Anacronismi

Per anacronismo intendiamo sia un fatto che avviene in un tempo in cui non poteva avvenire, sia un oggetto ritrovato dagli archeologi in strati di terra molto più antichi di quanto dovrebbero essere. Quindi, per usare un altro termine, un anacronismo è un fatto o un oggetto “fuori dal tempo”, ovvero, inserito in un contesto temporale che non è il suo. La nostra preistoria, così come la nostra storia, è colma di anacronismi.

Qui di seguito, riporto alcuni tra gli anacronismi più importanti.
Ulteriori informazioni potete trovarle nel libro
Dèi del Cielo, dèi della Terra, di Giorgio Pastore – Eremon Editore

MAPPA LUNARE DI 5.000 ANNI FA

Si tratta di un reperto straordinariamente dettagliato, ritrovato nel 2001 a Knowth, fino a poco tempo fa un’anonima cittadina irlandese. Oggi è famosa perché vi è stata scoperta una mappa della Luna antica di 5000 anni. Lo straordinario reperto è costituito da un insieme di graffiti e incisioni praticati con schegge di quarzo sul soffitto di un tumulo funerario. La sepoltura in questione si trova all’interno del complesso di Newgrange, nella contea di Meath, la più antica struttura architettonica irlandese, risalente ad oltre 5000 anni fa, in pieno Neolitico.

La luna, fin dall’antichità, era venerata dai popoli celtici. Era vista come un dea madre che dava loro sicurezza. Così cominciarono a studiarla. La tomba con la mappa sono state scoperte dal professor Philip Strooke, dell’Università dell’Ontario occidentale in Canada, il quale, durante un sopralluogo nella zona di Knowth, notò la straordinaria somiglianza delle nostre attuali mappe lunari con quella riportata sul soffitto della costruzione.

L’archeologo, sovrapponendo le tracce dei graffiti presenti sul soffitto del tumulo ad una moderna mappa lunare, ha riscontrato la somiglianza. All’interno del vano funerario, in corrispondenza del punto dove era stato deposto il defunto, sono state ritrovate altre raffigurazioni di stelle e mezzelune. Ciò fa ritenere che gli astri possedessero una forte valenza per le popolazioni che abitavano questi luoghi. La scoperta desta stupore soprattutto per lo straordinario dettaglio, difficilmente raggiungibile con osservazioni ad occhio nudo dalla Terra. Ma allora, come fecero quei popoli primitivi a studiare la superficie lunare? Il cannocchiale fu inventato da Galileo Galilei solo nel XVII sec. dopo Cristo.

LA MAPPA DI PIRI REIS

La mappa di Piri Reis è un documento realizzato a Costantinopoli nell’anno1513 d.C dall’omonimo ammiraglio della flotta ottomana e scoperto solo nel 1929 nell’antico Palazzo Imperiale di Costantinopoli.

In essa è raffigurata la costa occidentale dell’Africa, la costa orientale del Sud America e la costa settentrionale dell’Antartico. Ciò sorprende, visto che l’Antartide fu scoperto solo nel 1818. Inoltre, nella carta, la Terra della Regina Maud è sgombra dai ghiacci, cosa che secondo gli studiosi ortodossi sarebbe stata possibile solo migliaia di anni fa.
Il vero enigma rappresentato da questa carta geografica non è tanto l’aver disegnato un continente scoperto circa tre secoli dopo, ma averlo rappresentato senza la coltre di ghiaccio che lo ricopre da almeno 8000 anni. Piri Reis per disegnare la sua mappa utilizzò altre carte, originariamente depositate con ogni probabilità nella Biblioteca Imperiale di Costantinopoli, ma esse andarono perdute. Un caso molto simile è rappresentato da un’altra carta geografica, quella di Buache, del 1737, a quanto pare, copiata da antiche carte greche. Anch’essa mostra l’Antartide privo di ghiacci, così come era nel Paleolitico.

Come facevano gli antichi a conoscere la linea costiera dell’Antartico? Dove sono finite le carte sorgente disegnate da questi? E soprattutto, chi erano questi antichi che già migliaia di anni fa conoscevano la topografia?
Erano forse uomini del futuro venuti nel nostro mondo da un altro universo?

Qui sopra: Mappa Piri Reis

Bibliografia:
Giorgio Pastore, Dèi del Cielo, dèi della Terra, Eremon Editore

LE SFERE METALLICHE DEL SUDAFRICA

Sudafrica. In tempi recenti, vennero rinvenute delle sfere metalliche con scanalature lungo tutta la loro circonferenza, conservate in un blocco di pirofillite, alla quale venne assegnata un’età di 2,8 miliardi di anni. Chi viveva sulla Terra prima ancora dei dinosauri?

Bibliografia:
Giorgio Pastore, Dèi del Cielo, dèi della Terra, Eremon Editore

LA PILA DI BAGHDAD

Un famoso esempio di anacronismo è la famosa pila conservata al museo di Baghdad e antica di 2000 anni. Fatta di terracotta, alta 15 cm, la pila ha l’aspetto di un vasetto rivestito internamente da uno strato di pece, predisposto a contenere un cilindro di rame contenente a sua volta un bastoncino di ferro isolato con un tappo d’asfalto. Tale reperto, simile ad altri, conservati nei musei iracheni e berlinesi, sarebbe ancora oggi in grado di produrre energia elettrica. Chi conosceva tale scienza nel mondo antico?

Bibliografia:
Giorgio Pastore, Dèi del Cielo, dèi della Terra, Eremon Editore

GLI INGRANAGGI DI ANTIKITERA

Ancor più sconcertante fu la scoperta, nel relitto di una nave affondata qualche secolo prima di Cristo nel Mediterraneo, del meccanismo di Antikitera. Esso venne rilevato in una pietra vecchia parecchie centinaia d’anni. Sottoposta all’esposizione di raggi X, la pietra rivelò al suo interno una serie di ingranaggi simile al meccanismo interno di un orologio. Una tecnologia impossibile per quei tempi.

Giorgio Pastore

Bibliografia:
Giorgio Pastore, Dèi del Cielo, dèi della Terra, Eremon Editore

IL CRANIO DI BISONTE

Qualche decennio fa, Sotto i ghiacci siberiani, fu scoperto un cranio di bisonte vissuto in Siberia nel Giurassico. Esso presentava un perfetto foro circolare sulla fronte, opera di un proiettile d’arma da fuoco. Fu questo colpo ad ucciderlo. Ma chi adoperava armi da fuoco al tempo dei dinosauri?

Giorgio Pastore

Bibliografia:
Giorgio Pastore, Dèi del Cielo, dèi della Terra, Eremon Editore

L’ENIGMA DEI DINOSAURI

Se prendiamo in considerazione la scienza ufficiale, i dinosauri avrebbero dovuto dominare la Terra nel periodo di tempo che va dai 120 ai 64 milioni di anni fa circa, mentre la scienza fa risalire la nascita dell’uomo solo a 2, massimo 3 milioni di anni fa, ma con tutta probabilità, gli scienziati si sbagliano. In molti casi sono state rinvenute orme umane nello stesso strato in cui erano contenute orme tridattili appartenute ai sauri. La superficie della Terra è formata da vari strati di terreno, e più si va in profondità, più si dovrebbero ritrovare reperti antichi (secondo la scienza ufficiale – tecnica archeologica della stratigrafia). Ora, se ascoltassimo gli scienziati ortodossi, impronte umane le potremmo (e dovremmo) ritrovare solo in strati di terreno risalenti ad un massimo di 3 milioni di anni fa, quindi relativamente superficiali, ma non è così. La scienza qui si contraddice. Sono state rinvenute impronte in strati di terreno molto più profondi e, inverosimilmente, anche ossa di dinosauri in strati molto più superficiali e, in certi casi, addirittura quasi in superficie, che spuntavano dal terreno (in Siberia). Una domanda nasce spontanea: È l’umanità ad essere più antica di quanto si pensa o i dinosauri ad essere molto più recenti di quanto affermano i libri di storia? In un caso o nell’altro la storia sarebbe comunque da riscrivere. Ci sarebbero molti esempi da riportare a riguardo, ma per non soffermarmi troppo ne esporrò soltanto alcuni. A Glen Rose, nel Texas, c’è il “Dinosaur Valley State Park” nella zona del Paluxy River, dove senza troppa fortuna è possibile rinvenire orme di sauri e di esseri umani affiancate negli stessi strati di terreno. Chi camminava (e in alcuni casi portava anche calzature!) assieme ai dinosauri (ed in certi casi, anche molto prima della loro venuta), parecchi milioni di anni fa? Si tratta forse delle impronte di uomini venuti qui da un altro universo?

Molti reperti fossili inerenti sono conservati nel “Creation Evidences Museum”, a Glen Rose. Nel 1927, in Nevada fu riportata alla luce un’orma umana provvista di calzatura in uno strato di terreno antico 160/195 milioni di anni (40 milioni di anni precedente i dinosauri!). In Australia, sono state rinvenute orme umane pietrificate di grandi proporzioni a pochi metri da quelle di un brontosauro. Casi simili li possiamo riscontrare anche in Turkmenistan, Africa, Germania e in America.

Bibliografia:
Giorgio Pastore, Dèi del Cielo, dèi della Terra, Eremon Editore

ANACRONISMI EGIZIANI

Anche l’Egitto presenta molti anacronismi. Con quale scienza, gli antichi faraoni poterono costruire i loro imponenti monumenti, le piramidi e la Sfinge?

Ad esempio, ancor oggi gli archeologi si chiedono cosa usassero in passato gli egiziani per produrre fori perfetti nella roccia. Se ne sono trovati parecchi, tutti perfetti. Sembrano prodotti da un trapano elettrico con punta di diamante, l’unico capace di perforare la dura roccia, eppure, l’attrezzo era sconosciuto in quei tempi. Inoltre, su certe pareti di piramidi e templi, sono presenti certe incisioni raffiguranti misteriosi arnesi dall’uso sconosciuto e degli oggetti simili a lampadine, con tanto di elettrodi e cavi. Gli egiziani conoscevano forse l’elettricità? E, in tal caso, da chi appresero questa scienza?

Bibliografia:
Giorgio Pastore, Dèi del Cielo, dèi della Terra, Eremon Editore

EXCALIBUR

Excalibur, la mitica spada di re Artù, non è stata mai ritrovata. Effettivamente, non si sa con certezza se lo stesso re Artù sia esistito realmente (si pensa possa essere stato un generale romano del VI secolo d.C.). Tuttavia, dietro ad ogni leggenda c’è sempre uno sfondo di verità storica. Alla sua mitica spada viene attribuito un potere straordinario, capace di annientare ogni nemico. Artù, con la spada datagli dal mago Merlino, era invincibile. Si diceva fosse stata forgiata direttamente dagli dei.

Mettiamo il caso che Excalibur in realtà non sia stata una vera spada, ma in realtà, un’arma anacronistica per quei tempi. Magari un’arma da fuoco. Al tempo non ne esistevano (sarebbero state inventate solo nel XVI secolo) e non esisteva il termine “pistola” o “arma da fuoco”, per cui gli uomini del tempo potevano chiamare “spada” qualsiasi arma potessero impugnare. Merlino, l’uomo che la tradizione ci mostra essere un druido, mago, consigliere di re Artù, potrebbe essere stato un viaggiatore del tempo ed aver portato dal suo futuro un arma invincibile, l’Excalibur, e abbastanza conoscenze da poter compilare un libro di profezie, come effettivamente fece.

IL FULMINE DEGLI ANTICHI

Si dice, infatti, che gli Etruschi e i Romani tentarono di usare la tremenda forza del fulmine contro i loro nemici (non si sa esattamente come). Andò male a Tullo Ostilio che rimase folgorato, ma Porsenna riuscì bene a domare tale forza e se ne servì per liberare i suoi sudditi da un mostro chiamato, per una bizzarra coincidenza, Volt.

di GIORGIO PASTORE

AMAUR GED E IL MERAVIGLIOSO VOLO DI NATITA

“L’Incontro” (tratto da “Il Meraviglioso Volo di Natita”, di Amaur-ged) Un sacerdote di nome Natita vissuto al tempo di Sesostri, terzo re della XII dinastia, descrive un volo da lui compiuto che definì meraviglioso, su una nave volante. A quel tempo la monarchia era divenuta potente, le arti in Egitto erano già molto sviluppate, grandiosi edifici ornati di pregevoli sculture decoravano le principali città. Quella dinastia si estinse con Senniofri, sorella di Ammeneun ultimo principe. Il sacerdote Natita racconta che trovandosi sulle rive del Nilo, non molto lontano dall’antico tempio di Dendera, scorse, posato sulla sabbia, uno strano ed enorme uccello. La paura gli consigliava di allontanarsi, la curiosità lo portava ad avvicinarsi, tanto più che due persone sostavano vicino quindi non doveva essere pericoloso, al volatile, Gli giunse una voce: “Non temere, si tratta di una nave volante, sali sopra con noi e potrai osservare dall’alto come sia fatta la terra, ti aspettavamo poiché hai raggiunto l’età della saggezza e quindi nulla di quanto vedrai ti stupirà”. Appena fu nel ventre del velivolo, questi si alzò, mentre le ali si muovevano lentamente. Istintivamente Natita guardò fuori da una finestra e vide le immen­se ali abbassarsi ed alzarsi, poi abbassarsi di nuovo e risollevarsi ancora; il loro movimento divenne gradatamente sempre più rapido. In basso si stendeva una vasta distesa d’acqua e il sacerdote comprese che andavano verso una terra di cui molti parlavano, ma ai più sconosciuta. Dopo avere superato quell’acqua che al giorno d’oggi è il Golfo Persico, arrivarono su una terra verdeggiante per enormi foreste, solcate da fiumi sulle cui rive sorgevano delle città, in lontananza si scorgevano dei monti altissimi. Il sacerdote guardava affascinato quel paesaggio coperto da una folta e verdeggiante vegetazione, molto diversa da quella della sua terra in cui la sabbia del deserto predominava e solo lungo le rive del Nilo crescevano erbe e piante. Gli giunse una voce: “Quella che vedi è la nostra patria, essa ha una antichissima civiltà, la nostra scienza è talmente progredita da permetterci di volare, osserva laggiù alla tua destra». Natita guardò nella direzione indicatagli e scorse diverse macchine volanti procedenti a varie altezze e di dimensioni diverse. “Il nostro popolo è riuscito con l’aiuto di Esseri provenienti dalle stelle a costruire delle navi volanti che possono con sicurezza innalzarsi nei cieli. La nave scese in uno spiazzo nei pressi di una grande città; era molto vasta con sontuosi palazzi e nelle vie molta folla passeggiava apparentemente senza preoccupa­zione e vi doveva regnare il benessere. Al mattino seguente la nave volante si alzò lentamente mentre le stelle impallidivano davanti al chiarore sempre crescente del giorno.

GIORGIO PASTORE BIBLIOGRAFIA: Alberto Fenoglio, I MISTERI DELL’ANTICO EGITTO, Gruppo Editoriale Muzzio Giorgio Pastore, Dèi del Cielo, dèi della Terra, Eremon Edizioni.

LE TRE CIVILTÀ DEL SILENZIO

“Il nostro popolo è riuscito con l’aiuto di Esseri provenienti dalle stelle a costruire delle navi volanti che possono con sicurezza innalzarsi nei cieli.” Abbiamo più volte discusso delle teorie circa l’ipotetica civiltà pre-diluviana: come doveva essere strutturata, come si sarebbe distribuita su un preciso territorio geografico, in base a quali canoni urbani le loro città, le capitali, le periferie e i quartieri residenziali sorgevano. Sebbene parlare di una civiltà del genere sia ancora prematuro, sembra in base a ricerche approfondite che un tale regno possa essere esistito veramente. Volendo rispondere affermativamente a un quesito del genere (se è esistita o meno una civiltà primordiale) c’è da dire che non sappiamo ancora dare una storia a questa civiltà: non sappiamo quando sorse, quali furono le sue vicende politiche e sociali, i suoi costumi, il pensiero filosofico e scientifico. Non sappiamo niente circa la natura etnica di questi abitanti, come si distribuivano, quale forma avevano le loro case, qual era il loro concetto del bello, dell’organizzazione dello spazio, dell’architettura, dell’arredamento, per quanto tempo durò quest’impero (se di un impero si trattò), da dove vennero i suoi abitanti, a quali leggi si ispirarono per la gestione della società e così via. Praticamente, non ne sappiamo ancora nulla. Tutto è avvolto in un tremendo e cristallizzato enigma… Tuttavia, il passo che abbiamo posto all’inizio dell’articolo, tratto da Il meraviglioso volo Natita, scritto dall’arabo Amaur Ged, getta nuova luce non tanto sulla società pre-diluviana quanto sulla sua origine e le genti che la influenzarono. La vicenda, come sappiamo, narra del sacerdote egizio Natita che, mentre si trovava sulle sponde del Nilo, vide un uccello enorme affiancato da due uomini. La frase che i due uomini gli rivolsero allorché lui si avvicinò fu molto strana, ma risulta essere l’elemento dominante di tutta la vicenda: “Non temere, si tratta di una nave volante, sali sopra con noi e potrai osservare dall’alto come sia fatta la terra; ti aspettavamo poiché hai raggiunto l’età della saggezza e quindi nulla di quanto vedrai ti stupirà…” Quindi, nell’antico Egitto qualche uomo possedeva macchine volanti, facilmente confondibili con enormi uccelli, capaci di compiere voli straordinari? Come risulta poi dalla descrizione del sacerdote, la nave si sarebbe spostata in seguito verso una verde valle, dove era situata una civiltà misteriosa (che fa tanto pensare alla terre del nord america quanto a quelle subpolari). A questo punto non si hanno più dubbi: sulla Terra esisteva una civiltà che conosceva la tecnologia ed era molto avanzata e progredita, ma capiamo che fu autoctona. Non era, come pensano certi studiosi, originaria di altri pianeti. Tuttavia, il passo ci dice che questa civiltà si sviluppò proprio perché istruita da esseri di altrialtri mondi; non furono loro a giungere o a conquistare la tecnologia, fu importata da altri, provenienti dall’esterno. Non furono loro la famosa civiltà primaria, loro furono soltanto un popolo, molto antico forse, che ebbe la fortuna di essere visitata prima da altri esseri e di apprendere e conoscere la vera tecnologia che vige nell’universo. Le civiltà del silenzio sono quelle mute, di cui sappiamo poco o niente. Possiamo suddividerle in tre gruppi: * I – Civiltà predinastiche egizie, antichi Cinesi, civiltà pre-sumerica, (prima del IV millennio a.C.). Sono le civiltà che entrarono in contatto con gli dèi provenienti dalle stelle, dai quali appresero importanti cognizioni scientifiche e tecnologiche, in seguito dimenticate o tramandate oralmente, solo a pochi prescelti. * II – Egizi, popoli della Mesopotamia, civiltà Minoica (dal IV millennio a.C.). Ebbero la fortuna di entrare in contatto con quella civiltà avanzata e nascosta che a sua volta era stata influenzata da un’altra aliena, sbarcata sulla Terra. Queste civiltà dell’antichità molto probabilmente ebbero anch’esse visite da parte di esseri di altri mondi, ma non ne abbiamo la certezza. Basandoci sempre sul racconto, diciamo che questi esseri erano gli stessi che portarono in volo Natita. Non venivano da Venere, da Marte o dalle Pleiadi; erano semplicemente terrestri che primi tra tutti avevano costituito un nucleo urbano e avevano beneficiato della tecnologia importata da altri esseri. Queste civiltà terrestri a loro volta fecero conoscere la tecnologia ai popoli più barbari di loro. * III – Civiltà entrate in contatto nuovamente con esseri provenienti dalle stelle (II millennio a.C. ca.). Ambasciatori della stirpe stellare tornarono probabilmente sulla Terra intorno al 1500 a.C., quando Akenaton regnava in Egitto e la civiltà Minoica crollò, lasciando spazio a quella Micenea. Gli Assiri succedettero ai Babilonesi e l’Europa conobbe le prime civiltà organizzate, tra le quali quella degli Etruschi e dei Sardi. Gli dèi rimasero poco tra gli uomini, per poi ritornare tra le stelle. Forse, l’Atlantide di Platone si sviluppò proprio in questo periodo, nel Mediterraneo, provocando la crisi generale che investì le civiltà citate. I popoli del mare descritti nelle cronache egizie dei secoli successivi potrebbero essere stati sopravvissuti in fuga del famoso cataclisma il quale portò alla scomparsa dell ‘isola. Non dimentichiamo la distruzione di Thera, proprio in questo stesso periodo. Natita entrò appunto in contatto con uno di questi popoli evoluti della Terra, ma è da ritenere che non fu l’unico gruppo avanzato del pianeta. Ve n’erano ovunque, ma solo a uno capitò d’istruire le civiltà inferiori, tramandanto come meglio poté il sapere appreso. Non è da scartare l’ipotesi che vede le genti di Atlantide quali istruttrici di Natita. Forse, un gruppo di sopravvissuti giunti in Egitto. Gli esseri extraterrestri che entrarono in contatto con gli uomini del terzo gruppo di civiltà crearono praticamente un nuovo mondo, parallelo a quello a cui avevano già dato vita in passato. In tal senso, potremmo ricordare il racconto di Lacerta (ndr. vedi nell’indice del sito), la quale raccontava di come gli Elohim crearono più civiltà, di cui alcune furono più avanzate delle altre. Abbiamo più volte criticato il racconto di Lacerta come falso, ma se fosse vero in realtà? Traendo dal volo di Natita la verità a tre poli e comparandola con quanto dice Lacerta possiamo dire di trovarci di fronte alla verità dei fatti? Concludendo, non ci fu un’unica avanzata civiltà che portò la cultura ai popoli della nostra storia, ma ce ne furono almeno due: una fu maestra l’altra allieva. Una venne dalle stelle, l’altra fu autoctona. Quest’ultima potrebbe essere stata quella vissuta sulla scomparsa isola di Atlantide. L’errore di fondo forse è stato nel fondere le civiltà del gruppo II conquelle del gruppo III, vedendo i piloti di Natita come essere di altri mondi. Non vi sono più dubbi che si trattò invece di due facce diverse della stessa medaglia. Purtroppo le nostre analisi, per quanto risolutive, a volte non sempre possono corrispondere alla verità dei fatti. C’è chi dice che Amaur Ged si sia inventato di sana pianta il racconto, altri pensano che possa essersi ispirato a racconti già vecchi di qualche centinaia d’anni. Personalmente, ho voluto dare un quadro della vicenda, partendo dal passo citato all’inizio del nostro articolo. C’è da dire che la suddivisione in tre grandi fasce di civiltà è indicativa e soggettiva, sia perché nella storia non vi sono mai periodi distinti e ben definiti, sia perché vi sono troppi intrecci enigmatici e misteriosi anche tra queste diverse civiltà, in un mondo perduto nel tempo e nei ricordi.

PASQUALE ARCIUOLO Bibliografia: J. Douglas Kenyon, Forbidden History – Extraterrestrial Intervention, Prehistoric Technologies William Bramley, Gods of Eden, The Chilling Truth About Alien Infiltration, Technology of the Gods David Hatcher Childress, Operazione terra, Brinsley Le Poer Trench, Edizioni Mediterranee

A sinistra, l’Athena Lemnia,
opera di Fidia (V sec. a.C.)

ROBOT ED ENERGIA ELETTRICA NELL’ANTICA GRECIA

Il palazzo di Alcinoo, secondo le fonti, era illuminato da una luce di origine ignota: “C’era uno splendore come di sole o di luna per la casa dall’alto tetto del magnanimo Alcinoo. E pareti di bronzo si stendevano”. Di guardia al palazzo c’erano due cani, d’argento ma semimoventi: “E d’oro e d’argento da un lato e dall’altro erano i cani che Efesto aveva forgiato con genialità di artista per far la guardia alla casa di Alcinoo. Erano immortali e immuni da vecchiaia per sempre”. Sembra quindi fossero stati dei robot, opera del dio della tecnologia, Efesto. Vi erano anche dei fanciulli d’oro che reggevano delle fiaccole accese, probabilmente anch’essi dei robot: “Giovinetti d’oro stavano sui piedistalli ben costruiti, recando in mano fiaccole accese: facevano lume durante la notte ai convitati nella sala”.

Dall’antica Creta minoica, giunge fino a noi, superando cinquemila anni di storia, la leggenda di Talos, l’uomo di Bronzo. Si trattava di una sorta di “robot”, opera o di Efesto (un dio greco lavoratore dei metalli), che ne aveva fatto dono al leggendario re di Creta Minosse, o di Dedalo (considerato l’inventore della statuaria in Grecia). Callimaco fu uno scultore, pittore ed orefice greco del V secolo a.C. Discepolo di Fidia insieme ad Alcamene, le fonti gli attribuiscono l’invenzione del capitello corinzio. Sua era l’invenzione di una lampada d’oro che bruciava giorno e notte nell’Eretteo di Atene.

Fonte:

Giorgio Pastore, Dèi del Cielo, dèi della Terra, Eremon Edizioni.

Sopra: l’Eretteo di Atene

Giorgio Pastore

L’ORACOLO DI DELFI

Secondo le fonti, a Delfi vi era la Pizia, una sacerdotessa la quale dava responsi sul futuro. Per avere delle risposte, re, condottieri e uomini politici del tempo, giungevano da ogni dove, e tale usanza durò fino all’epoca romana, in quanto il santuario era conosciuto in tutto il mondo di allora. La Pizia ascoltava la domanda e, sorseggiato l’acqua pura della fonte Castalda, si sdraiava vicino ad una fessura all’interno del tempio, da dove fuoriuscivano vapori caldi, ritenuti il respiro di Apollo, quindi la sua voce. In preda all’estasi e posseduta dal dio (In realtà lo stato di eccitazione “divina” era procurato dal biossido di carbonio che esalava naturalmente dalla cavità del pavimento) riusciva a dare responsi.

Giorgio Pastore

L’ATHENA PARTHENOS

La grande statua crisoelefantina alta circa 11 metri, raffigurante la dea Atena, era situata nel grande tempio sull’acropoli d’Atene, il Partenone (dedicato appunto alla dea). Atena era rappresentata in piedi, con una nike (vittoria) sul palmo della mano destra, simbolo della vittoria sui persiani da parte di Atene, e uno scudo appoggiato per terra, tenuto su con la mano sinistra. Su questo scudo era rappresentata un’amazzonomachia, cioè un rilievo raffigurante la battaglia tra uomini ed amazzoni. L’opera, che doveva essere stata molto suggestiva, è attribuita dalle fonti a Fidia, scultore già artefice dello Zeus di Olimpia e di altre opere importanti dell’antichità classica. Dell’Athena Parthenos oramai non ne resta più traccia, scomparsa nel corso dei secoli.

Sopra: una copia dell’Athena Parthenos

Sopra: Sezione del Partenone.
Nel mezzo si vede il profilo della statua crisoelefantina di Athena Parthenos.

Giorgio Pastore

IL PALAZZO DI CNOSSO, MINOSSE E IL MINOTAURO

A Creta, dal III millennio a.C. almeno, sorse la civiltà Minoica (da Minosse, uno dei tanti figli di Zeus, che divenne il leggendario re dell’isola). Secondo le leggende greche, Zeus si innamorò di Europa, ma ella scappò per mare ed arrivò sullisola di Creta. Zues la raggiunse e la trasformò in giumenta, così poté possederla. Da tale unione nacquero tre figli, tra cui appunto Minosse, che divenne re di Cnosso. Non si hanno prove archeologiche della sua esistenza, ma agli inizi del ‘900, Arthur Evans scoprì, proprio sulla costa nord dell’isola, il suo leggendario palazzo, avvicinando così la leggenda alla realtà storica. Tuttavia, il palazzo che trovò, era quello ricostruito intorno al 1700 a.C. Qui, si trovarono diverse stanze con begli affreschi (restaurati dal Gillieron) e le sale del trono del re (con trono in pietra) e della regina (con trono in legno). La leggenda parla anche del minotauro, un essere per metà uomo e metà toro che la leggenda vuole fosse rinchiuso in un labirinto, così da non farlo scappare. Gli ateniesi dovevano un tributo a Cnosso e, ogni quattro anni, erano costretti a mandare sull’isola nove maschi e nove femmine, per “soddisfare la fame del minotauro”.
Ma un bel giorno arrivò Teseo, che voleva porre fine a tale orrore, così partì per l’isola, entrò nel labirinto, uccise il minotauro e liberò gli ostaggi ateniesi, tra cui la bella Arianna, di cui era innamorato. Sarà esistito davvero il minotauro ed il suo labirinto? E Minosse? Gli archeologi pensano che il labirinto non fosse altro che il palazzo stesso, per via della sua complessa architettura, infatti è formato da numerose stanze e corridoi. Ma, se così fosse, il minotauro avrebbe dovuto girare libero per il palazzo, e ciò non quadra. Probabilmente, se la leggenda è ispirata a fatti realmente accaduti, dev’esserci davvero un labirinto non ancora scavato dagli archeologi. E il minotauro? Di cosa poteva trattarsi? Potrebbe essere stato il risultato di un esperimento genetico mal riuscito? Oppure si tratta solo di pura fantasia? Il mistero rimane.

In alto: La stanza della regina nel palazzo di Cnosso (II millennio a.C.)

Qui sopra: un Rython in steatite raffigurante un toro, animale sacro a Cnosso

Giorgio Pastore

LA GUERRA DI TROIA E MICENE

Intorno al 1200 a.C. venne combattuta una grande guerra a Troia, sulla costa anatolica. Un tempo si pensava fosse una leggenda, quella narrata dal poeta greco Omero nella sua Iliade, ma oggi possiamo quasi con certezza dire che quella guerra fu combattuta veramente e ciò lo dobbiamo a un uomo che fece della ricerca di questa leggendaria città lo scopo principale della sua vita. Stiamo parlando di Heinrich Schliemann. Da bambino, suo padre gli regalò un libro illustrato con favole di tutto il mondo e, tra tutte, vi era anche quella della guerra di Troia. Schliemann si appassionò subito a quella vicenda e si mise in testa che da grande avrebbe trovato davvero i resti di tale città. In effetti, ci riuscì. Nel 1871, la stessa persona, che nel frattempo aveva fatto carriera divenendo ricco ed aveva imparato da solo una quindicina di lingue straniere, trovava le mura di Troia e con esse il tesoro di Priamo.

Sopra: Heinrich Schliemann e consorte (la quale indossa alcuni monili trovati a Troia).

Tuttavia, quelle che si pensava fossero le mura della Troia dell’Iliade, erano in verità i resti più antichi della città. I veri resti si trovavano più in superficie, e comunque vennero lo stesso trovati. Fu una grande scoperta e, per la prima volta, un uomo dimostrò che, a volte, una leggenda può anche nascondere una verità storica. Ritornato nel continente greco, Schliemann trovò anche i resti di Micene, la città dei conquistatori di Troia, e in una necropoli, la cosiddetta Maschera di Agamennone (che possiamo vedere nella foto sopra l’indice, a inizio pagina). Tuttavia, la maschera funeraria in questione non appartenne all’eroe omerico, ma ad un personaggio regale vissuto almeno nel 1500 a.C., quindi 300 anni prima. Ma la scoperta della civiltà micenea fu comunque una grande scoperta. E pensare che Schliemann non era nemmeno un archeologo. Molte volte è capitato che uomini comuni facessero grandi scoperte archeologiche, non è un caso unico. Sarebbe bello se, come è capitato per Troia, potesse accadere lo stesso anche per la mitica Atlantide, ritenuta ancor oggi parte della leggenda…

Giorgio Pastore

Sopra: La “Porta dei Leoni” a Micene (1200 a.C. circa)

Fonte:Giorgio Pastore, Dèi del Cielo, dèi della Terra, Eremon Edizioni

ARCHEOLOGIA E MISTERI DI ROMA

IL MISTERO DELLE ORIGINI

Le origini di Roma sono avvolte nel mistero. La tradizione vuole che l’eroe greco Enea, scampato alla guerra di Troia, approdasse in centro Italia (tutti i re e gli imperatori di Roma e del Sacro Romano Impero, in età medievale, vanteranno queste origini troiane). Lì, prese come moglie Lavinia, figlia di un re del posto, e in suo onore fondò la città di Lavinia (attuale Pratica di Mare, ad una ventina di km a sud di Roma). Qui infatti gli archeologi hanno rinvenuto una serie di dodici altari preistorici, dimostrando che gli uomini del tempo (se dobbiamo credere alle fonti, siamo attorno al 1200 a.C.) adoravano già degli dei, probabilmente gli stessi adorati dai greci di allora, e portati in Italia proprio da Enea. Quindi, comunque, è provata una certa attività cultuale a Lavinia, come ci narrano le fonti (Plutarco, Plinio il vecchio, Tito Livio sono le massime fonti a cui ci possiamo riferire). Ascanio, figlio (o discendente) di Enea, andò poi a fondare un’altra città, Alba Longa. Alla sua morte (probabilmente) altri cercarono di prendere il potere e i suoi amici abbandonarono i suoi figli, Romolo e Remo, affinché nessuno li potesse trovare e uccidere. Questi vennero “allevati da una lupa” (la Lupa potrebbe essere stata una sorta di don a dei boschi, chiamata “Lupa” per via del modo “selvaggio” in cui viveva), e crebbero. Quando divennero abbastanza grandi incominciarono ad organizzarsi per riprendersi il loro legittimo trono, ma forse non ci riuscirono, così decisero di andare un po’ più a nord per fondare una nuova città, Roma. Romolo uccise il fratello Remo e divenne il primo re della città appena fondata. Dopo di lui, vennero altri sei re (sette in tutto quindi), ma di questi, solo degli ultimi tre è stata provata l’esistenza storica. Gli altri quattro rimangono ancora una leggenda. Poco tempo fa, gli archeologi hanno trovato sotto la pavimentazione del Foro romano un altare arcaico, con pavimentazione in lastre scure (lapis niger), e su una pietra compariva la parola “REX”, per cui ciò proverebbe l’esistenza di “RE” nel periodo regio romano, a sostegno delle storie raccontateci nelle fonti. Quindi, i sette re di Roma furono Romolo, Numa Pompilio, Tullo Ostilio, Anco Marzio, Tarquinio Prisco, Servio Tullio e Tarquinio il Superbo (questi ultimi tre in verità erano etruschi ). Dal 510 a.C. in poi, con la cacciata dell’ultimo Tarquinio, Roma dal sistema regio passa al sistema repubblicano e sarà così fino a che con Ottaviano (poi Augusto) non si creerà l’Impero, nel 24 a.C.

Giorgio Pastore

LA DOMUS AUREA

Nel 64 d.C. Roma bruciò in un grande incendio, di cui furono accusati i cristiani. Tuttavia, il vero colpevole potrebbe essere stato lo stesso imperatore Nerone, che voleva costruire una residenza migliore di quella che già aveva, la Domus Transitoria, che già era un proseguimento architettonico della Domus Tiberiana, voluta da Tiberio. Si tratta di una villa enorme (100 ettari), che ora veniva a espandersi, oltre che sul colle Celio, anche sull’Esquilino e sul Palatino, sulle ceneri di edifici precedenti. Il progetto, a cui partecipò lo stesso Nerone era davvero ambizioso. La villa si articolava attorno ad un grande lago artificiale, “che sembrava un mare”, posto in posizione centrale, attorno a cui si disponevano diverse stanze di otium dell’imperatore, e su cui successivamente, al tempo di Vespasiano, venne costruito l’Anfiteatro Flavio, ovvero il Colosseo. Nel vestibolo all’ingresso vi era la statua colossale dell’imperatore, alta 120 piedi, cioè circa 35 metri! Il soffitto delle sale da pranzo era fatto di piastre d’avorio mobili e forate, per riversare sugli invitati fiori e profumi.

In alto: la suggestiva Sala Ottagona della Domus Aurea di Nerone (I secolo d.C.)

La sala principale era rotonda e il soffitto girava in continuazione su se stesso, giorno e notte, per imitare la rotazione terrestre. Gli ingegneri dell’imperatore studiarono dei sistemi complessi e suggestivi per permettere tali meraviglie e, tra le altre cose, crearono anche una piccola cascata artificiale unica nel suo genere. La Domus Aurea venne interrotta alla morte di Nerone, nel 68 d.C.. Successivamente fu abitata da altri imperatori, finché fu distrutta da Traiano per far posto alle sue terme. Certe strane pitture presenti nei sotterranei della villa meravigliarono certi artisti rinascimentali e influenzarono la nascita del genere “grottesco” (da “grotta” per l’appunto). Il senso di grandezza espresso dalla Domus Aurea verrà ripreso successivamente poche volte, ricordiamo ad esempio la Villa Adriana a Tivoli, che non è da meno rispetto alla villa di Nerone.

Giorgio Pastore

IL PANTHEON

Voluto da Agrippa nel 27 a.C. per glorificare la gens Iulia, si tratta di un grande tempio dedicato a Marte e Venere (ma forse anche alle altre divinità planetarie). Si tratta di un opera maestosa, di pianta circolare, con volta emisferica e preceduto da un pronao ottastilo su cui frontone compare l’iscrizione che ricorda Agrippa come fondatore. Inizialmente si trattava di un tempio di pianta rettangolare e più ridotta, con pronao sul lato lungo, come nel tempio della Concordia, nel Foro. Fu Adriano, all’inizio del II secolo d.C., e in seguito ad un incendio, a completarlo e a dargli la forma emisferica che vediamo oggi. La particolarità del tempio è l’oculo di nove metri che si trova nel mezzo della volta, da cui entra la luce solare. In corrispondenza dell’entrata, troviamo sul lato opposto un abside inquadrato da colonne doriche. sulla circonferenza interna dell’edificio, altre sei nicchie distile e otto edicolette dal timpano in alternanza arcuato e triangolare. La rotonda misura 43,30 metri, in orizzontale, così come in verticale.

La cupola era coperta di tegole bronzee. Vennero asportate dall’imperatore bizantino Costante II durante la sua visita a Roma nel 656 d.C. e nel 731 vennero rimpiazzate da tegole in piombo. Nel 1656 fu invece il papa Urbano VIII Barberini a togliere il bronzo massiccio che adornava il soffitto del pronao (da qui la celebre frase “Ciò che non fecero i barbari, lo fece Barberini”). La costruzione di questo colossale edificio rappresenta un capolavoro di ingegneria.

Giorgio Pastore

FOTOGALLERY DI ROMA

IL FORO DELLA PACE

Di pianta pressappoco quadrata, il Foro della Pace venne realizzato nell’età dei Flavi in onore della Pax restaurata nell’impero, e nell’antichità era considerato l’ottava meraviglia del mondo. La grande piazza, porticata su tre lati (sul quarto, ove è l’ingresso, c’è uno pseudo-portico) venne ideata sotto l’Impero di Vespasiano, alla fine del I sec.d.C. Sul fondo fuoriesce dalla linea del portico il Tempio della Pace, col suo pronao ottastilo. Ai lati del tempio vi erano due biblioteche, una greca e una latina. Il complesso divenne un museo dove raccogliere i tesori sottratti alle popolazioni conquistate da Roma, quindi, i tesori delle campagne di Vespasiano e, specialmente, Tito, che nel 71 d.C. aveva conquistato Gerusalemme, appropriandosi di tutti gli oggetti contenuti nel suo famoso tempio. I tesori giudaici affluirono a Roma (testimonianza ne sono i rilievi dell’Arco di Tito) e finirono per accrescere la collezione di opere d’arte già presenti nel Tempio della Pace.

Sopra: i fori romani

Alcune opere di gran valore rimasero a Roma fino ai giorni nostri, confluendo nel tesoro del Vaticano (come il grande candelabro d’oro a sette braccia). C’è chi ritiene che tra i molti oggetti conservati nel tempio/museo vi fosse anche la celebre Arca dell’Alleanza, che al tempo della conquista del tempio di Gerusalemme, avrebbe potuto trovarsi ancora nel Sancta Sanctorum. In tal caso, potrebbe anch’essa essere finita tra i tesori conservati nelle camere segrete del Vaticano (che tra l’altro non hai mai negato di possederla). Ma, finché non avremo certezze, il mistero di dove sia finita l’Arca dell’Alleanza, rimane.

Giorgio Pastore

LE LAMPADE ETERNE

Fin dai tempi più antichi, troviamo a Roma, le cosiddette lampade eterne. Ne troviamo una ad esempio su un tempio di Numa Pompilio.
P. M. Elsen scrive: “Quando il sepolcro di Pallante fu aperto nei pressi di Roma nel 1401, lo si trovò illuminato da una lampada che aveva brillato per oltre 2000 anni!”. Sulla via Appia venne scoperta intorno alla metà del XVI secolo una tomba. In essa venne trovato il corpo di una giovane galleggiante in un liquido sconosciuto (come ci informa Wilhelm Schrodter), che era riuscito a mantenerne incorrotto il corpo, tant’è che sembrava stesse dormendo. Ai suoi piedi, una lampada accesa, che si spense a contatto con l’aria, quando la tomba venne aperta.

Secondo certe iscrizioni si scoprì che si trattava di Tullia, figlia di Cicerone, morta nel 45 a.C. La si portò in Campidoglio e la gente affluì in massa per vederla. Ma, pensando ad un miracolo, iniziò ad adorarla come una santa. Cosicché il papa Paolo III ebbe l’idea di fare gettare la salma nel Tevere. Un fatto analogo avvenne a Budapest, nel 1930, quando alcuni operai ritrovarono durante dei lavori il corpo di un’altra giovane donna, perfettamente conservato, immerso in un misterioso liquido blu. E ai suoi piedi, ardeva anche in questo caso una lampada eterna, immersa nell’acqua. In pochi minuti, il liquido evaporò e la lampada si spense. Gli studiosi non riuscirono ad arrivare in tempo e tutto rimase avvolto nel mistero. Due di queste lampade eterne sarebbero state ritrovate in un monastero in Inghilterra intorno alla metà del XVI secolo ed ora sarebbero custodite nel museo di Leida, in Olanda. Un altra lampada simile venne trovata nel 1717 in un tempio sotterraneo dei Rosacroce, in Gran Bretagna. Ma lampade eterne si trovano nella storia anche precedentemente Roma. Il gesuita Atanasio Kircher ci parla di lampade eterne in alcune tombe scavate nella roccia a Menfi, in Egitto, risalenti a millenni prima. Anche S. Agostino ci descrive una lampada simile trovata in un santuario di Iside, in Egitto, che “né il vento, né l’acqua potevano spegnere…” Per Charroux, tali lampade sarebbero state una sorta di pile nucleari in scala ridotta, adatte a funzionare per ca. 5000 anni, ovvero il tempo di disintegrazione del radium. Per altri, si dev’essere trattato di pile al plasma, ma di certo, nulla si sa.

Giorgio Pastore

ELENA AUGUSTA

S.Agostino, nei suoi scritti, tra le altre cose, ci racconta la vita di Elena, madre dell’imperatore Costantino. D’origini plebee, venne perciò allontanata dalla corte dal marito Costanzo Cloro. Ma con l’avvento del figlio Costantino, venne elevata al rango d’Augusta. Compì numerosi viaggi nell’arco della sua vita. Interessante quello in Medio Oriente, infatti, trovò importanti reliquie sacre. In una cassa ai piedi del monte Golgota, trovò i resti delle croci sui quali vennero crocifissi Gesù e i due ladroni. Riconobbe la croce di Gesù per via della targa ad essa inchiodata “Gesù nazareno re dei Giudei”. Secondo altre versioni, la targa era staccata dalla croce, ma il riconoscimento avvenne lo stesso, dato che il legno sul quale era morto Gesù aveva poteri miracolosi, e si dice che un cieco, toccandolo, riacquistò la vista. Insieme alla croce del Cristo, Elena trovò la corona di spine e i quattro chiodi che vennero usati per la crocifissione. Due di questi andarono perduti. Uno venne trasformato in morso di cavallo e venne spedito al figlio Costantino, che lo usò per il suo cavallo. Ora dovrebbe trovarsi o tra i tesori del Vaticano o all’interno del Duomo di Milano.

Sopra: il Duomo di Monza (Mi)

L’altro, e ultimo chiodo, venne trasformato in diadema e ora si troverebbe annesso alla Corona Ferrea della regina longobarda Teodolinda, all’interno del Duomo di Monza. Ora, il corpo di Elena si trova nel sarcofago di porfido a Torpignattara, vicino Roma; sarcofago che probabilmente era destinato a Costantino.

Giorgio Pastore

POMPEI

Nel 79 d.C. il vulcano Vesuvio esplose e sommerse le città vicine con un mare di ceneri e lapilli incandescenti. La popolazione romana di Pompei ed Ercolano cercò la fuga, ma solo in pochi probabilmente si salvarono. Fu un disastro di così grandi proporzioni che fu avvertito perfino a Roma, a diversi chilometri di distanza. Come l’Atlantide di Platone e l’isola di Santorini nell’Egeo, anche Pompei venne sommersa nel giro di poche ore. Per quelle povere persone fu davvero un dramma come pochi se ne vedono, la città e tutta la sua vita scomparve rapidamente e la morte scattò un’istantanea che ancora oggi è possibile vedere. La città si fermò all’improvviso, e tutto rimase esattamente come un tempo, per secoli.

Nel XVIII Amalia Cristina di Borbone, appassionata di arte e reperti antichi, ottenne dal marito il permesso di organizzare gli scavi di Ercolano e Pompei. Fu proprio in quell’occasione che iniziarono a venire alla luce oggetti e luoghi dimenticati dal tempo. Teatri, piazze, botteghe, strade, ma non solo. Le ceneri, solidificandosi attorno ai corpi degli sventurati che non riuscirono a fuggire, ne immortalarono le forme. Gli archeologi del XVIII e del XIX secolo così poterono versare nei vuoti createsi (dato che i corpi non vi si trovavano più) del gesso, così da realizzare dei calchi umani. Ciò che ora è possibile vedere è uno scenario atroce. Donne, uomini e bambini nell’atto di fuggire via, abbracciarsi, proteggersi l’un l’altro, guardarsi negli occhi per l’ultima volta. Tutto si fermò a Pompei quel giorno maledetto. Solo secoli dopo la città ritornò alla luce, ed ora è possibile visitarla, immaginando come poteva essere un tempo. Quali grandi emozioni ci ha regalato questa tragedia!

Giorgio Pastore

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