I LEONI DELLO SPAZIO

Ruggiti dal profondo della notte stellare, segni felini giunti direttamente da un passato ignoto. Non potremo rendere meglio la sensazione che si avverte di fronte a questo singolare caso ufologico poco conosciuto e tenuto il più delle volte volontariamente nell’ombra. I numerosi casi di IR3 nonché di abductions ci hanno sempre posti di fronte alla varietà fisiologica degli occupanti dei presunti ufo. Quale varietà si nasconde nel profondo dei meandri spaziali? Come si è comportata la natura in qualche remoto pianeta? Insetti, rettili, pesci rigorosamente antropomorfi sono stati avvistati dagli sfortunati individui, vittime di abdcutions, nonché in un antico passato, come portatori di cultura. Adesso troviamo anche presunti esseri felini, la cui luce brilla da chissà quale regione cosmica legata al passato.

Incontri ravvicinati del terzo tipo con esseri alieni dalle fattezze feline sono avvenuti niente che poco di meno che in Italia, uno sulle Dolomiti (luogo storico come abbiamo già detto in Sulle tracce degli eroi di presunti avvistamenti di oggetti non identificati scambiati per orchi, streghe, scope volanti nel medioevo e in età moderna, n.d.r.) e uno a Bologna; entrambi negli anni ‘60. Quello avvenuto sulle Dolomiti è senz’altro il più interessante dei due, visto che il presunto incontro è avvenuto in maniera pacifica, diversamente dai classici casi di abductions, seguito da un fitto colloquio telepatico tra i due interlocutori.

Siamo nel 1968, in una località presso le Dolomiti, catena montuosa nord italiana, esattamente a Passo Gardena. Un certo Marino Rizzi, il cui nome è stato reso pubblico insieme al suo caso solo nel 1979 grazie alla rivista “Flying saucer seen in Dolomites”, stava guidando per fare ritorno presso la località Campitello, dove aveva un hotel. Era notte fonda e avventurandosi su quei sentieri montuosi ebbe modo di imbattersi in alcune nuvole decisamente sinistre, inusuali per la stagione. Non volendo rischiare, decise di passare la notte presso una piazza trovata lì nelle vicinanze. Dopo poche ore di sonno, come ci lascia intendere l’individuo, quest’ultimo fu destato da una vivace puzza di bruciato e, ritenendo che potesse provenire dalla sua auto, andò a controllare. Rimase stupito tuttavia nel constatare che era tutto apposto. Improvvisamente, ancora stupito dall’innaturalità dell’odore, vide a circa 500 metri dalla sua auto una fitta luce tra i banchi di nuvole. Inizialmente ritenne che potesse essere la luce dell’albergo. Rendendosi conto, tuttavia, che la zona era troppo isolata per poter ospitare una struttura turistica, decise di avvicinarsi alla luce, tentando di scoprire la sua origine. Ormai vicinissimo notò un blocco di metallo discoidale avvolto in una luce e poggiante su tre sostegni, affiancato da uno strano robot con diverse braccia meccaniche. Rimasto estasiato di fronte all’evento, avvertì a un certo punto una forte pesantezza, tanto che fu impossibile muoversi, forse a causa di forze elettriche aliene. Mentre accadevano questi eventi, due figure misteriose si affacciarono all’oblò, anche se all’inizio non poté notarne le caratteristiche, decisamente particolari. Di lì a pochi minuti avrebbero stupito il nostro, per certi versi fortunato, albergatore. In uno stacco di tempo di pochi secondi dalla visione degli alieni una rampa si aprì e da una forte luce emerse una figura (da notare l’analogia con le apparizioni religiose dove gli dèi sono descritti sempre immersi in una forte luce), vestita con una tuta aderente e argentea, completa di cintura. L’essere indossava anche un casco di vetro il quale oscurava ancora i lineamenti del visitatore. L’essere si avvicinò con passo felpato e leggero proprio come un felino, quasi sfiorando il terreno ci racconta l’uomo, fino a quando la distanza tra i due fu minima. Ecco come si espresse Rizzi quando vide l’entità:

“Sembrava alto poco più di un metro e sessanta... e quando fu a poco più di un metro da me, alzò la mano destra e mi guardò fisso negli occhi... Aveva i capelli cortissimi, castano chiaro... I suoi occhi erano bellissimi, più grandi dei nostri, leggermente obliqui, come quelli di i un gatto, con la parte bianca color nocciola, l'iride azzurro-verde e le pupille ovali, che si contraevano continuamente. Anche il naso, molto piccolo, ricordava quello dei felini. Le sue labbra erano sottilissime e quando sorrise vidi che aveva dei denti bianchi e regolari. La pelle era color verde oliva chiaro e levigata come una gomma... Quello che mi colpì maggiormente in lui erano le gambe e le braccia: i piedi sembravano degli zoccoli, mentre l'avambraccio era molto più lungo del normale; le mani, guantate, mi parevano sottili e lunghe.”

Siamo di fronte al primo caso mondiale di incontri con esseri felini o giunsero anche in un lontano passato diventando per alcuni popoli delle divinità? Il disegno tratto dall’avvenimento ci riporta in un certo senso al culto degli uomini-gatto che ebbe tanto proselito tra i popoli messicani e guatemaltechi.

Tornando al nostro Rizzi, egli alla vista di quell’essere fu colto da uno strano senso di felicità e di pace (notiamo ancora forti analogie con certe apparizione mariane o di antiche divinità) tanto che pensò di abbracciarlo, ma quest’ultimo lo bloccò. Rizzi allora gli chiese quali fossero le sue origini e quasi contemporaneamente l’essere gli rispose telepaticamente, nonostante l’uomo non avesse ancora finito di formulare la domanda. Da questo primo contatto mentale ne seguì uno molto lungo. L’alieno dai tratti felini stupì Rizzi con nozioni sul suo pianeta e su la sua gente. Disse di venire da un mondo molto lontano, più evoluto, due volte più grande del nostro e con due soli di cui uno più piccolo. Questo pianeta possedeva paesaggi mozzafiato con altissime montagne e prati verdeggianti e qui viveva la sua gente, caratterizzata da una struttura fisica eccezionale per quanto singolare. Il felino infatti possedeva una robusta muscolatura in grado di farlo resistere alla forte pressione atmosferica del suo pianeta; egli disse di possedere organi essenziali e di poter vivere una vita molto più lunga della nostra, poiché nel suo mondo esisteva una tecnologia avanzatissima in grado di rigenerare continuamente le cellule morte. Secondo la descrizione dell’essere, questa avanzatissima fisiologia era retta da un cervello di grandezza superiore che permetteva cose fuori dal comune, impensabili per gli esseri umani. Essi non erano migliori solo biologicamente, ma anche mentalmente, infatti, disse l’essere felino, la sua specie possiede una forma mentis decisamente avanzata, tale da permettere un livello di vita caratterizzato da rapporti armoniosi, non violenti e basati sul consumo esclusivo di vegetali; una vita idilliaca, particolareggiata anche dall’assenza di malattie, grazie a quella già citata tecnologia del benessere. Asserì inoltre, in risposta a un esplicita domanda dell’uomo, che non credevano in alcuna divinità, in quanto Dio era in tutte le cose.

Durante il colloquio, Rizzi guardava spesso l’oggetto volante e venne a sapere che era stato realizzato in unico blocco di metallo; che era superiore ai veicoli aerei terrestri e che addirittura era in grado di auto saldarsi. Oltre a quello, che sul suo mondo era molto comune, l’essere gli disse che ve ne erano altri tipi, potentissimi e grandissimi, capaci di solcare in poco tempo immense distanze cosmiche. Nonostante questo, la potenza di queste astronavi non erano in grado di resistere all’attrazione magnetica di certi pianeti particolari, che oggi possiamo identificare come buchi neri.
A questo punto, tra una meraviglia e l’altra, il discorso sembrava quasi che svolgesse al termine e Rizzi chiese all’essere come mai non si facessero vedere dagli umani e perché non ci rendessero anche parte di quella magnifica tecnologia, che aveva portato loro tanti vantaggi. L’alieno rispose che, nell’ipotesi di un soggiorno terrestre, la differenza di atmosfera avrebbe portato numerosi di loro ad invecchiare molto presto in pochi anni; inoltre era vietato per loro interferire con l’evoluzione di un altro pianeta e che, molto probabilmente, non avremmo mai raggiunto il loro livello tecnologico per via della precarietà della crosta terrestre. A questo punto l’essere accennò a un possibile spostamento dei poli in un futuro non troppo lontano (e qui tracciamo un altro parallelismo con le apparizioni mariane che contengono sempre messaggi profetici). Questo spostamento o anche inversione avrebbe portato alla estinzione dell’ottanta per cento della popolazione mondiale; i pochi sopravvissuti sarebbero vissuti su una stretta striscia di terra tra stenti. Riguardando verso l’astronave vide il robot iniziale che aveva terminato il lavoro rientrare in una botola posta a fianco dell’oggetto volante; supponendo e temendo che gli stranieri se ne dovessero andare, per un’oscura ragione scoppiò a piangere intimandoli di portarlo con sé. I gentili visitatori gli dissero che non era possibile in quanto la sua fragile costituzione non gli avrebbe permesso di sopportare le vibrazioni e le energie della loro astronave. In preda alle lacrime Rizzi chiese un segno che ricordasse il loro incontro e l’essere, molto probabilmente commosso come lui, decise di regalargli di nuovo quella sensazione di pace e di benessere, il tutto sancito dal quel profondo sguardo che lo caratterizzava. Tornato così indietro verso il proprio veicolo e avvolgendosi in una spirale di luce, salutò di nuovo lo straniero come aveva fatto all’inizio, ovvero, alzando la mano destra, finché la botola della navicella non celò totalmente la sua figura. Pochi secondi dopo, l’astronave sarebbe partita tra fumo, luci e fuoco, fino a perdersi nella notte infinita e lasciando l’uomo in un eterno mare di interrogativi, forse ancora oggi per lui sconosciuti.

Fu un’esperienza certamente particolarissima che lo prese per lungo tempo, tra l’incredulità dei suoi stessi parenti come egli stesso dichiarò. Fece ricerche, tentando di capire che cosa era successo e si mise in contatto con numerosi gruppi ufologici, che all’epoca erano principalmente americani. Nonostante lo sforzo di far luce sulla vicenda e di metterne naturalmente una parte del mondo al corrente, il signor. Rizzi tornò a mani vuote senza potere ottenere credibilità.
Curioso notare come il signor Rizzi,durante la seconda guerra mondiale ebbe modo di mettersi in contatto con un veggente che ai nostri giorni può apparire come un contattista o semplicemente come uno di quegli iniziati tibetani che tramite l’eco di un’antichissima religione sono in grado mentalmente di comunicare con creature di altri pianeti. Il colloquio con questo particolare personaggio fu oltre che istruttivo decisamente profetico sul suo destino, in particolare di fronte a un evento che lo avrebbe visto coinvolto più di vent’anni dopo.
A cavallo tra il 1941 e il 1942 le potenze dell’Asse avevano invaso la Grecia; ad Atena e zone circostanti l’esercito tedesco e italiano tiravano le redini della Grecia, sperando in una conquista definitiva. Il nostro signor. Rizzi era volontario meccanico dell’aeronautica italiana oltre che interprete presso le truppe aereonautiche tedesche stanziate lì intorno. Tra le numerose battaglie e rappresaglie che vedevano coinvolti l’esercito italotedesco e quello degli alleati, principalmente australiani e neozelandesi, il signor Rizzi riceveva spesso la visita di una bambina che un bel giorno lo condusse presso una montagna dove c’era un santone che gli parlò di innumerevoli mondi abitati da stirpe diversissime le une dalle altre e sulla possibilità di visitarli tramite il viaggio astrale (qualcosa di simile la diranno anche i monaci tibetani ad alcuni scienziati russi giunti in Tibet negli anni cinquanta). Il santone parlò con un certo entusiasmo dei veicoli di questi gente, capaci di attraversare in poco tempo gli spazi cosmici e disegnò alcuni oggetti discoidali sul terreno.

Benché sorpreso non diede peso alla cosa dichiarando impossibile per quegli oggetti alzarsi in volo vista l’assenza di eliche o di ali. Il santone, non del tutto sorpreso dell’ignoranza del meccanico e visto che i dischi volanti erano ancora una realtà lontana per l’umanità, gli disse semplicemente che un giorno si sarebbe ricreduto. Il santone era forse l’erede di antichissime sette greche che in qualche modo conoscevano già la presenza di mondi abitati (forte analogia vi è con quella corrente filosofica che parla di infiniti mondi)?
Ventisette anni dopo, come abbiamo visto, Rizzi avrebbe vissuto l’esperienza più intensa della sua vita.

Il secondo e ultimo caso accade a Bologna nel 1962. Antonio Candau passeggiava per una strada di collina vicino Bologna, era una tranquilla serata di Dicembre. Nel suo cammino ebbe modo di scorgere un’astronave non troppo lontana, un classico oggetto volante a forma di disco. Rimasto a guardare l’oggetto poté notare misteriose luci che lo avvolgevano e subito dopo notò che un portello si era aperto. Iniziarono ad uscirne creature abbigliate come l’alieno-felino visto da Rizzi. Le misteriose figure si avvicinarono con passo felpato a Cadau, e quando la distanza fu ridotta egli fu colpito dall’intensità degli occhi di questi esseri. Vicinissmi all’uomo, chissà per quale oscura ragione, fecero marcia indietro risalendo verso il loro veicolo, e ripartirono. Scioccato dall’evento, Cadau decise di far luce sulla faccenda, come Rizzi a suo tempo, ma anche i suoi sforzi valsero a nulla visto che non solo la sua storia riscontrò poco credito, ma non trovò strutture adatte che potessero aiutarlo a chiarire il mistero. Al di là di come si sono svolti i fatti, chi erano questi misteriosi uomini-felino? Come vennero sulla Terra e perché?

Dopo questi casi interessanti, scopriamo come questi singolari esseri alieni, per via dei tratti che ricordano quelli di un gatto, abbiamo potuto visitare la terra in un antico passato; tracce evidenti risiederebbero in quella conoscenza esoterica che caratterizza ancora diversi popoli. Un primo accenno viene dai sciamani tibetani; più esattamente dagli eredi diretti dello sciamanesimo nord asiatico, lì dove troviamo spesso riferimenti ad esseri soprannaturali con forme animali.
Durante l’estasi, gli sciamani dicono di ricevere responsi da divinità che hanno volti di tigre e volano su uccelli di fuoco.

Ancora un riferimento a presunte divinità di altri pianeti con tratti animaleschi lo riscontriamo in Cina, lì dove la tigre rappresenta l’imperatore celeste. Allo stesso tempo, il felino è usato per scegliere il più giusto monarca. In India le numerose statue di Buddha poggiano su troni con sculture leonine e lo stesso Visnu giunge sulla Terra sotto forma di tigre. Un possibile dominio di alieni di questo tipo nell’antica Asia è ipotizzabile? Sì, ma potrebbe invece essere che questi alieni si siano mostrati solo a sciamani, sacerdoti e iniziati, persone di un certo tipo, che avevano una mente più aperta di altri.

Lo sciamanesimo per eccellenza è quello siberiano. Durante i riti il maestro viene in contatto con figure misteriose dimoranti nell’universo e racconta storie durante il trance. A volte racconta di come questi dèi assumessero forme animali per mostrarsi agli eletti. Non a caso, il plantigrado (nome scientifico dell’orso) è la figura più venerata nell’Asia settentrionale. Molti sono convinti che la pelle dell’orso, utilizzata come indumento dagli sciamani, sia in realtà il ricordo sbiadito di una tuta spaziale che gli dèi usavano per muoversi sulla Terra. Non è tutto, pare che gli sciamani che entravano in contatto con questi alieni avessero la capacità di trasformarsi nel dio animale intravisto durante l’effetto di estasi e di acquisirne i suoi poteri.

Anche tra le tribù nord americane narrano storie simili. In esse lo sciamano si trasforma in puma (forse solo metaforicamente) e sposa la figlia del capo tribù, creando così una stirpe divina. Il “cambiarsi in orso, puma e felino” significava forse acquisire i poteri dei visitatori? Oppure, indossarne gli abiti, animali, e diventare potenti?
Non sappiamo ancora bene cosa risieda dietro questo simbolismo iniziatico ma è anche possibile pensare che in realtà gli sciamani si siano trovati di fronte a veri e propri ibridi animale-uomo e da questi ultimi abbiano apprendeso quella capacità di mutarsi in vere e proprie belve durante lo stato di trance. È anche possibile però che il “cambiarsi” in belva fosse un fatto puramente simbolico, come abbiamo supposto; interpretabile come un diventare simile a loro solo durante la percezione alterata.
Tutto questo potrebbe essere accaduto agli sciamani tibetani, che durante gli stadi di coscienza alterata sarebbero entrati in contatto sia con esseri con tute spaziali a forma animale sia a veri e propri ibridi alieni.
È anche ipotizzabile che la forma animale sia stata volontariamente assunta dai visitatori spaziali per non mettere in allarme le popolazioni locali oppure che in realtà la caratteristica animale sia stata associata di conseguenza ad esseri le cui caratteristica anatomiche “ricordavano” quelle animali.
Man mano che ci si sposta verso Occidente si scopre che il culto del leone era una costante nell’arte degli antichi popoli. Numerosi leoni, simboli di potenza, costellano i palazzi della Mesopotamia e dell’Egitto. Non dimentichiamo che la Sfinge egizia, custode di grandi segreti, un tempo aveva forme molto più leonine. Il volto faraonico fu probabilmente riscolpito in tempi recenti. E conosciamo sfingi anche presso i Greci e gli Etruschi.

E se le sfingi fossero state scolpite a ricordo di questi alieni-felino giunti in un mitico passato in queste terre? Tutto può essere.

L’Idea che alieni-felino possano essere arrivati in un antico passato sulla Terra, acquista una certa suggestione in Egitto, terra non solo della sfinge ma anche di numerose leggende sibilline su probabili dèi dalle fattezze leonine. Secondo Edouard Naville, egittologo vissuto a cavallo tra il XIX e il XX secolo, la sfinge rappresenta la dea Hathor, conosciuta anche nella sua forma leonina come Tefnut/Sekhmet, incaricata di punire l’umanità poiché essa non volle sottomettersi al volere degli dèi. Traducendo certi geroglifici si apprende che questa divinità scese sulla Terra e trucidò tutta l’umanità. Nella sua variante, Sekhmet, rappresentata con corpo femminile e testa leonina, è distruttrice degli uomini e responsabile delle piaghe d’Egitto. Infine, nella sua terza forma, Tefnut è la dea leonessa che dopo aver litigato con il padre, il dio-Sole, devastò la Nubia tanto che egli si vide costretto a inviare un certo Onuris, un dio minore, per calmarla.
Molti collegano la sfinge al pianeta rosso, in quanto eretta secondo alcuni in un’era in cui era possibile orientarla e associarla al pianeta in questione. Perché mai questo accostamento? Secondo alcuni, per rendere tributo al pianeta dal quale la stessa civiltà Egizia era nata; secondo altri, in onore a presunti visitatori di questo pianeta, esseri dalle fattezze leonine, responsabili della creazione della civiltà del Nilo. Sebbene dietro tutto questo risieda una profonda simbologia cosmica, che per il momento non analizziamo, ci chiediamo se esistette mai una civiltà dalle fattezze leonine che giunse sulla Terra e creò la cultura. Tutto può essere e forse, come potrebbe dimostrare l’archeologia e l’analisi del mito, le loro tracce non sarebbero così lontane dall’odierna civiltà. Esse si troverebbero situate su di un pianeta molto vicino al nostro, ad esempio su Marte, dove secondo alcuni sarebbe stata intravista una copia della sfinge.

Nelle Americhe domina il giaguaro, la cui potenza è stata venerata e tenuta in grande considerazione dagli Olmechi, dai Toltechi, dagli Aztechi e dai Maya. Questi consacravano al dio giaguaro le loro virtù guerresche. Vi era addirittura il clan degli uomini giaguaro: guerrieri la cui forza è tratta direttamente dall’animale in questione. La luce sprigionata dai suoi occhi brilla specialmente di notte. Forse è per questi che venivano chiamati “guerrieri della notte”. Sembra che questi uomini giaguaro abbiano avuto un ruolo molto importante se i Maya li consideravano “divoratori dell’umanità” alla fine di una certa era e un ruolo primario dovettero continuare ad avercelo se centinaia di templi messicani e guatemaltechi sono adroni di statue con tanto di caschi che ricordano fattezze feline.

Forte associazione ha il giaguaro con il mondo sotterraneo. Secondo una teoria, i templi dell’antichità, tra cui le piramidi egizie, sarebbero la realizzazione artistica di antiche astronavi viste nel cielo e divenute sacre in quanto viste come “case divine”. Gli extraterrestri viaggiavano su queste astronavi ed erano reputati dèi dagli uomini per via delle loro capacità straordinarie. Questi ultimi riprodussero le loro sembianze e i loro mezzi di trasporto in basso rilievi all’interno di templi e palazzi, stabilendo così un culto. Spesso all’interno del tempio troviamo il simulacro del dio, così come all’interno delle navi spaziali vi erano questi esseri divini.
I templi messicani e guatemaltechi ricordano guarda caso veicoli spaziali e le statue all’interno e all’esterno presentano tratti felini, ad esempio.
Un mito degli indiani Paez di San Agustin, in Colombia, narra infatti che un guerriero giaguaro discese dal cielo e si unì alla figlia del capo tribù generando un semidio. Di simili racconti ne troviamo molti in Sudamerica, specialmente in Amazzonia, dove tra l’altro si racconta degli starchildren, figli di divinità discese dal cielo su conchiglie d’oro. Al di là di quello che sta dietro questo simbolismo è possibile che nello spazio da qualche parte una vita aliena con queste caratteristiche si sia sviluppata imboccando la via del progresso e superando l’abilità relativa di noi umani. Molti testimoni, come quelli finora trattati, ci direbbero che queste creature aliene sono reali e che i loro grandi e brillanti occhi pieni di tenerezza ci portano un messaggio di pace, un motivo in più per cambiare e renderci migliori. Certe intelligenze ci stanno preparando la retta via, sta solo a noi accorgercene e imboccarla senza tornare indietro.

PASQUALE ARCIUOLO

Fonti:

http://www.edicolaweb.net/ufost05f.htm

Wikipedia
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AA.VV., Leggende e miti dei Pellerossa, Lakota, Hopi, Tin-neiah, Haudensaunee, Haida, Giunti Demetra;

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