatario si fosse occupato di lei non sarebbe morta, se gli altri braccianti si fossero preoccupati di lei!!!...pensieri che fino a quel momento non avevano mai sfiorato la sua mente."..Calma padrone, ormai è acqua passata, devi pensare al tuo futuro, ...non tiè dato sapere chi..o cosa io sia, sfrutta questo momento e cancella con un soffio il tuo misero passato, io ti offro tre desideri, da essi dipende la tua vita, usali bene e non te ne pentirai, ma rifletti bene, scegli minuziosamente e con cautela, hai tempo fino alla mezza notte di questo giorno, oltre questo tempo, se non avrai deciso andrò via e con me, sparirà la tua ultima possibilità di una vita migliore...rifletti padrone, rifletti...", il tappetto ondeggiava al centro della stanza, al termine del suo discorso, quasi come se avesse perso vita, si posò dolcemente per terra senza proferire altra parola,Mihr si avvicinò, lo toccò con cautela "...ehi! aspetta..", ma il tappeto non rispondeva. D'un tratto alcuni passi veloci interruppero la scena, Mihr intuì subito e nascose il tappeto sotto il suo giaciglio di fieno, un grosso piede scalciò l'esile porta di legno, era il capo dei braccianti "..ehi! idiota! dove ti credi di essere? in villeggiatura? è già da un pò che gli altri sono al lavoro! muovi il tuo culo e vai a zappare!!..", con un frustino cominciò a colpire la schiena del ragazzo mentre quest'ultimo metteva frettolosamente i vecchi scarponi e s'affrettava a correre per raggiungere gli altri.Continuavano a prenderlo in giro mentre solcava la terra col pesante arnese da lavoro, ma lui non ascoltava, come spifferi di vento che vanno e vengono, gli sfottimenti dei braccianti trapassavano da parte a parte il ragazzo senza che questi ascoltasse, assorto com'era nei suoi pensieri, decisioni importanti da prendere velocemente, prima di notte fonda il suo futuro sarebbe stato deciso dai suoi semplici desideri, non riusciva ancora a comprendere del tutto la situazione, come poteva? nessuno avrebbe potuto, per lui era come un sogno che invadeva la sua tediosa realtà. La giornata passò velocemente, simile a tante altre precedenti, con le stesse cadenze di un cariòn che suona sempre la stessa melodia. Mhir tornava nella sua capanna al calar del sole, il suo sguardo era rivolto al cielo, gli altri braccianti stavano alla larga e scrutavano con inquietudine il suo nuovo comportamento, poi gli occhi del giovane puntarono al castello del suo padrone,un sorriso pieno di meraviglia invase il volto di Mhir pian piano, come un sole che sorge al mattino di una splendida giornata, gli altri contadini cominciarono a credere che il giovane fosse diventato passo, negli ultimi giorni troppi erano stati i cambiamenti, quei comportamenti strani, nessuno sciocco servo della gleba avrebbe potuto immaginare cosa mirava lo sguardo di Mhir in realtà, mirabili glorie e desideri di rivalsa bollivano e crogiolavano nella sua mente a fuoco lento.Più volte i braccianti richiamarono Mhir per riportarlo con i piedi per terra,ma niente, nessun urlo, nessuna ulteriore beffa poteva destare i suoi occhi così vivi, prima spenti e bassi, prigionieri della monotonia e della miseria di ogni giorno. Mhir entrò nella sua dimora chiudendo con un forte tongo la porta di legno. Il tappeto era li per terra, al centro della stanza "..ebbene, Mhir rivelami i tuoi sogni, io sono il tuo strumento..", il ragazzo chiuse gli occhi una prima volta e cadde in un sogno infinitamente idilliaco; tra mille colori e luci, in un vortice frenetico, rivide le mani calde della madre, non più ruvid e segnate dal tempo, ma lisce e vellutate come quelle di una giovane damigella. Comparve la figura in tutta la sua interezza, era la madre, nel pieno della giovinezza, con un fine abito sfarzoso e regale, i capelli biondi e non più grigi ed aggrovigliati, luccicante come l'oro dei tesori del suo sovrano. Ella lo abbracciò forte e gli occhi di Mhir si riaprirono, la madre era li al suo fianco a tenergli la mano sinistra. Alcune lacrime traboccavano dagli occhi del giovane, la madre guardava con amorevole protezione gli occhi del figlio. Gli occhi di Mhir si chiusero una seconda volta, riapparve il vortice, dinnanzi al giovane apparve una luce bianca, lontana ma brillante come un diamante, di colpo degli oggetti cominciarono a fuoriuscire dalla luce a enorme velocità, come saette richiamate dal cielo, erano lunghe lance reali e alabarde, e tutte si dirigevano verso Mhir, ad un soffio da lui si piantarono per terra attorno alla sua figura in posizione perfettamente eretta e verticale, centinaia di mani coperte da ferri e guanti di armatura comparvero dal vortice ed una schiera di possenti soldati, imponenti nella mole e nella fierezza, circondò Mhir prendendo le armi con forza in posizione di difesa rispetto a lui. Una pioggia di scintillanti monete cominciò a cadere copiosamente dal vortice frenetico che continuava a girare a grande velocità intorno a lui, gioielli, diamanti e monete pregiate coprirono e sommersero Mhir fino a soffocarlo. Gli occhi si aprirono nuovamente, adesso, oltre alla madre,erano presenti numerosi soldati in armatura pesante, possenti e fieri più della milizia scelta dello Zar di Russia, accanto ad ognuno di loro un enorme forziere traboccava di preziose reliquie. Mhir sorrideva ossessivamente, a stento tratteneva la risata per la felicità che traboccava da ogni angolo di quella visione, e la madre continuava a stringergli ancora più forte la mano,poi chiuse un'ultima volta gli occhi. Nuovamente il vortice intorno a lui, la capanna in cui aveva vissuto per tutto quel tempo era davanti ai suoi occhi, un violentissimo fulmine blu colpì con violenza la sua dimora incenerendola completamente in un sol colpo. Da terra cominciarono lentamente a spuntare alcuni grossi blocchi di pietra, come timide radici che nascono sotto i raggi del sole, così tali macigni uscirono dal suolo unendosi gradualmente sempre più velocemente. Ad un certo punto, sempre più velocemente, milioni di blocchi strariparono dalla terra del suolo incastrandosi tra loro e formando quello che era infine un enorme ed imponente palazzo reale, uguale in tutto e per tutto a quello del suo padrone feudatario. Dalla vetta più alta delle torri di quell'immenso castello un urlo irruppe come una dolce melodia già annunciata,poi di colpo, dalla finestra più alta della torre, una sagoma cadde a grande velocità cadendo di botto al suolo, davanti ai piedi di Mhir, era Ihshkemar, grondante di sangue prendeva con una mano il piede del giovane ed implorava pietà. Il giovane contadino era sconvolto da quella visione, istintivamente si chinò per soccorrere il suo sovrano, ma un'ombra apparve alle sue spalle, era un uomo con un molto basso, con un turbante in testa, barba bianca e crespa, lunga fino ai piedi, il viso coperto da una strana aura bluastra e nera,indossava il pregiato tappeto blu, che sembrava avvolgerlo come un'armatura,nella sua mano destra un affilatissimo coltello, lo porse al giovane"...proprio adesso esiti?! ormai sei troppo spinto in avanti, hai scelto...non puoi tirarti indietro, tua madre, la gloria ed il potere, perderai di nuovo tutto e tornerai ad essere il relitto di sempre, tieni questo coltello e poni fine alle tue sofferenze..". Come ipnotizzato da tali parole solennemente pronunciate dal vecchio, Mhir prese con entrambe le mani il coltello, lo strinse forte e con un urlo trafisse la schiena dell'inerme feudatario che di colpo divenne cenere, spazzata via dal vortice prismatico. Gli occhi di Mhir si riaprirono infine, si ritrovò sul trono del suo sovrano, nel salone reale, stanza descritta dai soldati che presiedevano le coltivazioni di tanto in tanto, adesso appariva ai suoi occhi nella sua magnificenza, la madre al suo fianco sinistro continuava astringergli la mano sorridendo, i possenti soldati presidiavano impassibili ed attenti la grande stanza luccicante e i servi osservavano il volto del giovane per interpretarne i desideri e le voglie da esaudire. Mhir si guardò intorno e si diede un pizzicotto sulla guancia, era tutto vero,non stava sognando, il calore della madre, la maestosità di quella situazione non era un miraggio. Il giovane si alzò dal trono e cominciò a dirigersi verso il balconcino al di fuori della stanza, il suo passo era goffo e le guardie a stento trattenevano le risa, subito due servi di misero dietro di lui per reggere da terra il lunghissimo mantello blu cobalto. 

LE AVVENTURE DI STEPHAN IVANOF.

PROLOGO.

        L'ultima battaglia contro il male si era appena conclusa, come nelle migliori storie epiche, il malefico e malvagio di turno aveva abbandonato il campo, la sua resa non era stata prevista nemmeno dal più ottimista, ma tutti, nel nostro cuore, sapevamo che un piccolo lume di speranza, può trasformarsi in un sole ardente. Quel sole è il ciondolo che ho portato al collo per tutto questo tempo, sin da quando abbiamo lasciato quell'isola così misteriosa. Io stesso,che per quel dannato Barone, avevo recuperato a rischio della vita, mia e dei miei compagni, la prodigiosa quanto pericolosa lancia, ho posto fine alle sue malefatte e brame di conquista, grazie all'antico ciondolo della rosa,custodito dagli elfi da tempi immemori.Adesso mi ritrovo nella mia stanza, nella nostra dimora nella città del La Soglia, dopo mille encomi e festeggiamenti, scrivo con rammarico le mie memorie. Vi chiederete perché, cosa potrebbe rimpiangere un misero guerriero come me? gloria e fama seguitano il mio nome e quello dei miei compagni in tutto il Gran Ducato, ma il dolore di aver perso i miei compagni non mi da pace. Sin da quando abbiamo accettato tanto tempo fa la proposta di Stephan di Sukynski, le cose sono cambiate, tanti pericoli abbiamo affrontato, e tanti amici abbiamo dovuto abbandonare alla fredda morte. Ma più di tutte le morti,quella di Thor mi rattrista, egli era un nano davvero forte e temerario, un guerriero dalle grandi doti. Un tempo era malvagio e senza scrupoli, ma gli eventi e forse anche qualche aiuto magico, hanno cambiato il suo animo burbero,fino a farlo divenire pure chierico, per chi lo conosce sarebbe impensabile vedere Thor Spaccacrani con una veste dell'Ordine del Grifone!Comunque nulla è perso, c'è una possibilità di resuscitare la sua anima, anche se penso al suo corpo tumefatto e lacerato dalle ferite della battaglia, non posso non sperare in un'ultima opportunità.Mentre scrivo queste parole di lontana memoria, il nostro...chiamiamolo mago della compagnia, Loth Lorièn, è al piano di sopra, nello studio mentre preparale sue valige, infatti ognuno di noi ha deciso di allontanarsi un pò persbrigare i propri affari personali, ritrovare i parenti e gli amici, prima di riunirsi per resuscitare il nostro amico Thor. Thordick e il padre hanno portato con sé il corpo del compianto per poterlo conservare al meglio nelle tombe di famiglia, mentre lo strano monaco che si è da poco unito al gruppo si è ritirato su un colle nei pressi di spekularum,....dicono che parli con le pecore dei proprietari della zona e che corra giorno e notte inseguito da questi ultimi con le grosse zappe in mano.Io ho deciso di visitare alcuni luoghi a me cari, incontrare amici e parenti, per prima cosa farò ritorno a casa, nella foresta dove abita la mia famiglia,...è tanto che essi non hanno notizie di me. Poi mi recherò a Sukynski per salutare Stephan, infine tornerò qui per allenarmi un pò prima che la compagnia si riunisca, devo essere pronto per poter sostituire Thor fin quando non sarà resuscitato.

Capitolo I -RICORDI-.
Gli zoccoli del cavallo fanno uno strano rumore sotto la pioggia, mentre ti allontani da un luogo pieno di ricordi, così fu quando mi congedai dalla mia famiglia per arrivare a Spekularum un anno fa, così è adesso mentre mi allontano dal La Soglia. Tutto sommato i ricordi di questa città, a parte le tre fanciulle che ho conquistato (ai tempi della magica spilla), e i due allievi Alexander e Davinof, che ho avuto sotto la mia ala fino a prima del grande conflitto, gli altri ricordi sono dolorosi; accuse, imboscate, diffidenza, e infine, sopra tutto, la gloria per una vittoria insperata.

DOMENICO ROTINO