I CULTI CARGO

Durante la Seconda Guerra Mondiale, aerei statunitensi iniziarono a sorvolare i cieli del Pacifico.
Gli aborigeni, abitanti delle isole della Nuova Guinea, 
vedevano passare sulle loro teste questi grandi "uccelli metallici",
rumorosi, possenti, irraggiungibili...
scambiandoli per "divinità".

Così, realizzarono dei feticci in paglia raffiguranti queste "divinità alate"
e, intorno ad esse, iniziarono a pregare e danzare,
in attesa del loro ritorno.

Questo è il classico esempio di ciò che potrebbe essere accaduto ripetutamente, 
nel corso della storia del nostro pianeta.

[ Giorgio Pastore ]

I CULTI CARGO
(di Urbano A. "Yoshi")

        Ho letto svariati articoli inerenti civiltà direttamente o indirettamente coinvolte in quelli che vengono denominati "culti cargo". 
Per intenderci, questo fenomeno riguarda quelle culture tecnologicamente avanzate che, in un dato momento storico, entrano a contatto con un'altra più arretrata e vengono adorati dai secondi come se fossero manifestazioni di divinità o divinità stesse. 
Dunque, secondo me, quest'evento non riguarda soltanto gli aborigeni del Pacifico, né solamente l'ipotetica civiltà atlantidea o l'antica cultura egizia, ma anche altri eventi "realmente" accaduti, come ad esempio la scoperta dell'America e delle sue relative popolazioni ad opera di Colombo e della sua ciurma, a sua detta "Accolti come se fossimo venuti dal cielo", o anche per quanto riguarda il Corsaro Sir Francis Drake, acclamato dai nativi dell'attuale San Francisco come un dio. 

Si possono fare moltissimi altri esempi storici, il più recente senza dubbio quello che riguarda la penetrazione degli europei nella Nuova Guinea compiuta nel 1943; furono sorpresi, non gli indigeni ma i "bianchi", a vedere che gli autoctoni maneggiavano lunghe aste di bambù provviste di fili in fibra vegetale e da una sorta di microfoni in legno. In realtà, i nativi non volevano altro che imitare il comportamento dei soldati americani visti in una prossima base aerea, attendendo dai "grandi uccelli metallici" [gli aerei, per l'appunto] doni di diverso tipo. 
Da questa speranza riposta nei doni, o nelle merci [dall'inglese "cargo"], deriva il nome di tali culti religiosi. 
Quindi, confrontando questi "culti cargo" con le religioni moderne, riscontriamo indubbiamente somiglianze come la ricorrenza di dei scesi dal cielo su carri di fuoco [da ricordare Quezalcoatl, la pietra sepolcrale di Palenque, ma anche Apollo], per punire o favorire l'umanità. 

Ora, i Dogon, una civiltà stanziatasi nell'attuale Mali, a lungo studiata dagli antropologi per i suoi miti, si rivelano un'ulteriore elemento che raggruppiamo ormai con familiarità nei culti cargo
Fu sorprendente notare in loro, per l'appunto, la conoscenza di una stella che, ruotante attorno a Sirio, è invece completamente invisibile dal nostro pianeta ad occhio nudo, e scoperta solo nel 1971. La loro vita religiosa s'imperniava su questa festa con cadenza quinquennale, la festa dei Sigui, periodo nel quale per l'appunto il corpo celeste sopra citato completa la rivoluzione attorno a Sirio. 
Dunque, non solo sono a conoscenza di questa stella, ma anche del suo periodo di rivoluzione e della sua orbita elissoidale, astronomicamente esatta. 
Ma non è tutto. 

I Dogon parlano della superficie della Luna con queste parole: "secca e morta come sangue secco e morto"; conoscono le quattro grandi lune di Giove scoperte da Galilei; sanno che Saturno è circondato da un anello; definiscono la Via Lattea come un ammasso stellare spiraliforme. 
E, intendiamoci, tutto ciò è stato da noi appreso a partire dal secolo scorso [eccezion fatta per le lune di Giove], mentre i Dogon erano pratici di tutto ciò sin dal XIII secolo d.C. 

Dunque, sorge spontanea la domanda: "da dove, da chi o da cosa i Dogon hanno acquisito tutte queste nozioni?"
Loro cercano di spiegarlo, affermando che un dio proveniente dalle stelle con una grande arca, un incrocio tra un uomo ed un pesce, gli svelò tutto ciò. 
Poco più che sorprendente, direi. Visto che si trova anche nei Sumeri il medesimo mito. 

Per quanto riguarda gli Indios dalla pelle bianca, sono numerosissime nel Nuovo Mondo le testimonianze che riguardano l'avvistamento di sporadici gruppi o intere civiltà di indios con lineamenti e caratteristiche tipicamente nordico/europee. Basti considerare il Regno del Gran Paytitì, che pare sia esistito o esista ancora in Venezuela, o anche la civiltà sotterranea di Akakor, per altro ben documentata sul nostro sito. 

Sopra: "adoratori di aerei" 
in Nuova Guinea.

Ma di questo argomento, dell'ipotetica mescolanza di alieni alti, fulvi, barbuti e dalla pelle bianca che si mescolarono con i precolombiani in alcune zone del Sud America, lasciatemi essere un po' scettico. 
Partiamo dal fatto che Colombo non sia stato il primo europeo a mettere piede nelle Americhe. Questa tesi è supportata anche dal ritrovamento recente [Dicembre 2002] di un cranio preistorico europeo datato 13.000 anni fa, tipicamente dolicocefalico [stretto e allungato] e, per questo, appartenente prettamente all'etnia caucasica, in contrapposizione con il cranio corto e arrotondato dei nativi americani. Ho sempre pensato che i vichinghi di Erik il Rosso vennero a stretto contatto non solo con le civiltà stanziate nell'America Settentrionale [Vinland, per l'appunto] ma anche con le civiltà indigene meridionali. 
Per questo, tendo ad escludere un intervento alieno almeno in questo campo, dando solo agli esseri umani la "colpa" di questa mescolanza di geni. E poi, è ben noto, grazie alle esperienze di Thor Heyerdahl o di Phil Buck, tanto per citarne due, che imbarcazioni ben più antiche delle caravelle spagnole, appartenenti ad una civiltà o all'altra, hanno solcato l'abisso dell'Atlantico, sorprendendoci tutti alquanto. 
Ma non solo i vichinghi, perfino i Fenici cananei, famosi civilizzatori in "patria" dell'area Mediterranea, avrebbero potuto entrare a contatto con gli indios, impersonando Kon Teqse Wiraqucha Pacha-yachaciq [permettimi il nome completo] e il suo stuolo di sacerdoti bianchi e dai capelli rossi. 
Comunque, per quanto riguarda la vicenda, esiste un Documento datato 1500 redatto dai padri Gesuiti, dove appunto si parla non solo di "indios bianchi" ma anche della scoperta del Paytiti, il mitico El Dorado. 
Dunque, un documento strabiliante, che racchiude i due più grandi misteri dell'America precolombiana: la città d'oro e i civilizzatori bianchi appartenenti al mito. 
Nel documento redatto dai gesuiti cinquecento anni or sono, vengono nominati bizzarri "homini bianchi come todischi [tedeschi]" che pare popolassero quella "città" fortificata, appunto El Dorado.. ma non è tutto. 

A Chicén Itzà, nello Yucatan messicano, in fondo al Tlaxtili, lo spazio monumentale dedicato al gioco della pelota, ci sono due tempietti con una piccola scalinata ripida. Nel tempietto di destra c'è un cespuglio di rose. Scostandolo vi si trova un fregio di Ce-Acatl Topilztin Quetzalcoatl [anche qui, pardon per il nome completo] che per altro sta a significare "Uno-canna, sacerdote-profeta, serpente piumato" (foto a destra, ndr). Quel bassorilievo è posteriore al 987 d.C e anteriore al 1185, e Quetzalcoatl è raffigurato di profilo. Da notare l'esatta somiglianza con un qualsiasi rappresentazione di un Dioniso o di un Cristo. L'indice facciale, l'angolazione del naso, la barba a punta non lasciano adito a dubbi. Inoltre, è vestito di una lunga tunica e, attorno a lui, gli scribi Maya, rappresentati invece con mento sfuggente e naso aquilino secondo l'iconografia Maya, scrivono quanto questo profeta bianco e barbuto detta loro. Lui è il civilizzatore bianco. E anche qui, ci troviamo di fronte ad un culto cargo. 
Inoltre, il cespuglio di rose è posto strategicamente, messo a coprire il bassorilievo antecedente di almeno 400 anni l'arrivo degli spagnoli per non farlo vedere ai turisti stessi. Perché mai, vi chiederete? Perché si tratta di una cosa che la scienza non sa spiegare e, poiché non la sa spiegare, fa finta che non esiste, e la nasconde.

Secondo la storiografia comune, nel 1532 il conquistador Francisco Pizzarro giunge in Perù. 
A Cajamarca viene da loro catturato qualche giorno dopo l'ultimo Inca Atawalpa, lo fanno prigioniero, decapitando dunque la piramide gerarchica di questo popolo. 
A questo punto l'esercito indigeno è allo sbando e viene tenuto in piedi solo dai fedelissimi generali dell'Inca [che significa letteralmente "Capo", ovvero l'Imperatore] che lottano fino all'estremo. Purtroppo, vengono sconfitti nella battaglia finale intorno al Cuzco, dove tuttavia Manco Inca riesce a dare una "lezione" di strategia agli spagnoli, esattamente ad Ollataytambo. Ma la vittoria non serve, poiché gli Inca non avevano artiglieria sufficiente per far fronte al nemico. 
Così, sconfitti, gli ultimi Inca si rifugiarono in una zona selvatica nascosta con il nome di Willkapampa, tuttavia anche questa successivamente conquistata dagli spagnoli il 24 Giugno del 1572 (anche se non se ne ha la certezza. Probabilmente, la vera Willkapampa non è stata mai ritrovata, ndr). Dunque gli indios sono costretti a fuggire nuovamente e da qui possiamo ricostruire i fatti grazie al gesuita Andreas Lopez, che scrisse quel famoso documento. 
Questo parla in concreto di una città con opere murarie in pietra levigata, con fregi templari laminati in oro, un costume prettamente incaico. Oltretutto, nella selva non c'è metallurgia, tant'è vero che in molti altri documenti della Compagnia di Gesù si narra di incursioni di indios della selva amazzonica che assaltavano gli avamposti di frontiera inca per impossessarsi di asce di rame. Gli indios della selva si facevano praticamente sterminare poiché non avevano metallurgia e se si parla di architettura muraria ricoperta d'oro non può trattarsi di civiltà della selva, ma certamente di Inca. Molto probabilmente, quindi, l'ultimo tentativo disperato di costruire nella foresta qualcosa che permettesse di continuare il sogno Inca, non propriamente soltanto un evento onirico, ma la convinzione che, se si fosse continuato a pregare gli dei, questi prima o poi avrebbero dato loro la vittoria. È questa infatti una delle tante possibili chiavi di lettura di Macchu Picchu, dove furono lasciate le ultime Vergini del Sole, una sorta di Vestali, il cui compito era quello di eseguire i riti finché gli dei non avessero regalato la vittoria agli Inca (anche se Karl Brugger, nel suo libro "Cronaca di Akakor" afferma invece che Macchu Picchu venne direttamente costruita dagli dei di Akakor, venuti dalle stelle, ndr). 
Esiste un collegamento tra questi fatti, l'Eldorado ed il Paytiti?
Dovete sapere che l'esatta etimologia del secondo lemma corrisponde a "uguale a", dalla lingua Quechua. Ma uguale a cosa? Il Paytiti, questa città nella selva, rappresentava un piccolo centro del mondo che ripeteva idealmente Willkapampa, la quale a sua volta corrispondeva all'ordinamento sacro di Cuzco [l' "ombelico", il centro del mondo Inca], che concretizzava quella visione del mondo archetipica che gli dei diedero ai primi Inca. 
Dunque, ecco la misteriosa città descritta da Lopez. Ma per quanto rigurda gli "homini bianchi come todischi"
Già gli antropologi che entrarono a contatto con i Jivaro-Aguaruna [celebri per la loro fama di cacciatori di teste], abitanti le zone attigue alla mitica El Dorado, raccontarono dell'esistenza, a cinque giorni di cammino nella selva, di una tribù i cui uomini e donne sono alti, con gli occhi azzurri e i capelli biondi. I successori dell'ipotetica classe dominante di El Dorado? Questo si scoprirà, chissà quando.

Urbano A. "Yoshi"

Alcune foto sono state tratte da: http://estratega.typepad.com/estratega/metforas/