ALESSANDRO MARTELLOTTA

RACCONTI

 
Creeping death
L’ospite
Human toys 
Un'Occasione Importante
 
 

Creeping death

Le immagini del telegiornale erano agghiaccianti. 

        Pur essendo degli scatti alquanto mediocri per un servizio di testa nel telegiornale delle otto, mostrati per pochi secondi avevano sicuramente impressionato un gran numero di ascoltatori. 
Una ragazza di sedici anni giaceva in un lago di sangue, i suoi occhi erano spalancati, in modo decisamente innaturale, la mano sinistra, appoggiata alla guancia, non aveva più le dita. 
A molte ragazze sarebbero stati ristretti gli orari da quella sera. 
Il padre di Barbara aveva la pelle d’oca 
- Ecco cosa succede in quei posti che frequenti tu! - 
Anche Barbara era molto impressionata. 
Quella ragazza somigliava, o per lo meno le ricordava, la sua compagna di banco alle medie. 
Per qualche interminabile secondo si fermò a riflettere. Sedici anni di ricordi, di gioie, di sofferenze, e soprattutto di speranze erano stati spazzati in pochi minuti. E, da quanto aveva detto il telegiornale, non si trattava di una sbandata, di una che se lo era in qualche modo cercato. 
Poteva esserci chiunque al suo posto: lei o una sua amica. 
Si allontanò dai suoi pensieri per ascoltare gli ulteriori dettagli della notizia. 
- La polizia brancola nel buio. La confusione e la ressa provocata dal panico che ha seguito la scoperta del cadavere hanno cancellato ogni traccia. Gli unici indizi a disposizione degli inquirenti sono su quel corpicino martoriato da novantasette pugnalate inferte con un normale taglierino. Dopo aver interrogato amici e parenti della ragazza non sono emersi particolari che possano far luce sulla vicenda. Il mistero rimane fitto su come una ragazza possa essere stata massacrata alla presenza di venticinquemila persone, tante erano accorse infatti per ascoltare il concerto del gruppo rock “Creeping Death” - 
Senza più dire una parola finì la cena ed andò a dormire. 

*** 

Da un anno ormai lavorava come cassiera in un supermercato, di quelli non particolarmente affollati se non forse il sabato pomeriggio. Le giornate erano abbastanza noiose, non aveva un ragazzo a cui pensare mentre oziava alla cassa, e nei tempi morti (sei o sette ore al giorno) leggeva qualche romanzetto da quattro soldi e qualche rivista femminile. 
Quella mattina fece una cosa che per chi la conosceva aveva dell’incredibile: comprò il giornale e lesse per tutta la mattina. C’era qualcosa in quella storia non riusciva a farle smettere di pensarci. 
Provò ad immaginare cosa potesse essere: forse il fatto che si trattasse di una sua coetanea, per di più fan del suo stesso gruppo preferito, forse una innata curiosità morbosa. 
Quella musica le faceva paura. O meglio: che le faceva paura era l’impatto che quella musica aveva su di lei. Non era tranquilla al pensiero di sentirsi attratta vero un gruppo che cantava solo di morte, sangue, stermini e via dicendo. Ma era più forte di lei. 
Durante il pomeriggio, prima che verso le sei cominciassero ad arrivare le impiegate all’uscita dall’ufficio, pensò molto alla vicenda: praticamente ripercorse ogni dettaglio letto la mattina sul giornale. 
Le coltellate non erano state date con violenza. Le parole esatte dell’articolo erano state: - come una mano che taglia un foglio di carta -. La ragazza era morta probabilmente intorno alla quindicesima, ma l’assassino aveva continuato per almeno dieci minuti, prima di abbandonare il cadavere. Le dita erano state tagliate quasi con cura: prima era stata fatta girare in profondità la lama intorno all’osso, poi quest’ultimo era stato spezzato e strappato. 
Chi aveva compiuto un simile rituale era sicuramente un folle. 
Cosa poteva aver spinto una persona a compiere un simile gesto? La violenza contenuta nelle canzoni? Questa risposta le suonava troppo facile. 
La verità poteva avere due facce: o una persona debole di carattere viene influenzata negativamente da certi argomenti, esposti con l’energia penetrante della musica rock, oppure un già potenziale assassino viene attratto da quell’ambiente, in cui la violenza è una bandiera, dove può finalmente dar sfogo al suo istinto. 
Entrambe le situazioni avevano un punto in comune: il concerto. Come causa scatenante o come istigatore faceva poca differenza. Aveva paura, ma quella musica era stata per lei un sostegno importante. Era una ragazza sola, non particolarmente felice, desiderosa di sfuggire ad una realtà che non le piaceva. 
Fosse stata un po’ più debole sarebbe sicuramente diventata una tossicodipendente, ma la sua droga erano loro, quei quattro demoni che con la loro musica avevano probabilmente tolto la vita ad una sua coetanea, ma che con la stessa musica avevano ancor più probabilmente salvato la sua innumerevoli volte. 
La sera precedente era stata la prima di tre in cui i “Creeping Death” avrebbero suonato nella sua città. Lei aveva avuto, con molta fatica, i biglietti per quella odierna, e nulla l’avrebbe fermata, né suo padre (per tenerglielo nascosto aveva studiato un piano degno di un dirottamento), né la paura, la sua peggior nemica da quando era piccola, contro la quale aveva un’arma invincibile: aveva più paura di non andare, di privarsi di quella linfa vitale che la attendeva da quel palco e che le avrebbe consentito di tirare avanti ancora un po’. 

*** 

La mattina la sua amica Gloria aveva telefonato a casa, spacciandosi per una collega, ed aveva pregato il padre di ricordare a Barbara che quella era la sera dell’inventario (che si era sempre protratto fino a tarda notte). 
Quando Barbara arrivò a casa il padre le diede il messaggio. 
- Che stupida, me ne ero scordata! – 
- Sei sempre la solita! Non sei capace di prenderti responsabilità! Fila adesso! – 
Barbara sorrise divertita, lui stesso la stava spingendo fuori. 
Anche questa volta nessun problema. Salutò ed uscì di corsa. 
Dall’altra parte della strada la aspettava Gloria. 
Salì in macchina, la salutò rapidamente, tirò fuori la borsetta del trucco ed i vestiti dalla borsa. 
Dopo pochi minuti la timida cassiera aveva lasciato il posto ad una inquietante creatura della notte, con le labbra nere, la pelle color cenere e due occhi di ghiaccio. 
Entrarono nell’arena affollatissima, facendosi largo a fatica. Un gruppo di ragazzi le afferrò abbastanza violentemente per le braccia, offrendo loro qualcosa da fumare. Loro sorrisero ed accettarono volentieri. 
Dopo qualche minuto il buio calò sull’arena. 
Una debole luce rossa apparve puntata verso il palco. 
Illuminava debolmente una figura più simile ad un grosso pipistrello che ad un essere umano. 
Il silenzio calò tra il pubblico, pronto per essere infranto dall’inizio del primo pezzo, più simile ad un esplosione che a musica. 
Barbara era in delirio. Quell’iniezione di energia l’aveva mandata in estasi: si agitava confusamente, si lasciava toccare dai ragazzi, a tratti scoppiava in un riso che aveva del folle. 
Rimase in quello stato per tutta la durata della prima parte. 
Quando la musica si arrestò cadde a terra priva di forze. 
I ragazzi si chinarono su di lei continuando a palpeggiarla, finché Gloria non si fece largo distribuendo schiaffi qua e là, e quando la raggiunse la aiutò a rialzarsi. 
Quando riprese il controllo sentì di aver bisogno di un po’ d’aria: senza uno sguardo per Gloria cominciò ad allontanarsi barcollando. 
Imboccò uno dei corridoi interni dell’arena, venne urtata innumerevoli volte ma riuscì a fatica a restare in piedi, gli occhi le bruciavano da morire. 
Vide un ragazzo ed una ragazza uscire da una porta sulla sinistra, avevano sicuramente fatto del sesso. Il bruciore agli occhi cominciava ad annebbiarle seriamente la vista. A fatica trovò la porta ed entrò 
Si trovò in una stanza completamente buia. Portò la mano destra in dietro e trovò l’interruttore. 
Accesa la luce si rese conto che non era un bagno, era uno spogliatoio, probabilmente per gli operai della manutenzione. 
Fortunatamente vi era un lavandino con un piccolo specchio proprio di fronte a lei, vi si lanciò come una lepre. 

*** 

Si lavò prima le mani, quindi si chinò per sciacquarsi finalmente gli occhi, facendo attenzione a non rovinarsi il trucco. 
Quando rialzò la testa c’era un uomo alle sue spalle. 
Aveva un’aria familiare ma aveva il viso semicoperto dai lunghi capelli in disordine. Stava cercando, nonostante la vista ancora u po’ annebbiata, di esaminarlo meglio, quando lui la colpì con un pugno in piena faccia. 
Lei cadde per terra, stordita ma non svenuta. Lui la trascinò per i capelli verso una porta dalla parte opposta rispetto all’ingresso. 
Aprì la porta e butto dentro Barbara a calci. Accese la luce e chiuse la porta dietro di se. 
Barbara cominciava lentamente a riprendersi, era seduta per terra, capì di trovarsi in una specie di sgabuzzino, capì di essere in pericolo, anche se guardando quell’uomo in piedi di fronte a lei istintivamente era portata a non farlo. 
Si convinse definitivamente quando lui estrasse il coltello. 
Lei gridò e lui la colpì con un calcio sotto il mento. Stavolta cadde svenuta sul freddo pavimento. 
Si riprese pochi minuti dopo, grazie ad un secchio di acqua gelida, ma se ne pentì immediatamente. 
Cominciava ad immaginare l’orrore che la attendeva. 
Si trovava ancora seduta sul pavimento, piangeva, tremava di paura, gemeva per il dolore al mento. La schiena era appoggiata al muro e le mani per terra. Con la rapidità di un gatto lui le schiacciò la mano con il tacco dell’anfibio. Barbara gridò, e mentre urlava il suo sguardo si posò su di lui. 
Stava sorridendo, godeva a sentire quelle urla, i suoi occhi erano pieni di odio, di violenza, di follia. Barbara capì di essere sul punto di svenire di nuovo, e se lo augurò. Lui l’avrebbe uccisa, ne era certa, e forse l’avrebbe prima violentata. Lei desiderò abbandonare il suo corpo. 
Quel corpo che le stava provocando quegli atroci dolori, ed era ora in balia di un folle maniaco che lo avrebbe usato per i suoi scopi perversi per poi annientarlo. 
Le forze le mancavano, la lucidità le stava venendo meno; sorrise un istante rendendosi conto che stava per perdere i sensi. 
Lui non glielo concesse. 
Una coltellata di taglio alla guancia destra la riportarono immediatamente alla realtà. Gridò di nuovo. I suoi occhi erano pieni di sangue, la sua mente pervasa di terrore. Non riusciva più a vedere l’uomo, ne sentiva i gemiti di piacere a percepiva qualche luccichio del suo coltello. 
Lui la pugnalò al ventre, girando più volte il coltello, ma senza andare troppo in profondità. Voleva godere di quell’atto, il più a lungo possibile, come una persona quando fa l’amore e cerca di prolungare il proprio piacere. Le puntò il coltello poco sotto la spalla sinistra, lo affondò qualche centimetro e lo abbassò, tagliando i vestiti e la carne fino a sotto il seno. Barbara non gridava più, gemeva debolmente, piangeva con le poche forze rimaste. 
Lui si rese conto che il suo orgasmo era finito: prese Barbara per i capelli e le squarciò la gola. 

*** 

L’uomo era in ginocchio, con le palme delle mani immerse nella pozza di sangue di Barbara. Sollevò le mani imbrattate e se le appoggiò sulle guance dopo averle annusate. Gli piaceva quell’odore. 
Uscì dalla stanza e si diresse furtivamente verso l’area riservata dell’arena, quella in prossimità del palco. Le guardie lo fecero passare. 
Oltre le transenne c’erano un paio di gradini, li salì e si voltò a guardare il pubblico. Avrebbe voluto ucciderli tutti, trasformarli in un mucchio di cadaveri ed ascoltare il silenzio della morte invece delle loro urla sguaiate, guardarli negli occhi mentre affondava il suo coltello nelle loro viscere. 
Sorrise. Pensò a Barbara, rivisse mentalmente la sua morte, ed ebbro della violenza appena goduta risalì sul palco e ricominciò a cantare.

ALESSANDRO MARTELLOTTA

L’ospite

Jacob era decisamente felice. 

        Lo attendeva un week-end di assoluto riposo, come lo aveva sognato da tempo. Dopo venti abbondanti giorni di lavoro incessante si sentiva esausto. Gli venne in mente come in tutte le pause caffè, gli spuntini di mezzogiorno, le occasioni nelle quali la sua mente si era potuta staccare per un attimo da numeri, importi, relazioni ed elementi del genere, che ormai considerava come dei nemici, aveva sognato di staccare la spina, di dedicare del tempo a se stesso. 

Mentre percorreva la statale la sua mente stava decisamente lavorando, forse più che in ufficio, ma su questioni assai diverse. Pensava alla sua vita, alla sua famiglia, alla misteriosa richiesta di sua moglie di andare con la loro bambina dal fratello nel Maine. In fondo lui per tre settimane era stato un padre ed un marito latitante. Perché il primo week-end di libertà lei aveva preferito trascorrerlo con il fratello? Solo in quel momento si rese conto di quanto si potesse nascondere dietro a quel gesto. E questo era decisamente grave. Non tanto il segno di per sé quanto il fatto che lui faceva fatica a rendersene conto. Questo tunnel che aveva imboccato ormai da un anno dove lo stava portando? 

Il lavoro di analista finanziario gli piaceva molto. Quel nuovo posto nella banca dell'Oregon gli aveva consentito un grosso salto professionale. Ma Jacob aveva imparato a sue spese che nulla nella vita è gratis. Qual'era il prezzo di quel successo? E soprattutto: se fosse stato costretto a scegliere tra il lavoro e la famiglia che strada avrebbe preso? La risposta, nel suo caso, non era così scontata. 

Pensò a suo fratello: un paio di anni prima si era infatti trovato nella stessa situazione. Una brillante carriera di chirurgo o la pace del focolare domestico turbata piacevolmente dai due pargoletti. Mike si era confidato con lui a lungo (cosa che peraltro lui non aveva intenzione di fare), sviscerando la sua vita ed analizzando come il lavoro lo avesse inconsapevolmente allontanato da ciò che amava di più: la sua famiglia. Fortunatamente scoprì di essere in tempo, fece marcia in dietro e finì a 
fare il tranquillo medico generico di provincia. 

La situazione di Jacob era molto diversa. Da sei anni ormai la sua escalation professionale procedeva, ed il suo allontanamento dalla famiglia era tutt'altro che inconsapevole. Ora era forse arrivato ad un bivio. Avrebbe affrontato analiticamente il problema in lunedì successivo. 

Curiosamente anche la strada che percorreva era arrivata ad in bivio, la cosa lo divertì. Svoltò per la collina e la strada cominciò a salire. 

Scacciò brutalmente tutti i rimasugli di pensieri e pentimenti dalla sua mente. Nulla avrebbe dovuto turbare la quiete del suo meritato riposo tranne qualche libro che aveva con sé. 

Cominciò a farsi strada anche la curiosità del posto in cui stava andando. L'annuncio si Internet diceva "Tranquillo casolare nella pace dei boschi secolari.". Proprio ciò che lui cercava. 

Gli piacevano queste modernità: un click sul mouse ed hai pagato il conto con la carta di credito. Una mail al fattorino e trovi le chiavi sulla tua scrivania il giorno dopo. Il vecchio Gerald si era lamentato di aver faticato non poco a trovare l'agenzia, ma con una lauta mancia Jacob aveva ridato pace alla sua coscienza. 

Dopo una decina di minuti di strada molto ripida si era affacciata una piccola pianura e Jacob intravide le deboli luci di un piccolo paese. In un lampo lo stava attraversando. Era più un gruppo di case semidiroccate, abbastanza tetro. In giro non c'era nessuno. Jacob guardò l'orologio: le ventitrè in punto. 

Si fermò un istante per guardare la mappa che aveva stampato dal sito. In effetti un puntino indicava quell'agglomerato. Approfittò della sosta per scendere e sgranchirsi. Vide un albero sul bordo della strada in mezzo a due case. Lo usò per liberarsi la vescica. Mentre si voltava per tornare alla macchina vide due persone che lo osservavano dalla finestra di una delle case vicine. 

Erano due uomini, si assomigliavano molto, ed indossavano due identiche camicie da boscaiolo. 

Fece un vago cenno di saluto, a dire il vero sfoggiando una certa superiorità e risalì in macchina. 

Credeva molto nella divisione delle persone in classi ed era certo che la sua fosse molto superiore a quella degli abitanti di quel luogo. Terminato questo pensiero di compiacimento sorrise e ripartì. 

Poco fuori dal paesello la strada ricominciò a salire. 

La mappa era abbastanza chiara: dopo il puntino una mezza dozzina di tornanti, quindi un piccolo ponte su di un ruscello dopo il quale avrebbe dovuto svoltare a destra. 

Trovò la strada, se così poteva essere definita. Si trattava infatti di uno sterrato decisamente poco adatto alla sua BMW. Gli sembrò quasi un miracolo averla trovata: né la strada principale, né quella piccola traversa erano illuminate e non c'era nessuna indicazione. 

Dopo un centinaio di metri la strada ricominciò a salire. 

Stavolta i tornanti erano decisamente insidiosi, alcuni dovevano essere fatti con due manovre. Giudicò questo un segnale abbastanza positivo della tranquillità e solitudine del luogo. Dopo una decina di minuti cominciò ad intravedere dall'alto le deboli luci del piccolo villaggio e sorrise di nuovo. Si fermò davanti ad un ponte di legno che non gli ispirava molta solidità. Scese e lo ispezionò. 

Dopo aver dato un'occhiata alle travi che lo sorreggevano decise che a dispetto delle apparenze doveva essere abbastanza solido. Si trovava però su di uno strapiombo molto alto. Al buio non ne vedeva chiaramente il fondo. 

Risalì in macchina e vi passò sopra. Fece ancora circa mezzo chilometro e si trovò in uno slargo. La casa era sul lato opposto. 

*** 

Dopo aver preso il suo borsone sportivo chiuse la macchina e si fermò un istante ad osservare la casa. La luce della luna consentiva di apprezzarne abbastanza bene i dettagli. 

Doveva essere antica, forse di inizio secolo, ma ben tenuta. Le finestre del primo piano erano decorate con un fregio che contornava tutto il bordo, non particolarmente lussuoso ma decisamente di classe. La mansarda spiovente aveva le pareti in legno. Pensò che se fosse stata sua avrebbe da tempo eliminato quel legno: troppo pericoloso in caso di incendio, specialmente con un incallito fumatore come era lui. 
Appoggiò il borsone davanti alla porta e fece un giro seguendo il perimetro. Le finestre del primo piano c'erano molto grandi, e protette da spesse sbarre di ferro. Il lato posteriore si affacciava su uno strapiombo. 

Diede una rapida occhiata alla piccola testa di leone che faceva da batacchio, quindi infilò la chiave ed aprì. 

La porta si rivelò abbastanza pesante, forse anche per la stanchezza del viaggio. Entrò ed accese la luce. 

Quel posto era decisamente affascinante. La prima cosa che notò fu lo scalone semicircolare sulla destra che conduceva alla balaustra del primo piano. Seguendo visivamente la scala notò il lampadario. Un oggetto decisamente imponente a dispetto della luce non troppo abbondante che emanava. 

Jacob si mise un istante ad ascoltare il silenzio, totale, pacifico, quando un suono raggiunse come un macigno le sue orecchie. “Don,Don..trick,trick..Don,Don„. Nell'angolo opposto c'era un orologio a pendolo che suonava le undici e mezza. Se era carico probabilmente la casa non era deserta da molto. A giudicare dalla poca polvere sul corrimano della scala era stata probabilmente occupata anche il week-end precedente. 

Il suono del pendolo lo aveva leggermente irritato, in particolare quel rumore di ingranaggi consunti tra uno scampanio e l'altro. Si ripeté mentalmente la frase pensata poco prima in macchina: nulla avrebbe turbato il suo riposo. Si avvicinò al pendolo e cercò di aprire lo sportello per disattivare il meccanismo. Chiuso a chiave. Non doveva essere un problema. I suoi nervi, così sfibrati non dovevano essere ulteriormente messi alla prova da piccolo inconvenienti. Convenne che sarebbe riuscito semplicemente ad ignorare il rumore. 

Da buon analista fece un programma per la serata, sapendo che sarebbe stato l'ultimo. Dal giorno dopo infatti tutto sarebbe stato lasciato all'improvvisazione, al caso: avrebbe fatto quello che gli fosse venuto in mente nel momento in cui gli veniva in mente. 

Decise che per quella sera avrebbe fatto solamente un giretto panoramico della casa, dopodiché sarebbe andato a dormire. 

Percorse il pavimento in marmo dell'ingresso ed imboccò il corridoio dal lato opposto. Il corridoio si spegneva con un muro spoglio. Pensò che fosse un peccato non averlo adornato con un quadro, uno di quegli imperiosi quadri antichi che si trovano nei mercatini. 

Il lato sinistro del corridoio aveva due porte, una aperta che conduceva ad una piccola stanza da bagno, a l'altra chiusa. Sul lato destro vi era un'apertura ad arco, molto accattivante, che conduceva al salone. 

Il salone era decisamente arredato con classe: un imponente camino nell'angolo, tre divani in velluto bordò ed un basso tavolo di legno dalle gambe scolpite. Soddisfatto di questa panoramica del salone, data tuttavia senza entrarvi, si voltò, tornò nell'atrio, prese il borsone ed imboccò lo scalone. 

Ai lati della scala erano appesi alle pareti degli strani quadri che colpirono la sua attenzione: narravano scene di vita di un piccolo villaggio. In uno riconobbe un certo albero. I quadri erano realizzati con una certa maestria, ma i personaggi ritratti erano decisamente anomali: indossavano tutti la stessa camicia da boscaiolo, erano tutti uomini e non avevano occhi. 
Pensò alla macabra fantasia di un pittore non completamente a posto con le rotelle, il genio fa spesso di questi scherzi, e proseguì. 

Giunto alla balaustra del primo piano diede un occhiata al corridoio. Era identico a quello di sotto, ad eccezione di una scala sul muro dal lato opposto, dall'aspetto assai poco solido. Probabilmente conduceva in soffitta. 

Le due porte sul lato sinistro conducevano nel bagno (un po' più grande dell'altro) ed in una camera da letto che odorava parecchio di chiuso. 

Si ricordò di aver ignorato la seconda porta del piano di sotto. Probabilmente era la cucina, lo avrebbe scoperto la mattina seguente a colazione. 

La porta a destra conduceva in una grande ed accogliente camera da letto, anch'essa dotata di camino nella stessa posizione del salone. 

Appoggiò il borsone per terra e si lasciò cadere sul letto. 

Gli mancava la sua famiglia. Cercò di memorizzare il sentimento che stava provando; se avesse esagerato con il lavoro avrebbe dovuto imparare a conviverci. Pose da parte questo elemento per la meditazione del lunedì e si apprestò a togliersi le scarpe. 

Aveva sete, molta sete. L'eccitazione che lo accompagnava sempre nei posti nuovi gliela aveva fatta sopportare, ma ora doveva bere. "La spesa!". Aveva dimenticato in macchina il sacchetto delle provviste fatte alla stazione di servizio. 

Per tutta la sua vita avevano dovuto combattere in lui smemoratezza e pigrizia, ma ora c'era anche la sete. 

Si rimise le scarpe e si alzò. 

Un piccolo scoppio proveniente dal piano inferiore precedette il buio nella casa. 

Jacob odiava i piccoli inconvenienti domestici, la mancanza di corrente, le perdite d’acqua, tutte quelle occasioni che minavano la sua precisione nella programmazione di ogni attimo della giornata. Ogni problema doveva essere risolto per non generarne uno maggiore, ma ogni soluzione comportava un impiego di tempo che non era stato precedentemente pianificato: questa brevemente la motivazione del suo odio. 

Fortunatamente si trovava in vacanza, poteva permettersi qualche minuto di fuori-programma, ma era molto stanco, avrebbe voluto prendere la spesa dalla macchina e ributtarsi a letto, senza doversi occupare di quel problema. 

Decise di cominciare a scendere: se la luce della luna che filtrava dalle finestre fosse stata appena sufficiente a non precipitare dalle scale avrebbe probabilmente rimandato il problema “corrente” al giorno dopo. 

Tastando le pareti si diresse verso la scala e scese un paio di gradini, poi si fermò ad osservare l’atrio. 

La luce era decisamente sufficiente, ed anche abbastanza affascinante: creava, insieme all’ambiente, un’atmosfera a lui sconosciuta, forse un po’ tetra ma abbastanza eccitante. 

Notò un particolare che aveva probabilmente ignorato nella rapida occhiata precedente: sull’angolo sinistro rispetto alla porta c’era un oggetto sferico a circa un metro d’altezza, probabilmente sopra ad una specie di piattaforma, che luccicava debolmente con la luce della finestra immediatamente sopra. 

Non ebbe tempo di chiedersi cosa fosse, la sfera ruotò leggermente e i si trovò due fori nella sua parte frontale che lo fissavano. 

Si girò di scatto inciampando negli scalini, e rialzatosi un po’ goffamente si precipitò in camera da letto. 

Il suo respiro era affannoso, il cuore gli batteva all’impazzata, era terrorizzato a morte. 

“Cosa o chi diavolo era quel coso?”.”Calmati Jacob, hai avuto un’allucinazione. Una banale allucinazione.”. 

Tendenzialmente le persone molto riflessive tendono a rifiutare gli eventi fuori dal comune, la visione di cose impossibili. Jacob non faceva eccezione. Pochi secondi dopo si era già calmato. Non aveva avuto bisogno di convincersi, bastavano pochi secondi per inculcare nella propria mente la certezza della spiegazione logica. La stanchezza, lo stress, il buio ed una miriade di altri fattori gli avevano giocato un brutto tiro. 

Come se nulla fosse accaduto uscì dalla camera da letto. 

Si impose di non arrestarsi sulle scale per verificare se la sfera ci fosse ancora: sarebbe stato un segno di debolezza, quell’oggetto non esisteva o non era dotato di occhi e di movimento. Non avrebbe dovuto averne nessun dubbio. 

Imboccò le scale come se stesse passeggiando a zonzo in un prato. 

Era orgoglioso di sé, della sua razionalità e del suo autocontrollo. 

A metà circa delle scale diede un’occhiata alla pianta: di fianco, sotto la finestra non c’era assolutamente nulla. Stava quasi per sorridere quando di colpo un altro macigno raggiunse le sue orecchie. “Don,Don..trick,trick..Don,Don„. 

Avrebbe voluto disintegrare quel maledetto pendolo, ma si calmò subito: problema già affrontato e rimandato al giorno successivo, programma definito, nessuna variazione ammessa. 

Finì di scendere le scale ed afferrò la maniglia della porta. Era chiusa. 

Cercò di ricordare se l’avesse chiusa, anzi, non vi era dubbio che l’avesse chiusa lui, non vi era alcun dubbio, assolutamente nessun dubbio. Ma dove aveva messo la chiave? 

Decise di attuare la sua solita tattica: cercare mentre si cerca di ricordare. A casa sua solitamente appena entrato posava la chiave sul tavolo del salotto: avrebbe cominciato da lì. Si voltò per dirigersi verso il corridoio. 

Stavolta vide la creatura molto chiaramente, era ferma all’inizio del corridoio, e lo fissava. 

Decisamente non era un essere umano, era alta più o meno un metro, senza vestiti, col busto cilindrico e le gambe che costituivano circa un terzo dell’altezza, mentre le braccia, grazie a dita smisurate, sfioravano quasi il pavimento. La testa calva aveva forma ovale, ma era in orizzontale. E non aveva bocca. 

Jacob urlò, per una frazione di secondo. Quella successiva fu dedicata alla ricerca di una via di fuga: porta chiusa, finestre sbarrate e corridoio occupato. Come un fulmine salì le scale e si chiuse in camera, tenendo saldamente la maniglia dall’interno. 

Questa volta non bastò una breve riflessione a calmarlo. L’aveva visto! Ne era certo. Non sapeva cosa fosse e che intenzioni avesse, ma c’era! 

Non solo era terrorizzato per la presenza di un pericolo in una casa in cui era chiuso dentro, ma soprattutto per l’impossibilità di dare una spiegazione logica a ciò che i suoi occhi avevano visto. 

Fece un sospiro e cercò di pensare. La risposta venne da sé: fuggire, fuggire e anche in fretta. Per le domande, le riflessioni, i sui maledetti schemi mentali c’era tutto il tempo. Doveva fuggire. 

Lentamente aprì la porta, mise la testa fuori dalla stanza ed osservò a sinistra, verso la scala ed a destra, verso la fine del corridoio. Era lì, appoggiata al muro. In quel punto non c’era un filo di luce, non la vedeva, ma sapeva che era lì, lo sentiva, sentiva il suo terrore esplodere guardando in quella direzione. 

Uscì di scatto e si precipitò giù dalle scale. 

Afferrò la maniglia della porta con tutta la sua forza. Nulla. La porta sembrava cementata nel terreno. 

“Le chiavi! Dove sono quelle maledette chiavi!?!?!” 

Si voltò, il corridoio era vuoto, buona occasione per il salotto. 

Entrò e scoprì con piacere che la luce della luna non mancava. Cercò affannosamente sul tavolo, rovesciando alcuni soprammobili. Niente. Superò il tavolo per guardare sulle mensole del lato opposto, vuotandole con una mossa del braccio. Nulla. Si girò per tornare sul lato dell’ingresso ma inciampò nella gamba del tavolo e cadde. 

Una volta toccato il terreno si sentì come paralizzato. Non poteva muovere nulla tranne gli occhi. Sentì qualcosa entrare nella sua mente. Non riusciva a pensare, ad essere terrorizzato, la sua mente era come occupata da qualcun altro, qualcuno che cercava di depositarvi un messaggio, un pensiero, ma con termini incomprensibili. Impossibile determinare per quanto tempo rimase in quella condizione, ma ad un certo momento cominciò a riprendere lentamente il controllo di se stesso. L’onda mentale che lo aveva investito stava gettando la spugna. 

Quando si sentì in grado si alzò ed uscì di corsa dal salotto. Dallo slancio si trovò davanti alla porta, dove la creatura lo aspettava appoggiata. La creatura mosse di scatto il braccio, che lo colpì ad un fianco scaraventandolo all’inizio delle scale. 

Si rialzò e corse al piano superiore, d’istinto entrò in bagno e si chiuse a chiave. 

Era in trappola, un topo in gabbia, doveva trovare una via d’uscita. 

Aprì la finestra del bagno: niente sbarre! Incoraggiato dalla scoperta guardò fuori: c’era una grondaia affissa una ventina di centimetri a destra della finestra. Avrebbe retto? Risposta irrilevante, era la sua unica possibilità. 

Scavalcò la finestra e si aggrappò alla grondaia. Il tubo di ferro arrugginito si staccò dalla parete, piegandosi sotto il suo peso, ma abbastanza lentamente, e lo depositò dolcemente sul tratto di cortile a destra della casa. 

*** 

“Sono fuori!„,“Sono fuori!„. Ripetè questa frase mentalmente per almeno una dozzina di volte prima di rendersi conto che non poteva assolutamente perdere ulteriore tempo. 

Correndo attraverso il cortile vide le luci di una ventina di torce che da fondo valle si apprestavano ad imboccare la strada verso la casa. Solo un'occhiata e continuò a correre. Pensò che dovevano essere abitanti del villaggio che avevano notato movimento verso la collina e venivano a verificare se tutto fosse a posto. Un pensiero che giudicò senza importanza. Era arrivato alla macchina. Salì in fretta e furia e infilò le chiavi. Pensò per un istante a quanti film horror avevano una scena simile a quella in cui all'ultimo momento la macchina non parte. Girò la chiave. La macchina partì e lui rise nervosamente. 

Imboccò il viottolo a tutta velocità. Dopo un centinaio di metri si accorse che la strada era illuminata solo dal riflesso della luna, accese i fari, troppo tardi per rendersi conto che il ponte di legno non c'era più. Sentì la macchina mancargli da sotto, il pendio era molto ripido. Con una rapidità che non sapeva di possedere aprì la portiera e si lanciò fuori. 

Mentre la macchina precipitava puntando verso destra lui rotolava verso sinistra, e strisciando tra le sterpaglie si ferì alle braccia. Nel tentativo di afferrare un arbusto sentì un dolore tremendo ad una mano, si era ferito in modo abbastanza serio. Dopo frazioni di secondo sentì uno schianto, la macchina si era fermata in un piccolo tratto pianeggiante, dove lui stesso atterrò poco dopo. Nella caduta fortunatamente non si ruppe nulla, ma la mano sanguinava copiosamente, dovette quindi fasciarla alla meglio con il fazzoletto. 

Si accorse di un altro taglio abbastanza profondo al braccio destro, la camicia era strappata e non aveva nulla per tamponarlo. Decise di ignorarlo finché fosse stato possibile. Il problema principale ora era un altro: dove era finito e come avrebbe potuto ritornare a valle. Si guardò intorno: la piccola pianura era semicircolare, del diametro di una decina di metri. Di fronte a lui c'era ancora strapiombo, 
sarebbe stato troppo rischioso scenderlo, una piccola scivolata e si sarebbe trovata della poltiglia umana a valle, in fondo era già stato fin troppo fortunato: la dimenticanza dei fari poteva essere pagata seriamente, meglio non giocare troppo con la fortuna, anche se le scelte erano ben scarse. Dietro di sé non c'era nulla. Non aveva via d'uscita, si fermò quindi a pensare con le spalle allo strapiombo, quel tanto che basta per accorgersi di qualcosa nella montagna: l'ingresso di una grotta seminascosto da piante. Si rese conto che era l'unica via da tentare ma se non avesse eliminato le piante non avrebbe avuto neanche quel filo di luce che la luna gli poteva dare. 

Incurante del dolore alla mano afferrò una ad una le piante che scendevano dall'alto e con tutto il suo peso le estirpò. 

Entrò nella grotta con cautela ma rapidamente, facendo particolare attenzione ad eventuali rumori. In pochi secondi raggiunse il limite oltre il quale non c'era più luce. 

Stava quasi per girarsi e tornare indietro quando intravide qualcosa luccicare debolmente nel buio. 

La osservò bene, ma credette fermamente di avere un'allucinazione: era una maniglia. 

Lentamente i suoi occhi si abituarono alla semioscurità della grotta e poté vederla bene: a circa venti metri dall'ingresso della grotta c'era una porta. Per qualche motivo che non seppe spiegarsi (forse la sua irrefrenabile curiosità, che spesso nella sua vita aveva avuto il sopravvento sulla paura) si lanciò davanti alla porta ed afferrò la maniglia. Era fredda, ma non come ci si aspetterebbe dal metallo in mezzo ad un bosco in piena notte. Stette qualche secondo immobile, in piedi davanti alla porta afferrando la maniglia, quando improvvisamente sentì un rumore di rami spezzati provenire da fuori, ma non molto, la grotta. Non ebbe esitazione, aprì la porta e si immerse nella totale oscurità che vi era all'interno. Sentì la porta richiudersi alle sue spalle. 

*** 

Una vita nel campo dell'analisi finanziaria gli aveva decisamente lasciato un'impronta. In qualsiasi situazione, anche la più terrificante trovava lo spirito di fermarsi ad analizzare gli elementi in suo possesso. Così stava facendo in quel momento. Era al buio, in un luogo sconosciuto, disarmato, nella sua vita era entrata una creatura che forse aveva definitivamente lasciato alle sue spalle, ma forse no, non sapeva che genere di creatura fosse, forse un uomo tremendamente deformato, forse un essere proveniente da un altro pianeta, di certo aveva cercato di farlo prigioniero nella casa e ciò non ne faceva sicuramente un elemento amico. Le informazioni non erano così scarse, ma totalmente insufficienti per trarre qualsiasi conclusione. Si scoprì incredibilmente rilassato, in fondo aveva appena fatto una analisi, e quello era il suo lavoro: aveva compiuto un'azione che lo aveva riportato mentalmente nel mondo normale, e questo gli diede un po' di sollievo. Di colpo aggiunse un dettaglio alla sua analisi, e questo dettaglio fu decisivo per dichiarare la situazione irrisolvibile razionalmente: cosa ci faceva una porta in fondo ad una grotta? E soprattutto a cosa lo aveva condotto? 

Erano passati probabilmente una trentina di secondi da quando la porta si era richiusa ma non si volle mettere fretta. La situazione doveva essere considerata con lucidità. 

Vi erano mille spiegazioni possibili per la porta: un nascondiglio per contrabbandieri, un rifugio di guerra, tutti luoghi assai meno pericolosi di ciò che aveva appena lasciato e probabilmente di ciò che aveva spezzato i rami poco prima. 

I suoi occhi avrebbero dovuto abituarsi anche a quell'oscurità, ma così non fu. 

Il buio era totale. 

Non aveva mai avuto paura del buio, ma quella situazione ridisegnava il concetto di buio: quel buio era, a suo giudizio, una potenziale fonte inesauribile di pericolo. Gli eventi di quella sera avevano minato alle radici il suo concetto di realtà, di razionalità, di ciò che può essere e ciò che non può essere. 
In quel buio tutto era possibile. Decise che forse la cosa più sensata da fare era provare prudentemente ad uscire, ascoltando prima eventuali rumori dall'esterno. Stava già mentalmente ripercorrendo il percorso verso l'apertura della grotta e fisicamente avvicinando l'orecchio alla porta. 

L'orecchio si appoggiò, ma non ebbe quella sensazione tiepida di legno che si aspettava. La superficie su cui il suo orecchio poggiava era fredda e ruvida. Preso dal panico avvicinò le mani alla maniglia ma non afferrò nulla, tastò nervosamente la superficie ma trovò solo muro. Pensò che probabilmente era entrato in diagonale e meditando si era inavvertitamente spostato trasversalmente. Tastò quindi il muro scorrendo in una direzione e nell'altra per circa 4 metri ma non trovò nulla. La porta era scomparsa. 

Come un automa si voltò, rimettendosi nella posizione di prima, spalle alla ex-porta, schiena leggermente incurvata e braccia annodate sul petto. Rispetto all'analisi precedente i parametri erano forse un po' cambiati, ma lui era Jacob Green, uno dei migliori analisti di Los Angeles. Benedì la sua megalomania, che in quel momento riuscì a distrarlo brevemente dal terrore. Con assai meno lucidità di prima decise di rimettersi ad analizzare la situazione. 

Non riuscì a farlo. 

Un suono, benché debole, lo colpì come un macete. “Don,Don..trick,trick..Don,Don„. 

Sorrise, e la sensazione delle sue guance che si distendevano gli diedero la consapevolezza che stava perdendo la ragione. Si trovava ancora nella casa. Era talmente terrorizzato da non chiedersi neanche come fosse stato possibile. Finito lo scampanio dell'orologio cercò di ascoltare qualsiasi minimo rumore. Nulla. 

Respirò profondamente, deglutì la saliva più amara della sua vita, sentì in bocca il sapore di quando si sta per rimettere. Respirò ancora profondamente e si rimise a pensare. 

Il suo primo pensiero era che forse non stava impazzendo del tutto, era ancora in grado di analizzare con lucidità, sebbene estremamente ridotta. Pensò al suo stato di pericolo, si rese conto che cresceva proporzionalmente al tempo. Finita questa brutta vicenda si sarebbe preso una lunghissima vacanza, ed avrebbe riorganizzato la sua vita in modo da essere meno influenzato dalle strutture mentali tipiche del suo lavoro, che anche in quei momenti di terrore lo accompagnavano. D'altra parte non poteva ricondurre qualsiasi momento esistenziale a numeri e formule. 

Per la prima volta da quando era al mondo non sapeva realmente cosa fare, in che direzione muoversi. Non si ricordava in che modo si mette un piede davanti all'altro e come si poteva definire quest'azione con un unico verbo. Decisamente la sua mente cominciava a tirargli brutti scherzi. 

Di colpo gli venne una fitta al braccio destro, il punto del suo corpo, dopo la mano, più ferito. Forse vi era rimasto qualche frammento di legno. Problema secondario. “Anche se mi si staccassero improvvisamente le gambe sarebbe un problema secondario! Jacob concentrati! Devi uscire vivo da questo posto!„.Lo aveva detto a voce alta? Chissà, proprio non se lo ricordava. Non era bello però con un mostro al piano di sotto mettersi ad urlare. Respirò, e si rese conto di aver ripreso il controllo. 

Con una forza psicologica venuta da chissà dove fece un paio di passi in avanti. Il pavimento era probabilmente in cotto, assai silenzioso. Questo lo tranquillizzo un po', sentì di essere in grado di procedere ancora. Fece tre ulteriori passi e cominciò ad intravedere un po' di luce dal basso, quattro o 
cinque metri di fronte a lui. La luce era molto debole ma dopo tutta quell'oscurità gli sembrò fosse spuntato un sole in quella stanza. 

“La scaletta!„. Questa volta lo aveva detto mentalmente, ne era certo. Proprio la scaletta che conduceva, presumibilmente in solaio, l'unica parte della casa in cui non si era avventurato. Aveva avuto paura che la scaletta non fosse molto solida, era venuto il momento di appurarlo. 

Procedette a grandi passi verso la luce, finché vide la scaletta chiaramente. La imboccò ma si fermò sul primo gradino. Lo slancio lo spingeva a scenderla rapidamente, ma decise che era meglio procedere con prudenza. 

Stranamente il gradino non aveva fatto il minimo rumore. 

Ne fece altri tre e si fermò ad ascoltare. Nulla. 

Scese ancora un paio di gradini, quel tanto che basta per potersi abbassare e dare un'occhiata al corridoio del primo piano. Il corridoio era deserto. Finì la scaletta rapidamente, imboccò di corsa il corridoio fino al parapetto che dava sull'ingresso. Dal piazzale salivano le voci di molte persone e la 
luce di un certo numero di torce. 

Urlò con tutta la forza che aveva in gola, vocali senza senso, un grido disperato d'aiuto. 

Mentre gridava continuò ad analizzare l'ingresso, alla ricerca della creatura e di una eventuale via di fuga. Di scatto, senza una apparente ragione si voltò. 

La creatura lo fissava appoggiata allo stipite della stanza da bagno. 

Scese lo scalone in un attimo, afferrò la maniglia della porta e la tirò con una forza che non sapeva di avere. 

La porta cigolò rumorosamente ma non si aprì. 

Si voltò e vide che l'ultima porta in fondo al corridoio del piano terra, quella della cucina, era aperta. Corse lungo il corridoio fino a fermarsi con le braccia contro il muro. 

La cucina, l'unica via di scampo che non aveva tentato. Guardò dentro e vide la cosa più bella mai vista in vita sua. 

Pensò per una frazione di secondo alla sua famiglia: il giorno delle sue nozze, la nascita di sua figlia, scampoli di allegria rispetto alla gioia che provava in quel momento. 

Sulla parete opposta all'ingresso la cucina aveva una finestra priva di sbarre. Si lanciò come una furia, tuffandosi contro il vetro. La finestra si ruppe. Mentre la attraversava si riacutizzò il dolore alla mano. 

Dopo un istante cadde come un sasso sul terreno. Si alzò di scatto, e d'istinto si guardò il braccio che aveva ricominciato a sanguinare copiosamente. Tenendoselo con la mano corse verso il piazzale. 

La luce della ventina di torce concentrate illuminava il piazzale abbastanza debolmente, ma a quella luce si aggiungeva il sollievo di essere finalmente uscito. Diventava così la luce più meravigliosa che avesse mai visto. 

Gli abitanti del villaggio gli vennero incontro. 

La gioia, lo scampato pericolo, la debolezza data dalle ferite lo stavano facendo barcollare. Un paio di persone lo afferrarono e lo aiutarono a sedersi per terra. Non aveva ancora detto nulla e sembrava che le parole non riuscissero ad uscire tanta era la tempesta di sentimenti che lo aveva investito. 
Sorrideva, di questo ne era certo, e sorridevano anche i suoi nuovi amici. Lo guardavano, parlottavano tra di loro, dicevano anche a lui qualcosa che però non riusciva a comprendere. I muscoli della schiena lo abbandonarono e si sdraiò completamente. Due forti braccia lo accompagnarono nella discesa. Adesso stava proprio ridendo, di un riso nervoso e fragoroso. 

Due persone gli stavano esaminando la mano ferita. Alzò leggermente la testa per osservarle. La nuca cominciò a fargli male ma non si abbassò. 

Uno degli uomini che sorreggeva la sua mano cominciò a ridere fragorosamente. Credette di avere un'allucinazione quando notò che un altro uomo si avvicinò al suo braccio ferito e cominciò a leccare il sangue che continuava ad uscire. Contemporaneamente vide la bocca dell'uomo che rideva aprirsi fino a diventare larga una spanna abbondante. 

Ebbe la certezza che ciò che vedeva era realtà quando quest'ultimo gli tolse il fazzoletto dalla mano ferita, se le infilò in bocca e chiudendola di scatto gliela tranciò di netto. 

L'urlo che seguì si era seguito probabilmente a miglia di distanza. Mentre l'uomo con la mano in bocca masticava con uno sguardo decisamente compiaciuto si sentì trascinare per le gambe. Dopo qualche secondo il dolore pulsante al moncherino della mano venne coperto da quello di un poderoso morso alla coscia. 

*** 

Spesso la letteratura parla di cosa una persona pensi quando si rende conto di stare per morire. 

Si dice che gli torni in mente la sua vita, alcuni attimi salienti che ti passano davanti agli occhi come un flash, oppure la sua famiglia, i volti delle persone care, i loro gesti, magari insignificanti, ma così unici per tutti noi. 

Si dice anche che il tempo sembri fermarsi, che quei pochi secondi consentano di ricordare come se si sfogliasse un album per diversi minuti. Jacob riusciva a ricordare solo la creatura. E un pensiero improvviso nella sua mente gli sembrò ancora più spaventoso dell'orrore che lo attendeva: la creatura stava cercando di salvarlo da quella gente. Quell'essere proveniente da chissà quale pianeta o mutazione genetica voleva avvertirlo del pericolo, ma incapace di comunicare poteva solo cercare di trattenerlo nella casa. 

I suoi metodi così violenti e terrorizzanti erano l'unica speranza di salvare Jacob. Ma ormai era troppo tardi. La creatura non poteva uscire dalla casa, la cui atmosfera mistica le dava la linfa vitale. Nulla avrebbe più salvato Jacob, questo lo sapeva per certo, ma non ebbe il tempo di disperarsi. Un potente morso al collo lo strappò da questi suoi ultimi pensieri. 

ALESSANDRO MARTELLOTTA

Human toys 

        L’unica sensazione che Mike stava provando mentre si svegliava erano dei tremendi crampi allo stomaco. I suoi occhi erano ancora chiusi. Poco per volta si rese conto di altre sensazioni: sentiva l’amaro sapore in bocca tipico di quando ci si è appena svegliati, gli faceva male una guancia, come se fosse appoggiato su di una grattugia. 

Aveva anche una strana paura, sapeva di aver fatto un sogno che lo aveva scosso ma non ne ricordava i dettagli. 

La sua testa era ancora nella penombra, ma il barlume di pensiero di quel sogno lo attanagliava come una morsa. Avrebbe voluto potersi svegliarsi completamente al solo click di un interruttore, o di un mouse.. 

Gesù! Il mouse, la tastiera, il monitor..era in ufficio! Come aveva potuto addormentarsi in ufficio?! Otto anni di lavoro come programmatore e non gli era mai successo. Ricordava il periodo del progetto “Eagle”, in cui tutto il suo team aveva lavorato per un mese dalle sette del mattino alle due di notte, sabati e domeniche incluse. Tanto caffè e un mare di nicotina, ma non si era mai addormentato sulla scrivania. Si, adesso era decisamente sveglio. Questa scoperta lo aveva sconvolto: non sapeva darsi una risposta. Chiunque di fronte ad un problema del genere, peraltro non grave,cercava mille scuse: lo stress, un calo di zuccheri, l’inquinamento, qualsiasi cosa potesse alleviar loro la coscienza. A lui non venne in mentenulla: dindon! Seconda cosa anomala, lui era un maestro di scuse: da sei mesi rincasava tardi il martedì perché giocava a biliardo con i colleghi e per sei mesi aveva inventato scuse a dir poco geniali: lavori improvvisi, ospiti dal Giappone, ecc. 

Sua moglie non sapeva nulla e nemmeno sospettava…moglie..moglie… bionda.. bruna… Mary…Mindy… Mandy! Sua moglie si chiamava Mandy! 

Cercò di contare quanti secondi aveva impiegato per ricordarselo:due,due e mezzo, no tre, decisamente tre! Come è possibile che dopo tutti quegli anni di matrimonio… anni.. quanti anni? 

Improvvisamente fu il terrore. Non si ricordava il nome di sua moglie, adesso neppure da quanto tempo era sposato. Perché? Gli vennero in mente le cose peggiori: lo stress, un calo di zuccheri, l’inquinamento, forse potevano causare anche amnesia? 

Di colpo gli venne in mente il sogno che aveva fatto poco prima di svegliarsi. 

Era nella sua casa al lago, una piccola casetta di legno nel Maine. 

Suo padre gli aveva chiesto di prendere delle bottiglie in cantina, lui era sceso dalla scala, aveva attraversato la porticina e si era messo a cercare le bottiglie. 

La parete era piena di bottiglie, ma tranne quattro o cinque le altre erano vuote. Impolverate, ben tappate, ma vuote. Ne prese una in mano e il fondo si illuminò. Preso dal terrore la lanciò a terra. La bottiglia esplose con un incredibile fragore, il fragore che lo aveva svegliato. 

Si rese conto che tutti questi suoi pensieri erano avvenuti ad occhi chiusi. Era ora di riaprirli, anche se aveva un’insana paura di ciò che avrebbe potuto vedere. Troppe cose strane erano successe un quei due o tre minuti, cosa sarebbe successo aprendo gli occhi? Il mondo era ancora lì? Prese coraggio e lo fece: aprì gli occhi. Mai era stato così felice di vedere il suo monitor, la sua scrivania, i piccoli oggetti con cui ognuno addobba il proprio posto di lavoro. 

Si alzò per guardare le mensole, i ripiani, le scartoffie, per toccare le puntine che tenevano alcuni fogli sulla piccola bacheca di sughero, quando tutt’a un tratto la forza gli mancò nelle gambe e ricadette a peso morto sulla sedia. Un portapenne di cartone dipinto su cui una mano malferma aveva scritto “Ti voglio bene papà!”, con due cuoricini rossi che sembravano occhi lo guardava. Papà? Lui era un papà? 

Di colpo volle alzarsi, voleva parlare con qualcuno, lo avrebbero preso per matto ma almeno avrebbe avuto qualche scampolo di certezza. Si alzò così di scatto che ebbe un piccolo calo di pressione e la vista gli si annebbiò. Quando gli tornò ebbe un brivido: le sue ben poche certezze continuavano a sgretolarsi: il grande open-space in cui lavoravano di suoi quasi venticinque colleghi era vuoto. 

La paura durò solo un istante, dopo il quale esplose in un riso nervoso e liberatorio. Aveva dormito, chissà che ora era, comunque era molto plausibile che l’ufficio fosse vuoto dopo l’orario di lavoro! Dopo qualche secondo si voltò, ancora ridendo, verso l’orologio a muro. Segnava le quindici a venti. Non pensò neanche che potesse essere fermo, la grande lancetta dei secondi batteva inarrestabile sotto i suoi occhi. 

Era un tipo assai professionale, in quella situazione i suoi terrori venero spazzati dal pensiero del lavoro, forse c’era una riunione, un’assemblea dei dipendenti e lui addormentato la stava perdendo. Era infuriato con i suoi colleghi che non l’avevano avvertito. Si mise a correre lungo il corridoio fino al pianerottolo degli ascensori. Premette il pulsante e, con un gesto istintivo che faceva tutte le sere prima di uscire guardò fuori dalla grande finestra del pianerottolo. 

Dall’altra parte della strada c’era la Scott Tower, un grattacielo di oltre settanta piani. Da quella finestra si vedevano una dozzina di piani per una quindicina di uffici in orizzontale. 

Quando usciva tardi la sera si divertiva a contare le luci ancora accese, scommettendo dopo un rapido sguardo se fosse un numero pari oppure dispari. 

Ciò che vide quella volta fu solo cielo, sentì un colpo venire dal suo petto e svenne. 

* * * * 

Impossibile dire per quanto tempo rimase incosciente. Quando si risvegliò il ricordo delle pene patite ad occhi chiusi la volta precedente lo fecero drizzare in piedi con uno scatto felino. Aprì immediatamente gli occhi, guardò la porta chiusa dell’ascensore e rimase a pensare. 

“Un allucinazione, non c’è altra spiegazione! Per una impossibile ragione ho avuto un’amnesia e delle allucinazioni!” 

Respirò profondamente e senza esitazione pensò alla sua famiglia: la sua splendida biondissima moglie Mandy lo stava sicuramente aspettando a casa, dove appena entrato la piccola Casey lo avrebbe abbracciato lasciando cadere la bambola che aveva in mano. 

Vide mentalmente la scena a provò una gioia incontenibile. Scoppiò in un’altra risata liberatoria. Non era pazzo! Non aveva perso la memoria! Probabilmente sarebbe andato dal medico a raccontare questa storia, ma la sua vita c’era ancora, non l’aveva persa sotterrata nella mente. 

Il suo riso si stava spegnendo, quando pensò alla Scott Tower e si girò verso la finestra. Il cielo era lì ad aspettarlo. 

Cominciò a sudare, a respirare affannosamente, i tre passi per raggiungere la finestra gli sembrarono un milione di scalini. 

Appoggiò i palmi delle mani al vetro e guardò giù. Il palazzo della azienda in cui era così fiero di lavorare si trovata circondata da un immenso oceano. 

Corse verso la finestra nel lato opposto. Stesso stupendo (in un’altra vita) panorama. 

Difficile descrivere cosa passò per la sua mente. Il suo cervello sembrava un’auto impazzita, che si dirigeva verso le direzioni più disparate senza un senso. La sua mente, così razionale e precisa stava vagando alla deriva. 

Come un automa si diresse verso l’ascensore e premette il pulsante. 

La porta si aprì, entrò e scese al piano terra. Attraversò l’atrio deserto, uscì dall’ingresso e sentì una strana consistenza sotto le scarpe. Il marciapiede dove solitamente si affollavano passanti, da dove si sentiva il rumore di auto, taxi, autobus, clacson, sirene, grida non c’era più. Al suo posto solo una striscia di una decina di metri di sabbia tutt’intorno all’edificio. L’unico suono che giungeva alle sue orecchie, delle quali peraltro non si fidava più, era lo scroscio delle onde sulla riva. Un suono che tante volte lo aveva cullato nei momenti romantici con Mandy e che ora sembrava il cigolio della porta dell’inferno. Si lasciò cadere sulla spiaggia e svenne di nuovo. 

* * * * 

“Mark! Sbrigati! La cena è pronta!”. 

“Arrivo mamma!”. 

Mark stette qualche secondo a pensare a cosa fare, spegnere il personal e ricominciare dopo o lasciarlo acceso. Stava per premere l’interruttore quando suonò il telefono. 

“Mark sei tu ?”. 

“Ciao Freddie! Stavo per chiamarti poco fa ma.. accidenti, non riuscivo proprio a staccarmi dal PC, dopo aver disegnato il palazzo ho attivato la nuova funzione e… cazzo,grandioso!”. 

“Che tipo di profilo simulato hai inserito?”. 

“Un impiegato, era tra i default dell’edificio.” 

“Solo un elemento pseudo-vivente?” 

“Si, solo uno.” 

“Cazzo, io ne ho sempre messi almeno tre, ma tu sei veramente un bastardo!” 

“Che ti frega, sono macchine!” 

“E come è andata?” 

“Mah, non lo so, ha girato un po’ per l’edificio, si affacciato alle finestre, penso di non aver ancora scoperto alcune funzioni!” 

“Premi Alt R e Alt T, ti si attivano i pannelli con i suoi pensieri e la sua situazione psichica, quando la barra in alto diventa rossa sta per dar fuori!” 

“Se l’avessi attivata penso che avrebbe preso fuoco!” 

Dal corridoio: “Mark! Allora ti muovi ! ” 

“Ciao Freddie! Devo scappare, ci vediamo più tardi in palestra!” 

“Portami il tuo elemento su un floppy, voglio trasferirlo nel mio villaggio paleolitico….” 

* * * * 

Quella sera i genitori di Mark stettero un po’ a chiacchierare nel letto prima di addormentarsi. 

Il padre sembrava perplesso. 

“Cara, ma credi che sia veramente educativo quel nuovo videogame?” 

“Non saprei, certo che mette i bambini a contatto con delle persone sempre diverse senza i pericoli di ogni giorni. Anche se sono simulate mi sembra un qualche genere di esperienza!” 

“Sarà ma la cosa mi inquieta abbastanza. Voglio dire, fino a che punto sono macchine o da che punto diventano persone. Nascono, muoiono, pensano, soffrono, che differenza c’è tra noi e loro? Come possiamo determinare che non siano vive, mentre noi si?” 

“Uffa, quanti problemi ti fai stasera, non ci pensare! Sono dei programmi, quando spegni il computer buonanotte!” 

* * * * 

Quando Mark riaccese il monitor impiegò una ventina di minuti per ritrovare l’elemento. 

Alla fine lo ritrovò. Era nel suo ufficio, solo, impiccato con la cravatta al portante delle luci al neon. Le sue guance erano piene di lacrime
.

ALESSANDRO MARTELLOTTA

Un'Occasione Importante

        La Golf nera filava come un razzo, mentre la musica dei Megadeath esplodeva dall'autoradio.

Marcello era entusiasta della serata: un lauto bottino, un'altra animuccia candida spedita al Creatore ed ora quella divertente corsa sulla strada del lungolago. Con una mano impugnava il volante, mentre con l'altra alternava una passeggiata delle dita tra i gioielli appena trafugati con una sorsata del suo amico Jack Daniel's. Gli occhi fissavano la strada salvo ogni tanto chiudersi ed ondeggiare al ritmo della musica.

Il suo secondo amico (ed il conto finiva a quota due) era la calibro nove, che come ogni volta aveva fatto il suo dovere alla grande, tanto da meritarsi una lustrata ed un'oliata abbondante appena giunti a casa.

Amava essere un criminale, amava uccidere, amava sentire il suo potere attraverso il freddo della pistola nella sua mano quando la impugnava con autorità, quando prendeva la mira con cura e due occhi lo fissavano imploranti. Ormai considerava quello strumento come un'estensione del proprio corpo, e soprattutto della propria volontà di spargere il terrore e la morte. Una volontà spinta da un istinto irrefrenabile, una vocazione a compiere una missione. Affidatagli da chi? Non aveva importanza, la stava portando avanti in modo egregio.

Quella vecchia contessa era stata un osso più duro del solito, ma la compagna di vita calibro nove aveva fatto come sempre il suo dovere.

Uccidere gli dava un piacere quasi fisico, tanto da essere segretamente deluso di fronte alle vittime che arrendevolmente gli consegnavano i propri beni. Quella sera non andò così: la vecchia approfittò di un suo attimo di distrazione per correre in soggiorno, dove attaccata al muro c'era la sua unica speranza di un confronto alla pari. Grave errore per la simpatica nonnina. Pochi passi sul parquet scricchiolante e lui l'aveva raggiunta, ed entrando in soggiorno se l'era trovata con la faccia al muro e le mani alzate tentando di afferrare la vecchia doppietta. Un bersaglio sin troppo facile, da ragazzini al luna park, tanto che ebbe il tempo, mentre prendeva la mira, di ripensare alle parole di suo fratello: "Se devi uccidere qualcuno da dietro senza fare casino sparagli col silenziatore alla base del collo, non potrà nemmeno emettere l'ultimo grido. Un attimo dopo il sibilo della pistola sentirai quello del suo ultimo respiro". Suo fratello era assai ferrato in materia. Quei due sibili li aveva sentiti ormai dozzine di volte, ma ogni volta era come la prima. I cinque o sei secondi successivi guardò la vecchia scivolare lentamente lungo il muro, disegnando con il suo sangue una larga riga verticale. Fissò per un attimo il crocefisso appeso al muro, esattamende sopra la riga: "Caro Dio, se davvero sei da qualche parte dovresti ringraziarmi per tutte le animucce che ti sto spedendo!". Sorrise ed uscì.

Ed ora si trovava in macchina, a rivivere mentalmente l'ennesima battaglia della sua missione di morte, alla ricerca di eventuali errori da non ripetere la volta successiva. Eh sì, sempre lo stesso. 'Anche stavolta ti sei distratto quando ti ha dato i gioielli! Le hai dato il tempo di sgusciarti via ed arrivare fino al soggiorno! Se invece di quel ferrovecchio avesse avuto una pistola in un cassetto a portata di mano, o se quel parquet fosse stato meno rumoroso saresti tu adesso steso sul pavimento, con gli sbirri che ti disegnano il contorno col gessetto! Peggio per lei, avesse messo la moquette a quest'ora sarebbe viva!'.

Rise fragorosamente mentre si chinava verso l'autoradio per cambiare il CD.

Tutto accadde in un istante.

Lo scoppio della gomma. Lo scricchiolio delle ruote mentre d'istinto sterzava per cercare inutilmente di riprendere il controllo. Il rumore del paraurti che, a quella velocità, sbriciolò il muretto di protezione. Il fischio dell'aria mentre la macchina volava giù dal burrone. Per un attimo gli parse di udire le onde del lago, poi il fragore dello schianto sugli scogli.

Il volo durò pochi secondi, durante i quali pensò, assai di più di quanto il tempo normalmente gli avrebbe consentito. La morte, col suo vestito nero ed il suo sguardo gelido, che tante volte aveva intravisto di profilo ma che ora fissava negli occhi, lo stava raggiungendo. La sensazione di immortalità che la calibro nove in tasca gli aveva sempre dato era svanita. Nulla si sarebbe interposto tra lui e la figura coperta dal nero mantello.

Non era affatto spaventato, forse più incuriosito, come chi guarda uno spettacolo a teatro per anni finchè un giorno decide di curiosare dietro le quinte. Chiuse gli occhi per un istante, quasi non avvertendo lo schianto, e quando li riaprì si trovava ancora lì, al posto di guida, circondato dalle fiamme. Abassò gli occhi e vide il volante ritorto e conficcato nel suo addome. L'immagine era velata di rosso, e non udiva alcun suono.

Non sentiva dolore, non sentiva angoscia, sentiva solamente di "svanire". Svanì prima la sua vista, poi il suo corpo, in una dolce sensazione di leggerezza. I suoi sensi si erano compattati un uno unico, che gli trasmetteva un'unica informazione: il nulla. Il nulla è un concetto difficile da rappresentare, di solito si immagina uno spazio vuoto, ma nel nulla non esiste nemmeno lo spazio. Marcello non sentiva, non provava, sapeva di non vedere, ma sapeva anche che non esisteva nulla da vedere. Sapeva di "essere" ancora qualcosa ed in qualche posto, diverso da qualsiasi dove fosse mai stato. Sapeva di non essere più cio che era stato una volta. Sapeva che lo schianto lo aveva proiettato in una nuova dimensione. Ah, già, lo schianto! Chissà quanto tempo era già passato?

Ormai non era certo neppure se dove si trovava il tempo esisteva ancora.

 

Di colpo la voce.

Non la stava esattamente udendo: la voce stava entrando in lui.

"Marcello."

Non aveva mai provato paura nella sua vita, la provava ora.

"Chi sei?? Come sai il mio nome?? Dove sono??" - Per la prima volta la sua voce tremava.

"Chi? Dove? Quando? Sono domande che imparerai presto a non fare."

"Ma."

"Non chiedere, non pensare, non rispondere. Ora non ha più senso. Ciò che hai sempre saputo, il mondo come l'hai conosciuto per te non esiste più. Questa è un momento per te estremamente delicato, ma io ti aiuterò."

Marcello udì una specie di fruscio, e lentamente vide il suo corpo riapparire.

Una tenue luce lo illuminava dall'alto. Il cono proiettava un piccolo cerchio sul pavimento scuro ed ovattato. Riusciva a vedere se stesso, ma era intrappolato dal buio a pochi centimetri da lui.

"Ciò che vedi è un'idea del tuo corpo. Dobbiamo parlare, e non voglio che tu sia distratto dalla confusione di questo momento. Vedere il tuo corpo ti ridarà un po' di lucidità, finché sarai pronto al tuo nuovo stato immateriale"

"Dove sono?"

"Come ti ho già detto il 'dove' è un concetto che ti diventerà presto estraneo. Possiamo dire che ti trovi in una dimensione ultraterrena. La cultura della razza umana ha tentato più volte di costruire una leggenda relativa a questo 'luogo', e se provi a pensare a come hai condotto la tua vita, forse riuscirai ad immaginare dove potresti trovarti ora."

Il suo nuovo corpo funzionava: a Marcello si gelò il sangue nelle vene.

"Come sarebbe?. Sono veramente all'...ma esiste davvero?"

"Si Marcello, esiste davvero."

Eternità. Dannazione. Il terrore più totale pervase Marcello appena la sua mente osò sfiorare questi due termini.

"So a cosa stai pensando" la voce si fece divertita "ed è giusto che tu cominci ad ambientarti."

Il cerchio di luce intorno a Marcello si allargò rapidamente, rivelando che si trovava in piedi su un disco di pochi metri di diametro. Man mano che la luce si espandeva vide che il disco fluttuava nel vuoto, e che di fronte, ad una dozzina di metri di distanza ve ne era un altro, grande circa il doppio del suo. In piedi di fronte a lui, sul secondo disco, vi era una figura gigantesca, con un manto blu scuro ed un cappuccio.

Non aveva volto, ma Marcello sapeva che lo stava fissando.

La luce continuò ad espandersi, fino a svelare completamente quel luogo: i due dischi erano al centro di una gigantesca sfera, la cui superficie interna era coperta dalle fiamme.

La luce emanata da quell'immenso rogo lo accecò, mentre un calore insopportabile lo avvolgeva in una stretta mortale.

Marcello cadde in ginocchio, prendendosi la testa tra le mani. Le dita affondavano nei capelli mentre i palmi premevano contro gli occhi.

Non era un incubo.

"Alzati!"

Marcello si alzò lentamente, ed ancor più lentamente alzò il capo, cercando con dignità di guardare la figura di fronte a lui.

"E... ora cosa succederà?"

"Sei un uomo molto fortunato. Avrai un occasione che non capita a molti"

Il calore si fece più tenue e Marcello poté tornare a concentrarsi sulla voce.

"Di che si tratta?" - Chiese

"Prima lascia che ti spieghi qualcosa su questo posto" - la voce si era fatta più gentile, quasi rassicurante - "Sulla terra, come ti dicevo, esistono vaghe descrizioni di questo posto. Alle volte le grida dei dannati entrano nei sogni degli esseri umani, trasmettendo delle immagini e delle sensazioni sotto forma di incubi. In questo modo dettagli ed informazioni su questo luogo raggiungono il mondo ed, arricchiti dalla fantasia umana, prendono forma in leggende. Ma ciò che stai per conoscere è stato solamente sfiorato dalla mente umana in secoli di civiltà.

Questo luogo è il male.

Il male è l'anima, il corpo, il cervello, la linfa vitale di questo posto, e non vi è differenza tra il luogo e le entità che lo compongono. Esse sono il luogo, il luogo è l'insieme di esse.

Ma esistono due gruppi di entità: chi è stato il male fa parte di diritto del luogo, per l'eternità, mentre chi ha fatto del male vi sarà imprigionato, e del male sarà, per l'eternità, una vittima dannata."

Marcello era confuso, ma ascoltava concentrato. Comprendere quanto stava udendo per una mente che fino a pochi istanti prima era umana non era impresa semplice.

"Vedi Marcello."

Marcello capì che quella doveva essere una delle ultime volte che avrebbe sentito pronunciare il suo nome.

".esiste un'enorme differenza tra fare il male ed essere il male .

Questo non è un luogo dove semplicemente chi ha fatto del male viene punito, come credono in molti sulla terra. In questo luogo il male regna.

Ma cos'è il male in realtà?

Un modo di essere, una via, una scelta che ricade in ogni azione, l'essenza di un esistenza. Chi avrà sposato questa dottrina una volta giunto qui regnerà. Coloro i quali invece hanno scelto di utilizzare il male, di farne uno strumento per i propri interessi disonorano il male stesso, ed è giusto che siano puniti. Vengono quindi mandati qui a subire la loro condanna: l'eterno supplizio.

Ti chiederai probabilmente chi giudica un'entità, o un anima se preferisci, per condannarla o assumerla al rango di regnante.

E soprattutto ti starai chiedendo in che posizione ti trovi tu.

Sappi che esiste un consiglio dei regnanti, che si riunisce una volta ogni decade terrestre per eleggere un solo nuovo assunto.

Ogni dieci anni infatti ad una sola anima tra i defunti della decade viene concesso questo grande onore: entrare a far parte del consiglio, e regnare per l'eternità.

Sei molto vicino a questo obiettivo.

La decade che si concluderà tra poche ore non ha ancora generato un'entità meritevole di ottenere di diritto tale titolo, ma tu sei colui che fino a questo momento si trova più in alto sulla nostra scala di giudizio del male: dal fare all' essere .

Dovrai però superare un'ultima prova: dovrai tornare sulla terra, per un tempo molto breve, e dovrai guadagnarti gli ultimi gradini della scala. La posta in gioco, come avrai capito, è molto alta. Ricorda le mie parole, ricorda cos'è il male, e sii degno dell'occasione che ti è stata concessa. Sii il male, diventa il male e diventerai anche tu parte di questo luogo. Agisci in fretta, la decade scade stanotte, ed il mondo contiene persone in grado ancora di raggiungerti sulla scala: se una di esse dovesse farcela verrai relegato al ruolo di dannato e la tua eternità sarà assai meno piacevole. Sii il male Marcello. Sii degno"

"Ma..".

Improvvisamente tutto svanì, e Marcello si sentì piombare violentemente a terra.

Quando riprese conoscenza la sua guancia sfiorava dell'erba umida.

 

 

Si alzò lentamente e si guardò intorno. Era buio, diverso però da quello che aveva provato dopo lo schianto. Questa volta era assai meno impenetrabile, e quando i suoi occhi vi si abituarono cominciò ad intravedere delle forme.

Si trovava in un bosco.

Si guardò intorno a lungo, spaesato, incapace di pensare al da farsi. La missione che gli era stata affidata era difficile, ed in palio c'era una posta colossale. Ciò che avrebbe fatto nei minuti successivi avrebbe avuto risvolti non sulla sua vita, ma sulla sua eternità.

Gli parve ad un tratto di vedere una tenue luce, e istintivamente cominciò a camminare in quella direzione.

Dopo pochi minuti raggiunse una strada, ed una macchina sfrecciò davanti a lui.

Era di nuovo nel mondo.

Tutto era reale, l'odore della notte, l'umido della boscaglia, il freddo pungente dell'inverno.

La strada era diritta, e si perdeva nell'oscurità in entrambe le direzioni, senza un cartello od un'indicazione per avere un indizio su dove si trovasse.

Si accorse che probabilmente ulteriori informazioni non gli servivano: dalla strada principale se ne diramava una secondaria perpendicolare, che portava dopo una cinquantina di metri ad una casa. Il bagliore che aveva intravisto in lontananza proveniva dalla grande finestra del pianterreno.

Si avvicinò con cautela, ed in prossimità della casa si nascose dietro ad un cespuglio che gli garantiva copertura ed una discreta posizione per scrutare all'interno. Aveva fatto pochissimo rumore, facilmente confuso con quello prodotto dal vento di quella sera.

La finestra dava su un ampio salone, dove all'interno c'erano due persone. Una terza persona, con una folta chioma di capelli rossi, apparve da un corridoio laterale.

"Un piano, non ho mai agito senza un piano!" - pensò

Non aveva tempo, e nemmeno informazioni. Non poteva fare nessun piano.

"Il male. Devo essere il male. Non mi occorre alcun piano. So di essere all'altezza del mio compito. Devo agire, il male agirà con me."

Diede un'ultima occhiata verso la strada, assicurandosi che il fragore che sarebbe seguito a breve non potesse essere udito da nessuno, poi estrasse la pistola e la caricò. Dopo una breve occhiata all'ingresso per valutare la consistenza della porta si lanciò verso di essa. La colpì con violenza, mandandola a sbattere contro la parete laterale. Due passi all'interno della casa in direzione degli occupanti della stanza col la pistola alzata e li salutò con un ampio sorriso.

"Buonasera signori."

 

Le tre persone balzarono sulle loro poltrone, voltandosi di scatto verso di lui.

Lo spavento per l'improvvisa irruzione divenne terrore quando videro la mano che brandeggiava la pistola puntandola da un lato all'altro della stanza.

Sei occhi spalancati seguivano come un pendolo quel movimento.

"Chi è lei?? Cosa vuole??"

Marcello non rispose. Si limitò a percorrere qualche ulteriore passo dentro la sala fissandoli con suo sorriso di sfida. Un classico del suo repertorio.

"Che diavolo vuole?? Prenda quello che vuole e se ne vada!!"

"Hai detto 'che diavolo vuole'? Fuochino..."

Vedendolo avvicinarsi i tre indietreggiarono sulle loro poltrone.

Un elicottero li sorvolò a bassa quota. Il mondo decisamente esisteva ancora.

Si arrestò e volse la testa verso i tre, soffermandosi brevemente su ognuno di loro.

Un uomo, un ragazzo, una ragazza.

Improvvisamente Marcello si voltò per uscire. Appena fu sull'uscio si affacciò verso destra per leggere il nome sul campanello.

"Martini" - disse sottovoce.

 

Quando si voltò per rientrare vide il più vecchio dei tre, probabilmente il padre degli altri due, che si stava lentamente alzando, con una mano sollevata che puntava verso il telefono sul mobile, poco a destra del televisore.

Uno sparo seguito dallo scroscio dei vetri del televisore immobilizzò i presenti.

Marcello si avvicinò all'uomo con passi lunghi e rapidi, fissandolo con uno sguardo severo.

"Senti caro Martini, qui con me ho un distributore di olive da nove millimetri, vuoi che ti prepari tre aperitivi?"

Strappò il filo del telefono dal muro e dal ricevitore e si diresse dietro il ragazzo seduto di fronte all'uomo, avvolgendogli il collo con il filo.

"Mettiamo in chiaro qualche regola: finché io sarò in questa stanza io sono il vostro dio. Non vi muovete, non parlate, non pensate se non sono io ad ordinarvelo. Sono stato chiaro?!"

L'uomo annuì con un corto e tremante movimento della testa.

"Come ti chiami?" rivolgendosi alla ragazza.

"Roberta"

Estrasse un coltello dalla tasca, lentamente, in modo che tutti lo vedessero. Tagliò in due parti il filo del telefono e ripose il coltello.

"Bene Roberta! Molto piacere di conoscerti." - Le lanciò i fili. - "Legali, tutti e due! E cerca di farlo bene."

Roberta obbedì.

"Brava Roberta, ora torna a sederti".

 

Per qualche minuto nessuno parlò. I tre familiari fissavano Marcello in attesa di una sua mossa o di una sua parola. Marcello passeggiava per la sala, pensando a cosa fare.

Sapeva che nulla spaventava una persona sotto minaccia delle armi più della sensazione che chi aveva le armi in mano non sapesse cosa fare. Il panico, il disorientamento di un aggressore riduceva di molto le possibilità della vittima di uscirne sano e salvo. Tutte le potenziali vittime avevano questa informazione innata.

Il padre cercò di rompere il silenzio. "Senta."

"Senti tu Martini senjor, non so ancora esattamente cosa ne devo fare voi. Quindi fammi il piacere di non rompere!"

Mentre pensava gli cadde un'occhiata su Roberta. Era carina.

Quanti anni avrà avuto? 18 o 19?

Si rese conto che sarebbe stata l'ultima occasione della sua vita di..

Tanto vale approfittarne. Era un'ottima idea, l'avrebbe tenuta in serbo per più tardi.

L'attenzione di Marcello cadde su una fotografia incorniciata appoggiata sulla mensola sopra il televisore. C'erano cinque persone: i tre che già conosceva, una signora di mezz'età ed una più anziana.

La moglie. Dove si trovava ora? Poteva rientrare da un momento all'altro?

"Chi è questa donna?" - Chiese

"Mia moglie." - Rispose l'uomo.

"E dove si trova ora?"

"E' morta due mesi fa."

Quanti anni avrà avuto l'uomo? Una quarantina? La moglie era morta giovane!

'Che sia passato da queste parti e non me lo ricordo?' - Marcello sorrise.

"Com'è morta?"

"Ha avuto un incidente qui in casa, è caduta dalle scale."

"Ma questa casa ha un piano solo."

"La scale che portano giù in cantina."

"E questa signora anziana chi è?"

"Mia madre."

"Abita qui con voi?"

"E' morta anche lei, un mese fa."

"Un altro incidente? Siete un po' sbadati in famiglia!"

"No, è morta nel sonno."

Marcello abbandonò la foto e si rimise a passeggiare.

"Prima tua madre, poi tua moglie, ed ora, probabilmente, qualcun altro.non è proprio un buon anno per te questo."

L'uomo teneva il capo chino. Il suo animo, così provato negli ultimi mesi, sembrava non reggere quella situazione. Un brusio di preghiera proveniva dalla sua poltrona.

"Ti ho detto di stare in silenzio" Marcello pronunciò queste parole con una calma terrorizzante. Nel frattempo si era seduto sul bracciolo della poltrona di Roberta

Giuseppe fece per aprire la bocca. Il braccio di Marcello partì come una catapulta ed il bordo della mano tesa colpì Roberta in pieno volto.

Il rumore delle ossa che si fratturavano echeggiò brevemente nella sala, prima di essere sovrastate dall'urlo di dolore della giovane.

"Con voi bisogna proprio passare alle vie di fatto per farvi capire le cose."

Mentre Roberta si lamentava Marcello si alzò e ricominciò a passeggiare.

I lamenti della giovane gli ricordarono le urla che udì mentre parlava con l'entità.

Gli sembrò anche di poter sentire il calore di quel luogo sulla pelle.

D'improvviso alzò lo sguardo e sorrise. Sapeva cosa doveva fare, sapeva come poteva dimostrare di essere il male.

Sapeva come poteva adoperare quei tre strumenti che gli erano stati messi a disposizione per compiere la sua missione.

Roberta continuava a piagnucolare tenendosi il naso e lentamente sussurrò:

"La pagherai, bastardo."

Si voltò avvicinandosi a Roberta ed appoggiandole la canna della pistola sulla fronte.

"Senti signorinella. Questa è una pistola. Sai a cosa serve? Serve a far morire la gente. Sai cosa vuol dire morire? E' un interruttore che si spegne. Il tuo interruttore, che si spegne e non si riaccende più.

Ora tu ti alzerai lentamente, ti volterai lentamente, e ti dirigerai verso il corridoio, perché io e te abbiamo qualcosa da fare di là. E farai la brava, farai tutto quello che ti dirò io, se non vuoi che i tuoi bei capelli diventino molto più rossi."

Roberta lo fissava con occhi di ghiaccio, mentre le lacrime solcavano la sua maschera d'odio.

Si riavvicinò all'uomo.

"Ascoltami bene: io adesso andrò di là per un po', ho qualche cosa da fare."

Voltò lo sguardo verso Roberta facendole un sorriso.

Lo sguardo di lei si velò di orrore.

"Ma nel frattempo voglio che tu faccia una cosa per me." - Aggiunse tornando a fissare l'uomo.

"Cosa?" - Disse l'uomo sollevando con fatica il capo.

"Quando tornerò ucciderò uno dei tuoi figli ma."

Fece una pausa per lasciare il tempo al terrore di invadere l'animo dell'uomo.

"..sarai tu a dirmi quale. Hai qualche minuto per scegliere."

Giuseppe lo fissava con sguardo perso.

"Ma..perche..come."

"Non voglio sentire nessun ma e nessun perché! Quando tornerò qui tu mi darai la risposta, altrimenti li ucciderò entrambi".

Marcello non aveva intenzione di ucciderli tutti. Non rientrava nei suoi piani e soprattutto non serviva allo scopo della sua diabolica missione.

Ma occorreva che Giuseppe lo pensasse.

"Non farò mai una cosa del genere!" - Disse l'uomo tra le lacrime.

"Senti amico, lascia che ti riepiloghi la situazione: uno dei tuoi figli è già morto. Quando tornerò qui lo ucciderò. Se tu non mi indicherai quale sappi che anche l'altro morirà.

E sarai stato tu ad ucciderlo.

Non te lo ripeterò un'altra volta, non voglio più sentire una parola fino al mio ritorno, e voglio che tu faccia quello che ti ho chiesto. E vedrai che, se farai il bravo, tra qualche anno ci sarà un figlio unico che verrà a trovarti all'ospizio."

Prese Roberta per i capelli e la trascinò verso il corridoio.

Fermandosi sulla soglia si voltò: Il ragazzo scuoteva la testa china e singhiozzava. Il padre si guardava intorno con gli occhi spalancati ma ormai privi di luce, di chi si sente addosso il peso di un'angoscia inumana.

"Coraggio bellezza, lasciamoli soli, il tuo paparino ha qualcosa a cui pensare."

 

Il tempo sembrò fermarsi nella casa.

Per interminabili minuti il silenzio fu ripetutamente infranto dalle urla di disperazione di Roberta, coperte solo da quelle di piacere di Marcello.

Ogni grido della figlia faceva contorcere l'uomo come avesse ricevuto una pugnalata.

Una manciata di secondi di silenzio e Roberta ricomparse dal corridoio gattonando.

Da dietro Marcello la spingeva con un piede.

"Muoviti!"

Roberta singhiozzava e si trascinava lentamente sulla moquette. Appena giunta sul bordo degli scalini che conducevano alla parte ribassata della sala si lasciò cadere. Marcello la spinse con un calcio, Roberta rotolò per i tre scalini e piombò supina a pochi passi dai suoi familiari. Tossiva e respirava affannosamente, non sanguinava più solo dal naso.

Marcello si rivolse all'uomo, che dagli occhi sprigionava una miscela inumana di odio e paura.

"Spero che tu abbia fatto la tua scelta, la vita di UNO dei tuoi figli dipende da te."

"No, non posso..Non puoi.non puoi chiedermi una cosa simile! Un padre non può scegliere uno dei suoi figli!!"

"Amico, finché continui a blaterare in questo modo io percepisco una sola risposta, vale a dire 'uccidili entrambi' ! Sei sicuro che sia proprio questo che vuoi?"

"No, ti prego"

"Pregare, ti assicuro, non è proprio indicato, visto la situazione" - sorrise - "facciamo come nei film: conto fino a tre. Uno."

L'uomo singhiozzò.

"Due."

"Risparmia lei !"

Marcello lo scrutò con un'espressione perplessa.

"Avrei preferito tu mi dicessi 'Ammazzalo!' oppure 'Falle saltare le cervella!' ma comprendo il tuo stato d'animo come dire..'particolare' e ti do buona la risposta!"

Il ragazzo alzò la testa di scatto verso il padre. "No! Bastardo!"

"Figlio mio."

"No, maledetto! Non voglio morire!"

"Silenzio!" Marcello ristabilì l'ordine nella casa.

Poi rivolgendosi ai due giovani: "Cari ragazzi, volete farvi un ultimo salutino?"

Il ragazzo piangeva con la testa chinata sul petto. Roberta giaceva immobile.

Marcello scese i tre scalini e sollevò la testa di Roberta per i capelli.

"Guarda il tuo fratellino per l'ultima volta."

La sollevò fino all'altezza della sua vita, e le puntò la pistola alla testa.

Gli occhi della ragazza erano semichiusi, e il rantolo che emetteva respirando echeggiava nella stanza.

Il padre lo "No, ho detto di salvarla! Non è lei che devi risparmiare!" - Urlò il padre.

"Taci maledetto! Io non voglio morire !!" - Singhiozzava il giovane

Marcello si chinò, diede un bacio sui capelli alla ragazza.

"Grazie piccola, mi hai fatto proprio divertire.".

Il padre cercò con gli occhi sua figlia, ma non riuscì a tenere lo sguardo e si voltò verso la parete bianca alla destra di lei.

Uno sparo echeggiò nella stanza. Il padre istintivamente chiuse gli occhi per un istante, quando li riaprì la parete bianca era coperta da lunghe strisce rosse.

Abbassò lo sguardo: la testa di sua figlia, dal mento alla fronte, non esisteva più.

Il corpo piombò a terra, mentre i capelli rimasero in mano all'assassino, che li gettò verso la pianta all'angolo.

"Perché..perchè? Ti avevo detto di risparmiarla!" - Gridò l'uomo tra le lacrime.

"Lo so, è per questo che l'ho uccisa."

"Cosa.."

"Tu non sai chi sono io! Non conosci la mia missione! Ma puoi vedere con i tuoi occhi che l'ho portata a termine con pieno successo. In pochi minuti ho distrutto la vita di tre persone. Hai perso tua moglie, sei stato la causa della morte di tua figlia, e l'unica persona che ti è rimasta accanto ti odierà per sempre, perché sa che tu lo avresti sacrificato. Se vuoi puoi toglierti la vita, ma dubito che avrai il coraggio di farlo. Secondo te un uomo può fare tutto questo? No amico, un uomo non può. Solo il Male può!"

Ma l'uomo non lo sentiva più, aveva perso i sensi.

Marcello scostò la porta che penzolava da un solo cardine ed uscì.

Camminò nel bosco e in pochi secondi si trovò nello spazio verde nel quale era giunto. Ebbe l'impressione di averci impiegato molto di meno al ritorno che all'andata, ma non ci fece troppo caso. Si sdraiò e chiuse gli occhi.

Il suo corpo cominciò nuovamente a dissolversi ed il buio era calato di nuovo, ma stavolta non lo intimoriva. Sapeva di avercela fatta: era stato grande, era stato il male. Era felice, ciò per cui aveva vissuto gli stava per regalare l'eternità.

L'oscurità cominciò a diradarsi rapidamente scoprendo il disco fluttuante, la sfera infuocata ed il secondo disco di fronte a lui.

"Bentornato Marcello." Lo salutò la voce dal mantello blu.

Questa volta l'entità non era sola.

 

Mentre assaporava la propria vittoria, orgoglioso di se stesso e di come aveva portato a termine la sua definitiva missione, pensava a Roberta, al piacere che aveva tratto dal suo corpo giovane ed innocente, ai suoi morbidi capelli, che ad occhi chiusi sfregando le dita della mano gli sembrava di poter ancora accarezzare.

Aprì gli occhi e di nuovo il sangue di quel corpo immateriale gli si gelò:

Roberta, in piedi sul disco accanto all'entità col mantello, lo fissava sorridendo.

"Ma tu che cazzo ci fai qui??" Chiese Marcello inorridito.

"Mi ci hai spedito tu! Già te lo sei dimenticato?"

"Ma..come fai ad essere qui?"

"Caro mio, ci sono tante cose che non sai! Secondo te come è trapassata la mia povera mammina? Chi l'ha spinta giù dalle scale ed è scesa di corsa per fissarla mentre crepava? Hai mai visto morire qualcuno con l'osso del collo spezzato? Non immagini il terrore nei sui occhi quando sente di non poter più respirare ma ha ancora qualche istante per pensare alla propria morte. Ed il rantolo che emette la sua gola contorta dalle fratture? Nell'ultimo respiro di un moribondo puoi proprio sentire l'anima che si fa largo per fuggire da un corpo che non la trattiene più. Ed è proprio il momento in cui gli occhi perdono la loro luce, ma rimangono a fissarti ed a porti delle domande. Domande sensate sai? Tipo "se sono stata io a darti la vita, perchè ora tu mi dai la morte?". Ti viene voglia quasi di provare a rispondergli ma ormai. "

"Tu hai fatto questo?!?"

"Certo, E che dire della la mia povera nonnina! Solo che in quel caso hanno creduto che fosse soffocata nel sonno! In un certo senso è stato così, sai com'è, non si respira bene con un cuscino pressato sulla faccia! Povero papà che aveva scelto me per tentare di salvarmi!

Se avesse saputo che lui sarebbe stato il prossimo!"

Al pensiero della domanda che stava per fare Marcello venne invaso dal terrore.

"E.. perché si trova su quel disco??" Rivolgendosi all'entità con il mantello.

"Ma dai!" - Rispose Roberta - "Ancora non ci sei arrivato? Ancora non hai capito chi è il malvagio della decade?"

"Tu?!??!"

"Già proprio io! Sei proprio stupido! Tu mi hai chiesto se sapevo cosa voleva dire morire. Certo che lo sapevo, bello mio. Sapevo dagli occhi delle persone che ho ucciso cos'è il momento nel quale si spengono i tuoi sogni, i tuoi affetti, il momento in cui tutto quello che hai fatto nella tua vita, i posti che hai visto, le persone che hai incontrato, per te svaniscono per sempre. Finché non hai provato questa esperienza non potrai mai essere il male.

Ma per te è troppo tardi.

Cos'avresti fatto per meritarti questo posto? La patetica scenetta di poco fa, con tanto di monologo strappalacrime? E sentiamo un po': perché prima ti sei comportato così? Per cattiveria o per la promessa di un premio finale? E sì che ti avevano istruito bene su cos'è la crudeltà, ma tu eri troppo accecato dal desiderio del potere che ti avevano promesso. Ti sei comportato abbastanza bene, ma purtroppo per le ragioni sbagliate!

E adesso hai perso.

Sei stato bravo, ma io ti ho battuto, e ora tocca alla piccola Roby divertirsi un po!"

Spero ti sia goduto quell'ultima scopata, perché da ora per te le cose non saranno affatto piacevoli..."

 

Marcello voleva gridare, ma non aveva voce. Voleva piangere, ma non aveva più occhi.

Il suo corpo ricominciò a dissolversi, stavolta per sempre.

Le sue ultime sensazioni, prima di essere dominato dal dolore e dalle urla dei dannati, furono le risate di Roberta ed il vorticoso precipitare verso le fiamme eterne.

ALESSANDRO MARTELLOTTA

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